venerdì 28 marzo 2014

TRE DONNE - Riccardo Vandoni - narrativa


Tre donne

Quando arriverò lassù ho una domanda urgente da fare al Signore.
“Ah, sì? E quale?”
Gli chiederò: “Mi sai dire, in tutta sincerità...ma a cosa pensano le donne?”
Lui, sono sicuro, mi guarderà con una faccia lievemente accusatoria aggrottando le sopracciglie, poi si scioglierà in un lieve sorriso e mi sussurrerà con un filo di voce: “Non lo so neanch’io!”.

Era estate ma un’estate che più estate non la ricordavo da anni. Le cicale erano arrivate persino in centro e frinivano sulla scalinata di Trinità dei Monti, al Colosseo, a Piazza San Pietro. Roma era una specie di gomma americana ciancicata da ore e ti appiccicavi ovunque, sui selciati e sul sedile della tua spiderina. L’unica era chiudersi da qualche parte e spalmarsi a pelle di leone sul bocchettone dell’aria condizionata. Dice che fa male. Ma dopo, forse. Lì per lì stai come un pascià!
Mia moglie era al mare, le mie figlie chi di qua, chi di là, mia madre l’avevo spedita sul lago da qualche giorno. Me la sgabinettavo rispondendole una volta al giorno al telefono e lasciandola sfogare per una mezz’ora. Appoggiavo il telefono da qualche parte ed intanto facevo le mie cose, sicuro che lei non avrebbe smesso di parlare ininterrottamente fin quando non le avessi detto: “Mà, scusa ma stavo lavorando al computer. Ci sentiamo domani...”. Anche quel giorno, puntuale come la multa per divieto di sosta, mi telefonò alle 10 in punto e parlò ininterrottamente fino alle 10,28. Ogni tanto mettevo l’orecchio al telefono dicendo “Sììì.......” e intuendo che parlava della casa a cui c’era da rifare il tetto, di mia sorella che lavorava come un somaro, del suo ginocchio che la faceva dannare, del nipote che aveva scritto una poesia stupenda, dell’amica che era finita al pronto soccorso, della donna di servizio che non la convinceva. Suonarono improvvisamente alla porta e l’abituale “Mà, scusa ma stavo lavorando al computer...” si tramutò in “Mi stanno suonando alla porta. Ci sentiamo domani...”. Felice di non aver detto l’ennesima bugia e sopratutto di aver interrotto la mono-conversazione andai ad aprire.

Lo spettacolo che mi si parò di fronte non lo scorderò fin quando avrò aria da respirare. Lei era di una bellezza sconvolgente. Un metro e settantacinque di sesso direttamente a casa mia dal festival dell’erotismo di Amburgo. Sì, perchè doveva aver vinto il primo premio. La camicetta bianca e trasparente le si apriva sapientemente su qualcosa che mi rammentò immediatamente le colline senesi (capita l’assonanza?), la minigonna incorniciava due gambe che avevo visto solo in televisione. Pensai di darle 10, immediatamente e senza farla parlare, ed invece parlò:
“E’ lei il signor Vandoni?”
“Sì...sì...mi dica”
“Sono qui per farle una proposta...è solo?”
Mi imperlai di sudore e sentii le gambe piegarsi come dopo un takle di Materazzi, la saliva scomparve inghiottita da non so quale corpo cavernoso e mi ritrovai indifeso come il generale Custer.
“Mi dica.......signorina?”
“Helene, mi chiamo Helene...”
Helene, che meraviglia! Buongiorno Helene, come stai Helene?, usciamo stasera Helene?, andiamo a letto Helene?
Helene stava bene con qualsiasi frase, era come il cacio sui maccheroni, come Pantani sul Galibier, come la maionese nell’insalata russa. Anche sul mio divano non era niente male. Sì perchè entrò direttamente in casa e accavallò due metri di gambe tipo Sharon Stone.
“Sono in difficoltà economiche, signor Vandoni”
“Che meraviglia!”
“Come, che meraviglia”
“No, no, scusi...stavo pensando ad altro...”
“Ci possiamo dare del tu?”
“Anche del noi, del voi, ci possiamo dare quello che vuoi, Helene”
“Ah benissimo...e come ti chiami?”
“Ric..cardo, Helene, mi chiamo Riccardo””
“Ti stavo dicendo, Riccardo, che sono in difficoltà economiche e che...potrei essere carina con te...molto carina”
Mi si spalmò addosso tipo acciuga sui peperoni, si sbottonò quel poco che c’era da sbottonare ed incominciò a mordicchiarmi l’orecchio sinistro. Proprio quello più sensibile.
Mi passarono nella mente tutte le immagini della mia vita, negli occhi qualche forma geometrica del caleidoscopio, e dai piani bassi mi giunse un suono di fanfara. Con uno sforzo che ricorderò per tutta la vita presi comestaiHelene per l’ultimo brandello di stoffa che aveva ancora indosso e la scaraventai fuori di casa. Mi buttai sotto la doccia e lì rimasi per mezz’ora, fin quando la fanfara non mi parve un clarinetto.

