sabato 22 marzo 2014

Racconto a puntate - Supplemento Salotto di marzo 2014


Clof, clop, cloffete, cloppete
da
Il tempo invecchia in fretta
di
Antonio Tabucchi


(versione completa)




Il dolore che lo svegliò correva lungo la gamba sinistra, dall’inguine al ginocchio, ma la provenienza era altrove, ormai lo sapeva fin troppo bene. Col pollice cominciò a premere dal coccige in su, quando arrivò alla terza e la quarta vertebra sentì una specie di corrente elettrica che gli percorreva il corpo, come se in quel punto ci fosse un centro radio che lanciasse le sue onde dappertutto, dal collo fino alle dita dei piedi, Provò a girarsi nel letto. Al primo tentativo il dolore lo paralizzò. Restò sul fianco, anzi, neppure sul fianco, a mezzo fianco, che non è una posizione precisa, è un tentativo di posizione, un passaggio. Restò sospeso nel movimento, se così si può dire, come certi quadri dei barocchi italiani dove la santa o il santo, graziosamente tarantolati dal digiuno o dal Cristo, sono rimasti in una sospensione che il pittore ha candito per sempre con la sua pennellata, perché i pittori matti, che poi sono quelli geniali, sono straordinari a cogliere il movimento non finito del personaggio che raffigurano, di solito matto pure lui, e il miracolo pittorico si compie in una forma di bizzarra levitazione che pare prescindere dalla forza di gravità.
Provò a muovere le dita dei piedi. Con un po’ di dolore si muovevano, compreso l’alluce, quello più a rischio. Restò così, senza il coraggio di spostarsi di un millimetro, guardandosi le dita dei piedi, e pensò a quel ragazzo praghese che un giorno si era svegliato fuori contesto, nel senso che invece di stare sul dorso stava sul guscio, e guardando il soffitto della sua cameretta, che lui chissà perché immaginava cilestrina, muoveva vanamente le zampine pelose chiedendosi che fare. Il pensiero lo irritò, non tanto per il paragone quanto per l’appartenenza al genere: letteratura, ancora letteratura.
Tentò una fenomenologia sperimentale della situazione. Si fece coraggio e mosse il fianco di un centimetro. Il dolore partì dalla quarta vertebra preciso come il dardo e si diresse prima verso la cervice – potè quasi sentirne il sibilo – poi da lì fece il percorso inverso, arrivò all’inguine e si diffuse a tutta la gamba. Come parlare con il proprio corpo era un libro che aveva letto con scettiscismo ma con una certa curiosità, non lo poteva negare, divulgativo e probabilmente poco attendibile in termine scientifici, però perché non si può parlare con il proprio corpo?, c’è gente che parla con i muri.
Da giovane aveva letto un romanzo di uno scrittore allora molto letto, poi ingiustamente trascurato, un bel tipo, che in certe cose andava al sodo e che in quel libro parlava con il proprio corpo, anzi con un punto ben preciso del corpo, che chiamava il suo “lui” e ne nasceva un dialogo tutt’altro che banale. Qui però non era il caso, perché il suo lui non c’entrava e così si limitò a dire, oh gamba! La mosse e lei rispose con un dolore lancinante. Il dialogo era impossibile. La distese con tutta cautela e il dolore si concentrò sulla colonna. Colonna infame. Si irritò di nuovo. Pensò che se chiamava il dottore, con il quale aveva ormai troppa confidenza, gli avrebbe detto che era malato di letteratura, osservazione già fatta in passato.
Gli pareva di sentirlo: caro mio, il problema sta soprattutto nel fatto tu assumi posizioni sbagliate, anzi che hai assunto posizioni sbagliate per tutta la vita, per scrivere, perché il problema è che purtroppo tu scrivi, senza offesa, invece di fare una vita più consona all’igiene e al benessere, cioè andare in piscina o correre in pantaloncini come fanno certi uomini della età, stai tutto piegato a scrivere i tuoi libri giornate intere, e oltre che piegato in avanti, come ti ho visto, stai anche tutto storto che sembri un brigidino venuto male, la tua colonna vertebrale sembra il mare quando c’è libeccio, è tutta storta, ormai a ricompattarla non fai più in tempo, potresti cercare di tormentarla meno, le radiografie che ti ho portato non le sai leggere, mi pare, domani per farti capire una volta per tutte ti porto la colonna vertebrale di plastica dove studiavo all’università, che è snodabile, e te la modello sulla tua, così una buona volta vedi come l’hai ridotta.


