domenica 23 febbraio 2014

La Penultima Spiaggia - Claudia - narrativa

Rouille si era tesserata alla Federazione giovani comunisti per i poster della mansarda di Gauche e per il modo che Gauche aveva di infilare le labbra nelle pieghe inesplorate della parola partito.    La madre di Gauche, sindacalista della  prima ora, sollevava appena la testa dallo scrittoio dello studio, lasciando che Rouille sfilasse fra il conclave di autori che abitavano gli scaffali del corridoio fino al soffitto, un sorriso d’indulgenza riflesso nella montatura degli  occhiali. Gauche sdraiava Rouille sulla trapunta del letto, raccontandole della svolta della Bolognina, di quanto fossero disordinati i capelli di Akel, di come avesse quasi pianto, citando Tennyson, in quel novembre triste del comunismo, quando lui aveva solo quindici anni ed erano già troppi quelli che avevano dimenticato il riferimento alla battaglia di Porta Lame.  Venite amici. Si era sdraiato accanto a lei, recitando piano le parole del Barone: Io vi propongo di andare più in lá dell’orizzonte. Rouille in casa aveva l’enciclopedia della Treccani, comprata da sua madre a rate, insieme a un set di lenzuola e copriletti per la matrimoniale; una versione della Divina Commedia bordata in oro, ordinata fra gli annales dei sussidiari scolastici, il Breviario enciclopedico delle Scienze Naturali e le piccole collane Urania dell’intera produzione di Isaac Asimov, in mezzo cui spiccavano I Pilastri della Terra e Il Socio. Gauche ascoltava Janis Joplin e traduceva al volo Patty Smith, parlava di Hemingway come se avessero pescato insieme il Marlin a Cayo Guillermo, mentre saltava con disinvoltura da Kerouac a Deleuze. Recitava Pasolini, Sanguineti e Isgrò. Contestava l’embargo cubano e Guantanamo, lamentandosi della morte prossima ventura del socialismo reale.


Rouille se n’era andata di persona alla sede  di via Tibaldi 17. Si era messa a frequentare la biblioteca dell’Archiginnasio con la stessa assiduità del Bestial Market e del Link, altalenando tra la vocazione monastica del proprio intelletto e l’istinto concupiscente a tradurre il mondo per mezzo di un letto.
Aveva scoperto in fretta che Akel era il nome con cui Tita Spernocchio avrebbe voluto chiamare suo figlio, se le leggi fasciste e poco esterofile del 1936 glielo avessero concesso. Si era dovuta accontentare di Achille, all’anagrafe, e del fatto che il marito fosse riuscito a tornare da Auschwitz. Akel-Achille, era l’uomo che citava Tennyson, che aveva cavalcato il crollo del muro di Berlino, lo stesso che davanti alle facce impietrite dei partigiani presenti a quel 12 novembre dell’89, aveva dichiarato che era necessario inventare nuove strade per unificare le forze di progresso. Lo stesso che aveva suggerito l’urgenza di un