martedì 11 febbraio 2014

San Lorenzo ai Prati di Mugnano - Claudia - narrativa

«Quello ti ha rovinata». L’aveva detto e mi guardava. Eravamo sedute da Vito, sui colli. C’eravamo state solo qualche mese prima con della gente di spettacolo, un’attrice sua amica di cui ricordavo bene i capelli ruggine e le lentiggini, e un cantante ignoto ai più. L’estate era agli sgoccioli, ma le cose fra me e Luna filavano ancora lisce, nonostante gli alti e bassi di due persone che lavorino gomito a gomito per troppe ore al giorno. Ora era inverno ed eravamo sedute allo stesso identico tavolo, intorno gli stessi camerieri e noi due davanti ad una bistecca ed un piatto di tortellini in brodo, ma il deja-vu finiva qua. «In che senso?» avevo domandato. «Rovinata, rovinata e basta. Cioè, quando ti ho conosciuta, eri diversa, ecco tutto. Non dico migliore, ma diversa. Ti ricordi?»
«Che cosa?»
«Quello che ti ho detto la prima mattina che abbiamo lavorato insieme».
«Mi hai detto che avevo uno smalto orrendo, o no, forse l’hai solo pensato» scherzai. «L’ho detto, non l’ho solo pensato, avevi uno smalto azzurrognolo da brivido su mani da brivido, sembravano le mani di un vaquero omosex o giù di lì. Ma cazzo, possibile che mi fai sempre perdere il filo?»
«Che filo?»
«Non era questo che intendevo, cristo santo. Non era lo smalto, sii seria. Intendevo le cose che ti ho detto».
«Cioè la storia della pettinatura, della faccia e compagnia bella?»
«Lasciamo perdere».
«Ehi Luna stavo scherzando. Mi ricordo quello che hai detto». Ed era vero: avevo davanti la scena di quella mattina e la sua faccia e le sue parole e tutto il resto. Mi aveva detto che le sembrava di conoscermi da sempre, anche se non c’eravamo mai viste prima, che le piaceva lavorare con me, era come sentirsi a casa. «Davvero. Sei stata di gran lunga una delle persone migliori ch’io abbia mai conosciuto. Un po’ rompicoglioni, ma amica. Poi non so» disse, guardandosi intorno, come se un gobbo potesse suggerirle il modo migliore di accennarmi il resto «è sparito tutto, e credo che la colpa sia anche sua». Forse aveva ragione lei. Guardavo fuori dalla finestra, la strada, e ripensavo a ogni cosa fatta fino a quel momento, alla ricerca di qualcosa che non sapevo d’aver perduto.
Del punto di frattura, ma non riuscivo a togliermi dalla testa quelle barriere frangiflutti che continuavano a spuntare sulla Riviera Romagnola, non so neanch’io il perché. La guardai: stava spazzolando il piatto con un pezzo di pane.
«Sì però»
«Cosa?»
«Niente» lasciai correre. Mi concentrai sul brodo.
Però anche tu sei cambiata. Ti sei indurita. Ti sei lasciata andare, convinta che ci fosse qualcosa di più profondo, al di là degli atti. Significati da stringere come i peluche, i pantaloni comodi di quei pigiami che usavi da bambina. E invece. Invece qualcosa ti si è rotto, abbastanza dentro da farti precipitare. Dove, non so.
«A che stai pensando?»
Mentii, «niente che abbia importanza». Mentire era la mia specialità.
«Non volevo ferirti» disse Luna, la mezza voce con cui di rado ritrattava «volevo solo dire che tutta questa storia non avrà mai fine se tu non prendi una decisione. Oppure sarai sempre il suo diversivo, non una scelta di vita». Chiamò il cameriere con un gesto distratto della mano.
«Lo so» dissi.
Seduti al tavolo di fianco, neanche a dirlo, una coppia di sessantenni intrecciava le mani sul tavolo, consultando il menù. La vita è sempre lì, a mostrarti perché è giusto che tu dica cinquanta Ave Maria sgranando un Rosario.
«Prendiamo il caffè» disse lei.
Prendemmo il caffè e Luna ordinò anche per me. Non lo bevevo più così, ma non dissi niente. Bevemmo, pagammo e uscimmo fuori, al sole. Mi venne in mente l’estate. La notte di San Lorenzo. Luna ed io spalmate sui prati di Mugnano, a raccontarci certe aspirazioni che avevamo, certi progetti, prima che arrivassero i nostri frangiflutti. Avevamo un sacco a pelo, il solito, verde militare. L’avevamo aperto e disteso sull’erba e lasciandoci cadere sopra, le braccia spalancate di due Cristi in croce. Il naso al cielo, un mucchio di stelle sopra di noi, l’odore della terra e dell’erba, grilli dappertutto.
«L’hai vista?» domandava Luna scattando in avanti, l’indice puntato al cielo.
«E quella? L’hai vista?» ed io facevo sì sì sì con la testa, anche se mi sfuggivano, anche se potevo soltanto percepire che era vero che ne era caduta un’altra. In quel silenzio, l’unico gioco era non sottrarci al cadere dei sogni che s’avverano.
Lasciare che si spegnessero anche tutte quelle cose brutte tristi e assassine che ci stavano guastando, invecchiando.
Bevemmo Heineken da sessantasei e ci raccontammo storie. Ridevamo sguaiate, tanto nessuno poteva sentirci, la strada alle nostre spalle era deserta.
Ogni tanto Luna si faceva seria, lo capivo senza il bisogno di guardarla, da come masticava le parole, le sussurrava, quasi, come se la sua lingua fosse un’onda e la sua voce, il suono della risacca.
«Adesso che siamo abbastanza lese dalla birra debbo dirti una cosa, cioè debbo esporti una teoria»
«Spara»
«Ecco: sono sicura che c’è un posto anche per noi, da qualche parte. Anche per due come noi, voglio dire. Una specie di lotto d’infinito che ci aspetta, lì pronto, dobbiamo solo stare sveglie, ecco tutto, e trovare la strada che porta al nostro».
La guardai con la coda dell’occhio: una sagoma scura di cui brillava solo la brace della Camel che stava fumando. Non era il caso di scherzare, aveva girato la testa dalla mia parte e mi fissava.
«É così importante quell’uomo per te?».
«No». Mentii.
Luna lanciò lontano la cicca della Camel: il suo lapillo brillante tracciò una traiettoria lunga e curva davanti a noi, poi scomparve. Ci addormentammo a poco a poco, o forse di colpo, per poi svegliarci quasi nello stesso momento, per il vento freddo che si era accanito sulla collina. L’umidità aveva scavato nicchie dappertutto. Ci alzammo senza dire una parola e raccattammo in fretta ogni cosa. Ce ne andammo.
Se quella notte avessi potuto prevedere il futuro, gliel’avrei detto di aspettare un po' prima di fare un figlio, che l’amore delude, l’amore tradisce e finisce, che c’è un muro fatto di problemi quotidiani, stress, soldi, troppo alto per una ragazza di poco più di vent’anni.
Luna non mi avrebbe ascoltato, e forse avrebbe fatto bene.
«A che pensi?» mi domandò poco prima di salire in macchina.
Mentii di nuovo «bollette e altra roba che devo pagare».
«Fa come faccio io» disse con amarezza, «stacca dei postdatati».
Viaggiammo in silenzio, fumando. Mi sentivo stanca, volevo dormire. Le chiesi se si sarebbero sposati, a un certo punto. Lei si accese una Light e rispose che non si amavano più. Abitavano insieme, certo. Condividevano spazi oltre che figli, ma lui l’aveva abbandonata da un pezzo.
«Anche tu mi hai lasciata sola» disse stando attenta alla strada.
Poi arrivammo. Sua madre ci venne incontro fino al cancello del piccolo giardino. Io rimasi fuori.
«Che fai, non entri?» mi chiese. Mi limitai a far di no con la testa e riaccesi il motore. Luna mi aveva seguito in tutte le manovre, ferma dietro le sbarre del cancello. Non avrei mai potuto rimediare. Certe cose si spezzano e non si aggiustano più.