Le abbiamo messo l’ossigeno perché la respirazione è difficile, disse il medico, ma le condizioni sono stazionarie, stia tranquillo. Che voleva dire: stia tranquillo per stanotte, la passa. Entrò in punta di piedi. La camera era in penombra. La paziente del letto accanto dormiva. Era una signora bionda grassottella che il giorno prima aveva passato il pomeriggio al cellulare, stesa in vestaglia sul suo letto in attesa dell’intervento che dovevano farle quanto prima, diceva. E aggiungeva: non so perché mi sono ricoverata proprio oggi che con i giorni di Pasqua il ristorante che ci abbiamo a Portovenere è pieno e strapieno, sa, caro lei (lo chiamava così, caro lei), il nostro è uno dei pochissimi ristoranti della Liguria che compaiono sulla guida Michelin, e pensi un po’ mi sono venuta a fare questo interventino proprio in questi giorni, quando la clientela fa la fila, si può essere più idioti, per quattro calcoli alla cistifellea, Armando, Armando (nel frattempo Armando, che doveva essere il marito, aveva chiamato al cellulare), per favore non far apparecchiare i tavoli alla Leopoldina, fa del suo meglio ma si confonde sempre con i bicchieri, quello del vino lo mette al posto sbagliato, ho passato l’inverno a spiegarglielo ma non le entra in testa, è una ragazza di paese, ciao Armando, mi raccomando. E liquidato l’Armando con una rima aveva continuato: capirà, caro lei. Clienti esigenti, sono quasi tutti di Milano, o comunque lombardi e come lei mi insegna è la Lombardia che tira la carretta del nostro paese, sono ricchi perché lavorano, e si capisce che siano esigenti, e se un milanese ti dice pago e pretendo non è che puoi obiettare, perché se uno paga pretende, caro lei, è logico. E poi si era messa a descrivergli dettagliatamente la specialità della casa, le tagliatelle all’astice, ma per fortuna era rimasta a metà perché L’Armando l’aveva chiamata.
*
Si guardò bene dal passarle accanto, fece il giro del letto e si sedette dall’altra parte, al capezzale dell’altro lettino. La zia non dormiva, sembrava sempre che dormisse ma appena sentiva un fruscio apriva gli occhi. Quando vide che era arrivato si tolse il cannello dell’ossigeno. Ci teneva a farsi vedere come se il suo corpo non fosse devastato dalla malattia, anche da quella posizione supina riuscì a squadrarlo da capo a piedi, notò subito il bastone, forse gli lesse la sofferenza sul viso, anche se con i calmanti ormai i dolori erano passati. Cosa ti è successo?, chiese ieri stavi bene. È da stamani, disse lui, non saprei ho parlato col medico, pare che la mia colonna vertebrale abbia avuto un altro crac come a maggio dell’anno scorso, ci vorrebbe una nuova radiografia, la farò quando posso, Lei gli fece un cenno co dito, un segno di ammonimento: in Italia i crac danno buoni risultati solo se sono finanziari, sussurrò, oggi la signora del letto accanto ha passato il pomeriggio a guardare la televisione, dice che è un suo diritto perché è stanza pagante, le hanno dato l’auricolare per non disturbarmi, a un certo punto hanno intervistato quel bellimbusto della Telecom che ha fatto un buco di non so quanti milioni, con quel crac si è messo a posto. Purtroppo il mio è solo vertebrale, replicò lui. La conversazione si svolgeva da bocca a orecchio, tante volte la ristoratrice non si svegliasse e si mettesse a raccontare la seconda parte della ricetta delle tagliatelle all’astice.
