giovedì 13 marzo 2014

UN SOLO GENE - di Claudia - Narrativa

La voce di Martina proviene da un posto molto lontano e nella mia testa ha la frequenza critica del vetro temprato. Cervia è una località infrangibile, il punto di rottura non può generare schegge taglienti, ma minuscoli frammenti a rosa lungo l’arco d’impatto. «Stai bene?» mi chiede, la determinazione dei suoi vent’anni. Dovrei risponderle no. Le rispondo sì. Ultimamente rispondo sempre sì a qualsiasi cosa e non nego che questo mi abbia circondato di situazioni abbastanza paradossali. Con Martina mi lascio andare a promesse che di solito non mantengo, ma ho a cuore questa ragazza, ed è un fatto raro. Non amo le donne, non le capisco. Amo gli uomini, dentro o fuori dal letto. Qualcuno del mestiere potrebbe trovarci chissà cosa in tutto questo, non so. So che non provo brividi alla base della schiena, o fra le cosce, per il rito di svaligiare i negozi del centro cavalcando l’onda dei saldi, godendo di aperitivi millesimali, dove l’oliva ingoiata è la sublimazione del coglione di un uomo che non si è avuto e si voleva avere a tutti i costi. Parlo di quel tipo di confidenza femminile che permette alle donne di laccarsi le unghie vicendevolmente, o di applicarsi french, di stare in mare o in piscina a fare cerchio, l’acqua che arriva all’ombelico, per ore senza mai fare il bagno, oppure nuotando come i cigni, la testa sempre sospesa per evitare che il capello si bagni e poi si secchi. Penso di aver risposto a Martina per l’affetto incontaminato che provo per lei, e perché quando nuota, immerge la testa.