Sono passati tre mesi e vivo a casa di mammà. Mia moglie, tornata improvvisamente dalle vacanze il giorno dopo, ha trovato un reggiseno nelle pieghe del divano e quasi senza dire una parola (Oddio, lei ne ha dette...io di meno) mi ha sbattuto fuori di casa. Non ho prove per dimostrare che quel reggiseno è segno della mia innocenza e non della mia colpevolezza. Nel frattempo mia madre continua a parlare e a dirmi che noi uomini siamo tutti uguali. Non tento nemmeno una difesa perchè si metterebbero a ridere anche gli amici del Bar dello Sport. Mi sento come Giovanna D’Arco. Sto pagando qualche secolo di bieco maschilismo, da solo...come un pirla.



16 commenti:

  1. E quindi? il racconto è scritto in modo frizzante, ma il finale... beh... paludoso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Rubrus
      il racconto che hai letto non era completo per colpa mia.!!!
      Un problema di copia incolla!

      Elimina
    2. Ahh ecco! ora è MOLTO meglio. E tutto il racconto è frizzante. Piaciuto. Benvenuto.

      Elimina
    3. Grazie mille, Rubrus.

      Elimina
  2. Ciao Ric, il tuo approdo su queste pagine mi rallegra. A nome di tutti i collaboratori del blog un caloroso benvenuto.
    Come ti dicevo in privato la qualità della tua scrittura non si discute, nei dialoghi poi sei un maestro. Sullo stile invece se ne potrebbe discutere. È un percorso difficile quello adottato per questo pezzo, sempre accattivante, spiritoso, disinvolto, ma basta calcare un po’ la mano sulle battute, basta un niente e si sfora nel genere. Però tu hai fatto i compiti a casa, sei bravo, e sei riuscito a restare nei limiti, anzi, con nonchalance hai saputo stemperare tutta l’amarezza e la drammaticità dell’epilogo, senza buttarla in macchietta. Eh sì, perchè ammetterai che la situazione appare grottesca e quasi inverosimile. Ma il nocciolo del racconto sta proprio nel "rifiuto" del protagonista, e la rinuncia che si tramuta in beffa, E' questo che fa riflettere ed su questo punto che se ne potrebbe discutere all'infinito. Obbiettivo di ogni racconto che si rispetti
    In ogni caso Ric, io l’ho sempre detto che il reggiseno è un indumento inutile e dannoso, e questa è l’ennesima riprova.
    Bravo Ric

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Saluti a te, Franco. Ecco, ciò che vorrei è proprio rallegrare mantenendo il tutto nei canoni di una sana ironia. Ho sempre sostenuto, e spesso verificato, che in tutti gli eventi tristi e persino tragici della nostra vita ci sia sempre, nascosto da qualche parte, un particolare umoristico che non andrebbe sottaciuto (egoisticamente anche per vivere meglio).
      Qui non c'è niente di tragico, però. Il "pour parler" è il rapporto uomo-donna su cui si discetterà, senza venirne a capo, anche fra millenni. Grazie ancora ed un saluto a tutti i nuovi compagni d'avventura

      Elimina
  3. Ah.......... che dolore!
    Che dolore o che goduria?

    Soffro per simpatia e mi immedesimo nel dramma del protagonista, poteva capitare a chiunque, ma nello stesso tempo godo come un riccio per il racconto. Finalmente un po' di pepe in questo blog talvolta così compassato e serioso.
    Sior paròn, complimenti, dove l'hai trovata una penna così :-)))

    Benvenuto sì, anche da parte mia.




    Saluti, EtaBeta

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie anche a te, EtaBeta. Oltre al pepe ho anche il peperoncino da aggiungere...magari quando ci conosceremo meglio :).

      Elimina
  4. Serenella Tozzi28 marzo 2014 15:00

    Un racconto molto scorrevole, pieno di brio e letto con piacere.
    Mi viene da pensare che l'apparizione di Helene rientri generalmente nei sogni di ogni maschio italiano, poi, certo, fra il sognare ed il fare ne passa di mare.
    La reazione finale, infatti, che potrebbe sembrare incredibile, credo sia, invece, quella più naturale, dettata dalla troppo facilità dell'offerta. Ecco perché ritengo che il sacrificio del rifiuto non sia stato, poi, tanto grande.
    Diverso, invece, il discorso sul ritrovamento del reggiseno. Eh, bè, il protagonista alla moglie poteva raccontargliela subito la sua prodezza. In fondo era una cosa di cui vantarsi: aver resistito per amore di lei ad un'offerta così allettante. ;-)
    Ahahah! Pura psicologia femminile la mia. Certo voi uomini avete ancora da imparare da noi, dalla nostra sottigliezza. :-)))
    Come vedi, Ric, il tuo racconto apre a molte allettevoli considerazioni. :-))