 Non venire più, disse lei, giornate e nottate seduto su questa seggiola ti rovinano, con la colonna vertebrale che ti ritrovi, stattene a casa per qualche giorno. Ma cosa dici?, disse lui, me ne sto a casa a pancia all’aria come vorrebbe il dottore mentre tu stai in questo letto, a casa mi deprimo, almeno chiacchieriamo. Non dire sciocchezze, disse lei, quali chiacchiere, in una giornata dirò tre parole, il respiro non regge. E sorrise. Era strano il sorriso sul suo volto; nella maschera della sofferenza disegnata dalla malattia il sorriso restituiva quella donna bellissima dagli zigomi prominenti e gli occhi enormi che il male aveva sepolto in un gonfiore diffuso, come se riaffiorasse caparbiamente la ragazza che da bambino gli aveva fatto da madre quando la sua non poteva fargli da madre. E gli ritornò un’immagine che la memoria aveva cancellato, una scena precisa, la stessa espressione che la zia aveva ora sul volto, e la sua voce che diceva alla sorella: non ti devi preoccupare, vai in ospedale tranquilla, del bambino me ne occuperò io come fosse mio, senza pensare a nient’altro. E di seguito arrivò l’immagine di Enzo, affiorando da un’eternità di tempo arrivò Enzo, il giudizioso studente di giurisprudenza, Enzo, così per bene e così educato, che dopo la laurea sarebbe entrato come praticante nello studio del nonno perché avrebbe sposato la zia, e aveva tanta buona volontà. Enzo, dicevano tutti, e sempre affiorando dal pozzo dei ricordi vide Enzo che agitava le braccia e urlava, lui così perbene e così educato, urlava alla zia che era pazza: ma sei pazza, sto facendo l’esame di stato e tu parti con il bambino in montagna per tre mesi, e quando ci sposiamo, noi!
E rivide il se stesso di allora, un bimbetto magrolino, gli occhiali già da miope, non capiva, e poi perché quel dolore costante al ginocchio, non voleva andare sulle Dolomiti, erano lontane, e poi in montagna non c’era il suo amico Franco per giocare a banditi, la zia si girò di scatto, la sua voce era gelida e bassa, non l’aveva mai sentita con quel tono, Enzo, tu non capisci niente, sei un poveraccio, e sei un po’ fascista, ho sentito che con i tuoi amici criticavi mio padre per le sue idee, questo bambino ha la tubercolosi a un ginocchio, gli ci vuole la montagna, e in montagna ce lo porto io con i miei soldi, non con i tuoi, che non ce li hai, se non fossero quelli che per carità ti passa mio padre ogni mese, e se ti vuoi decidere ad andartene a fare una bella curva è proprio venuto il momento.
Andare a fare una curva: possibile che la zia avesse usato questa espressione? Eppure le parole gli risuonarono negli orecchi: andare a fare una curva.
Per il resto del pomeriggio ha parlato dei suoi calcoli alla cistifellea, gli sussurrò all’orecchio, figurati se l’hanno ricoverata in un reparto come questo per i calcoli alla cistifellea, altro che calcoli, poverina, e poi ha guardato il Grande Fratello, è la sua trasmissione preferita, io facevo finta di dormire, così si è tolta l’auricolare e ha messo l’audio a basso volume ma potevo seguire anch’io, non ho voluto chiamare le infermiere, cosa vuoi, educare il popolo è tempo perso, del resto questo popolo ora ha fatto i soldi e lo ha educato il Grande Fratello, per questo votano, è un circolo vizioso, votano chi li ha educati, ti sei perso la fine delle tagliatelle all’astice ma io mi sono voluta togliere una soddisfazione, sai quanto gliela fa pagare una tagliatella ai suoi clienti che pretendono?, cinquanta euro, ed è astice surgelato, l’ho fatta confessare. Pareva che non avesse più voglia di parlare, aveva girato la testa sul cuscino. Ma mormorò ancora: Ferruccio, ho voglia di dire delle parole che in vita mia non ho mai detto, o ne ho detto troppo poche, quando non mi sentiva nessuno, ma ora avrei proprio voglia di dirle ad alta voce, e se quella si sveglia pazienza. Lui fece cenno di sì con la testa e le strizzò un occhio. Che cretina, poveraccia, disse. E poi aggiunse: sono tutti una banda di stronzi: Chiuse gli occhi. Forse si era addormentata davvero.



