giovedì 24 aprile 2014

FUORI - Sara - narrativa

Sogni ancora il mattino interrotto dalle ombre? E il deserto che sale su fino alla gola? Sogni ancora l’aurora e le panchine abbandonate? I coriandoli sbiaditi là vicino al lago?

Dario seguiva con le dita il suo profilo, disteso sul letto, le persiane ancora abbassate. Doveva alzarsi, era tardi, la sveglia aveva ripetuto il suo suono opprimente già per la terza volta, eppure lui non si muoveva. Disattivò la sveglia con una manata e rimase con gli occhi chiusi, serrati, sebbene fosse sveglio da più di un’ora. Per alzarsi serve un buon motivo e lui ce l’aveva, quell’appuntamento atteso da giorni, settimane, eppure c’era qualcosa di indecifrabile, un istinto indefinibile che lo agganciava a quel letto come non gli era mai successo in tanti anni.


Sogni ancora gli aerei capovolti? La grandine sul viso? Le corde rotte dei violini? Sogni ancora capriole a cielo aperto?
Fu un attimo, un istante di lucidità ad afferrarlo per la gola e a farlo balzare in piedi come un soldato. La doccia velocissima, i jeans e una camicia, quella verde, la prima agganciata all’armadio, una goccia di profumo e poi via, giù per le scale come un ragazzino, a correre senza paura incontro alla pioggia. Era venuto così maggio, col fiato corto e le strade bagnate ogni giorno, insolito, dispettoso, un po’ accigliato. Gli somigliava maggio quell’anno e forse per questo Dario camminava sotto la pioggia con l’ombrello grigio senza lamentarsi, assaporando quel ticchettio costante e ossessivo senza badarci. Era come guardarsi allo specchio camminare sotto la pioggia, come svestirsi la sera, naturale come bere dell’acqua. Arrivò nella piazza vicino casa e si fermò ad attendere un taxi. Mentre aspettava una signora gli si avvicinò e gli chiese l’ora. Lui sorrise, si scusò e rispose di non avere l’orologio. Il taxi arrivò, lui salì e indicò al taxista la destinazione. Le strade erano intasate, le pozzanghere a colpi di ruote schizzavano acqua lercia lungo i marciapiedi, il cemento brillava alla luce dei fari accesi, la gente procedeva opaca dentro le macchine in fila.

Pensi ancora al distacco? Alla corrente che ci trascina via? Alla dolcezza spietata di un tramonto?

Quando arrivò in clinica il corridoio era occupato dagli attrezzi per le pulizie, una signora passava uno straccio con aria malinconica, i neon sbattevano la luce contro le pareti e sul pavimento azzurro rendendo l’ambiente fittizio, ovattato. Dario percorse il corridoio, la signora delle pulizie lo salutò e lui rispose con un cenno, poi si affacciò nella camera di Erika e vide il suo letto vuoto, già rifatto, pronto per un nuovo corpo da contenere. La sua compagna di stanza dormiva ancora. Aspettò qualche minuto, poi si diresse in sala ristoro e fu lì che la trovò, curva di spalle, la treccia perfettamente annodata dietro la schiena, in silenzio, in un silenzio estremo, senza compromessi, senza resistenze. Le andò vicino e senza chiamarla l’accarezzò sulla testa, lei si voltò e gli sorrise senza dir nulla, nessuna  traccia di sorpresa in volto,  un guizzo degli occhi che a Dario sembrarono illuminarsi per la prima volta dopo tanto tempo. Erika guardava davanti a sé, la finestra sul cortile, la sbarre di ferro, per mesi non aveva avuto altro che quello, quella vista e quella prigione.
“Come stai?” Le chiese piano, avendo paura di rompere quel cerchio di concentrazione e rifugio dentro cui lei sembrava immersa.
“Bene” gli rispose lei senza guardarlo, afferrandogli una mano e cominciando ad accarezzarla. Dario sentì una stretta alla gola, un vuoto allo stomaco che gli tolsero la capacità di proferire parola. L’accarezzò a sua volta. Erika aveva le mani pallide e fredde, sui polsi ancora evidenti le tracce della sua follia, due tagli netti e precisi che Dario coprì tirandole giù le maniche della maglietta. 