«Promettimi che verrai prima che vada in Belgio».
Allora prometto. Parto in una di quelle serate stemperate lungo la linea di mezzeria, i colori acquerellati e molto equivocabili che si confondono sul punto di fuga per una senza tetto che corra ai centoquaranta, il cane seduto sul sedile del morto e Hotel California che gira in loop. Penso che reggerò a tutto questo, anche se non so nuotare come i cigni e mi mangio le unghie, ma è l’ottimismo della miscredente. Un’ora dopo parcheggio e tutto è uguale: lo stesso mite equilibrio di alberi, quiete e cavalli. Chiamo Martina, mi dice di aspettarla in segreteria. Vado là ed entro al bar. Ordino una birra e un bicchiere con il ghiaccio.
«Ancora la birra col ghiaccio?» Antonella lo dice mentre mi serve, il sorriso allargato di un golfo. Penso che Natale Chiaudani mi stia salutando da una delle foto appese alle pareti, ma è tutto nella mia testa, e le cose corrono veloci e inseguono i nomi e allora vengono Catania, Orleans, Albarella e Montecarlo.
«Non ti abbiamo visto quest’anno», è Antonella che insiste. Stavolta mi giro per risponderle, lasciando perdere le foto. É molto più vecchia di come me la ricordavo, mi chiedo se le faccio lo stesso effetto.
Così non le dico che ho smesso, non le dico niente. Penso che una rivelazione del genere finirebbe per indurla a ragionare sulle cose cui lei ha dovuto rinunciare. Muovo la testa a destra e a sinistra sfregando pollice e medio.
«Soldi, sempre soldi. É il problema di tutti» dice lei.
Mi siedo sotto il patio e di fronte a me c’è la signora che comanda, proprietaria di tutta la baracca: non so quanti mila ettari di terreno, campi e scuderie possieda. Insiste a vestire calzini bianchi su mocassini da uomo e una zazzera di capelli ricci potati alla Edward Mani di Forbice. Mi saluta sollevando un sopracciglio, mentre i suoi due Golden retriever si occupano del riconoscimento del mio cane. Io ricambio e in qualche modo vorrei aggrapparmi a quei calzini che finiscono nei mocassini. Supplicare. E invece non so perché mi viene in mente quel caprone in Grecia. C’era questa spiaggia di sassi ovali sabbiati e identici per forma e dimensioni. Il greco con cui pescavo i polipi mi aveva spiegato che era la corrente a levigarli così: usava con ciascuno di loro lo stesso colpo di lingua, un mattarello naturale che si appoggiava alla parete di roccia che sovrastava l’insenatura rendendo impossibile la fuga dei sassi. Stavamo lì, il greco ed io, e da una delle spelonche sopra alle nostre teste, sentiamo un belato della madonna, così accorato da strizzarti il cuore fino a ridurlo un mocio. Alziamo la testa ed eccolo là, il caprone. Fermo sulla punta di un sassone, impegnato a puntellarsi con piccoli riassetti sugli arti per non cadere di sotto. Belava come un matto il ruminante. Allora io dico che mi arrampico e il greco mi dice che sono fuori più del caprone. Insomma mi arrampico, e mentre mi arrampico il caprone continua a chiamare come se qualcuno lo tenesse per le palle, tanto che mentre soffio fuori aria e fatica, mi sento in dovere di consolarlo buttando in su quei versi insignificanti che si fanno ai neonati, o frasi come ehi piccolo, anche se non si trattava certo della capretta di Heidi. Com’è come non è, rischiando più di una volta di cadere, gli arrivo a due metri, più o meno e gli dico di nuovo ehi piccolo, eccomi qua. Non ti preoccupare è tutto a posto. Neanche fossi stata uno di quei pompieri, su alle torri gemelle. Il caprone si puntella ancora, sporge il mento con barbetta, butta un altro belato da fracassarti i timpani, e quando mi aggrappo alla sua mini roccia, salta all’indietro. Io ci rimango secca e per poco non cado di sotto. Lui senza calcolarmi ruota su se stesso e facendo un altro di quei salti scompare fra i cespugli più alti. Nutro ancora un certo astio nei confronti di quel caprone, pur concedendogli l’attenuante di una logica da palla curva. Ci sono cose impossibili da confessare senza che si annacquino come la birra con il ghiaccio. Forse dovrei dire di anni di incredibili sacrifici in cambio di un minuto al suono della campana, l’attenzione ossessiva per un salto difficile sotto la giuria, l’incastro di nervo e freddezza, ordini di partenza consultati come tavole della legge, concetti fragili come fare binomio e sei tu l’essere pensante, il puledro è un bambino: assorbe come una spugna tutto quello che gli trasmetti, pregi e difetti. Rosco, dei due cani della Signora, è quello che comanda. Esercita il suo potere sdraiandosi su uno dei tavoli di plastica, ci sale usando una delle sedie. L’altro si mette sotto, cercando improbabili parallelismi di arti e ozio. Mi sono sempre domandata come facesse Rosco a rilassarsi con mezzo corpo fuori, eppure ci riesce. Questa è una di quelle domande che mi perseguitano e non me ne farò mai una ragione, un’altra di quelle cose che dovrei dire prima che il ghiaccio si sciolga, in attesa che la ragazza che aspetto veleggi fino a qua, l’andatura sospesa sulle caviglie sottili. L’argomento sussurrato fra le righe, la bolla di sapone in questo cielo di alberi mossi, è la delusione.
Avrei dovuto mettere in guardia Martina la prima volta che la vidi, fresca dei suoi quindici anni e negli occhi scuri una determinazione pesante come la limatura di ferro. Non l’ho fatto, invece. Mi chiedo quanto la morale dei cartoni animati giapponesi che mi sparavo da bambina abbia inciso sulla incrollabile fiducia che nutrivo nei confronti della buona volontà. Con la buona volontà si ottiene tutto. Volere è potere. Dimenticano di ricordare che i desideri devono essere commisurati alle probabilità oggettive di riuscita, oppure vale la canzone di Morandi, non quella del latte. Quella dell’uno su mille. Sono cose che non dico ad alta voce, eppure Rosco solleva di poco la testa dal tavolino, come a tenermi d’occhio. Da quando sono qui, non faccio che riavvolgere un nastro, e lo sapevo. Penso a come dovrò ascoltare questa ragazza, penso all’odore che fa la sabbia subito dopo che hanno bagnato i campi.
Penso alle giornate liquide, cose come il galoppo. Cose come il ricamo a piccoli fiori delle tendine del living, l’afa pulviscolare a disegnare forme sul corpo di Daniele, l’amore quiescente che si mescola alla fatica delle levatacce e ancora ai suoni della campana, alle tavolate serali e ai cancelli chiusi e scavalcati. Ai risultati mancati e ai cavalli venduti o perduti. Penso alle gare in notturna, a San Patrignano, a sogni puliti in cui immaginavo un mio posto con lui al mio fianco a contare i metri e piantare i paletti per i paddock. Martina ha segreti inconfessabili di cui non parlerà, dolori rifugiati dove il sole non batte. Andremo a mettere i suoi cavalli in giostra, faremo loro le fasce, mi dirá che si arrangia da sola e che è dura alle volte, alzarsi alle cinque quando hai vent’anni e gli altri che fanno un’altra vita si fermano a mangiare la brioche dopo la discoteca con la prospettiva del letto.
Mi farà vedere i video delle sue ultime gare, quelle cui non ho assistito, scusandosi del casino nel living. Guarderò il girato amatoriale, suo padre che inquadra troppo a lungo un cespuglio, i suoi cani, sua moglie, mentre Martina farà scrosciare la doccia per togliersi i fili di fieno, le pagliuzze di truciolo, gli sforzi. Mangeremo in un ristorante alla buona che guarda il mare e confesserà di ordinare sempre lo stesso piatto: passatelli allo scoglio, forse sola il più delle volte, nonostante quel ragazzo sempre innamorato di lei, le sue tracce ancora fresche nel letto sfatto e un nuovo ragazzo sull’arco d’ingresso, che la intriga per l’introversione con cui si presenta al mondo. Deciderà che tanto è inutile, deve partire, e lui è un cavaliere e in quest’ambiente tutti tradiscono tutti e lei adesso volta pagina, vola in avanti come ha sempre fatto. Credo di averla vista piangere poche volte, Martina.
Quando è successo, si trattava di rabbia a lento rilascio, come la coda a tratti in autostrada.
Nel momento stesso in cui la vedo arrivare sono certa che prenderò un volo.