nome nuovo e di un nuovo simbolo, ricordando di come il socialismo reale stesse tradendo la causa della liberazione dell’uomo, mentre Cecchetto imperava alla radio insieme a  tutti i suoi sottoprodotti, il Michele Apicella di Nanni Moretti perdeva la memoria e Salvatores veniva consacrato nell’Olimpo del cinema internazionale con la fuga di Marrakech Express. Rouille aveva continuato ad amare Gauche con la dedizione dell’esploratrice che mappa nuovi mondi. Gauche, dal canto suo, la prendeva per mano e la trascinava fra assemblee d’istituto, corrispondenti esteri appena atterrati sul sagrato prospiciente la sala del cinema Castiglione, a denunciare la guerra dimenticata dei Balcani e l’eccidio in corso, salvaguardato dal disinteresse mediatico e dall’ombra mite delle fosse. Nel 1991 il partito comunista italiano era ufficialmente deceduto, e con esso la federazione giovanile. Il progressismo reclamava altri simboli e nuovi nomi. La scissione non si fece aspettare tanto, in entrambi i casi. Rouille celebrò la morte del suo periodo associazionista, officiando i funerali nella solitudine che il caso richiedeva: affacciata alla finestrella che spia tutt’oggi il fiume Reno.        Nonostante questo, Rouille continuava a masturbare Gauche sulle vecchie sedute del Lumiere, fra una rassegna del cinema neorealista e una dei documentari di Herzog. Si lasciava trascinare per i portici della città, preda del furore missionario di Gauche per il volantinaggio, e sempre più distratta dai sudamericani, gli esistenzialisti, i comici e i neorealisti. Rouille continuava ad avere questa fissa che anche il modo di scopare di Gauche avesse un piglio più consapevole del suo e, sebbene cercasse di sondare quell’intellegibile matassa, non otteneva che confusione nella confusione, coltivando il desiderio di non sentirsi sempre una mula in mezzo ai profeti.
Nel frattempo la destra aveva vinto le elezioni, loro erano diventati maggiorenni , Gauche era passato lentamente dalle Ms alle Marlboro light, e dalla lotta di classe al patto di sangue con gli accademici della giurisprudenza. Al volantinaggio erano seguite le occupazioni, al trentasei di via Zamboni, al fu Bestial Market, rinominato Livello 57, mentre i bottegai della zona Universitaria lamentavano del vandalismo studentesco e il sottobosco di Piazza Verdi cambiava razza, passando dalle mani dei connazionali a quelle degli emigrati dai Paesi extra Ue.                                Gauche sosteneva esami di diritto, mentre Rouille correva a un appello fra un lavoro e l’altro, una lettura e l’altra. Gauche amava la soffitta di un amico in cui spesso si discuteva di cose come il gruppo 63, le avanguardie, Angelika. Rouille fumava appoggiata alla finestra, e si faceva soccorrere dai tetti della città.

