lunedì 31 marzo 2014

EFFETTI COLLATERALI - di Claudia - narrativa


Ci hanno beccati, quella notte.
Il mare potevi sentirlo dietro i finestrini della due cavalli lanciata sui tornanti della panoramica. Bastava appoggiare la testa al finestrino per sentire quelle vibrazioni: le ruote mangiavano la terra, sbriciolando tufo e arenaria come un riff di fender. Nella furia che strappava la montagna a morsi ti veniva di guardare giù: a ogni curva la due cavalli sembrava pronta a tuffarsi a volo d’angelo.


Pioveva, pure. Gocce regolari come un giro di basso cadevano trasversali sul finestrino, dritte dentro la mia testa appoggiata al vetro. Plic. Plic plic plic plic plic plic.
Io pensavo al giro di Nevermind, alla casa di Cobain sul Lago Washington, alla camicia a scacchi di Unplugged in N.Y.
Pensavo parole come materia grigia, fucile a pompa comprato da Dylan Carlson. Cose come la sicura inserita, la porta chiusa dall’esterno.
Voleremo di sotto. Giacomo guida e dice «porca puttana» e mentre lo dice la due cavalli va su due ruote, e poi atterra pesante su se stessa.
Gira.
Giacomo controsterza, la mia testa sbatte, Luca urla, Linda piange, dice Gesù.
Poi niente. Riapro gli occhi. Mi sembra di aver dormito un secondo e Linda è svenuta sui manici dei badili. Anche Luca è svenuto.
Giacomo invece é sempre lì, le braccia strette al volante e la testa diritta come se fissasse un punto preciso.
«Per un pelo. Per un pelo e facevamo un tuffo di cinquecento metri, e tanti saluti».
Ride e prende una Marlboro dal cruscotto. Fa brillare l’accendino: inspira, espira.
Il mare urla e lui dice «che c’é, te la sei fatta sotto? Anch’io s’è per questo, ma non mi sembra un buon motivo per svenire. Adesso scendi e controlla che là dietro sia tutto in ordine».
Io non mi sento più la saliva. Mi immagino di avere uno di quegli aspiratori che usano i dentisti piazzato in un angolo della bocca. É l’adrenalina, basta che respiri. Cerco nelle tasche il tabacco, le cartine, l’accendino.
«Betty non hai sentito quello che ho detto? Scendi da questa cazzo di macchina e va a vedere».
«Non me la sento».
Basta che Giacomo si volti a guardarmi.                                                                       
Sono fuori. La testa mi fa male e non mi sembra la mia, ma quella di un altro. Il mondo, stronzo, urla. Le ruote anteriori della due cavalli sono a un passo dallo strapiombo. La porta di Cobain era chiusa dall’esterno. Il fucile aveva la sicura. Quella dose di eroina avrebbe ammazzato un cavallo.
Mi volto verso l’abitacolo: Linda e Giacomo sono rinvenuti e mi stanno guardando come pesci dentro un acquario. Le colline sono nere. Il bagagliaio mi sembra molto distante, Come ha fatto Kurt a spararsi?
Non penso che sia stato possibile, non con un’overdose in corso. La striscia di mezzeria, un bianco sporco che separa due parti di niente e poi scompare. Giacomo socchiude la portiera quel tanto che basta «muoviti o ti butto di sotto».
Sono davanti al bagagliaio e ho l’impressione di averci messo una vita. È chiuso. A pensarci mi viene la nausea, ma devo controllare se è tutto a posto, o quello mi ammazza davvero.
La ragazzina è sempre lì, solo spostata di poco. Saranno state le derapate, o il testa-coda. Da dietro la curva compare una Marea, ci vede all’ultimo, sterza, frena. Giacomo salta fuori, mi dà una spinta che quasi cado, richiude il bagagliaio.
La Marea adesso è proprio ferma. Dall’abitacolo emerge uno sui sessanta, gli occhiali tondi che subito si riempiono di gocce di pioggia.
«Tutto a posto ragazzi?»
«Certo, si é solo sentita poco bene. Soffre il mal d’auto, poverina, troppe curve».
