venerdì 21 febbraio 2014

Poeti del novecento italiano - Giuseppe Ungaretti


La vita
Le opere
Note critiche
Poesie

La vita
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1888 da genitori toscani, dove frequenta la scuola svizzera Jacot. Stringe amicizia con Enrico Pea e i fratelli Thuile; con Kavàfis e Zervos (il gruppo di "Grammata"). Nel 1912 U. migra a Parigi, si iscrive alla Sorbona (tesina su Maurice de Guérin con Strowski; segue i corsi di Bergson al Collège de France). Si lega ai futuristi italiani a Parigi
Durante la prima guerra mondiale combatte prima sul Carso e poi sul fronte francese.
Nel 1916 pubblica il primo libro " Il porto sepolto " (nella rielaborazione del 1923 c'è una presentazione di Mussolini a testimoniare l'adesione di Ungaretti al fascismo), nel 1919 viene stampato " Allegria di naufraghi " il cui titolo verrà poi cambiato con " Allegria " e nel 1947 pubblica " Il dolore ".
Dal 1921 vive a Roma lavorando come giornalista, dal 1937 al 1942 si trasferisce in Brasile dove insegna Lingua e letteratura italiana all'università, in questo periodo si schiera contro l'Asse Roma - Berlino; tornato in Italia viene nominato professore di letteratura italiana all'Università di Roma. Nel 1970, all'età di ottantadue anni, muore a Milano. Ai funerali non partecipa alcuna rappresentanza ufficiale del governo italiano.

Le Opere
Sono raccolte in diversi volumi, come Il porto sepolto (1916), Allegria di naufragi (1919) che comprende anche Il porto sepolto e alcune poesie francesi su La guerra, entrate tutte poi definitivamente nel gruppo L'allegria , Sentimento del tempo (1919-1935), Il dolore (1947), Terra promessa , (Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960), Morte delle stagioni (1967), Dialogo (1968), raccolte poi sotto il titolo Vita di un uomo.

Note critiche
Ungaretti è considerato il fondatore dell'ermetismo, corrente letteraria che si è diffusa in Italia più o meno a partire dagli anni Venti e che ha avuto tanto peso sulla poesia italiana successiva. Gli ermetici cercavano di restituire al linguaggio della poesia una sua dimensione essenziale, scabra, talvolta volutamente oscura al fine di restituire alla parola abusata verginità e novità. Così riscattate, le parole tornavano a essere specchio della realtà e consentivano all'uomo di percepire l'inesprimibile sostanza di quel mondo apparentemente privo di senso che lo circondava. Strumento tecnico fondamentale per gli ermetici era l'analogia, intesa però in un senso tutto particolare ben spiegato dallo stesso Ungaretti: "il poeta d'oggi cercherà di mettere a contatto immagini lontane, senza fili". Abolendo il "come" che introduce il rapporto tra le cose paragonate, l'analogia diventa più sintetica e oscura, ma per questo più efficace.
*
Giuseppe Ungaretti ritrovò, dopo millenni di abuso della parola, dopo millenni di sperpero e inflazione lessicale, il valore primitivo dell’espressione, della parola contemplata nello spazio bianco dell’isolamento tipografico… dove il non scritto, lo spazio bianco della pagina contava più di ciò che era scritto, o almeno altrettanto.
*
Ne deriva una poesia che è incapace del canto dispiegato e continuo, risolta in poche immagini fortemente pausate, in qualche parola essenziale, germinata dal profondo sullo schermo bianco della coscienza, immune da ogni legge che non sia quella della scoperta di sé sensibilissima al valore di uno spazio, di una virgola.
*
È da notare che la scarnificazione del linguaggio tradizionale, la volontà di restituire alla parola la sua verginità originaria, corrispondeva ad una esigenza della cultura italiana, impaludata da decenni nell’orgia verbale dell’esperienza postromantica.

Font:
Storia e Antologia della Letteratura It. (Angelo Gianni)

Wikipedia e altri.


Poesie

C'era una volta
1916

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona.
Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna.


Sono una creatura
1916

Come questa pietra
del San Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.


Natale
1916

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.


Mattina
1917

M’illumino
d’immenso



Soldati
1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie


Sera
1929

Appiè dei passi della sera
Va un'acqua chiara
Colore dell'uliva,

e giunge al breve fuoco smemorato.

Nel fumo ora odo grilli e rane,

dove tènere tremano erbe.