Seguendo la logica del caprone andrò a vedere come se la passa.

31 commenti:

  1. Quanto scrive bene questa ragazza!!!!

    ps: Ah Lolaaaaaa, guarda che gliel'ho detto a Claudia che scrive bene, e senza tanti giri di parole ;-)))) Contenta? ;-))))

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  2. bella scrittura e anche il modo di ripdodurre i pensieri affaticati della protagonista...

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  3. Serenella Tozzi13 marzo 2014 15:53

    Brava Claudia, una scrittura individuabile la tua, e l'episodio del caprone lo trovo, poi, trascinante e particolarmente indicativo.
    Il racconto mi sembra calato in un ambiente poco conosciuto e che, almeno a me, rimane misterioso, quello delle corse ippiche, e la stesura la trovo coperta come da un velo, come se avessi voluto darle un tono un po' fané, per intenderci.
    Certo, sono caratterizzazioni collocabili ovunque, ma qui il contesto mi sembra particolarmente adatto.

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  4. Strepitosa Claudia!
    Moderna, vera, intensa.

    Ciao
    Lola

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  5. Grazie davvero, a tutti quanti. Cavalli... potrei venire a noia il giorno che troverò il modo di raccontare. . O la giusta distanza :)

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    1. Serenella Tozzi17 marzo 2014 15:41

      Vai, Claudia, parlaci dei cavalli, una passione viene sempre facilmente percepita, e sarà interessante entrare in quel mondo.
      Il cavallo, poi, è un animale così elegante e nobile; ho visto in TV una gara del passo (non ne conosco la definizione esatta) e ne sono rimasta entusiasta. C'era un cavallo, fra i tanti bravi, che si esibiva con una tale perfezione ed un tale sussiego che sembrava lo facesse quasi con arroganza. Che meraviglia, che stupendo spettacolo.

