mercoledì 19 marzo 2014

I SIGNORI IN GIALLO (1°) Introduzione - il Post it di Rubrus

Qualche tempo fa mi è capitato di spendere quattro chiacchiere sulla narrativa fantastica.
Non sono un tecnico del settore, tutt’al più un consumatore di letteratura (sottolineo il termine letteratura ed il termine consumo perchè secondo me, checché se ne dica, non sono antinomici) e il termine “saggio”, per questa mia conversazione, è eccessivo… però mi sembra il meno inadatto.


Narrativa gialla e/o nera.

Già, perché piace? – o, più modestamente, perché piace a me?
Non dico nulla di nuovo se cito Eco (e chissà quanti altri) che rifletteva come la narrativa gialla risponda alla stessa domanda della filosofia: di chi è la colpa?
Tutti i gialli – anche quelli odierni, spesso anche i romanzi neri – ripetono sempre lo stesso schema: delitto / male – indagine / lotta – soluzione / risposta.
A pensarci bene è molto rassicurante. Nella realtà il male non ha una risposta, nei romanzi sì, e tutto ciò è molto confortante.
Vale per la narrativa gialla la stessa considerazione che facevo in relazione alla narrativa dell’orrore (e forse a tutta la narrativa): raccontare è un esorcismo (e si tratta ovviamente di un’attività pericolosa).
Non solo. Mentre nella realtà quotidiana il problema del male e/o della morte è difficilmente maneggevole (tant’è che il più delle volte neppure tentiamo di dare una risposta), nella narrativa gialla il quesito è molto più circoscritto, diretto, evidente e gestibile.
Perché si muore? Perché qualcuno ti ammazza. È giusto questo? No. C’è una punizione per il responsabile? Sì.

Nella narrativa gialla, come nella vita reale, la mortalità definisce la moralità, ma, a differenza di quanto accade nella realtà, la definizione è comprensibile ed ha un senso.
È divertente allora – beh, no, almeno io mi sono divertito, ecco – ad investigare sugli investigatori ed a vedere come essi affrontano e, di solito, risolvono il problema. Se volete, ad investigare come la narrativa gialla dia un senso alla morte e, dunque, alla vita – detto così sembra sproporzionato, vero?
Beh, esaminiamo le schede di alcuni di questi signori, sperando che non se la prendano troppo per essere loro, stavolta, oggetto d’indagine.

Sarà ovviamente una chiacchierata a volo d’uccello, parziale ed incompleta oltre che politicamente scorretta.

13 commenti:

  1. Interessante disamina. La narrativa gialla / horror come mezzo per esorcizzare. Un piacere inconscio e attraente. Io personalmente non amo moltissimo il genere, che significa secondo te? Eppure il binomio bene / male è una costante dei miei interrogativi filosofici..vabbè ma io sono strana, lascia stare...:-) Comunque il tuo obiettivo mi incuriosisce e ti seguirò, ciao
    Sara

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    1. Oddio... secondo me, le preferenze letterarie, come strumento per conoscere le persone (una sorta di "libromanzia") sarebbe molto efficace. Da qui a lanciarsi in analisi, ce ne corre, però. Io non mi lancerò.
      Detto questo, spero che le puntate saranno interessanti. Dato il circoscritto scopo di questo mio, tuttavia, avverto fin d'ora che saranno più degli "spot", degli spunti, dei suggerimenti, delle considerazioni e saranno estramamente personali e - considerata la vastità del tema - parziali in quanto mi limiterò solo ad alcuni detective - quelli che considero i capiscuola di un certo modo di porsi rispetto al tema (usiamo una parolona? gnoseologico può andare?) che intendo affrontare.

