domenica 27 aprile 2014

IL NESSO CAUSALE - Claudia - narrativa

Verbena soleva dire che la Natura non lascia nulla al Caso.
«Vedi, mia cara» la istruiva spazzolandole i capelli «quello che i credenti chiamano volontà del Signore, gli agnostici destino o fato, altro non è che un tentativo blando di competere con l’algoritmo finale dell’Universo, con la sua indole tesa verso il disordine supremo».
«É questo che studierò Verbena, l’algoritmo?»
«Certo, questo e i modi per uccidere. A volte è una necessità. Comprendi?»
Mica tanto. Mica tanto comprendeva allora, ma pur di non sentire le bacchettate correttive di Verbena infiammare la punta delle nocche, aveva acquisito la sapienza del mentire ad arte, persino nelle espressioni facciali.

A comando trigemino, mascella e occipiti riuscivano a riprodurre l’espressione illuminata di chi capisce e vede.
Aveva persino assegnato un nome, a quel capolavoro: lo sguardo alla Archimede.
Con quello sguardo congedava le spiegazioni di Verbena, guadagnandosi languide spazzolate. Verbena, compiaciuta, si vantava che negli occhi dell'allieva si leggesse l’eureka, non il fumetto, sia inteso.
Con quell'espressione la signorina G. stava fumando, poggiata alla finestra della sua nuova casa, tanti anni dopo, il braccio libero sdraiato sul completo color Deserto dei Tartari che indossava, l’altro coinvolto da una Marlboro Touch a gettare spirali di fumo verso l’esterno, fino al piano di sotto, sui giardini e oltre, ai posti auto, dove quel palestrato di Petrilli, uno dei vicini, approntava il re missaggio del Motorhome Cartago, un prodigio di camper hi-tech, occupando i posti macchina del resto del vicinato.
Canticchiava un acuto di Born in the Usa così lontano dallo stile e dall’armonia che persino certi uccelli parassitari si erano dati alla macchia, abbandonando i campi intorno e le abituali sevizie agli spaventapasseri dissuasori.
Che la sindrome di Stoccolma abbracciasse Petrilli si capiva lontano un miglio, anche solo per come maneggiava lo spinotto dell’acqua con cui stava facendo il bagnetto al camperone.
E di sicuro non erano necessarie le lezioni di Verbena per capirlo, ci sarebbe arrivato chiunque, anche alle prime armi.
Petrilli pareva confermare la teoria secondo cui gli animali assomigliano ai padroni e viceversa.
Eccolo là il suo cane, tarchiato come lui, finto aggressivo come lui, complessato come lui, un american pitbull black nose dal nome grottesco: Rocco.
Non c’era nulla di personale: la signorina G. avrebbe provato una totale indifferenza verso Petrilli, il cane e quel culo secco della moglie. Al massimo l’avrebbe indisposta l’irritazione che le procurava quella loro totale mancanza di grazia, ogni qual volta li avesse incrociati sul vialetto d’accesso, o nel mentre scendeva dalla propria auto. Avrebbe comunque proseguito oltre, con l’abitudine di anni di addestramento. Purtroppo le cose non erano andate esattamente così. La signorina G. al momento lottava con brividi di stizza dolorosi quanto le bacchettate di Verbena: gli errori di valutazione che aveva commesso, la leggerezza, ecco, nel scegliere la dimora del suo buen retiro, si sarebbe col tempo rivelata imperdonabile.
L’amena quanto isolata frazione Fossamarza.
A rincarare la dose, era comparsa la carnefice, la moglie del Petrilli. Una faccia da aspide segregata nell’impeccabile caschetto corvino, le cosce sifilitiche a marciare fra le sophore, in direzione del marito. Portava una Ceres come i tedofori la fiaccola, il braccio steso e la birra in fondo, e il paragone finiva lì. Non c’era gioia in quel gesto, nè tantomeno orgoglio, piuttosto lo sdegno e l’avversione di una presuntuosa, malevola e mal posta superiorità, verso tutto e verso tutti, in prima istanza verso il marito. Quella donna era la causa di ogni male e la fonte di ogni futuro scontro.