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  6. bellissimo, ma d'altro canto è una scrittrice che non delude mai! brava!!

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  7. Una scrittura che stupisce per la sua pulizia e profondità insieme. Un racconto che trascina suscitando interesse e gusto nel leggere e questa a tutti gli effetti è la bravura di chi fa prosa. Davvero brava!
    Sara

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    1. grazie sara, son contenta pour moi e per il caprone (quella è vera).

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  8. Come in < La coscienza di Zeno >, è tutto un rimuginare tra sè e sè.
    Salvo che qui non ci ho capito un accidente, mentre là era tutto chiaro e senza parolacce.
    Contorta/mente, Siddharta.

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    1. uah, è il mio must. Da piccola cercavo di parlare, per raccontare le cose. Mi rispondevano sguardi assenti e facce preoccupate. Qualcuno s'addormentava addirittura. Allora mi son messa a scrivere, e ho scritto ho scritto e ho scritto.
      Giravo coi pizzini, come Totò Riina. Se dovevo dir qualcosa ne allungavo uno all'interlocutore di turno e aspettavo trepidante che leggesse.
      Ma la risposta era sempre quella : <>. ::)))

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    2. Pensa che come te ancor oggi giro coi pizzini in tasca.
      Notes e biro: per appuntare e non dimenticere le bizzarre idee che mi frullano sul momento per il capo.
      Non sono il solo: prima di me Kant girando pensoso per i campi, di tanto in tanto si fermava di botto e fissava su un pezzo di carta i suoi pensieri filosofici.
      Purtroppo è morto in pieno Alzheimer.
      Tragica/mente, Sid...

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  9. Il racconto ha in realtà un iter logico ben preciso:
    La differenza tra uomini e donne è dovuta a un cromosoma
    La protagonista parte affermando la propria difficoltà ad instaurare un rapporto di amicizia con una donna
    Successivamente afferma che nei confronti di Martina – la quale per certi versi pare ricordare alla protagonista se stessa da giovane – c'è un rapporto di un certo tipo
    racconta poi la storia del caprone andare a prendere il quale era stata un'operazione illogica, non gradita al caprone stesso e, in definitiva, fallimentare
    Infine afferma, seppure in modo ellittico, che si comporterà, con Martina, come col caprone; ci sarà quindi un tentativo, seppure illogico, difficile, probabilmente destinato al fallimento e per certi versi persino contro natura, di amicizia donna – donna

    Il racconto procede narrando i vari passaggi non esponendo i concetti generali ed astratti, ma esponendo di divagazione in divagazione i fatti esemplificativi e narranti i concetti stessi

    La difficoltà sta nel fatto che la concatenazione non è esplicitata ,ma nascosta sotto un sistema di associazioni libere che, in realtà, libere non sono

    D'altro canto, questa tecnica rappresenta il fascino estetico del racconto e soggiace al precetto “racconta non spiegare” (precetto che, pur avendo io nel mio piccolo una tecnica narrativa diversa, sposo in pieno).

    Sevo, scrittore del novecento a cavallo dell'ottocento, afferma la inutilità della psicanalisi. Qui, dopo cent'anni, sarebbe stupido ripetere ancora lo stesso concetto. Si afferma quindi non che è impossibile razionalizzare l'irrazionale, ma che, anzi, nella vita è spesso l'irrazionale a dettare le nostre azioni, anche quelle che dovrebbero essere logiche.
    Con buona pace dell'ormai muffoso positivismo scientista sconfessato da decenni.

    Per inciso mi è capitata quasi la stessa cosa. Non era un caprone, ma una capretta (o un capretto, non sono stato a controllare) e non era su un picco, ma in un fosso.