12 commenti:

  1. Ciao Claudia, benvenuta tra noi.
    Un racconto il tuo che ho apprezzato subito per la buona tecnica dei dialoghi e per l’atmosfera intensa e suggestiva che sei riuscita a ricreare con perizia, intorno a una situazione e una trama sottile, fatta di sensazioni e pensieri, non facilissimo da portare avanti. Complimenti, a rileggerti su queste pagine e altrove.

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    1. grazie Franco!
      E grazie dell'aiuto, in tutti i sensi :)

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  2. Mi è piaciuto molto, soprattutto perchè l'autrice è riuscita a scontornare la vicenda senza raccontarla attraverso la più classica successione di eventi che prevedono un punto di partenza e un punto di arrivo. Il racconto riesce a liberarsi da certa narratività attraverso una serie di dialoghi particolarmente azzeccati e ad un punto di vista ad alzo zero. Mai come in questo caso la prima persona è la voce dell'io, che non implica necessariamente lo spunto autobiografico, ma costringe il lettore ad un'empatia forzata, perché quello che ci viene raccontato è talmente quotidiano, talmente usuale, da essere alla portata di chiunque. All'autrice il merito di esserci riuscita senza aver gigioneggiato – pro domo sua - con il trambusto di sentimenti raccontati, esibiti o sezionati.
    Molto molto brava.