Quella donna insoddisfatta e sprezzante, che teneva la birra per l’uomo che aveva sposato come un’infermiera del reparto infettivi che consegni un campione di tessuto.
«Smettila di cantare, ti sentono tutti. Abbiamo preteso l’ora di silenzio, ricordi?» gli aveva detto, la voce così graffiante che persino il cane s’era acquattato.
«Non ci ho pensato scusa. All’orario».
Petrilli aveva preso la birra, e nel farlo si era arrischiato a eliminare lo spazio tra i loro corpi, cingendola alla vita.
«Non qua, non davanti a tutti» lo aveva allontanato lei, arretrando.
«Vedi di asciugarlo col panno, dappertutto» aveva detto indicando il camper «altrimenti rimangono quelle odiose goccioline». Si era girata su se stessa, senza nemmeno guardarlo, era rientrata in casa. Petrilli, l’aveva seguita con gli occhi, fin quando non aveva sentito tintinnare i campanellini dell’ingresso. La signorina G. aveva spento la Marlboro Touch, senza essere vista, il sincero conforto che i ferri del mestiere fossero ancora lá, protetti dall’ombra del suo sottoscala.
La prima rogna era stata una telefonata nel pieno della notte.
Una telefonata anonima, con cui si denunciavano i rumori molesti prodotti dall’incessante latrare di Blacky, il pastore maremmano della signora Antonietta, barista del bar della Stazione, proprietaria della porzione di casa colonica al secondo piano, con mini giardino annesso. Blacky abitava il mini giardino in compagnia d’un barboncino di nome Terra. Era la prima volta in vita loro che stavano all’aperto, e non dietro al bancone di un bar nottetempo, o nel chiuso di un appartamento, godendo dell’ora d’aria come i carcerati. La signora Antonietta, lasciata dal marito e con due figli grandi buoni a niente, si era impegnata tutti i risparmi e obbligata per vent’anni con la banca, pur di avere la sua porzione semindipendente di gratificazione con giardinetto, per sé e per i propri animali. Normale che i due canidi ululassero alla luna, sgridassero la postina, latrassero alle biciclette. Nulla che fosse così insopportabile agli occhi e alle orecchie del vicinato. Eppure un delatore aveva fatto la chiamata. Un commando di carabinieri aveva posteggiato fra le sophore e interrogato la signora Antonietta sui suoi tremendi orari di lavoro, sottintendendo un’incompatibilità con la gestione dei cani che avesse a cuore le regole del buon vicinato. La signora Antonietta, piegata come un giunco, dopo due o tre di questi raid, si era trovata di fronte ad un aut aut: rimanere senza lavoro, e quindi senza casa, o cedere a qualcuno i propri adorati animali. Era stata indetta una riunione straordinaria di condominio che escludeva i delatori, cioè i Petrilli. Sebbene tutti impegnati nelle proprie faccende, i restanti vicini si erano offerti a turno di badare i cani, compresa la signorina G., suo malgrado. Non che non amasse le bestie e non provasse pena per la signora Antonietta, ne provava, ma per la signorina G. il problema a quel punto andava ben oltre.
E il luogo ameno che si era scelta per il suo baby pensionamento si rivelava adesso per quello che sarebbe stato: un epicentro.
Il tentativo fu fatto, ma la signora Petrilli querelò la barista adducendo un aborto spontaneo. Denunciò il concorso di colpa di quel maremmano latrante, che le aveva impedito il giusto ritmo circa diurno. Il giorno in cui la signora Antonietta portò via i suoi cani per darli in affido, la signorina G. prese a cercare le chiavi del baule di Verbena fra le scatole ancora imballate del trasloco.
Poi fu la volta dei gatti degli Stevros. Del primo, del secondo e del terzo. Tutti spariti e tutti ritrovati nel fondo del tratturo, gonfi per la putrefazione in corso e farciti di ingenti quantità di stricnina. Alla penultima riunione di condominio la signora Petrilli aveva lamentato con l’amministratore che la mancanza di rispetto dei confini da parte dei gatti degli Stavros, ledono all’equilibrio mentale di Rocco. Per tenerlo quieto, lei e il marito si erano visti costretti a imbavagliarlo e assicurarlo ad una catena. La signora aveva poi esibito il conto del comportamentalista canino e del suo collega psicologo. «Pagate Voi?» aveva domandato agli Stevros, puntandoli. Poi fu la volta dell’abrogazione del cartello per segnalare la ditta di Gori.