Ferruccio. Gli venne in mente il nome di Ferruccio. Qualche rara volta lo aveva chiamato Ferruccio, ma quando era bambino, poi basta. Suo zio si chiamava Ferruccio, ma non lo chiamavano Ferruccio, era un nome da anagrafe, di quelli che si mettono e non si usano, dalle loro parti succedeva, al neonato davano il nome di qualche progenitore, per omaggio alla sua memoria, e poi lo chiamavano con un altro nome.
Il fratello della zia l’aveva sempre sentito chiamare Cesare, e a volte Cesarino, forse era il secondo nome, Ferruccio Cesare, chissà, ma sulla lapide tombale Cesare non c’era, c’era solo Ferruccio. L’unica persona che suo fratello Cesare lo avesse sempre chiamato Ferruccio era la zia, era morto nella guerra di Mussolini, nelle fotografie inviate da quell’isola greca dove si era rifiutato di arrendersi ai tedeschi era un ufficialino magro con un volto onesto e i capelli ricci, studiava ingegneria, quando nel Trentanove era arrivata la cartolina precetto la zia ebbe con lui una lite furibonda, una volta glielo aveva raccontato, non voleva che partisse, ma dove vuoi che vada, obiettava lui, sei matta?, sui monti qui dietro, diceva lei, dove ci sono le grotte, non andare in guerra per questi scarafaggi. Ma nel Trentanove sui monti non c’era ancora nessuno, c’erano solo i conigli selvatici e qualche volpe, la zia era sempre avanti sui tempi, e così Ferruccio era partito per il duce e per il re.
Si avvicinò fino a sfiorarle il viso. Non dormiva: aprì gli occhi di colpo e gli mise un dito sulle labbra. La voce della zia era un sussurro così flebile che pareva il fruscio del vento. Metti qui la seggiola e avvicinami l’orecchio alla bocca, disse, ma non pensare che stia spirando, parlo così altrimenti la ristoratrice si sveglia, se le interrompiamo il sogno si inquieta, sogna l’astice. Lui rise piano piano. Non ridere, disse lei, avrei voglia di parlare, ti vorrei parlare, poi non so se ci sarà un’altra occasione. Lui fece un cenno con la testa e le chiese all’orecchio: di cosa mi vuoi Parlare? Della tua infanzia, disse lei, di quando eri bambino, così piccolo che tu non te ne puoi ricordare. Era l’argomento che meno si aspettava. Lei lo intuì, alla zia non sfuggiva niente. Non ti stupire, disse, non è mica così strano, ti sembra di essere tanto intelligente e magari non ci hai mai pensato, i ricordi di quando si è bambini li hanno quelli che allora erano già adulti, non ci si può ricordare di ricordi così lontani, ci vogliono le persone che a quel tempo erano grandi, se non te lo dico io ti resterà forse qualcosa ma in un nebbione confuso, come quando hai sognato ma non ti ricordi bene cosa e così non ti sforzi neppure di ricordare perché non ha senso cercare di ricordare un sogno che non si ricorda, il passato è fatto in questo modo, soprattutto se è trapassato, di quando io e tuo zio Ferruccio eravamo bambini non mi ricorderei più niente e invece me ne ricordo come fosse ieri e sono passati più di ottanta anni, perché alla nonna negli ultimi giorni della sua vita le venne in mente di raccontarmi com’ero quando non sapevo ancora chi ero, quando non avevo ancora coscienza di me, non ci avevi mai pensato?
Lui fece cenno di no, che non ci aveva mai pensato, e disse: per esempio di quando mi vuoi parlare?
Di quando avevi cinque anni e in casa si erano rassegnati a credere che eri un po’ritardato, come aveva detto la maestra all’asilo, ma a me la cosa non quadrava, come potevi essere ritardato se sapevi già scrivere il tuo nome, ti avevo insegnato l’alfabeto e lo avevi imparato in un batter d’occhio, disegno le lettere sulla lavagna, diceva la maestra, gliele faccio ripetere, le ripetono tutti e lui sta zitto, i casi sono due, o è un bambino difficile e si rifiuta, o non capisce proprio. Intuii il problema lì per lì, era di luglio, eravamo al Forte, sulla spiaggia passava una donna col grembiule bianco e una cesta al braccio che gridava bomboloni!, eravamo sotto l’ombrellone, tu volevi un bombolone e tuo padre stava per chiamarla ma io ti dissi: Ferruccio, vai a prendertelo da solo, poi ti do i soldi, ricordi? Lui non disse niente, vagò nella memoria. Fai uno sforzo, disse lei, vedi se acchiappi il ricordo, eri seduto su una ciambella di caucciù bianca e nera che ti aveva costruito tuo padre con la camera d’aria di un motorino alla quale aveva attaccato un collo di papera di cartapesta impermeabile che aveva trovato nei magazzini dove costruivano i carri di carnevale, doveva essere uno dei primi carnevali di Viareggio, dopo il disastro, tu ci stavi abbracciato tutta la mattina ma non avevi il coraggio di portarla in acqua, ora ti vedi? Lui si vide. Anzi, gli sembrò di vedersi, vide un bimbetto striminzito che abbraccia uno pneumatico al quale avevano attaccato un collo di papera e il bimbetto diceva al babbo: voglio un bombolone. Lo vedo, zia, confermò, credo di esserci. E allora io ti dissi di andartelo a prendere, sussurrò lei, tu abbandonasti la papera e corresti incontro a quel grembiule bianco sulla spiaggia, svelto svelto, per paura che passasse, un signore imponente che se ne stava sul bagnasciuga a far vedere come era elegante col suo bell’accappatoio bianco ti prese per mano senza capire e ci chiamò con sussiego, e io dissi a tuo padre: il bambino da lontano non ci vede, ha scambiato quel signore per la donna dei bomboloni, è miopissimo, altro che ritardato, portatelo dall’oculista.
Gli venne in mente il lessico della zia. Lei non diceva mai che un gioco era bello, un gioco era bellissimo, e non aveva comprato un libro colorato, ma coloratissimo, e bisognava andare a fare una passeggiata perché quel giorno il cielo era azzurrissimo. Ma intanto lei era passata a un altro ricordo, sussurrando nel silenzio di quella camera piena di aggeggi sopra il letto: le bombole, i cannelli di plastica e gli aghi che le entravano nelle braccia, poi tacque e d’improvviso il silenzio si fece grave, i rumori della città arrivavano come da un altro pianeta nel grande parco che isolava l’ospedale da tutto. E in quel silenzio lui ascoltava la voce che gli sussurrava all’orecchio, curvo in avanti, curiosamente il dolore alla schiena era cessato e dietro quella voce così flebile stava navigando in un se stesso che aveva perduto, avanti e indietro come un aquilone che gira tenuto da un filo, e dall’alto, da quell’aquilone su cui stava seduto, cominciò ad avvistare: un triciclo, la voce di una trasmissione alla radio, una madonna che tutti dicevano che piangeva, una bambina di una famiglia di “sfollati”, con i fiocchi nelle treccine, che saltellando su un disegno di gesso tracciato per terra esclamava: casella uno pane e salame!, e altre cose così, la zia ormai parlava nel buio perché anche la luce bassa dal soffitto era stata spenta, restava solo quella azzurrina sopra il letto e la lama di un neon livido che filtrava dalla fessura della porta. Lei chiuse gli occhi e tacque, pareva esausta. Lui si raddrizzò sulla sedia e sentì un dolore acuto fra le vertebre, come una spilla. Si è addormentata, pensò, ora si addormenta davvero. Invece lei gli sfiorò la mano e gli fece cenno di avvicinarsi di nuovo. Ferruccio, sentì che diceva il soffio, ti ricordi com’era bella l’Italia?