Fuori fa ancora freddo ma c’è il cielo, usciamo e beviamolo insieme, non avere paura

Era un dolore sottile e acuto vederla assorta, lontanissima seppure così vicina. Dario guardò nella stessa direzione in cui gli occhi di Erika si erano accucciati. Una quercia lì fuori, il tronco spesso, i rami fermi. Avrebbe voluto essere lì Dario, nella sua testa, a leggere i suoi pensieri, i suoi occhi verdi e fragili, i suoi segreti. Avrebbe voluto essere quella quercia, custodire il suo sguardo, farlo riposare.
“Ho pensato a tante cose da dirti  in questi giorni e ora non mi viene niente”le disse dolcemente mentre lei continuava a guardare fuori. “I tuoi sogni, le tue paure tesoro, tutto, vorrei sapere tutto”
Erika si voltò, guardò Dario con aria interrogativa e con un accenno di sorriso disse sottovoce:”Ora andiamo”
Si diressero all’uscita, la valigia leggera, le mani incrociate, l’ombrello pronto per ripararli. Ma la pioggia era finita, cessata del tutto. Erika esitò prima di attraversare quella porta, fu quando disse che si sentiva le gambe pesanti davanti all’uscita che Dario la guardò dritta negli occhi e lei si dimenò in espressioni contratte in volto tentando di reprimere l’impeto di pianto. Poi scoppiò. Pianse. Lo fece come se non l’avesse mai fatto in tutta la sua vita, con una sincerità e un trasporto che spinsero Dario a stringerla a sé con forza, con dolore e gioia, con la paura di farle male.
“Non avere paura tesoro, ci sono io”
A un passo da quella porta c’era il cielo, la grandine, il sole, gli aerei,  salvagenti , semafori, fiori, altari, gradini, violini, gli uomini. C’era la vita a un passo da quella porta, ed Erika la oltrepassò coi suoi infradito, le sue unghie viola, la sue ferite ancora aperte. Un solo passo e si ritrovò fuori.  Si fermò, ispirò forte. L’aria era fresca, un groviglio di ossigeno puro che inghiottì voracemente. Dario le tese una mano con un cenno di incoraggiamento, lei l’afferrò e la strinse, poi sorrise come riemersa da una voragine di fango, gli poggiò la testa sulla spalla e gli bisbigliò all’orecchio:
“Papà, andiamo via”


24 commenti:

  1. Un racconto semplice sorretto dal pathos, a sua volta egregiamente mantenuto e sostenuto dall'autrice. Mi è piaciuta la sensazione di inesploso che vi si respira; inoltre è ben scritto, incisivo, essenziale (e forse, ma dico forse, con pochissimi ritocchi ad asciugare ancora si potrebbe arrivare anche più in là in questa direzione).
    Bravissima Sara, complimenti, un saluto.

    Franco " Pale"

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    1. Sai Franco la scrittura è strana, almeno per me, perchè ci rende spettatori di noi stessi e se a caldo le cose che scriviamo possono renderci in qualche modo soddisfatti è perchè a caldo ci somigliamo di più. Poi passa il tempo e ci somigliamo di meno e così le cose che scriviamo ci sembrano più lontane, più distanti. Questo per dirti che rileggendo io stessa questo racconto dopo diversi giorni dalla sua stesura ho percepito l'esigenza di rivederlo, e lo farò. Grazie comunque del tuo apprezzamento, per me vale molto

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    2. Pensa Sara che io rifarei i miei stessi commenti a distanza di pochi giorni dalla rilettura...
      Sid

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    3. Sid da un lato tu hai sicuramente l'esperienza dalla tua che a me manca, dall'altro parli di commenti e quindi della tua parte razionale in azione, quella più salda, più piantata. Io invece parlo del nostro mondo immaginativo, di tutto ciò che è meno razionale e profondo, più instabile che viene fuori scrivendo racconti o poesie. Ci sono cose che ho scritto che butterei dalla finestra e non devo andare molto indietro nel tempo. Eppure sono mie, nonostante a volte stenti a crederlo. Sono della Sara che ero e per questo non le butto, le tengo come si tengono vecchie fotografie, con nostalgia, un po' di vergogna e un po' di rabbia...

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  2. Serenella Tozzi24 aprile 2014 14:02

    Un racconto inquietante che lascia intuire più che spiegare. Una storia drammatica appena sfumata, ma che sa far intravedere i tormenti ed il dolore che nasconde dietro di sé.
    Un tocco leggero, essenziale, efficace.
    Brava, Sara, anche da me.

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    1. Grazie anche a te Serenella. Parlare sottovoce era il mio obiettivo in questo racconto visto il tema trattato. Sono felice che ti sia arrivato così

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  3. Credo che l'effetto principale di questo racconto sia dato dal fatto che, leggendolo, si è portati a inquadrare i personaggi in certi ruoli, poi le supposizioni vengono smentite, ma in effetti, in precedenza, nel testo, non c'era nulla che le supportasse.