Poi venne l’anno della vittoria della sinistra, e il baffuto Aramis scoccò un altro e definitivo affondo. Rouille vide la madre di Gauche alzarsi dallo scrittoio, venirle incontro e abbracciarla, l’entusiasmo che mascherava abbastanza bene l’epiteto segreto con cui, in tutti quegli anni, Rouille sapeva di essere stata apostrofata. Per la signora, Rouille era destabilizzante. Se all’inizio ci aveva sofferto, e anche parecchio, ora trovava una certa prossimità tra l’atteggiamento da intellighenzia rossa del figlio e quello della madre, capace di abbracciare qualcosa di destabilizzante. Rouille ricambiò, sebbene molti già dicessero che l’esaltazione del popolo della sinistra per la vittoria, fosse il segno concreto del diffondersi del morbo di una pericolosa allucinazione. 
Quella fu la primavera in cui Gauche cominciò a vagheggiare di Capalbio, mentre respiravano nudi fissando il soffitto dalla trapunta del letto, oppure sul telo scozzese steso sulla schiena di Monte Donato, fra i colli, vicino a quell’altissima antenna di trasmissione. Da quel ventuno aprile, fino alle frange canicolari di luglio, Capalbio e l’Ultima spiaggia avevano preso forma nell’immaginazione di Rouille  con la leggerezza figurativa di quelle  vele sottili di tela rossa un poco mosse dal vento. Immaginava la quercia davanti alla dimora di Achille Occhetto, e i vari Asor Rosa, Elisabetta Rasy, Marramao, Luciana Castellina, Furio Colombo, Veltroni, Rutelli, Fassino e Lidia Ravera, a interpretare una sorta di under statement diventato, con gli anni, uno stile di vita e una cultura di stile. Immaginava il bagno di fronte alla battigia, buen retiro di tutte quelle teste pensanti, fra dibattiti e accordi politici, raggiunti con una partita di scopone, un tuffo e un piatto di spaghetti vecchia maniera, i capelli interclassisti di una Capalbio spettinata. Ancora una volta si era lasciata catturare dalle mani di Gauche, le sue parole danzanti.
Come in tutte le sue cose, temeva il confronto. Continuava ad avere quest’idea blasfema di non sapere niente, di non conoscere niente, di non capire niente. Si rifugiava dietro a scuse banali, tipo l’inefficienza di un corpo poco supplente, come se la natura in qualche modo, fosse stata in obbligo di compensare quello che andava compensato, mascherando quelle che Rouille continuava a chiamare le sue carenze con una carrozzeria da prima classe. Eppure l’idea dell’Ultima spiaggia e la voglia di ripetere certi baci e certi bagni, era stata più forte delle sue infinite idiosincrasie. Sarebbero dovuti partire il primo agosto e non partirono mai, per una cosa stupida in fondo : Rouille trovò l’uccello di Gauche prossimo a godere nella bocca di una milionaria marsigliese, nella casa di campagna della delfina del Magnifico Rettore.
Rouille aveva messo in conto questo e molto altro, e non rimase stupita, solo delusa dalla scelta, commettendo l’errore tipico di molte donne, che confondono intelletto e sessualità.
A Capalbio non c’era andata, e sebbene dopo poco, circostanze inevitabili l’avessero riportata a Gauche, Rouille si era adoperata per rovinargli l’esistenza in maniera metodica, sputtanandolo sul piano ideologico attraverso imbarazzi e umiliazioni, e ripagandolo con una visione ben peggiore di quella che a lei era toccata in sorte. La rottura definitiva era arrivata in concomitanza con l’ennesimo autunno della sinistra e la vittoria conclamata del Cavaliere. Non si erano più visti, sebbene la città non fosse questa gran metropoli. Nell’estate del duemiladieci, preda di scriteriate allucinazioni esistenziali, Rouille aveva abbandonato la sua vita presente senza nessun preavviso, involandosi in direzione della Toscana, la precisa idea che quel viaggio mancato avrebbe fatto la differenza. Aveva camminato per ore sulla spiaggia di Capalbio, pensando a L’era del Cinghiale Rosso appena letto, agli scaffali della libreria della sindacalista, a Gauche. A conferma di quanto raccontava la Nuvoletti, a troneggiare adesso sull’Ultima spiaggia erano vele di tela azzurra, e un mondo più gossipparo e meno radical-chic di quanto avesse immaginato. Per confortarsi con un’insalata di mare, il dazio richiesto sarebbe stato di ventidue euro, ma nella limitrofa area apostrofata come La penultima, meta peraltro di naturisti e autodafé, avevano pensato bene di approntare un chiosco alla bisogna, per evitare che i cenciosi si assiepassero al banco dei tenutari. Rouille sarebbe andata lì, nella Penultima, a confondersi con quelli cui credeva di assomigliare, attenta a non fissare troppo l’impiantito dell’altra spiaggia, dove fra un birrino e uno scopone che sapeva tanto di retrò, poteva incappare nel guaio d’agganciarsi a un paio di labbra togate, capaci ancora e dopo anni, di infilarsi in modo terribile nelle pieghe recondite della parola partito.