Come può essere presente la notte. Fatta solo di se stessa, è assoluta, ogni spazio è suo, si impone di sola presenza, della stessa presenza del fantasma che sai che è lì di fronte a te ma è dappertutto, anche alle tue spalle, e se ti rifugi in un piccolo luogo di luce di esso sei prigioniero perché intorno, come un mare che circonda il tuo piccolo faro, c’è l’invalicabile presenza della notte.
Istintivamente infilò la mano in tasca e prese le chiavi della macchina. Erano attaccate a un piccolo aggeggio nero grande quanto una scatola di cerini con due pulsanti: uno azionava un puntino di luce rossa che apriva e chiudeva la macchina, dall’altro, un minuscolo occhio con una lente convessa, usciva un potente filo di luce fluorescente. Puntò la luce bianca sul pavimento. Attraversa il buoi come un laser. Tracciando scarabocchi di luce arrivò alle proprie scarpe, che strano, non si era mai accorto che erano ancora quelle scarpe. Italian shoes?, aveva chiesto la donna dal tavolino accanto, guardandole con interesse. Era cominciata così, dalle scarpe. Come no, italian schoes, Madame, borbottò tra sé e sé, fatte a mano, pelle di prima qualità, e guardi la tomaia, Madame, senta qua, ci infili un dito, non abbia paura, non che non mi fa il solletico, do you like? Ma perché uno deve tenersi un paio di scarpe per vent’anni, siano pure italian shoes, diventano un rottame, le scarpe vecchie vanno buttate via. Il fatto è che ci sto bene, Madame, continuò a borbottare, le porto perché ci sto bene, non si illuda che queste ciocie scalcagnate rappresentino la madeleine delle sue belle ciglia, è che ultimamente i piedi mi si gonfiano un po’, soprattutto la sera, è la circolazione, questa discopatia del cavolo mi ha provocato una stenosi all’arteria di una gamba, i capillari ne risentono e mi gonfiano i piedi, Madame.
Con cautela alzò il sottile raggio di luce verso la parete, come un detective che indaghi per cercare delle tracce nel nulla, evitò lo spazio della malata, soprattutto il suo corpo, facendo scorrere piano il punto luminoso sopra il letto, partendo dall’alto.
Catalogava, Uno: la sacca piena di quella roba lattiginosa, con un tubicino che scendeva verso lo stomaco: il cibo. Due: accanto una specie di flebo che terminava sotto le lenzuola. Tre: l’ossigeno che senza rumore ribolliva nell’acqua e che ora usciva dal respiratore che lei si era tolto. Quattro: una bottiglietta bianca ingabbiata all’ingiù, con un cannellino sottile e una piegatura a gomito dove le gocce si stampavano una dopo l’altra prima di scendere verso il braccio con un ritmo immutabile: la morfina. A quel ritmo, senza variazioni per tutto il giorno e la notte, i medici amministravano una pace artificiale a un corpo che altrimenti il dolore avrebbe squassato come una tempesta. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma non ne fu capace, come se il ritmo monotono delle gocce gli provocasse uno stato di fascinazione, di ipnotismo. Premette il piccolo pulsante e spense la luce. E allora le sentì, le gocce. Cominciarono con un rumore sordo e sotterraneo, come se venissero dal pavimento o dalla parete: clof, clop, cloffete, cloppete, clof, clop, cloffete, cloppete. Gli raggiunsero l’interno del cranio ma senza risuonare, urtavano contro il cervello ma non avevano eco, ognuna era precisa come uno schiocco che colpisce e scompare per dare subito spazio allo schiocco precedente, ma in realtà con un timbro diverso, come quando comincia a piovere sulla riva di un lago e se ci presti orecchio ti accorgi che c’è una variazione di suono da goccia a goccia, perché la nuvola non fa le gocce tutte eguali, alcune sono più grosse e altre sono più piccole, è questione di prestarci orecchio: clof, clop, cloffete, cloppete, anch’esse secondo una loro scala musicale, suonavano così, e dopo essere arrivate in sordina all’interno del suo cranio cominciarono a crescere d’intensità a tal punto che la sentì scoppiare dentro la testa come se la scatola cranica non potesse più contenerle, e poi evadere attraverso le orecchie per deflagrare nello spazio circostante, come campane impazzite le cui onde sonore crescevano sino allo spasimo. E allora, per sortilegio, quasi che il suo corpo fosse una calamita capace di attirare le onde sonore, sentì che a sciame si dirigevano verso di lui, ma non più nel cervello, nelle vertebre, in un punto preciso, come se le sue vertebre fossero il pozzo d’acqua dove il cavo del parafulmine scarica la saetta. E sentì anche che proprio in quel punto, spengendosi, esse squarciavano la cappa che la notte imponeva sul mondo, laceravano la sua presenza. Le fessure delle persiane cominciarono a impallidire. Era l’alba.