Gori lavorava da casa, aveva bussato a ogni porta per illustrare il progetto di apposizione del cartello, naturalmente a proprie spese, in un niente del corsello comune. Serviva a fargli pubblicità. Serviva a farsi trovare da tutti anche in questo momento di orribile crisi. Avrebbe pagato lui, anche la manutenzione. Tutti votarono a favore, compresa la signorina G.
Tutti, tranne i Petrilli. Il marito dichiarò che il cartello sarebbe stato fortemente antiestetico e di grande impatto ambientale. Vennero non si sa come gli esponenti del Comune e misero definitivamente il veto al progetto. Gori, poco alla volta, fallì.
E poi fu la volta delle agavi striate di Catia, la giardiniera. Morte per avvelenamento da ristagno d’acqua e cocciniglia.
Qualche settimana prima, il signor Petrilli aveva intimato a Catia di rispettare le distanze dalla rete di confine «mia moglie si punge continuamente con quei maledetti cosi».
La signorina G., ferma davanti al baule di Verbena, ne contemplava il contenuto con gli occhi lucidi.
La mattina dell’otto di dicembre, il contadino del podere adiacente trovò l’american pitbull di quella rognosa coppia impiccato al braccio sollevato del suo aratro. Penzolava scomposto, il muso ancora imbragato dalle fasce perchè non abbaiasse, il collo pieno dei segni della catena cui lo tenevano sempre legato, pur con i rigori dell’inverno. In mezzo a tutta quella neve, la grossa testa nera del cane era la prima cosa che il contadino aveva visto e l’ultima che avrebbe voluto vedere.
La sera della Vigilia di Natale alle ore ventuno il signor Torniello sceso alla fermata del km ventitré in località Fossamarza, si accorgeva di un particolare nello scuro dei campi, illuminato a intermittenza dai fari delle macchine di passaggio. Si trattava del quadrante doppio printing visione luminova, per una perfetta visione notturna, di un Crono Aviator con cassa in acciaio e cinturino idrorepellente. Attaccato al Crono Aviator, spuntava il braccio muscoloso del signor Petrilli, semicoperto dalla neve, il cranio sfondato un colpo di Svd a lungo raggio.
Svd o Dragunov, il nipote dell’Ak 47,velocità alla volata 800 m/s e gittata di 1500 metri,vale a dire un raggio massimo di 5,6 km.
Va da sé che la signora Petrilli passò un brutto Natale, l’intermittenza dell’albero luminoso in giardino che pulsava solo a metà. Era sempre stata una delle incombenze del marito montare le lucine per Natale.
Fu trovata a mezzogiorno del primo giorno del nuovo anno, ricomposta come Giulietta per le esequie nel suo abito da sposa. Giaceva sulla trapunta di organza sul letto di casa, scuoiata dalla testa ai piedi.
Per molto tempo l’ispettore incaricato delle indagini cercò il nesso causale.
Nessun testimone. Quella signora, la barista, aveva un alibi verificato per i decessi, anche per quello del cane. Così il resto del vicinato. Eppoi chi mai di loro avrebbe saputo maneggiare un Svd, o uno di quei macheti con cui si presumeva avessero lavorato la Petrilli? Al massimo potevano aver fatto fuori il cane. Se per i primi due cadaveri c’erano state le contaminazioni ambientali, per questo nossignore, nessuna. Al momento del ritrovamento, la madre della ragazza era svenuta molto prima di toccare il letto su cui giaceva la figlia.
Il nesso era forse la provincia? La follia degli isolati inverni?
Non c’era un’impronta, nemmeno parziale. Nemmeno sul cane. Nemmeno sulla catena con cui era stato impiccato. L’Svd volatilizzato, come se a sparare fosse stato il destino. Tutto sparito, senza lasciare traccia.
Tutto, compresa la pelle della signora Petrilli ed il suo scalpo.

