venerdì 7 marzo 2014

Avanti e indrè - frame - narrativa

La mattina che incontrai e conobbi Margherita, ricordo che era quasi primavera e nella mia città, anche se può sembrare strano, splendeva il sole.
Non camminavo a piedi nudi per il parco, ma la mia testa ciondolava appiccicata al finestrino della filovia da almeno venti minuti e se tutto andava bene, me ne aspettavano altrettanti prima di arrivare alla mia fermata.
Tutti i giorni quel avanti e indrè costava due ore della mia giovane esistenza, ma le mie chiappe secche si erano rassegnate a quei sedili scomodi, lisi, puzzolenti, mentre i miei occhi sonnolenti e pigri vagavano tra la folla, posandosi su l’unica cosa che a quella età mi pareva degna di essere guardata.

Le donne, sì, guardavo instancabilmente solo quelle. Le passavo in rassegna tutte, giovani e meno belle.
La mia timidezza, tuttavia, mi costringeva a partire con una sbirciatina alle caviglie.
Dalle scarpe e dai polpacci già mi facevo un’idea di cosa avrei trovato arrampicandomi con lo sguardo lungo il corpo. Lo facevo lentamente, senza premura, per non rovinarmi la sorpresa, ma la mia è una città dove tutti si muovono in fretta, pertanto mi ero fatto una cultura sulle calzature dell’altro sesso, mentre la mia mente era piena di un numero infinito di gambe e di culi che vagabondavano senza il conforto di una testa.
Le sue scarpe di pelle bianca, un mocassino senza tacco e fibbia in ottone lucido, mi apparvero in tutto il loro candore all’uscita del tunnel della stazione centrale. Se ne stavano appaiate e immobili sotto un sedile laterale quasi di fronte al mio; il tempo di notare la calda nuance dei collant, quando un sobbalzo malandrino mi fece rimbalzare la testa sul collo e così mi ritrovai bruscamente con gli occhi stampati sulla sua frangetta.
Stavo guardando i suoi grandi occhi neri e questo avrebbe dovuto indicarmi subito che anche lei mi aveva notato, ma l’abitudine a passare inosservato mi diede il tempo di scrutarla per bene senza arrossire immediatamente.
Non l’avevo vista salire, mi era sfuggita, forse guardavo da tutt’altra parte e non capivo come avesse fatto a trovare subito un posto a sedere, con tutta quella gente che affollava la vettura.
A prima vista mi parve bellissima. Una di quelle ragazze che di solito non s’incontra su quella linea di periferici disperati, condannati a girare in senso orario e non, ma sempre ben lontano dal centro. A quei tempi ero convinto che queste donne fossero di un’altra razza, perché non assomigliavano alle mie cugine e a nessuna di quelle che frequentavo.
Loro non prendevano mezzi di linea, non camminavano sui marciapiedi, ma si materializzavano misteriosamente dietro le scrivanie di uffici lussuosi, dietro i banconi delle boutique, o le potevi vedere sculettare tra gli scaffali dei grandi magazzini del centro e solo a tarda ora.
No, lei non apparteneva a quella specie molto rara; guardandola meglio mi accorsi che era soltanto molto carina e soprattutto, non avrei potuto giurarlo, mi pareva che avesse sorriso proprio a me.
Non so come, il ricordo a questo punto si fa confuso, ma nel giro di un paio di fermate avevo trovato il coraggio di avvicinarmi a lei, e non chiedetemi nemmeno chi dei due disse ciao per primo.
Non saprei che rispondere, so soltanto che dopo le prime battute mi volevo talmente bene, ero così felice, che decisi lì per lì, a gambe larghe e su due piedi traballanti, che quella mattina l’avrei seguita anche per tutta la città e non l’avrei lasciata se non dietro giuramento solenne che ci saremmo rivisti ancora.
 