La madre
1930

E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.


Non gridate più
1942/46

Cessate d'uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.


 La terra promessa.
Frammenti (1935-1950).
Cori descrittivi di stati d’animo di Didone.

III
   Ora il vento s’è fatto silenzioso
E silenzioso il mare;
Tutto tace; ma grido
Il grido, sola, del mio cuore,
Grido d’amore, grido di vergogna
Del mio cuore che brucia
Da quando ti mirai e m’hai guardata
E più non sono che un oggetto debole.

    Grido e brucia il mio cuore senza pace
Da quando più non sono
Se non cosa in rovina e abbandonata.

X
   Non odi del platano,
Foglia non odi a un tratto scricchiolare
Che cade lungo il fiume sulle selci?

   Il mio declino abbellirò, stasera:
A foglie secche si vedrà congiunto
Un bagliore roseo.



Giorno per giorno
1947

"Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."
E il volto già scomparso
Ma gli occhi ancora vivi
Dal guanciale volgeva alla finestra,
E riempivano passeri la stanza
Verso le briciole dal babbo sparse
Per distrarre il suo bimbo...

2.

Or apotrò baciare solo in sogno
Le fiduciose mani...
E discorro, lavoro,
Sono appena mutato, temo, fumo...
Come si può ch'io regga a tanta notte?...

3.

Mi porteranno gli anni
Chissà quali altri orrori,
Ma ti sentivo accanto,
M'avresti consolato...

4.

Mai, non saprete mai come m'illumina
L'ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più...

7.

In cielo cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null'altro vedano
Quando anch'essi vorrà chiudere Iddio...

8.

E t'amo, t'amo, ed è continuo schianto!...

10.

Sono tornato ai colli, ai pini amati
E del ritmo dell'aria il patrio accento
Che non riudrò con te,
Mi spezza ad ogni soffio..
.
11.

Passa la rondine e con essa estate,
E anch'io, mi dico, passerò...
Ma resti dell'amore che mi strazia
Non solo segno un breve appannamento
Se dall'inferno arrivo a qualche quiete...

12.

Sotto la scure il disilluso ramo
Cadendo si lamenta appena, meno
Che non la foglia al tocco della brezza...
E fu la furia che abbattè la tenera
Forma e la premurosa
Carità d'una voce mi consuma...

13.

Non più furori reca a me l'estate,
Nè primavera i suoi presentimenti;
Puoi declinare, autunno,
Con le tue stolte glorie:
Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!...

15.

Rievocherò senza rimorso sempre
Un'incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: "Un'anima è partita
Dal comune castigo ancora illesa..."

Mi abbatterà meno di non più udire
I gridi vivi della sua purezza
Che di sentire quasi estinto in me
Il fremito pauroso della colpa?

17.

Fa dolce e forse qui vicino passi
Dicendo: "Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
Puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l'aurora e intatto giorno"



PROVERBI
1966


UNO
Roma, a letto, dormicchiando, nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1966

S'incomincia per cantare
E si canta per finire

DUE

E' nato per cantare
Chi dall'amore muore.

E' nato per amare
Chi dal cantare muore.

TRE

Chi è nato per cantare
Anche morendo canta.

QUATTRO

Chi nasce per amare
D'amore morirà.

CINQUE

Nascendo non sai nulla,
Vivendo impari poco,
Ma forse nel morire ti parrà
Che l'unica dottrina
Sia quella che si affina
Se in amore si segrega.

SEI
Potremmo seguitare.


12 commenti:

  1. Questi post hanno la sola "pretesa" di arricchire, insomma si fa per dire, l'archivio del blog. Si poteva fare meglio, sono d'accordo, e mi riprometto di migliorare la biografia e di aggiungere altre poesie. Quindi non state a spellarvi le mani inutilmente. Queste cose le faccio per mio diletto e non soltanto per la platea, oggi indifferente e muta. Grazie :-)))

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    1. Siamo silenziosi, ma non indifferenti.
      L'inserimento è utilissimo, ce lo leggeremo un poco alla volta.
      Si sa, è una rimpatriata letteraria.
      Personalmente preferisco < curiosare > le proposte dei nostri Amici emergenti, alla ricerca del nuovo.
      Poi per quanto mi riguarda, sì io sono un vecchio brontolone per certo contemporaneo che mi è estraneo, ma non per questo rifiuto il confronto e l'apprezzamento a ... denti stretti.
      D'altra parte anche il < vecchio > ha diritto al suo avvocato difensore.
      Siddharta

