martedì 1 aprile 2014

I SIGNORI IN GIALLO (4) - Post it di Rubrus

Maigret 

“Io non penso” risponde spesso Maigret a chi gli chiede che cosa stia pensando.
Ovviamente è una provocazione, ma segna benissimo la distanza tra il commissario francese e suoi predecessori.
Il “trucco” di Maigret – giacché egli nega di avere un metodo – è di immergersi letteralmente negli ambienti, nelle psicologie dalle quali emerge, alla fine, la soluzione.


Altri sono i punti di differenza con gli altri detective sono notevoli.
Maigret è un poliziotto, lavora in squadra e non è un privat eye.
Non appare affatto un individuo eccezionale, anzi spesso Simenon usa la solidità fisica del personaggio per farci credere che implichi stolidità.
Evita, se può, la violenza, ma sa che esiste e che a volte è necessario farvi ricorso. Allora non esita.
Non è un solitario, anzi ha una moglie, la celebre signora Maigret (e... sì non riesco a non ricordare, ancora una volta, il mio caro tenente Colombo e la sua ineffabile Signora).

È non un outsider, ma un borghese e – seppur non di rado “prenda di punta” i casi – più che una missione sembra avere un lavoro maledettamente serio.
Non odia i suoi nemici, i quali, spesso, sono gente comune a loro volta e, nel colpevole, cerca sempre di vedere l’uomo (se non altro perché è un uomo che commette i delitti, non una creazione letteraria).
Vi sono persino dei casi nei quali non giunge ad una soluzione certa ed altri nei quali non riesce ad incriminare il colpevole. In altri casi s’intestardisce a risolvere casi che sembrano senza importanza.
Come Chandler, Simenon è un romanziere, prima ancora che un giallista, ma, a differenza dell’americano,  non ambisce a descrivere la realtà né a giudicarla. Non vorrebbe neppure migliorarla, probabilmente e, di certo, sa che cambiare veramente qualcosa è impresa superiore alle sue forze. Gli basterebbe capirla, la realtà e, col tempo, le sue indagini divengono sempre meno indagini sui delitti per diventare sempre più un’indagine sul delinquente e, poi, sull’uomo e sul mondo in cui vive.  

Non – conclusione 
 
Beh, io mi fermerei qui.

Avevo detto che sarebbe stato un discorso incompleto e politicamente scorretto  e mi pare giusto mantenere le promesse; mi limito solo a citare Erle Stanley Gardner che, con Perry Mason, iniziò il giallo giudiziario, tuttora popolare, e Rex Stout che gioca abilmente con il trucco – già vecchio – della coppia di detective, per proporre, nella dinamica Wolfe / Goodwin, un complesso gioco di dualismi, a cominciare da quello braccio / mente.
Tralascio autori all’epoca assai popolari, ma oggi quasi dimenticati, spesso ingiustamente, come Cornell Woolrich, S.S. Van Dine, Edgar Wallace.
Soprattutto, tralascio il giallo contemporaneo, con i suoi spunti spesso originali, come quello di proporre vicende gialle ambientate in epoche lontane (solo un esempio: Danila Comastri Montanari ed i suoi gialli ambientati nell’antica Roma) ovvero di trasformare in detective personaggi storici (anche qui solo un esempio: Margaret Doody ed il suo Aristotele detective).
Tralascio altresì il giallo italiano e, quindi, non solo Camilleri, ma anche, per esempio, il bravo Marco Malvaldi (che si innesta sulla scia del giallo classico deduttivo) così come anche tutta la schiera dei detective venuti dal freddo insieme a Stieg Larsson (solo una menzione per Jo Nesbo,  e Henning Mankell) nei quali (direi nella scia noir) emergono le contraddizioni, l’ipocrisia e la solitudine di una società disperatamente appagata.
Petro Markaris

Tralascio Markaris  ed il suo Commissario Charitos (un Maigret con una spruzzata di Marlowe), ma invito coloro che vogliano conoscere un po’ la Grecia e di riflesso l’Europa contemporanea a leggere la “trilogia della crisi” (composta da “Prestiti Scaditi”, “L’Esattore”, “La resa dei conti”).   
Una parola però sul commissario Adamsberg di Fred Vargas  la voglio dire.
Jean-Hugues Anglade