Scendemmo insieme a una fermata molto affollata. La gente si mescolava a fatica con quelli che tentavano invece di risalire, allora le afferrai la mano per non perderla, e ancora non mi ero accorto di nulla, ma dopo pochi passi, quando la gente sulla pensilina cominciò a diradarsi mi fu chiaro che Margherita camminava in modo strano.
Anche la mia mano nella sua saliva e scendeva in modo inconsueto e con la coda dell’occhio, per non essere indiscreto, notai che la sua spalla ad ogni passo si avvicinava sino a sfiorarmi e subito dopo si allontanava dalla mia in maniera inequivocabile.
Margherita zoppicava. Lei mi parlava, era allegra, dolce e gentile come prima, ma io non la sentivo più, avevo il cuore in gola, le orecchie mi ronzavano ed era come se qualcuno mi ripetesse in continuazione, è zoppa, è zoppa, è zoppa…
Anche il tempo cominciò a scorrere in modo diverso e solo quando la vidi scomparire all’interno di un portone, capii che non l’avrei più rivista.

Di lei ricordo il suo nome; era carina, dolce e gentile e quando ci ripenso, ancora oggi mi pare di sentire la stessa voce di un tempo che mi sussurra all’orecchio: cretino, cretino, cretino…

17 commenti:

  1. Se l’ultimo racconto postato sul blog ha avuto il merito di alzare il livello culturale del blog, questo lo riporterà ad una altitudine di sicurezza. Lo si capisce anche dal titolo che non è roba per menti sopraffine, inoltre a me le altezze danno le vertigini. Mi piace volare basso.
    Anche questo racconto non è nuovo, pertanto chi lo avesse già letto si faccia un ripassino veloce oppure passi ad altro, non mi offendo. Il fatto è che ultimamente non mi resta più tanto tempo per cazzeggiare sui racconti e quindi non sarà l’ultima volta che vi dovrete sorbire il vecchiume. Grazie :-)

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  2. A me è piaciuto, anche se ciò comporta ammettere che non posseggo una mente sopraffina.
    Alla mia età, comunque, sarebbe assurdo interrogarsi se son capace di migliorarmi e volare alto: il resto del sentiero è ormai già tracciato :-))

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    1. Meno male che c'è ancora gente in giro che si accontenta di poco. Grazie Salvo :-)))

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  3. Serenella Tozzi7 marzo 2014 17:08

    Lo trovo anch'io un bel racconto. Nella sua semplicità ci mostra appieno il complesso mondo mentale dei giovani (di un tempo? anche attuali? non so); la paura del non conforme alle abitudini, dell'inusitato.
    Trovo che hai saputo tracciare un mondo con poche battute, e lo hai fatto con compiutezza.
    Lo ricordavo perfettamente questo racconto, a riprova che mi era rimasto impresso (di solito dimentico quasi subito).

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    1. Sì, Serenella, le pippe mentali, era proprio questo l'argomento del raccontino. Il tema però mi sembra ancora attuale, e coinvolge indifferentemente giovani e anziani.
      Ciaooo

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  4. Una novelletta contenuta, senza grossi voli pindarici, da consumarsi alla veloce.
    Nel cui tema mi ci ritrovo anche se con varianti di esiti, ovviamente.
    Il filobus costringe a tête-à-tête involontari, specie se affollato.
    Il peggior incontro-scontro l'ho avuto con un tizio che quietamente s'era messo a palpeggiarmi il culo.
    Ero in piedi, ed il braccio attaccato alla maniglia improvvisamente scattò a mezzo giro colpendo col gomito in piena faccia l'incauto, che se la diede a gambe.
    Le gambe, delle donne dico.
    La solita calamita che ci ha attirato per tutta la vita.
    Ognuno ha in testa un suo tipo di ideale per calcolarne il grado di attrazione erotica.
    Grosso modo per me secondo l'appeal descritto dall'io narrante.
    Comunque, a voler vedere, penso che la zoppìa lamentata sia alquanto ininfluente una volta sotto le lenzuola...
    Erotica/mente, Siddharta.

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    1. Lo dicevo all'amico Pietro che la storia, come sempre mi capita nei racconti, è completamente inventata, diversamente la Margherita in questione non si sarebbe salvata. A quei tempi la fame era tanta e la leggera zoppia non avrebbe costituito un problema. Sono d'accordo con te, un difetto trascurabile.
      Grazie.