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    1. Sì Rubrus, in effetti la sorpresa finale voleva essere una non risposta alle domande che leggendo si possono creare come a dire che in alcuni casi appunto le domande passano in secondo piano rispetto agli effetti di una data situazione, Grazie per i tuoi interventi

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  4. Se per essenziale si intende qualcosa di sostanziale e concreto, mi dispiace ma devo contraddire Pale e Serenella che hanno usato questo aggettivo per definire il tuo scritto. La trama è nell’aria, si percepiscono atmosfere cariche di tensione e tutto avviene come in sogno, anche il finale arriva a ribaltare le poche certezze apprese. Solo il dolore è reale, fisico. Se invece si fa riferimento alla scuola dell’ermetismo che ha visto la proposta di componimenti poetici brevi, basata sull’essenza delle cose, direi che manca la sintesi che caratterizza questi testi. La tua mi sembra più una prosa poetica e trovo che ci sia molta attinenza al tuo modo di fare poesia.
    Insomma hai tutta la mia ammirazione per lo stile, io non riuscirei a scrivere qualcosa del genere, non saprei proprio da che parte incominciare. Che dire di più… Brava.

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    1. Serenella Tozzi24 aprile 2014 15:59

      Io per essenziale intendo le parole scarne, la sintesi del pensiero doloroso che nascondono. Niente parole di troppo, solo l'essenziale, ma efficacemente espresso.

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    2. A un passo da quella porta c’era il cielo, la grandine, il sole, gli aerei, salvagenti , semafori, fiori, altari, gradini, violini, gli uomini. C’era la vita a un passo da quella porta, ed Erika la oltrepassò coi suoi infradito, le sue unghie viola, la sue ferite ancora aperte. Un solo passo e si ritrovò fuori.

      Tutto sta a mettersi d'accordo sul significato della parola. Per me questo modo di esprimersi non può essere considerato essenziale, penso che sia riduttivo. Ma se intendevi dire che si può essere coloriti, espressivi anche senza smancerie, allora siamo d'accordo. ;-)


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    3. Mi permetto, ma solo per amor di discussione, perchè non esiste UN modo di scrivere (men che mai IL modo di scrivere) - e poi anche io spesso sono tutt'altro che essenziale - di fare un'analisi.
      Abbiamo due proposizioni che esprimono il medesimo concetto, cioè "la fuori c'era la vita".
      La prima proposizione consta di un elenco di oggetti concreti, esemplificativi (sole grandine e così via).
      La seconda consta di un concetto astratto "c'era la vita" che spiega l'elenco di cui sopra - e poi segue un correlativo oggettivo.
      Ora. Se si vuol scrivere (ed è modo come tanti) in modo essenziale, minimalista, due proposizioni che dicono la stessa cosa in modi diversi sono troppe. Ergo, ne va tolta una.
      O togli quella astratta o quella concreta.
      Se si vuole seguire uno stile scarno, ti attieni al principio per cui al lettore non devi spiegare nulla: gli dai i dati e poi le conclusioni le trae lui.
      Quindi, probabilmente, tieni la frase con l'elenco. Anzi, se proprio vuoi essere essenziale fino in fondo, non fai neppure un elenco esemplificativo. E' evidente, infatti, che quello di cui sopra è un elenco esemplificativo perchè non possono esserci assieme la la grandine il sole, gli altari e tutto il resto, fuori dall'ospedale.
      Quindi dici semplicemente quello che Erica vede uscendo - fosse anche un passero che becchetta - ti concentri su un particolare che risalta per la sua unicità e punti tutto su quel particolare, sperando che il lettore capisca che stai dicendo non "c'era un passero" (mica è un trattato di ornitologia) ma, appunto, "c'era la vita".
      Nota che questo è quanto l'autrice fa quando, subito dopo, parla di unghie viola e infradito e ferite ("ferite aperte" è una metafora, evidentemente, mica esce grondando sangue dall'ospedale, Erica). L'autrice non ci sta facendo l'anamnesi di Erica o sta parlando di cosmesi. Ci sta dicendo che Erica malgrado le ferite (ancora aperte anche se un minimalista non avrebbe usato metafore, ma avrebbe parlato, magari, di punti ancora da togliere) ha ancora il gusto per le cose belle della vita.
      Lo stile, quindi, non è essenziale perchè l'autrice usa tutti questi strumenti perchè - ed è qui che sta la scelta di una "poetica" - che usarli tutti esprima meglio il concetto che vuole illustrare meglio di quanto accadrebbe se ne usasse solo uno.