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    1. :) tu sei troppo buono.
      Grazie 'mico.

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    1. sono contenta che ti sia piaciuto.

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  4. Racconto lungo, racconto corto.
    Romanzi, novelle, poesie...
    Le scuole di scrittura creativa abbondano.
    Quella biennale di Baricco a Torino ( Scuola Holden ) al modico prezzo di 8700 euro all'anno, però insegna a narrare ( dice Google ).
    Ma i licenziati delle molte scuole forse dovranno continuare ad avvalersi per lo più di editrici a pagamento o crearsi propri blog o peregrinare sui vari blog qualora intendano pubblicare e farsi conoscere.
    Ecco allora la nostra Autrice presentarci questa proposta in lettura.
    Come al solito cerco di fermare sulla carta sensazioni e ricordi personali suscitati dal pezzo.
    Avrei scritto < déjà vu >, perchè mi piace il francese: anche se qui la versione parrebbe pertinente al dialogo.
    Dalle mie parti le < cicche > accese non si lanciano nell'erba estiva per timore di incendi involontari.
    Le donne che fumano, quando poi le si bacia, puzzano come camalli: naturalmente la mia presa di coscienza è tipica degli ex fumatori...
    Infine il racconto mi ha rafforzato nella convinzione che sia molto meglio star lontano dalle amicizie.
    Infine la nota di apprezzamento.
    La narrazione è scorrevole, col flashback di rito che non disturba.
    Convincente il dialogo ( anche mentale ) per la leggerezza espressiva, come si conviene ad un contenuto volutamente epidermico e fluttuante.
    Cordial/mente, Siddharta.

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    1. sulla cicca hai assolutamente ragione, come sulle donne che fumano e il loro odore. A mia discolpa dirò, pur ammettendo di essere una discreta tabagista, che il lancio della cicca sull'erba estiva è sì causa d'incendi, ma non in quel contesto perchè in quelle zone l'umidità picchia come un fabbro, ad una certa ora della notte. E quindi l'erba è bagnata come se fosse appena uscita dalla doccia :) . Insomma, tabagista sì, incendiaria no. Sono stracontenta di quell' "epidermico e fluttuante". Quello volevo che fosse e che restituisse. Quindi grazie..

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  5. Il lotto di infinito, in quanto parte di un insieme infinito, è esso stesso infinito. A parte la deriva matematica, sul racconto, dopo quello che ha scritto il buon Uriah, resta poco da aggiungere (ci sarebbe il discorso sulla trama/successione di eventi, ma ci porterebbe lontano e forse necessita persino di un post).

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  6. Già, il lotto d'infinito. Uah ! Il post.
    E a proposito di amicizie. Su qualcuna sarei pronta a scommettere .
    Forse perchè sono un'inguaribile ottimista. O forse perchè a volte non coincidiamo con i nostri limiti.
    :)

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  7. Serenella Tozzi12 febbraio 2014 23:56

    Bé, alla prima lettura, ma era tardi e avevo sonno, ho capito che si trattava della fine di un'amicizia, evidenziata attraverso la descrizione di sensazioni avvertite in maniera appena percettibile. E questo l'ho subito trovato espresso in modo sottile ed efficace.
    Poi, riletto stamane, ne ho apprezzato la capacità di dialogo al alzo zero, come dice Uriah, e il contenuto epidermico e fluttuante, come dice Sid, però... mi ci sono un po' persa nel dialogo.
    Insomma, non ho trovato chiari i ruoli, ancorché interscambiabili, delle due protagoniste.
    E' comunque un buon lavoro, e certamente è un mio difetto mirare all'essenziale per una maggiore chiarezza espositiva.
    Ben trovata, quindi, anche da parte mia Claudia.

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  8. Intanto sono contenta che ti siano piaciute alcune cose. Quanto al mirare all'essenziale non trovo affatto che sia un difetto, anzi.
    Perciò se i dialoghi peccano in questo senso è per un difetto di scrittura. L'intenzione era di far emergere indirettamente anche altri aspetti, ma non sempre le intenzioni coincidono coi risultati. Nel mio caso poi non ne parliamo. Grazie ancora :)

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