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  5. Molto amaro. Ci parti che ho amato in particolare, come questa: Dalle scarpe e dai polpacci già mi facevo un’idea di cosa avrei trovato arrampicandomi con lo sguardo lungo il corpo. Lo facevo lentamente, senza premura, per non rovinarmi la sorpresa, ma la mia è una città dove tutti si muovono in fretta, pertanto mi ero fatto una cultura sulle calzature dell’altro sesso, mentre la mia mente era piena di un numero infinito di gambe e di culi che vagabondavano senza il conforto di una testa.
    E l'apparizione delle calzature, all'uscita dal tunnel.
    Questo pezzo è potente, e realizza il climax visivo ed emotivo, coinvolgendo il lettore.

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    1. Caspita, che lusso di commento. Questo me lo incarto e lo metto da parte per i momenti no.
      Ciaoooo

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  6. Pietro Zurlo7 marzo 2014 19:34

    Ammetto francamente che non mi sono cimentato mai nella narrativa, avendo scelto non so perché la poesia spicciola. Ma questo racconto, mi ha appassionato e mentre lo leggevo mi venivano nella mente tanti fatterelli accadutemi nella vita che varrebbe la pena far conoscere. Ma per farlo, avrei bisogno di non essere disturbato e rivangare il passato e nel contempo scrivere, scrivere, scrivere.

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    1. Caro Pietro, sono sicuro che non avresti nessuna difficoltà a scrivere racconti di questo genere, attingendo a fatti di vita vissuta. Io però faccio molto uso della fantasia e la ragazza del racconto non è mai esistita, diciamo che non ho mai avuto il piacere. Io, infatti, non avrei avuto problemi con una ragazza carina anche se claudicante, ma mi ci tenevo a dare del cretino a coloro invece che questo problema se lo pongono davvero.

      Grazie e a presto
      Franco

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    2. Pietro Zurlo7 marzo 2014 22:59

      Beh...se parliamo di fantasia, ne ho da vendere. Infatti molte mie liriche sono di fantasia, però basate su fatti accaduti o che possono accadere, sta al lettore immedesimarsi. Domani, nell'occasione della festa della donna per esempio ho scritto che non c'è nulla da festeggiare, poiché si ricorda un fatto di morte, pertanto, i morti vengono onorati listati a lutto. Non so se questa è un'idea o una fantasia e se altri l'hanno detto prima di me.

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    3. E' già stato detto, ma si dice anche dell'altro.
      La discussione sulle origini della Giornata inter.le della Donna è ancora aperta. Sulla sua opportunità, sono le donne stesse a nutrire seri dubbi, ma lasciamo pure che chi voglia festeggiare lo possa fare in santa pace. Ci sono mali peggiori.

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  7. Già quel nome, Margherita... poi già prima della metà ricordavo l'epilogo - segno che aveva lasciato il segno a suo tempo. Epilogo che, tra l'altro, si consuma, a mio avviso giustamente, in modo rapido, brusco come del resto accade in occasione di tutte le decisioni irrazionali, di pancia, di cui a volte - e questo è un caso - ci si pente.
    Epilogo esemplificativo dell'esito di tante scelte nelle quali si trascura la voce del cuore per ascoltare invece quella stonata, storta, proveniente da una cultura di condizionamento.
    Di questo racconto ben scritto forse, e dico forse, cambierei solo il titolo con qualcosa di più morbido e doloroso insieme.

    Franco "Pale"

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    1. Ti accontento subito. Avanti e indrè era il suo secondo titolo e per me fa lo stesso :-), Anche così non è morbido e doloroso ma soltanto più discreto, però di meglio non mi viene in mente nulla.
      Ciaooo

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    2. Franco, mica dovevi "accontentarmi", io ti ho solo detto un'impressione. Il racconto resta in ogni caso significativo. Però a questo punto che mi hai "provocato" (eh eh eh) ti dico la mia proposta, anche un po' ironica:
      "Diversamente labili" (io ho una poesia nongranché che si chiama così)


      Franco "Pale"

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  8. bello sì. per quanto meschino è un momento potente l'attimo in cui ciascuno di noi scopre, per un secondo soltanto, la miserabilia di alcune sfaccettature della propria essenza. un doloroso pungolo della coscienza a cui è impossibile sfuggire. e non è semplice coglierne l'attimo in ottocento parole. ciao sciur padrun.

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