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    1. Caro Rubrus, purtroppo ho sempre pensato ai racconti, novelle et similia come ad una narrativa d'evasione.
      Anzichè a ponderosi trattati di psicanalisi.
      Penso che al riguardo dovrò provvedere a ravvedermi...
      Sincera/mente, Sid.

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    2. sì la logica è quella.
      Penso che nei testi migliori debba uscire allo scoperto e debba riuscirci ad ampio spettro. Se così non è , chi scrive deve porsi delle domande. Della serie: cosa manca? Cosa non manca? Cosa posso dire diversamente e cosa no, pena lo snaturarmi? Insomma, non mi dilungo

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  10. Caro Sid... confesso che a volte invidio sinceramente e ammiro la tua ansia di conoscere. Se non te la prendi ti dico che mi ricordi Catone il vecchio. Ciascuno nella propria diversità, avremmo tutti molto da imparare da gente come voi. Però adesso non ti abituare ai complimenti...

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    1. Per carità, il mio è semplice spirito di servizio, per quel poco che possa valere.
      Personalmete apprendo ogni giorno questo o quello dai vari Amici che dialogano su questo blog.
      Ai quali va il mio compiacimento per la loro compiutezza letteraria.
      Fraterna/mente, Sid.

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  11. Confesso di aver già letto questo racconto, che trovo intenso come l'autrice. E pensare che non è tra quelli che preferisco...

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  12. paola paterlini17 marzo 2014 17:01


    Ciao Claude, chissà in quanti te lo avranno già detto......."scivi un libro!"...adesso scrivono tutti.....tu almeno hai le qualità per farlo!!! Lo penso veramente!!!....baci Paola

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    1. ciao Paola!
      son contenta che ti sia piaciuto.
      Quanto al libro... :)

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  13. interessante la disamina del signor Rubrus, ecco però, mi chiedo se al di là della tecnica vada la Claudia, indubbiamente lei conosce i trucchi del mestiere, ma voglio credere che ci sia principalmente un'inclinazione, una felice inclinazione alla scrittura, non sarebbe sufficiente il modo senza un'attitudine connaturata, del resto, lo afferma lei stessa, pizzini, pizzini dappertuttto!!!

    Brava Claudia, se scrivi un libro, fammi sapere, preferirei il cartaceo, hihihi, lo compro subito.
    Lola

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    1. se ne finisco uno e qualche amante degli sport estremi decide di pubblicarmelo te lo faccio sapere a razzo.
      e poi ti ringrazio già adesso.
      besitos

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  14. Ciao Claudia, ho letto tutto il tuo racconto e volevo fartelo sapere. Mi son detto che devo scriverti un commento sia o no positivo (so che ci tieni come ci teniamo tutti, no?). Non so se leggendomelo tranquillamente in casa, invece che in questo chiassoso caffè di Tangeri, l'avrei capito meglio. Forse si, forse no, magari il mio commento sarebbe stato del tutto diverso. Comunque, senza tanti giri di parole, e senza che tu te la prenda, volevo dirti che ... mi ci sono perso un poco, ecco. Mi è piacuta la storiella del caprone, quella si, però poi tutto il resto, ... non so, ... m'è sembrato un lago nel quale puoi girarci attorno fino ad affogartici e senza mai arrivare a nessuna parte invece che un fiume che ti prende e ti porta via. Mi sembra una scrittura da Adelphi più che da Feltrinelli, più lirica che mordace e prosaica. Mi sono chiesto se le tue siano solo delle riflessioni o se tu abbia voluto trasmettere qualcosa che m'è sfuggito. Sia come sia, ... continuerò a leggerti e ne riparleremo. Ciao.

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    1. ciao Massimo, hai fatto benissimo a dire quello che pensi e io non mi offendo proprio, anzi. C'era una logica nel racconto, ma la scelta di conduzione comportava un grosso rischio, che è proprio quello da te evidenziato. Questo significa che la logica non passa ed è la diretta conseguenza di una mancanza o più mancanze nella scrittura.

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  15. Risposte
    1. :)
      mit i co
      gli - e - la - da. Ouh màma. Disse il vermone
      ::)))

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