“Beniamino Placido alla domanda: Cosa fanno gli intellettuali a Capalbio? E cosa vuoi che facciano, benedetto ragazzo. Fanno gli spaghetti, a volte col tonno, a volte con le vongole”.
Giovanna Nuvoletti, L’Era del Cinghiale Rosso

“I comunisti, quando perdono l’idea della rivoluzione, perdono il senso dell’avventura. E i comunisti, quando perdono il senso dell’avventura, diventano gente noiosa e anche pericolosa”.
Il compagno Gianni Marchetto, sezione Mirafiori, 2 dicembre 1989


24 commenti:

  1. Perbacco!
    Un racconto questo che nonostante lo stile disinvolto non esiterei a definire impegnato. Infatti la storia è una intensa moderna storia d’amore, ma non solo. C’è molto di più in questo racconto ricco di spunti, riferimenti politici, rimandi storici e citazioni letterarie. Insomma un lavoro notevole, che avrà richiesto immagino una attenta ricerca, per la ricostruzione fedele di quel periodo ormai storico.
    La storia non mi ha coinvolto emotivamente più di tanto, forse perchè distratto dalla cornice troppo importante.
    In ogni caso complimenti davvero.

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    1. credo che tu abbia messo in luce una cosa importante, e cioè che la storia sentimentale non ti ha coinvolto. L'intenzione, quando ho scritto questo racconto, era quella di trasmettere le sensazioni di una parabola del disamore, facendolo su due piani (politico e sentimentale) che per contingenze particolari qui sono tangenti. Il parallelismo passa, il sentimento meno. Questo non credo sia tanto un difetto di struttura, quanto di lingua. Sono convinta (ho in mente un nome in particolare, che non dirò :) ) che se a scrivere questa storia fosse stata un'altra penna quell'elemento sarebb e passato. Perchè passasse con me avrei dovuto allungare, e forse non sarebbe bastato!!

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  2. Bello, bello, anche perché io ho la stessa età dei protagonisti e, per ragioni familiari, ricordeo il drammatico passaggio dal PCI al PDS. Intelligente l'idea di far concidere una vicenda esistenziale con una parabola politica...

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    1. grazie. Spero che sia passato questo : non c'è una posizione pro o contro svolta della Bolognina, ma solo il racconto di un cambiamento e dei suoi portati.
      Per questo il fuoco della storia sta in Rouille, l'unico elemento già di per sè destabilizzante, cioè "fuori" per costituzione. Purtroppo per lei. :)

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  3. Stre-pi-to-sa!
    La mia preferita "loro erano diventati maggiorenni, Gauche era passato lentamente dalle Ms alle Marlboro light"

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    1. :)
      questa è la differenza fra i due centri del racconto

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  4. Mutatis mutandis, io sono quasi figlio di < Porci con le ali > del duo Ravera/Lombardo Radice.
    E molto più distanziato, forse anche di < Palombella rossa > di Moretti.
    Quindi del tutto tagliato fuori dal clima politico successivo relativamente recente.
    Certo che per i protagonisti di quei tempi il dramma ideologico dev'essere stato forte.
    Come traspare da questo racconto represso che definirei neorealista contemporaneo.
    Che dire, i riferimenti storici sono tanti e sostenuti, più o meno mimetizzati, dai quali mi parrebbe levarsi un grido di ribellione, protesta e delusione.
    In sintesi un mio cinico pensiero quotidiano: il paradosso di correre dietro ad ideali sbandierati sotto il naso, comodo paravento degli opportunisti che fan carriera.
    E infine il dramma di una storia che macina rivoluzioni per scomparire in nuovi finti orizzonti progressisti, in un continuo eterno avvicendarsi ciclico.
    Narrativa serrata e drammatica, come poche se ne leggono ancora.
    Profonda/mente, Siddharta.

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    1. mi piace molto "una storia che macina rivoluzioni per scomparire in nuovi finti orizzonti progressisti".
      Qui potremmo aprire una voragine tra coscienza collettiva e individuale, volontà collettiva e individuale. La differenza tra identità politica e identità tout court.
      E, naturalmente, il compromesso.
      grazie per tutto quanto.

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  5. Serenella Tozzi25 febbraio 2014 13:59

    ...Identità, identità. La cosa migliore, senz'altro, possedere una propria identità: sarà faticoso, ma così appagante.
    Un racconto bello, un'esposizione intrigante con una caratterizzazione ben delineata, dove spicca la figura di lei, Rouille, soggiogata da personalità più forti; e alla fine risulta lei quella facente parte della collettività: non perdente, non vincente, confusa nella massa nel marasma dei cambiamenti.

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    1. intanto ti ringrazio, Serenella. Però qui salta fuori un altro guaio di questa mia scrittura. E cioè : la ragazza è sì dominata, ma in apparenza. E' una di quelle persone capaci di mettere in discussione tutto, in prima istanza la propria capacità di comprendere. Nel momento in cui però ci si deve adeguare come un branco di mucche traduttrici (sto citando, questa non è mia) Rouille fa una scelta e ne subisce le conseguenze. Si confonde sì, nella penultima spiaggia, ma purtroppo per lei non appartiene alla collettività. Nè a quella che ha abbandonato, nè a quella in cui sta quando il racconto termina. Questo è il suo guaio. Questo è il paradosso estetico, etico e politico. Perchè passasse questa sfumatura non ho idea di come avrei dovuto scrivere, sono sincera. Era difficile, molto difficile. E' importante che tu mi abbia dato anche lo spunto per segnalare questo problema. a presto.