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    2. La tua talvolta sembra proprio una vera campagna denigratoria contro il poetare infuturato, tanto per usare un termine a te caro. E' più che lecito portare avanti le proprie convinzioni intellettuali, ma mi domando talvolta se questo atteggiamento non ingeneri a sua volta un rifiuto e una avversione per tutto quanto arriva dal passato. In fondo gli impressionisti destarono scalpore nell'arte al loro apparire, e la musica jazz sembrava un'accozzaglia di rumori e suoni prima che Gershwin non la consacrasse,e che dire dell'astrattismo, del cubismo nella pittura. Lo stesso Picasso alla gente comune continua a non dire assolutamente nulla e proprio ieri sera ha vinto a San Remo un rapper e sono pronto a scommettere che fra un paio di decenni avremo i nostri bravi cantanti avvicinati se non paragonati ai grandi poeti, così come capita oggi per Bob Dilan, De Andrè e Jhon Lennon, insomma... che stavo dicendo? Ah sì, attenzione a buttare alle ortiche tutto ciò che non si capisce, in nome del classicismo e del poetare sono state scritte anche delle immani cazzate.

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    3. ... e viceversa.
      Cosa vuoi che ti dica, a me le canzoni degli anni '60 - '70 piacciono più di quelle correnti.
      Quest'anno non son riuscito ad andare oltre la mezz'ora di S. Remo.
      Non vi trovo la melodia del passato.
      Certo, fra trent'anni mi ci sarò abituato al monologo cantato, peccato che non ci sarò più...
      Sid

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    4. Caspita...hai resistito per mezz'ora??? Io già alle prime note o alle prime cazzate dette ho cambiato canale!!!!
      P:Z:

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    5. Sì, ma con pubblicità compresa...
      Sid

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  2. Ma no, dai, un contributo interessante. A mio modestissimo parere dopo l'"Allegria", Ungaretti aveva detto già tutto quel che aveva da dire... ma sono opinioni.... :-)

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    1. Grazie Giuseppe, penso anch'io che il meglio l'abbia dato nella prima metà della sua vita. :-)

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  3. Ero bambino quando sul piccolo schermo appariva quel vecchio con la faccia di terra arsa e la voce catarrosa, non capivo una sola parola di quanto dicesse, ma anche quelli intorno a me si domandavano sbigottiti chi fosse quel pazzo furioso che declamava versi come fossero invettive, con lampi negli occhi come saette dal cielo.
    In grado di comprendere a quei tempi erano molti di meno di oggi. La cultura ha fatto passi da gigante, ma nonostante tutto, dopo Soldati, la poesia non è più stata la stessa.
    Io la preferisco in questa forma metrica perfetta, 4-3-4-3. Se questo è l'ermetismo che molti di noi aborrono (cit.ne in onore di Mughini) ben venga, purtroppo ho l'impressione che il genere sia poi degenerato e quel poetare contemporaneo penso non abbia più nulla a che fare con questo movimento, ma rimetto il giudizio nelle mani di chi queste cose le conosce più profondamente. Io ripeto discorsi già sentiti e annusati, più che studiati e assimilati.

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    1. Serenella Tozzi24 febbraio 2014 20:49

      Ricordo anch'io quelle apparizioni televisive, potentemente suggestive, come la sua poesia.
      D'altra parte, quando recitava, le sue pause fra una parola e l'altra erano poesia anch'esse. Rimanevi lì, in attesa che proseguisse, come di fronte al disvelamento di un mistero.
      Veramente affascinante.

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    2. Serenella Tozzi24 febbraio 2014 21:24

      Mi ricordo anche di Noschese che gli faceva il verso: recitava l'Odissea e non si capiva niente. Era tremendamente bravo anche nel rendergli la faccia tormentata e buia. Uno spasso, ma la sua capacità mimica gli faceva perdonare tutto.

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  4. Serenella Tozzi24 febbraio 2014 21:31

    La sua prima raccolta "Allegria" l'ha lungamente elaborata nel corso degli anni, amputando e concentrando (es.: Ci spossiamo in una vendemmia di sole" , ridotta a "Ci vendemmia il sole").
    Le pubblicazioni di questa raccolta d'altra parte sono state numerose: nel '16, nel 19, nel 23, mentre l'edizione definitiva è del '42.

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