«Conviene andare a passo di lumaca, o si vola di sotto» indica lo strapiombo. Poi saluta, si infila di nuovo in macchina.
Giacomo ha gli stessi capelli cenere un po’ sfilacciati, la stessa aria triste e una camicia a scacchi, ma non sa suonare la chitarra.
«Betty»
«Betty non é il mio nome, miseria».
Lui ride, mi scosta i capelli bagnati dalla faccia, la delicatezza degli ipocriti.
«Lo so tesoro, ma che diavolo, é il tuo soprannome». La pioggia prende a cadere lenta e il temporale è agli sgoccioli. Ripartiamo, salendo per altri cinquanta o sessanta metri. Imbocchiamo la sterrata e i ricordi cadono a terra come pesi. Giacomo parcheggia, estrae le cesoie dalla cassetta degli attrezzi e punta dritto al guard-rail.
A quest’altezza la strada fa una gobba. Dalla punta si allunga un indice di terra brulla e perpendicolare al mare, che corre parallelo alle altre dita, di varia lunghezza, come una mano monca.
In equilibrio su questo calanco, un vecchio casolare abbandonato aveva presenziato le nostre prove di coraggio: chi resiste una notte dentro alla casa da solo entra in compagnia, chi non resiste è un nerd. Adesso è recintato. Il Comune ha piazzato un cartello che avvisa del pericolo di crollo. Giacomo comincia a tagliare la rete. Linda mi si avvicina, la pioggia le ha fatto colare fossi di rimmel fin sotto le guance.
«Io non ce la faccio».
La guardo e non dico niente.
Linda mi afferra il braccio, cambia tono di voce e ci si aggrappa.                             
«Ci dev’essere un’altra soluzione. Possiamo parlarne con qualcuno...»
So dove vuole andare a parare. Le cose continuano a cadermi intorno.
«Si é trattato di un incidente».
Sta perdendo il controllo. Giacomo si volta, allora parlo.
«Eravamo tutti d’accordo no? Luca, Giacomo, tu ed io. Ne abbiamo già discusso. Non c’é un altro modo».
Lei si gira verso Luca, e Luca è lì, di fianco a Giacomo, che si accanisce sulla rete zuppo di pioggia. Alla fine Linda abbassa la testa.
Si china e afferra anche lei un badile. «Finiamola» dice.
Fino all’ultimo abbiamo nutrito l'intima convinzione che le cose non stessero così, che quello fosse solo un trip, che tutto sarebbe tornato al suo posto.
Si chiama de realizzazione. É il cervello. É il modo che il cervello ha per salvarsi il culo.
A volte il tempo si spezza e la logica annichilisce. Concetti come oggi, presente e futuro hanno la consistenza di quei rotoloni Regina, la goffaggine patinata dello stupido labrador.
La vita che si mette a girare in loop e ripete sempre i quattro accordi. Trasportavamo un cadavere e io coltivavo contro ogni logica febbrili premonizioni da lotteria di Capodanno, tipo vederla saltar fuori dal sacco. Invece a seppellirla ci abbiamo messo almeno un paio d’ore.
A volte mi sembra che le cose non vadano poi male e credo di aver voltato pagina. Ma poi vedo sempre quella porta chiusa dall’esterno. Rivedo la camicia a scacchi. Rivedo il fucile e la sicura.
                    


16 commenti:

  1. Un racconto che immagino a tavole colorate solo perché non posso fare a meno di pensare a Frigidaire, all'aquilino Zanardi e ad altri personaggi di quella caratura lì. Ho apprezzato l'utilizzo dell'iconografia di Cobain che apre e chiude il racconto - trovo sia un ottimo spunto per aiutarci ad inquadrare i personaggi - e anche il fatto che il racconto ometta un'informazione fondamentale, il perché ci sia una ragazza nel bagagliaio.
    Ti menerei per l'impaginazione che ogni tanto è ad minchiam e per i caporali che caporali non sono, giusto per ricordarti che sono fissato. E poi conservo un piccolo dubbio sul passaggio all'indicativo presente dopo i primi due paragrafi scritti con l'indicativo imperfetto. Ma sempre brava, Genna.