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  6. Io lo leggo come una satira in senso lato di un certo conformismo di sinistra. Non faccio un discorso politico, ma estetico. Secondo larga parte della nostra letteratura, il conformismo – in quanto negativo – non può avere nulla a che fare con la sinistra, e viene negato. È roba, di volta in volta, di destra, reazionaria, clericale, borghese, reaganiana, berlusconiana. Al massimo una “devianza” dall'ortodossia.
    Secondo una parte più piccola (mi vengono in mente due nomi su cui sarebbe da aprire un lungo discorso e che sono di tendenze contrapposte: Guareschi e Villaggio) anche la sinistra, sia di massa sia di elite, ha i suoi riti, i suoi stereotipi, i suoi precetti. Come ogni fede (politica o religiosa non importa) ha il suo conformismo di massa e di elite e i suoi conformisti. Esteticamente questa consapevolezza sfocia o in una contrapposizione critica e/o in una poetica nichilista (Villaggio).
    Credo che questo racconto si inserisca in questo secondo filone, colmando una lacuna. Vedo la rivalsa/riscatto finale di Rouille non tanto come espressione di appartenenza (alla massa anzichè all’elite) ma di identità – che è il contrario del conformismo.

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    1. esattamente. Ne faccio un discorso estetico. Si paga un prezzo molto alto per fare una scelta come quella di rouille.
      Un prezzo che si quantifica, una volta adulti, in questi termini : assenza di gruppo di riferimento. Tasche vuote. Nessuno ti ascolta, oppure qualcuno ti ascolta ma sei fregato comunque.

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  7. Serenella Tozzi27 febbraio 2014 16:00

    Certo, si sente il senso ironico che permea il racconto, ma ciò non toglie l'impressione che si ha dell'assoggettamento della protagonista alle idee di Gauche e madre.

    Io credo che esista un conformismo di destra e un conformismo di sinistra: tutti e due ben radicati, talmente radicati da non riconoscersi più come tali.
    Bisogna essere anarchici per sentirsi svincolati da tali stereotipi? Non credo, penso che basti possedere un po' di spirito critico, saper vedere al di là delle apparenze. C'è sempre un anti-eroe iniziale, un apripista ed è quello che paga il tributo maggiore.

    Se mi permettete di allargare il discorso vorrei aggiungere qualcosa in proposito.
    In campo cinematografico vi sono stati film, che fanno parte della cosiddetta "Commedia all'italiana" , che hanno imperato dalla fine degli anni '50 (si usa darne inizio con "I soliti ignoti" che è del '59), fino a che non si sono spenti con lentezza all'inizio degli anni '80.
    Film belli, per carità, anzi, alcuni bellissimi, ma che meriterebbero una discussione sulla "morale" contenuta in queste pellicole.
    Nei suoi lavori, Chaplin (si pensi a "Tempi moderni") puntava sempre l'indice su alcune aberrazioni degli individui e della società; tuttavia il suo Charlot (ma anche il Calvero di "Luci della ribalta") non si perdeva mai d'animo, mai s'arrendeva né abbandonava la speranza d'un migliore avvenire.
    Da noi, invece, abbiamo avuto, per circa un quarto di secolo, un cinema di grande qualità e successo che rappresentava il più delle volte una società ingiusta, disonesta, venale, rozza, senza spiritualità né ideali, in cui si dipanavano vicende umane con esito sconsolato e desolante.
    Mi domando quanto questo continuo "sputarci addosso" (mi scuso per questa frase greve, ma ben espressiva) abbia contribuito al dissolvimento dello spirito nazionale e dell'autostima degli italiani, già fortemente pregiudicati da un ventennio ed una guerra nefasti e vergognosi: nella prima dozzina d'anni del dopoguerra, nelle commedie cinematografiche non mancava mai la speranza, che è frutto della fiducia in sé stessi. Sottolineo: ancora resisteva.
    Non bisogna dimenticare che la "dignità" è il rispetto del proprio essere; ciò vale anche per i popoli.