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    4. Franco ti ringrazio molto per la grande spinta che mi dai con le tue parole. Non so se il mio fare poesia e il mio fare prosa si somiglino ma se è così ne sono felice perchè cerco di scrivere sempre ciò che mi detta l'interno quando bussa e questo senza distinzione di genere, che sia prosa o poesia. Grazie ancora

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  5. Off topic: "l'essenziale" è eliminare le parole superflue. Il difficile è trovarle. Se ci riesci, rimangono le migliori. E allora è il top.

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    1. Esattamente come Rubrus, ma direi che anche Serenella si esprime in questo senso, almeno mi pare.

      Franco "Pale"

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    2. Serenella Tozzi24 aprile 2014 21:27

      Penso proprio così, Pale. Quando si esce fuori da un tunnel credo che vanga spontaneo notare tutte le cose minute che fanno parte della vita, quelle che altrimenti nella normalità passerebbero inosservate. Ecco perché l'elencazione non mi sembra superflua o un di più.
      Scarne sono le parole intorno al pensiero doloroso che nascondono: sarebbero un di più, ognuno ha il proprio dolore personale e, qui, addirittura si parla di degenza chiusa tra le sbarre.

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  6. Una clinica con le sbarre, forse psichiatrica?
    Di mio che dire dopo tutto quanto precede nei commenti?
    Mesi di ricovero, forse autolesionismo per sindrome depressiva, nessuna spiegazione.
    Ce le dobbiamo dare noi le ragioni, le domande e le risposte.
    Che sono infinite, non ultima la morte della madre o una disillusione amorosa, chissà.
    Direi che la storia si snoda su piani inclinati, come se fosse la storia di tanti.
    Per me almeno, che col suicidio ci ho avuto a che fare ai tempi.
    E pensare che ancora adesso mi domando perchè la gente allora non si fece i cavoli propri.
    A quest'ora non starei qui a scrivere, ma probabilmente starei camminando nei verdi pascoli del cielo.
    Retroattiva/mente, Siddharta.

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  7. Bè se lo vuoi sapere io che detesto chi non si fa i cavoli propri stavolta abbraccio spiritualmente chi non se li è fatti con te...Sei un ottimo osservatore, quelle sbarre e ti sei dato la giusta soluzione. Per il resto mi piace che il racconto si legga su piani inclinati perchè è quello a cui tendevo nel scriverlo. Le domande non hanno mai un'unica risposta, soprattutto in questi casi e soprattutto spesso sono relativamente secondarie rispetto all'effetto prodotto, io volevo focalizzare l'effetto, non so se ci sono riuscita...

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  8. Come vedi, Sara, hai sollevato un polverone. Le tue cose non possono non sollevare accese dispute perché solo le cose belle creano stimoli alla discussione.
    Qualcuno più sopra ha detto che le cose che scrivi in prosa ricordano le cose che scrivi in poesia. Mi trovo perfettamente d'accordo. Mentre una volta la Sara narratrice e la poetessa erano distanti anni luce e facevano fatica a convivere, ora si sono riavvicinate e convivono pacificamente. Grande racconto in cui si palpa il dolore e la fatica a riappropriarsi della propria vita. Più asciutta? Può darsi, hai fatto tanti progressi in tal senso, ma a me piaci così!

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    1. Dai Ric non esagerare, lo so che mi vuoi bene ;-) Grazie

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  9. La parte sensibile di questo racconto degli stati d'animo, la parte che per me centra in pieno la commistione di senso,significato e forma, va da 'era venuto così maggio '... fino a tutto il paragrafo successivo. In quel pezzo lì non spieghi, trasmetti.

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    1. Grazie Claudia, sono contenta tu abbia apprezzato.

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  10. Una scrittura felicemente espressiva, nel senso che non si avvoltola su se stessa, girando a vuoto.
    In questo senso, mi pare che il racconto proceda bene, a patto che il lettore non si ponga quelle domande che balzano per prime nella mente: perché Dario tende a ritardare l'incontro? E poi, la figlia sarà veramente e definitivamente guarita?
    In tutte le storie, credo, è presente (più o meno sottile) un alone di mistero - inutile provare a spiegarsi tutto con la sola ragione.
    Dal mio punto di vista, quindi, apprezzamento per il contenuto e la forma.

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  11. Grazie Salvo, sono contenta tu abbia apprezzato. In effetti la sospensione è cercata nella misura in cui per certi temi le domande e le risposte faticano a trovare uno spazio certo e definitivo. Un abbraccio

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