mercoledì 30 aprile 2014

...devo scrivere e vorrei ballare - Due poesie e un poemetto di Massimo Ferretti

Massimo Ferretti 1935 – 1974
In trattoria

In questa trattoria di gente stanca
dove mangiare significa reagire,
dove la grazia d'una dattilografa
si percepisce nel tono delicato
d'un piatto di fagioli chiesto tiepido,
dove un viaggiatore analfabeta
emancipato per via dello stipendio
spiega a una turista anacoreta
che il rialzo dei biglietti ferroviari
dipende tutto da questioni atlantiche -
non ho ragione d'essere contento
se il cameriere lieto della mancia,
leggendo la commedia del mio viso
m'ha detto che ho una maschera da negro?

In questa trattoria di gente ottica
dove non so salvarmi dagli sguardi,
condannato al sentimento della morte,
serrato tra furore e timidezza -
non ho ragione d'essere felice
quando divoro una bistecca che fa sangue?

Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.


Massimo Ferretti 1935 – 1974

Massimo Ferretti nasce a Chiaravalle (An) nel 1935.  Nel 1955, a soli vent’anni, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Allergie”. Grazie al sostegno di Pasolini l'opera si aggiudicherà il Premio Viareggio
Opera prima nel 1963, con una ripubblicazione dell'editore Garzanti.
Sposa le idee della neoavanguardia e si unisce al Gruppo ’63. Nel giro di due anni pubblicherà, due romanzi:
“Rodrigo” edito da Garzanti e “Gazzarra” con Feltrinelli, entrambi senza molto successo di critica e pubblico.
La delusione e le incomprensioni all’interno del movimento della Neoavanguardia, lo convinceranno ad abbandonare momentaneamente le ambizioni letterarie, per dedicarsi all’attività commerciale lasciatagli dal padre in quel di Jesi.  In seguito, dopo il matrimonio, decide di ritornare a Roma, dove si guadagnò da vivere con collaborazioni alle pagine culturali di vari giornali. Morì a 39 anni, nel 1974, per una recrudescenza di una malattia cronica, l'endocardite reumatica, che lo aveva colpito fin da bambino, condizionandogli l’intera esistenza.


La laureanda in scienze politiche

Che è successo alla furia del mitomane
se son felice d’averti visto nascere
in un semplice cappotto da passeggio?
Siamo andati alla deriva lungo i viali
e abbiamo costeggiato le vetrine
dei negozi del corso di Natale
fino alle scale dei vicoli in discesa:
a parlare d’un tempo tramontato
quando ero un intrattabile ragazzo
“con molte occhiate e qualche parolaccia”
e tu una magra ragazza sensuale
radiosa nervosa intelligente.
E ci siamo trovati tra le braccia
senza adoprare i riti della gente.
Le graziose commedie del pudore,
i turbamenti sviati in una tazza
nera bollente amara di caffè,
il tepore dello smarrimento –
tutto accadde assai tranquillamente.
(Di quel che avvenne poi non so più niente.)


Polemica per un’epopea tascabile

Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda. Ero nato per la morte immutabile della farfalla: e l’acqua che mi crepò il cuore m’avrebbe solo bagnato.
Ero nato per la felicità della solitudine e il panico vergine dell’incontro: e mi sono trovato in una folla di eroi incatenati.
Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato.
Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni. Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.
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La figura di Ferretti è stata quella di un contestatore radicale sia di quella società di massa omologante che Pasolini avrebbe denunciato soprattutto nei suoi ultimi scritti, sia delle strutture e delle convenzioni artistiche volte a rappresentare questa società in maniera troppo prevedibile. Non si trattò tanto di un impegno programmatico, di quello che in quegli anni si chiamava engagement, ma della ricerca di una propria strada autonoma, che spesso coltivò forse con una dose eccessiva di solipsismo, altro motivo del rapido oblio caduto su di lui dopo la scomparsa.

3 commenti:

  1. E’ un genere di poesia che non può piacere a tutti, manco ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, e si fa fatica a credere che Trattoria sia stata scritta negli anni sessanta, in quel periodo di folle contestazione, con la neoavanguardia che si riuniva all’ombra delle bandiere rosse e mandava a ramengo tutta la letteratura classica. A me sembra molto attuale. Qualcuno ha voluto vedere nel sangue della bistecca tutto il dolore e la sofferenza del poeta che pativa per una malformazione al cuore. Una malattia molto dolorosa con la quale doveva convivere. Molto più probabilmente amava la carne poco cotta e basta, ma si sa che i critici ne sanno sempre una più del diavolo. A me piace soprattutto il finale, è da sballo.

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  2. Come si legge in biografia, un bastian contrario a tutto campo.
    Il che parrebbe confermato dal poco in lettura.
    Penso che si tratti della durezza tipica del timido, non dello sfrontato.
    Un rifugio interiore ed un rifiuto esteriore forse aggravati da ragioni di salute.
    Poetica e narrativa qui solo in assaggio, insufficienti per un commento valutativo.
    Piuttosto l'oblio, quello sì a cui s'è condannati dopo un lampo di luce.
    Pensierosa/mente, Siddharta.

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  3. Serenella Tozzi2 maggio 2014 13:36

    Mi piace come espone i fatti del giorno... o, meglio, delle sue giornate.
    Un occhio pacato, come distaccato, eppure un occhio che incide.
    "La laureanda in scienze politiche" mi sembra il resoconto di una nascita.
    Ricorda tutto di quel giorno, ed ora, eccolo lì, il frutto è giunto alla laurea.

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