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  8. Non volevo indicare in Rouille un modello esemplare, anzi. Il mio era un tentativo goffo, lo ammetto di raccontare una serie di meccanismi in cui è facile ricadere, indicando attraverso Rouille un'altra scelta possibile, non migliore e assolutamente penalizzata. Ritengo che perchè un cambiamento abbia un'incidenza, è necessario un gruppo di sodali. L'anarchico non ha sbocchi, alla stregua del piagnisteo. Sono d'accordo con te su certo compiacimento della cinematografia e dell'arte in generale prodotta e inserita in quello che a posteriori venne ribattezzato "neorealismo". Nondimeno ricordo, e se mai Frame non si addormenterà al solo sentire le mie intenzioni, che Italo Calvino scrisse "Nidi di Ragno", e per quanto adesso abbiano cancellato le critiche negative, all'epoca n on fu accolto poi così a braccia aperte, dallo zoccolo duro. E solo perchè si allontanava dagli stilemi già canonizzati e, a suo modo, certificava dell'esistenza del "polo negativo" della Resistenza. Basti pensare che Calvino si sentì in dovere di scrivere un'introduzione che motivasse le sue scelte, sebbene dopo i fatti del cinquantasette avesse ufficialmente abbandonato il partito. Perciò, da un punto di vista artistico, io credo che lo spartiacque non stia tanto nel messaggio positivo o negativo, quanto piuttosto nella qualità dell'opera. Per quanto riguarda invece gli italiani, parlo per me. Anzichè salire ho sceso i gradini della scala sociale due alla volta, e questo non è di certo un vanto. Quello che posso dire è che la differenza, per quello che ho visto e che ho lavorato, la fanno le persone. C i sono stronzi a tutti i livelli. Assenteisti a tutti i gradini. E' l'individuo che fa la differenza, a prescindere da tutto :)

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    1. No, io non mi stavo annoiando affatto. Seguivo i vostri discorsi con interesse, il trambusto delle idee è sempre eccitante. Per dormire mi basta la notte, senza contare che nel resto della casa regna un silenzio assordante. Hai voglia a fare pennichelle...

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  9. a questo punto approfitto dell'off topic - se poi il padrone di casa vuole togliere, tolga: quando Villaggio/Fantozzi urla "La corazzata Kotemkin è una c.ta pazzesca!" (non "Potemkin" cioè quella vera, Villaggio a queste cose ci sta attento) o quando Fantozzi convertito al comunismo torna, anzichè all'ovile, alla vasca per i pesci del megadirettore galattico, l'autore, passando per Gogol, sta facendo una operazione intelligentissima:
    ci sta proponendo in chiave satirica un esponente paradigmatico della "maggioranza silenziosa", ma non ne fa un antagonista, bensì - e questo negli anni '70 quando tutti gli eroi erano ribelli - un antieroe conformista.
    Fatto questo, usa il suo protagonista per dire alla parte politica cui lo stesso Villaggio appartiene e rivolgendosi al versante popolare: "guardate che la massa è Fantozzi, non (per esempio) Cipputi"; rivolgendosi all'elite radical chic dice loro "guardate che la massa vuol vedere Giovannona Coscialunga, non la corazzata".
    Fantozzi è "preberlusconiano" in un modo più sottile e acuto di quello proposto da tanti soloni della letteratura, e soprattutto prima di loro, ma si sa che destino dei comici è di essere sempre considerati dei deficienti.
    Siccome Villaggio sa che la massa silenziosa prevale perchè l'eterno sconfitto Fantozzi è il più grande perdente di tutti i tempi, ma non viene mai annientato, e siccome il vero perdente è l'ideale "socialista" in senso lato che tende alla evoluzione delle masse, la poetica di Villaggio è radicalmente nichilista.
    Non si salva nessuno: non Fantozzi, che moralmente non è nulla, non la classe dirigente, che è abbietta e schiavista.
    Prova ne sia che il grottesco e il surreale, a differenza che in Gogol (di cui Fantozzi è uno dei tanti figli) non rappresentano una rivalsa, neppure postuma ("ah.. coso... dammi il mio cappotto"), ma, ancora una volta, l'annientamento definitivo ("posso fare la triglia nel suo acquario, signor Megadirettore Galattico?")