Qui abbiamo un poliziotto che – per carità – risolve casi con motivazioni che, a posteriori, si rivelano coerenti e razionali, ma che si definisce ed è definito dai suoi “uno spalatore di nuvole” uno che trova il bandolo della matassa partendo dall’assurdo, dall’inconscio, dall’irrazionale, ricorrendo a impressioni, sensazioni, intuizioni, associazioni libere, assonanze, sesto senso. Uno che è un mistero egli stesso e non solo per i suoi, ma anche per se stesso e, anche se alla fine il colpevole viene scovato, l’impressione che vuole darci l’autrice è quella di aver assistito al volo del calabrone che, sì, vola, ma non dovrebbe.
Se torniamo con la mente a Dupin vediamo quanta acqua è passata sotto i ponti.
Dicevo all’inizio che l’ambizione della narrativa gialla / noir era di rappresentare, più o meno consapevolmente, la possibilità di un senso o della scoperta di un senso della realtà.
Con Adamsberg, la Vargas ci sussurra che, nonostante le apparenze (la soluzione dell’enigma), la realtà un senso non ce l’ha ed è impossibile trovarlo e non perché (come in Simenon, a volte) siamo noi ad essere limitati, ma perché è proprio il mondo ad essere fatto così.
Penso che sia un segno dei tempi e qualcosa su cui riflettere… ma forse no perché tanto, dirà qualcuno, è solo letteratura di consumo e di genere.


4 commenti:

  1. Anche qui, una curiosità. Per Simenon, il Maigret migliore era quello interpretato dall'Italiano Gino Cervi (almeno sul piccolo schermo, perchè sul grande schermo il commissario aveva il volto, all'epoca, di Jean Gabin). La foto dell'attore Anglade, che vedete nel testo, è il volto che è stato attribuito dalla TV francese (la serie mi risulta inedita in Italia) al commissario Adamsberg, parimenti menzionato nel testo. Anche qui il volto dell'attore non corrisponde molto, a mio parere, a quello del personaggio: nei libri Adamsberg è senz'altro meno belloccio, col mento un po' sfuggente e lineamenti che la Vargas definisce "caotici". Del resto, la non corrispondenza tra l'aspetto fisico del detective e quello dell'interprete è un po' una costante. Chi ha letto Camilleri sa che il Montalbano originario, come emerge specie nei primi libri, è baffuto e pelosissimo. Oggi però non riusciamo a non pensare a Zingaretti e anche Camilleri, più soddisfatto della performance dell'attore romano, si è adeguato: il Montalbano attuale, nei libri è "zingarettiano".
    Ultima curiosità sul tenente Colombo - che è detective, si può dire, solo televisivo (anche se ci sono libri nati come spin-off della serie). In America è scritto "Columbo", in origine doveva chiamarsi "Finch". Falk non era italiano, ma un po' unghrese, un po' russo, un po' polacco e di origine ebrea. Quando si presentò per il provino rischiò di essere scartato perchè, dissero, "A quel prezzo possiamo avere un attore con tutti e due gli occhi".

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  2. In questo periodo la Rai sta RI-trasmettendo la serie di Maigret con Bruno Cremer, maronna che pppalle! Sono episodi di una noia mortale. Non c'è una scena senza che il commissario non abbia la pipa in mano, in bocca, e perfino nelle orecchie. Per il resto mi dispiace che sia finita la tua breve rassegna.
    I denigratori di questo genere, hanno tutto il diritto di pensare che la narrativa gialla, o il noir che dir si voglia, non sia vera letteratura, questa polemica non mi tocca. Io so soltanto che quando sarà morto Camilleri lo faranno santo, vedrai, e voglio vedere quando in Italia si scriverà un altro romanzo del livello de Il nome della Rosa, che come non tutti sanno è un giallo in piena regola. Sono certo che questo genere, in un prossimo futuro, sarà rivalutato come merita. Alcuni romanzi di Simenon non hanno nulla da invidiare a nessuno. Certo ci sono stati degli abbagli alla Faletti, ma prima o poi qualche giallista del Nord, un Danese o uno Svedese, prenderà il Nobel e poi ne riparleremo.
    Complimenti vivissimi. Bravissimo come sempre.

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  3. Serenella Tozzi3 aprile 2014 16:38

    Ho letto da qualche parte che durante il ventennio fascista, visto il successo del genere poliziesco, fu emanata una disposizione del Ministero della cultura popolare che imponeva la presenza di un determinato numero di firme italiane in ogni collana di narrativa.
    Da qui la nascita, o almeno un bell' incremento di autori del genere poliziesco italiano.
    La Mondadori fu infatti costretta a lanciare un filone di gialli all'italiana pescando fra i suoi valenti scrittori.
    Però, verso la metà degli anni Trenta furono dettate delle norme precise: l'assassino assolutamente non doveva essere italiano e non doveva in alcun modo sfuggire alla giustizia.
    Poi, nel 1941, a seguito di una rapina compiuta da studenti (che si giustificarono dicendo di essere stati ispirati dalla lettura di un libro giallo) lo stesso Ministero mise fuorilegge tutti i romanzi polizieschi.
    Chissà se è per questo che il poliziesco con nomi italiani da noi è un tantino trascurato? In fondo anche noi abbiamo avuto validi autori, ma ai quali sono stati sempre preferite le firme straniere.

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  4. Mooolto probabile. Interessantissimo il puntuale dato che hai fornito. Si sa che i dati sulla criminalità erano trattati opportunamente (ricordiamo la storia del Prefetto Mori?) e coperti o vestiti dalle Veline del Min.cul.pop.

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