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    1. Di quali problemi d'impaginazione stai parlando? Inoltre i sottufficiali mi sembrano in divisa d'ordinanza. Anche tu effetti collaterali :-)))
      Diglielo anche tu Claudia, che sta tutto a posto, questo ha le traveggole...ah...ah..ah

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    2. se se... facile così... chi sei, Mr. White, il ripulitore del Le Iene? ;)
      conosco i suoi file digitati con la tastiera ammmerrricana, dei gineprai che levati... se se, altrochè. cià.

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    3. uah uah uah
      come mi diverto. Vero è. trovato il buon samaritano ho, ma è più mister Wolf che non mister White. Anche se, purtroppo per lui, non credo che arrivi sgommando su un'Acura NSX. Però dice la stessa frase a cavallo d'una Atala porpora : « Sono il signor Frame. Risolvo problemi. »
      Poi anche lui riparte impennando :)

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    4. sul fatto di menare: prova a prendermi :)
      anzi, ti regalo il mio pc.
      Sul fatto dei tempi verbali comprendo appieno i tuoi dubbi. Ci ho pensato, ti ho dato ragione (nel senso che canonicamente hai ragione) e poi ho fatto la mia scelta. Questo per dire che ci ho ragionato su parecchio, non credere. Se non passa un giorno passerà. Sempre che la morte non mi colga impreparata prima e ancora incapace ed inetta nella formattazione und similia.

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  2. Ciao Claudia, questo si che è un raccono dinamico. questo ti prende e ti porta via rapido, M'è piaciuto molto. E si, anch'io credo che potrebbe andar benissimo per disegnarci dei fumetti, ... sai no, quelli con quelle inquadrature sempre un poco storte, come enfatizzando ancora di più la velocità della due cavalli e tutto ciò che vi ruota attorno. Brava, bel racconto.

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    1. Grazie.
      Forse a qualcuno che di fumetti ne mastica piacerà. E' quello che mi auguro, in verità.. Sarà perchè sono una fumettara convinta. Anzi, un ultrà :)

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  3. Un fucile ha usato Cobain, un fucile c'entra in qualche modo col cadavere. "Si è trattato di un incidente". L'ambiente, il contesto, le modalità, i moventi sono ulteriormente definiti, da questa analogia. I dialoghi esprimono, senza spiegarli, i rapporti tra i personaggi. Anche i rapporti che saranno, o che potrebbero essere, da ora in poi. A mio parere un racconto su quel che succede quando certo maledettismo estetizzante diventa reale: si copre che non è come si pensava.

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  4. adde: e un incidente poteva occorrere anche ai guidatori Perchè ci saranno i comportamenti a rischio, ma già la vita, di suo, è un rischio.
    Per stemperare, una gag "Guidare a fari spenti nella notte / per vedere quant'è difficile morire... io ci ho provato. Non è tanto difficile".

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  5. Voleva essere uno scorcio alla rovescio di alcuni classici gialli e noir. Preciso, uno scorcio. Dall'altra parte del muro, come idea.
    E sì, la componente imprevedibile. Da quella io proprio non posso prescindere.

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  6. Serenella Tozzi1 aprile 2014 17:05

    Come trovarsi immischiati per caso in un delitto.
    Intrigante e ben descritta l'atmosfera.

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  7. grazie serenella

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  8. uno degli effetti collaterali di questo racconto è che si imprime nella carne, in profondità. Ottimo

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  9. Ma quanto sei brava tu?
    Cribbio!
    Ciao
    Anais

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    1. Grazieeee!! Sei meglio di un'iniezione di autostima!

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