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Serenella, è davvero un piacere ritrovarti. Hai ragione: una donna che si dà facilmente è certo una preda con poco fascino ed è quindi abbastanza facile negarsi. Il racconto è di pura fantasia ma nasce da un evento simile capitatomi all'epoca della stesura. Fu allora facilissimo dire di no e ti dirò che quel no mi fece sentire migliore per tanto tempo ed ogni tanto riaffiora anche oggi. Del fatto poi che si abbia da imparare dalla controparte se ne può discutere :)

      Elimina
  5. Colorato, divertente, scanzonato ma anche sottile nella sua ironia..dice giustamente Rubrus frizzante..Io sorrido sempre nel leggerti, qui il passo che mi fa più solletico è la risposta del Signore :'Non lo so neanch'io', a sottolineare l'impossibilità di leggere nella testa di queste benedette donne..eh si siamo un po' complicate è vero, ma secondo me ci piace anche farlo perchè in fondo il mistero non lo disdegna nessuno. Il sacrificio finale? beh più che sacrificio mi ha dato l'idea di un bel fugone, come ogni assalto determina. Diventare preda può essere un affronto a volte..Mi fermo dicendoti che non vedo l'ora di rileggerti! Bravo Ric, sempre stimolante!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sara, eccoti.
      Sai bene che fra le tante cose che mi hanno colpito di te quando, ormai tanto tempo fa ti ho conosciuta, è stato il tuo incredibile senso dell'umorismo. Ricordo ancora gli sms che ci rimbalzavamo e che mi facevano letteralmente sbellicare. Da allora di risate ce ne siamo fatte tante e tante ce ne faremo, spero. Ti ringrazio degli elogi che mi sembrano sempre troppi e troppo importanti per chi scrive, come me, nei ritagli di tempo. Un bacio

      Elimina
  6. Riccardo Vandoni reclutato dal blog.
    Un colpo da maestro, non c'è che dire.
    Prosatore e Poeta di lungo corso, come da tempo lo conosco nella < Vetrina dei Poeti >.
    Ivi 987 commenti a tutt'oggi ( ma penso in realtà oltre il migliaio ) alle proposte letterarie sul Club.
    Misurato, attento, competente nelle recensioni.
    Quindi < benvenuto a casa di frame >.
    Il racconto proposto descrive < morfologicamente e psicologicamente > anche tutti noi lettori.
    Riferendomi al genere maschile, nel corso degli anni l'avventura descritta chi più chi meno l'abbiamo vissuta tutti.
    A me, ad esempio, le < scostumate > dicevano con insistenza < adesso basta tua moglie, ora un poco anche a me... >.
    Va da sè che non tutte erano delle Belén, ma qualcuna sì.
    E in verità, fuori dal tono umoristico, talora si realizzavano per davvero le derive somatiche descritte nel testo a causa della bellezza di certune.
    Un vero mistero: membra paralizzate, impappinamento, discorsi cretini, ecc.
    Un fenomeno ampiamente studiato dagli psicoterapeuti.
    Sì, ha ragione Riccardo.
    Una di esse era proprio la mia vicina di pianerottolo: alle sue avances risposi picche e son sicuro che dentro di sè mi abbia dato del cretino imbesuito.
    Ma il rischio era troppo grande e con tutte le forze mi opposi alla maga Circe!
    Feci bene, perchè ancora adesso sono felicemente sposato con l'adorata Santippe, che naturalmente non ne ha mai saputo niente...
    Sulla forma e sul contenuto: è questo in lettura il caso che da sempre vado predicando.
    Per me un testo è valido soprattutto quando per la sua linearità è capace di scatenare sensazioni e ricordi intensi nel lettore.
    Vandoniana/mente, Siddharta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Che dire? Troppi elogi, davvero!
      C'è tanta carne sul fuoco in questo breve racconto: il rapporto madre-figlio, quello di coppia stabile e quello occasionale. A dominare il tutto il rapporto uomo-donna che sta conoscendo, dopo averla covata amorevolmente, una grande crisi di identità da cui non so come e se verrà fuori. Una vera guerra, secondo me, in cui sono in gioco e in discussione tantissime cose. Se ne può discutere ma il mondo sta vivendo un grande cambiamento epocale che ha preso direzioni impreviste ed il rapporto fra sessi è solo uno dei tanti riflessi.
      Ad majora, Sid

      Elimina
  7. Mi son divertita. Trovo il finale molto intelligente. Scardina con grazia il già visto e già sentito. Bravo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie anche a te, Claudia, Scardinare è il mio sport preferito! :)

      Elimina