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  2. L'argomento come ben puoi immaginare interessa molto al sottoscritto. Il noir, il thriller è il mio genere preferito. Non tutti i commissari e i detectives incontrati in tante letture mi sono simpatici, ma alcuni mi sono entrati sottopelle: Marlowe, Maigret, Lamberti e Bordelli sono i miei preferiti. Pertanto resto in trepida attesa del resto.:-))

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    1. Come dicevo sopra, Dato il circoscritto scopo di questo mio, tuttavia, avverto fin d'ora che saranno più degli "spot", degli spunti, dei suggerimenti, delle considerazioni e saranno estramamente personali e - considerata la vastità del tema - parziali in quanto mi limiterò solo ad alcuni detective - quelli che considero i capiscuola di un certo modo di porsi rispetto al tema (usiamo una parolona? gnoseologico può andare?) che intendo affrontare. Tutti quelli che vorranno estendere l'analisi, qualora interessi, saranno i benvenuti.

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  3. Come già detto altrove, gli eticicognitivi affacciatisi di recente sostengono che il delitto è frutto di alterazioni in genere momentanee e su provocazione dell'area frontale del cervello.
    A cui s'aggiungono fattori ambientali condizionanti.
    Quindi nessuna responsabilità personale e sanzione statuale.
    Se la questione dovesse prender piede, addio gialli-noir, ecc.
    Colpevol/mente, Siddharta.

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    1. Potrebbe essere anche se penso che ultimamente si insista troppo su questi aspetti, come una volta si insisteva sulla responsabilità sociale nella gen esi del reato. Quello che non mi convince è la attenuazione del lato consapevole e volontario delle azioni e, dall'altro, il ritenere, alla Lombroso, il delitto come una malattia. Delitti premeditzti, studisti come quelli dei colletti bianchi non sono compstibili, secondo me, con questa visone un poco troppo riduttiva.

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    2. Caro Rubrus, anch'o ero convinto in forza degli studi dedicati in gioventù che il carcere dovesse tendere all'emenda ed alla rieducazione del reo.
      Poi i casi personali della vita mi hanno fatto scoprire la mia indole irascibile, tanto da farmi perdere la testa più di una volta in maniera incontrollata.
      DNA, mancanza di educazione, violenza ambientale, follia cerebrale, chissà.
      Fatto sta che le novelle teorie mi intrigano e per certi versi mi spiegherebbero le atrocità di certi sanguinari ( Hitler, Stalin, Pol Pot, ecc, ).
      Per non parlare di pacifici cittadini che la contingenza della guerra ha trasformato e trasforma in crudeli assassini.
      E allora addio il tanto sbandierato libero arbitrio...
      Sid

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    3. mmm... direi che dobbiamo distinguere i piani.
      Mentre per esempio per i "femminicidi" (bruttissima e fuorviante parola, tant'è che il legislatore l'ha adottata subito) si può concepire una alterazione patologica temporanea del cervello, mi sembra difficile credere che chi ordisce una "frode a carosello" o commette un reato ambientale seppellendo rifiuti sia un povero pazzo da curare con l'elettroshock od altra terapia.
      Sono fatti posti in essere con premeditazione, organizzazione, continuità ecc.
      Ovvio che l'origine di tali azioni sta nel cervello. Tutte le nostre azioni nascono lì, dal sistema limbico o dai lobi prefrontali o da altra parte.
      Il fatto è che, a mio parere:
      1) non dobbiamo confondere lucidità mentale con sanità mentale. Se io sono convinto che il mio vicino con la cataratta mi voglia uccidere, entro nottetempo nella sua stanza, lo ammazzo, lo squarto e nascondo i pezzi sotto l'impiantito (sto raccontando il "cuore rivelatore" di Poe), sono lucido. Pazzo, ma lucido.
      2) detto questo, il "non sanno quello che fanno" oppure "la colpa è della società" oppure "la colpa è di una tara ereditaria" oppure "la colpa è dei geni" hanno in comune di sollevarci dal senso di colpa e quindi ci sembrano sempre molto attraenti. Deresponsabilizzano, questo è il trucco e il bello.
      Ti racconto un esperimento.
      Hanno messo due neonati davanti a tre pupazzi. Il pupazzo A aveva un giocattolo. Il pupazzo B e il pupazzo C, no. A un certo punto il pupazzo B rubava al pupazzo A il giocattolo. Successivamente il pupazzo C riprendeva il giocattolo e lo rendeva ad A.
      Si prendevano poi i pupazzi e li si mettevano davanti ai bambini e li si invitava ad abbracciare un pupazzo. I bambini abbracciavano C e qualche volta A, mai B.
      Si trattava di bambini troppo piccoli per avere un senso morale già inculcato dai genitori o dall'ambiente, quindi si può fondatamente affermare che si potrebbe dire che esiste una "legge morale" (o "diritto naturale" se si vuole usare una terminologia arcaica) innata.
      Se così è, ne consegue che possediamo una rudimentale conoscenza innata del bene e del male (puoi giustificarlo o col mito biblico, per esempio, o con la teoria del gene egoista).
      Se possediamo questa conoscenza, la applichiamo.
      Se la applichiamo, scegliamo (il pupazzo buono).
      Se scegliamo, siamo responsabili.
      Crescendo, diventiamo bravissimi ad accampare scuse, a dare la colpa a questo o a quello (ripeto: adesso la va per la maggiore la genetica, una volta la psicologia, una volta la responsabilità sociale nella genesi del reato), ma solo perchè, sotto sotto, conserviamo quella consapevolezza.
      Dire "Hitler era matto" (sottinteso "io no") ci impedisce di non vederlo come umano e quindi di non sentircelo vicino.
      Poi ovvio che a volte, in ciascuno di noi, prevale a volte la ragione, a volte l'istinto, a volte scegliamo in base al nostro tornaconto o interesse personale calpestando agli altri, a volte no. Questo però, con buona pace dei "lombrosini" (non oso chiamarli "lombrosiani") non annulla affatto la scelta e quindi il libero arbitrio.

