giovedì 6 marzo 2014

Vittorio Sereni: I VERSI - (Giuseppe Barreca)


I versi

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non era più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

Da: “Gli strumenti umani” 1965

 In quel libro poeticamente eccelso che è Gli strumenti umani (1965) di Vittorio Sereni (1913-1983), spicca una poesia, I versi, che io reputo una delle più significative della poesia italiana del ‘900. Si tratta di un componimento che rappresenta, probabilmente, l’optimum per ogni poeta, ovvero un componimento nel quale la scrittura, breve ed essenziale, si sposa a una ricchezza di contenuto sorprendente e a una tensione poetica avvolgente...


E il lirismo non nasce dall’aggettivo, dalla metafora ardita, dalla retorica, bensì dalla mitezza del tono, dall’ironia amara dei versi, dalla loro apparente semplicità. Che volere di più da un poeta?
Il tema de I versi non è nuovo: l’idea della innata incompiutezza della scrittura del poeta attraversa la letteratura di tutti i tempi; ma Sereni sceglie un taglio “domestico” per parlarne, ossia s’immagina un uomo che scrive poesie e quasi se ne vergogna, mentre saluta gli amici l’ultima sera dell’anno, amici che invece fanno una vita concreta, faticosa, e sono attenti a non smarrire se stessi nella metropoli industriale. Il poeta, allora, finge in modo onesto, per il bene degli altri, quasi per non tediarli, anche perché lui stesso non sa bene quel che scrive. E perché dovrebbe saperlo?
L’esclamazione centrale sgrammaticata, quell’affermazione timida e, forse, poco sincera, di un pentimento per aver voluto scrivere poesie, segna tuttavia una cesura nel breve componimento. Che “altro” avrebbe voluto “fare” Sereni? Non ce lo dice, per fortuna, perché altrimenti noi lettori rimarremmo stupiti e insoddisfatti. Sì, insoddisfatti di aver capito tutto, perché la vera poesia dovrebbe far capire poco e dovrebbe far “sentire” molto... (Continua a leggere)

Giuseppe Barreca

6 commenti:

  1. La poesia

    I
    L'angosciante questione
    se sia a freddo o a caldo l'ispirazione
    non appartiene alla scienza termica.
    Il raptus non produce, il vuoto non conduce,
    non c'è poesia al sorbetto o al girarrosto.
    Si tratterà piuttosto di parole
    molto importune
    che hanno fretta di uscire
    dal forno o dal surgelante.
    Il fatto non è importante. Appena fuori
    si guardano d'attorno e hanno l'aria di dirsi:
    che sto a farci?

    II
    Con orrore
    la poesia rifiuta
    le glosse degli scoliasti.
    Ma non è certo che la troppo muta
    basti a se stessa
    o al trovarobe che in lei è inciampato
    senza sapere di esserne
    l'autore.
    (Eugenio Montale)

    Congedo

    Il poeta, o vulgo sciocco,
    Un pitocco
    Non è già, che a l'altrui mensa
    Via con lazzi turpi e matti
    Porta i piatti
    Ed il pan ruba in dispensa.
    (Carducci)

    Quasi tutti i poeti non hanno saputo resistere alla tentazione di scrivere una poesia sulla poesia. Da Montale a Neruda, e Umberto Saba e Trilussa, e ancora Pascoli e D’Annunzio. E chissà quanti altri ancora…
    Interessanti le tue argomentazioni, e sinceramente invidio tutti quelli come te sanno dissertare così bene sulla poesia. Per conto mio ho difficoltà persino a comprendere bene il significato dei versi, figuriamoci quello più intrinseco e oscuro. Quindi faccio come sempre, vado d’istinto e di pancia più che con l’intelletto dico che è una bella poesia questa di Sereni. Mi piace.

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  2. Serenella Tozzi7 marzo 2014 17:34

    A me piacciono tutti quelli postati in questa pagina.
    Mi sembrano tutti scritti con sincera spensieratezza.
    Quanto, poi, alla frase -la vera poesia dovrebbe far capire poco e dovrebbe far “sentire” molto- devo dire che suona bene.
    Ritengo, però, che se la poesia mi emoziona nonostante... vuol dire che in fondo, quella parte a me sconosciuta, l'ha capita. Ma allora significa che una parte di me la comprende, la interpreta in qualche modo, perché non credo che ci si possa emozionare per qualcosa che non si riesce a comprendere totalmente.

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    1. Serenella Tozzi7 marzo 2014 19:50

      Per spensieratezza si intenda spontaneità.

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  3. Carducci, Montale Sereni accorpati da Franco Melzi, che lamenta l'oscurità di certi versi: ma forse ben chiari nelle proposte in lettura.
    Sposo inoltre la critica di Giuseppe Barreca, per la parte che sottolinea la leggibilità poetica.
    Non anche per le sue ultime due righe.
    Io sono per testi dal significato immediato, senza inutili mal di testa letterari per il lettore.
    Cocciuta/mente, Siddharta.

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  4. Vi ringrazio molto... diciamo che mi trovo d'accordo con voi, anche se nel poeta che scrive una poesia sullo scrivere poesia si può trovare una specie di individuo piegato su di sé. Però mi piace quando il poeta metta in evidenza la sofferenza insita nello scrivere, oppure la (apparente) fugacità delle parole scritte. Sebbene, sotto sotto, credo che ognuno scriva per una sua eternità...

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  5. Che poi é una fra le poesie di Sereni dal mio punto di vista fra quelle da non amare troppo, la metapoesia non gli si addice...va.
    Perché lui era un poeta di luoghi e cose, di sogni e rendez-vous.
    Lo amo molto, grazie per questo omaggio.
    Ciao
    Lola

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