5

E se giocassimo al gioco del se? Il ricordo arrivò con una voce dal tavolino accanto al suo, come se lo zio fosse nascosto lì, dietro la siepe che delimitava la terrazza del caffè. Stavolta era la voce dello zio, e del resto quel gioco lo aveva inventato lui. Perché? Perché il gioco del se fa bene all’immaginazione; soprattutto in certi giorni di pioggia. Per esempio siamo al mare, o in montagna, fa lo stesso, dato che il bambino è malato e gli fa bene il mare o la montagna, dipende, altrimenti un tarlo cattivo gli rosica il ginocchio, e per esempio è settembre, e a settembre a volte piove, pazienza, a casa sua, se piove, un bambino ha tante cose da fare, ma in questa villeggiatura forzata, soprattutto in una casetta in affitto arredata alla buona, o peggio ancora in una pensione, se piove arriva la noia, e con lei la malinconia. Ma per fortuna c’è il gioco del se, così l’immaginazione lavora, e il più bravo è chi propone cose da matti, matti da legare, mamma mia che risate, sentite questa: e se il Papa atterrasse a Pisa?

Chiese un espresso doppio in tazza grande, il parco dell’ospedale si stava animando: due giovani dottori in camice bianco che parlottavano, un camioncino dove c’era scritto forniture ospedaliere si mise in moto, sul vialetto laterale arrivò un uomo con una tuta azzurra munito di uno scopino e di un sacco di plastica, ogni tanto si fermava e raccoglieva qualche foglia, qualche cicca. Distese sul tavolino il tovagliolo di carta piegato accanto alla tazza e lo lisciò accuratamente per poterci scrivere. Su un angolo del tovagliolo una marca: Caffè Honduras. La cerchiò con la stilografica. La carta, porosa, assorbiva un po’ l’inchiostro ma reggeva: si poteva tentare. La prima frase veniva d’obbligo: e se andassi in Honduras? Continuò numerando le frasi. Due: e se ballassi il valzer viennese? Tre: e se andassi sulla luna a mangiare le frittelle di Caino? Quattro: e se Caino non avesse fatto le frittelle? Cinque: e se partissi col bastimento? Sei: e se il bastimento fosse già partito? Sette: e se a un fischio tornasse indietro? Otto: e se la Betta si maritasse? Nove: e se il gatto maltese suonasse il piano e cantasse in francese?
Letta come poesia aveva una sua personalità, forse sarebbe piaciuta a quella signora che gli aveva chiesto un testo per un’antologia di poesie per bambini, ma non sarebbe stato onesto, non era per bambini, era un poéme zutique. Però le poesie zutiques piacciono ai bambini, l’importante è dire scempiaggini, se poi uno lo fa per malinconia i bambini non se ne accorgono. Gli telefono, si disse. Non c’era bisogno del cellulare, che del resto non aveva mai avuto: a due passi, accanto al caffè, c’era un cabina telefonica, e sul tavolo, invitanti, le monete del resto. Certo non sarebbe stato facile spiegarsi, bisognava impostare bene il discorso, come voleva per il tema della classe la professoressa, perché se uno imposta bene il discorso è salvo, anche se si esprime male. Magari prima di entrare in argomento ci voleva un codice, qualcosa che indicasse la complicità di un tempo, tipo parola d’ordine, come quando le sentinelle si danno il cambio in trincea. Pensò: mano mano piazza di qui passò una lepre pazza. Sicuro che avrebbe capito. E poi avrebbe detto: lo so bene che non si può svegliare uno a quest’ora dopo che non lo si chiama da tre anni, ma il fatto è che mi ero dato un po’ alla macchia. Mano mano piazza di qui passò una lepre pazza. Riprese: mi ero messo in testa di scrivere un grosso romanzo, diciamo così, quel grosso romanzo che tutti si aspettano, prima o poi, l’editore, i critici, perché certo, dicono, i racconti sono splendidi, e anche quei due libri di divagazioni, e persino il finto diario è un testo di prim’ordine, non c’è dubbio, ma il romanzo, quando ce lo scrive il romanzo?, sono tutti fissati col romanzo, e così mi ci sono fissato anch’io, e per scrivere il romanzo che tutti vogliono da te, che sarà il tuo capolavoro, capisci che ci vuole l’atmosfera giusta, e il posto giusto, e il posto giusto bisogna andarlo a cercare chissà dove, perché dove ci si trova non è mai il posto giusto, e così mi ero dato alla macchia a cercare il posto giusto per scrivere il capolavoro, mi spiego?. Mano mano piazza di qui passò una lepre pazza. Ingrid è a Goteborg, è andata a trovare nostra figlia, non so se sai che si è sposata a Goteborg, è tornata alle radici materne, del resto sta meglio là che qui intorno a una moribonda, ma questo te lo spiego dopo, anzi, te lo spiego subito, sono nei miei posti, all’ospedale della mia città, no no, io sto benissimo, certo che vorrei vederti, vengo al sodo perché la mia telefonata non è altro che l’esseoesse di un marconista che aveva spento la radio, ma non è che ci fosse tempesta intorno a me, semmai c’era una bonaccia incredibile, senza neppure linee d’ombra da varcare, sono già varcate da un pezzo, piuttosto, c’era un banco di sabbia in cui lo scafo si era incagliato. Mano mano piazza di qui passò una lepre pazza. Sta morendo mia zia, detto en passant. La mia, non la tua, noi abbiamo una madre ciascuno, e nostro padre non aveva sorelle, sicché la zia è mia, ma non è tanto per questo che ti telefono, è che in realtà volevo leggerti almeno un brano del romanzo che ho scritto in questi tre anni di silenzio affinché tu abbia un’idea dell’impegno che ci ho messo, sono certo che capirai perché non mi sono più fatto vivo, sei pronto? Dice così: e se andassi in Honduras? E se ballassi il valzer viennese? E se andassi sulla luna a mangiare le frittelle di Caino? E se Caino non avesse fatto le frittelle? E se partissi col bastimento? E se il bastimento fosse già partito? E se a un fischio tornasse indietro? E se la Betta si maritasse? E se il gatto maltese suonasse il piano e cantasse in francese? Mi è costato più del Serchio ai lucchesi, ti piace?