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    4. Ciumbia!
      Ma che per caso lei fa l'avvocato di mestiere? Ah... volevo ben dire :-)))
      Complimentoni, interessante davvero.

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    5. ]Tutto bene, tutto bello.
      Ma io intendevo più che altro riferirmi ad esperienze personali, il che ovviamente non autorizza a conclusioni valide d'ordine generale.
      So solo che una volta c'è mancato un pelino a che scaraventassi dalla finestra del mio ufficio un'impiegata schierata politicamente che m'aveva rotto proprio i cosiddetti in malo modo.
      Perchè non l'ho fatto?
      Un mistero, certo non d'ordine morale, di convenienza, di pena retributiva, ecc.
      L'ambiente secondo me gioca molto. Quante volte, non potendomene andare ad libitum, ho lottato anche con la mia adorata Santippe, non sempre riuscendo a controllarmi.
      Ormai è accertato che l'ira e l'aggressività non sono patrimonio esclusivo dell'uomo: il petulante istintivo logorio ancorchè verbale da parte della donna è peggiore della forza fisica materialmente espressa.
      Et de hoc satis.
      Sid

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    6. mah.. ti dirò.. sono d'accordo anche io che l'ambiente influisca molto, ma, considerato che il punto di partenza era l'aspetto etico - cognitivo in rapporto alla responsabilità individuale e stando a questo punto di partenza, osserverei che le tue esperienze personali (comunissime... chi non ne ha avute di simili?) dimostrano l'esistenza di una scelta consapevole e volontaria e quindi una responsabilità: non hai dato retta ai tuoi impulsi e sia l'impiegata sia la cara Santippe sono tuttora vive e vegete.
      Mare magnum, questo, bello da solcare, ma che effettivamente è molto vasto e magari potrebbe essere oggetto di adeguato e separato dibattito.

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  4. Io da ragazzino mi sono sciroppato volentieri la serie di Padre Brown, ma non sono sicurissimo che appartengano al genere. O forse sì.
    E mi è piaciuto tanto Chandler.
    Poirot invece mi è sempre stato sulla punta.

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  5. Di padre Brown dico due cosette più avanti. Per quel che può valere condivido pure i tuoi gusti e scriverò due righe anche sulla Christie e sulla hard boiled school. Solo accenni. Poi se i lettori somo interessati se ne parlerà, approfondendo la questione, nei commenti.

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