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  10. Un'indagine socio-politica da manuale a livello plurimo quella dei commenti che precedono.
    Comunque, pedestremente, nessuno mi toglie dalla testa che l'individuo al di là del buonismo da tutti sventolato sia un egoista ed opportunista.
    Mi chiedo, talora, cosa avrei mai fatto di fronte ad una tangente miliardaria di tutto comodo che avesse assicurato impunemente un benessere a me e discendenti per varie generazioni.
    Forse un ragionamento ad absurdum, ma è facile fare i grilli parlanti del mal comune mezzo gaudio quando si nuota nell'eterna condizione economica disperata e nell'assoluto disconoscimento sociale ( ... anzichè salire ho disceso i gradini della scala sociale due alla volta >, dice Claudia ).
    Vociando come le cose invece dovrebbero essere.
    Siddharta

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  11. Esemplare ricostruzione del periodo, e di ciò che segue, densa di citazioni di luoghi, di eventi in mezzo ai quali si delinea, si staglia vorrei dire, la figura socratica di Rouille, con le sue (in)certezze, Rouille che coltiva la sua crescita innaffiandola di dubbi, di umiltà.
    Un racconto scritto molto bene, interessante e a prova di ciò le riflessioni anche larghe e apparentemente - solo apparentemente - OT, suscitate.
    Bella figura, questa di Rouille che, in mezzo a tanta convinzione, a tanto integralismo, a tanta capacità autoassolutiva, ascolta, pensa, attende di capire, si mette in discussione, cresce, infine trova la sua dimensione con la pazienza di chi possiede la personalità discreta di chi pare subire quella altrui ma che in realtà, più semplicemente, non vuole imporre la sua agli altri.
    Complimenti.

    Franco "Pale"

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  12. Ma qualcuno gliel'ha detto alla Claudia che é brava senza girarci tanto intorno?
    E poi sono felice che sia Claudia e non Claudio, una volta tanto, una penna che vale.
    Lola

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  13. Serenella Tozzi1 marzo 2014 22:36

    Bè, Lola, se leggi bene glielo abbiamo detto tutti :-)
    e lo dimostrano anche i commenti (e relativa attenzione) che seguono il racconto.

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  14. Sa Serenella cosa mi piace di Claudia? Quel suo porsi in modo dialettico, il suo tener conto delle sensazioni del lettore, il suo mettersi in discussione, e in un autore di talento trovo che sia indicativo di una certa nobiltà d'animo e di umiltà rare.
    Spero di poter leggere presto altri suoi racconti,
    Ps dicevo, diciamole che é brava senza panegirici, é ovvio che é piaciuta a tutti.
    Ciao
    Lola

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  15. Serenella Tozzi3 marzo 2014 08:26

    "Bello, Bello";

    "Stre-pi-to-sa!";

    "Narrativa serrata e drammatica, come poche se ne leggono ancora";

    "Un racconto bello, un'esposizione intrigante con una caratterizzazione ben delineata";

    "Esemplare ricostruzione del periodo, e di ciò che segue, densa di citazioni".

    Ti sembrano panegirici, Lola?

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  16. Si ok, ho imparato che non bisogna insistere sul proprio punto di vista perche equivale a 'controllare', Serenella avevo dimenticato di mettere il sorriso :-)) accanto alla parola panegirici,
    Stavo anche un pó scherzando ma questi invii virtuali non sono in grado di rendere il modo in cui é modulato un pensiero nella propria testa, il tono della voce pensante che spesso é molto più dolce di quanto non appaia dal freddo scritto
    Un saluto
    Lola

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  17. oh ragazzi/e io vi ringrazio tutti. Sono molto contenta, e sono contenta anche del fatto che vi abbia interessato l'argomento.
    Ho perfettamente colto tutti gli apprezzamenti e concordo sugli aspetti più critici.
    Quanto al fatto di essere una donna, nell'anno e mezzo di letture e frequentazioni di questo blog, pur in sordina, mi sembra di poter affermare con certezza di non essere l'unica. E questo è un complimento indiretto.
    Ho fatto bene a consegnare a Franco questo racconto. In nessun altro luogo forse, avrebbe goduto della stessa attenzione. E questo fa la differenza sopra ogni cosa, pena l'autoreferenzialità. Ancora grazie, quindi. A presto

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