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Se ne stava lì, con la moneta in mano, guardando la cabina telefonica, fra il dire e il fare, che c’è di mezzo il mare, e il fare era dire: senti, sono tornato, sono qui all’ospedale, no, io sto benissimo, o meglio, benissimo non sto, è che questi tre anni si sono rincalcati uno sull’altro come se fossero un giorno solo, anzi, una notte sola, lo so che non mi spiego, cerco di spiegarmi meglio, pensa alle bottiglie di plastica, quelle dell’acqua minerale, la bottiglia ha un senso finché è piena d’acqua, ma quando l’hai bevuta la puoi accartocciare su se stessa e poi la butti via, mi è successo così, mi si è accartocciato il tempo, e anche un po’ le vertebre, se così posso dire, lo so che salto di palo in frasca ma non so esprimermi meglio, abbi pazienza. E mentre pensava a quella che a lui sembrava una spiegazione notò che poco lontano dal caffè c’era un padiglione basso dalla cui porta a vetri, che si era aperta come azionata dall’interno, usciva un’infermiera vestita di bianco che spingeva una carrozzella. E sulla porta che si richiude alle loro spalle c’era un cartello giallo con tre palette come un ventilatore. L’infermiera avanza piano perché dal padiglione del caffè il sentiero del giardino era leggermente in salita, e sulla carrozzella c’era un bambino, o perlomeno da lontano gli sembrò un bambino perché non aveva i capelli, però man mano che si avvicinavano capì che era una bambina. I tratti del volto, anche se il volto di un fanciullo, non erano maschili, perché la differenza si nota già bene sui dieci o dodici anni che così ad occhio era l’età di quel bambino, cioè di quella bambina, e anche la voce era già femminile, perché a quell’età le corde vocali sono ben differenziate, e parlava con l’anziana infermiera che guidava la carrozzella, però da lì non riusciva a distinguere cosa si dicevano, coglieva solo il suono delle voci. Si era alzato con la moneta in mano diretto al telefono, anzi si era quasi alzato, perché era rimasto a mezz’aria come gli era capitato il giorno prima scendendo dal letto, la solita lama di rasoio gli era penetrata di nuovo nella schiena penetrandolo fino al basso ventre. Restò così, come quella figura del Pontorno che gli piaceva tanto che ha sul volto la meraviglia del dolore che quasi sia lui a portar la croce e non l’addetto a tanto compito. Le voci delle due erano ancora troppo flebili per essere decifrate, però erano allegre. Questo lo capì dal tono, sembravano un cinguettio, come dei passerotti che si dicano qualcosa, lui chiuse gli occhi e il cinguettio diventò uno squittire perché pensò piuttosto a dei topolini che si parlavano nella gabbia, quei topolini bianchi sui quali gli scienziati fanno gli esperimenti, erano due cavie per la scienza più tormentosa di tutte, una la stava subendo precocemente, l’altra, l’anziana, aveva resistito agli esperimenti, e seguitava. Tacquero, forse perché quella che spingeva la carrozzella stava faticando e la bambina non voleva stancarla, ma appena superata la gobba del vialetto la bambina riprese a parlare, e certo rispondeva a qualcosa che le aveva detto l’infermiera, dal tono della voce si capiva che la sua era un’affermazione, una solenne affermazione che nessuno poteva smentire. Aveva una voce gioiosa, piena di vita, come quando la vita, attraverso la voce, afferma se stessa caparbia. La bambina ripeté la frase proprio mentre gli passavano accanto, e nel parlare fece un largo sorriso: ma questa è la cosa più bella del mondo! Ma questa è la cosa più bella del mondo!
Il vialetto continuava in discesa fino a una clinica che si trovava in mezzo al parco. Avevano smesso di parlare ma sentiva il rumore delle ruote della carrozzella sul ghiaino. Avrebbe voluto voltarsi ma non gli riuscì. La cosa più bella del mondo. Lo aveva detto una bambina calva trascinata in carrozzella da un’infermiera. Lei lo sapeva quale era la cosa più bella del mondo. Lui invece non lo sapeva. Possibile che alla sua età, con tutto quello che aveva visto e conosciuto, non sapesse ancora quale era la cosa più bella del mondo?


FINE



I°    PARTE in pdf    (leggi qui)
II°   PARTE in pdf    (leggi qui)
III° PARTE in pdf     (leggi qui)
IV° PARTE in pdf     (leggi qui)
V°  PARTE in pdf     (leggi qui)
VI° PARTE in pdf    (leggi qui)


16 commenti:

  1. E’ solo un esperimento, e la scelta del racconto è abbastanza casuale. La qualità dello scrittore non si discute, ma non è detto che sia un capolavoro, anzi, secondo me offre degli spunti a sufficienza per fare delle considerazioni interessanti. Fate conto che sia di Pinco Pallino e proviamo a leggerlo e a commentarlo senza prevenzioni di sorta. Usando il solito metro di giudizio che applichiamo tra di noi. Pertanto non sentitevi in obbligo di fare una recensione. Basta un commento in scioltezza e senza impegno. Insomma vediamo un po’ che succede. Il racconto è stato suddiviso arbitrariamente dal sottoscritto in 4/5 parti, (ancora non ho deciso) e sarà postato a giorni alterni.
    Buona lettura

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  2. Vi prego di sottolineare gli eventuali errori di battitura, grazie.

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  3. Serenella Tozzi13 marzo 2014 00:51

    Mi piace, mi ci individuo con tutti quei doloretti.

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    1. Questo è ancora niente... più avanti avrai di che consolarti in abbondanza :-)

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  4. Ma non so, commentare questi autori già così sullodati da tutti.
    Ci devo pensare.
    Il mio tempo preferirei impiegarlo per chi scrive sul blog.
    Siddharta

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    1. Caro Sid, se una cosa esclude l'altra, allora sono d'accordo con te, non lo guardare nemmeno questo post. Continua a commentare chi scrive per il blog che mi sembra più costruttivo, questo è soltanto uno sfizio.

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  5. Bello! Interessante inizio teso alla caratterizzazione psicologica del protagonista partendo dalla corporeità...mi piace, aspetto il seguito.
    Sara

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  6. Serenella Tozzi15 marzo 2014 07:18

    Acc. con i doloretti mi ci individuavo, ma qui si va sul pesante. Si sta facendo seria la cosa.

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  7. Lo conosco questo racconto. Il tema principale è la sofferenza, ma è trattato con una leggerezza infinita e si può leggere senza angoscia. Vale la pena se si ama il genere, altrimenti c'è sempre Dilan Dog e Fabio Volo, anche il solito Camilleri che ha fatto l'acido.
    EtaBeta

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  8. Eh sì, la storia si fa seria, eppure come dice EtaBeta il tutto è permeato di una leggerezza che ne smorza l'amaro. Bello 'andare a fare una curva'..domani provo a usarlo con chi so io :-)

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  9. Serenella Tozzi16 marzo 2014 23:38

    Tenera e vera la questione dei ricordi da bambini. Bisognerebbe farne tesoro.
    Un racconto che sembra far parte della nostra vita per come si snoda con naturalezza.

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  10. Ho dei ricordi, più che altro flash molto nitidi, di quando avevo tre anni, però temo si tratti di immagini che ho elaborato più tardi con l'aiuto di fotografie e ricordi orali dei genitori.
    Dai quattro ai sei anni ricordo un sacco di cose, compresa la sberla sonora di una suora all'asilo, per aver tirato la treccetta a una certa Elena. ;-)

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    1. Serenella Tozzi17 marzo 2014 19:16

      Chissà se anche Elena se lo ricorda :-)

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  11. Come Franco credo che i primissimi ricordi non siano del tutto autentici ma frutto dell'aiuto di fotografie e racconti vari sulla nostra infanzia. Il mio primissimo ricordo risale alla neve, a una Roma inondata e bianca, alle corse di noi bambini, ai giochi freddi e divertentissimi per il quartiere. Poi tanti schizzi, e man mano sempre più pennellate nette. Bello questo racconto, intimo e delicato

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  12. Sì lo so, vi sarete annoiati... sono io che ho dei gusti strani. Infatti mi piacciono i film di Ghezzi che vanno in onda a notte fonda (scusate la rima) Quelli giapponesi con in sottotitoli, o quelli tedeschi di Fassbinder che sono anche peggio in fatto di lentezza.In qualche punto è certamente dispersivo, come lo sono del resto i pensieri che arrivano nella testa alla rinfusa. Insomma a me è piaciuto, ma non è per questo che ho voluto postarlo. la ragione principale è che di questo genere nel web non se ne leggono tanti. E volevo vedere l'effetto. Risultato? Esperimento da ripetersi con qualcosa di più leggero. Che ne so, magari con racconto erotico.;-)) Potrei copiare alcune pagine di 50 Sfumature di Grigio?
    Come dite?
    Ah... l'avete già letto!
    Eh... lo supponevo anzi, ne ero certo. ;-)

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  13. Serenella Tozzi22 marzo 2014 21:38

    "...erano due cavie per la scienza più tormentosa di tutte, una la stava subendo precocemente, l’altra, l’anziana, aveva resistito agli esperimenti, e seguitava".
    In questa semplice frase è racchiuso tutto un mondo filosofico.
    Quanto si riesce a trasmettere con poco!
    E' un racconto di sofferenza, di disagio e di sofferenza, ma la parte finale è davvero commovente e capace di dare speranza.
    Hai fatto bene ad inserirlo nel blog, io l'ho trovato molto bello.

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