21 commenti:

  1. Bello questo noir! Un noir bello tosto, crudo, sodo, insomma un vero hard-boiled.
    Il nesso causale non l’ho trovato, ma forse mancano degli elementi per poter risalire al movente di tale massacro, quello descritto è troppo debole, e poi la domanda insita nel titolo è molto più sottile. Una mente disturbata la nostra Lady G, unico elemento certo che giustificherebbe e darebbe un senso logico alla storia. Semmai ce ne fosse bisogno, perchè si potrebbe farne benissimo a meno di ulteriori spiegazioni. Di più, su questo Killer spietato, non è dato a sapere. Resto con la curiosità di conoscere questa misteriosa Verbena che appare all’inizio.
    Mi sono piaciuti soprattutto il ritmo incalzante della cronaca scarna dei fatti, e le battute in un linguaggio super moderno per un matusa come me. Io però ci andrei pianino con questo slang fighetto, così è perfetto, ma basta esagerare un cicinin che si scade nel genere.
    Complimenti.

    Ps: dimenticavo la cosa più importante. Ma come scrive bene Claudia!!!!
    Io l’ho detto ;-))))

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    1. Alùra, questa storia è venuta fuori perchè:
      con un amico si discuteva del concetto di Entropia, dell'utilizzo che ne fa la Fallaci in Insciallah e poi della necessità del nesso causale nella struttura logica di un racconto noir. Allora io mi sono inventata questa storia qua.
      A parte il comportamento dei vicini stronzi che è tutto vero.
      Però nessuno li ha fatti fuori :)
      Quanto a Verbena sarebbe un omaggio(a modo mio) e una citazione (sempre a modo mio) di Amande (Jeanne Moreau), la mentore di Anne Parillaud( Nikita) nell'omonimo film di Luc Besson ::))
      ::))

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    2. Be', non è facile ma possibile costruire un noir, senza spiegare fino in fondo la causa scatenante il delitto. Mi pare che in questo senso l'esperimento sia riuscito. Sul concetto di entropia e al suo utilizzo in letteratura non metto becco, troppo incasinato e sofisticato per me.
      Il riferimento a Nikita? Mi farò una passeggiata da quelle parti per rinfrescare la memoria, al momento mi dice poco. Ma mi informerò. Grazie.

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  2. Poveri signori Petrilli, ... lei addirittura scuoiata!. Ma, ... alla fine chi è stato? Non sono riuscito a capirlo.

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    1. è stata quella grulla della signorina G.
      Killer baby pensionata.
      Che ha sbagliato scelta di loco per il suo buen retiro :)

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  3. La lettura m'è risultata oltremodo faticosa ed ostica: dopo un pò ho rinunciato a badare alla forma per posizionarmi sul contenuto.
    Anche quest'ultimo in un crescendo inverosimile.
    Rielaborando il pensiero di Ernesto Ferrero, personaggio intellettuale multiforme ( scrittore, saggista, critico letterario, direttore editoriale, erudito, ecc. ), l'uomo è l'unico animale che non sa vivere senza racconti, affabulazioni, invenzioni, fantasie, persino quando dorme.
    Saremmo tutti dei racconti-dipendenti, roba da psicoterapeuta...
    Secondo lui, però, le vicende narrate non sarebbero quasi mai storie a lieto fine, ma complicate e spaventose, una sorta di meccanismo psicologico che ci aiuta a superare le difficoltà della vita ( aggressività, terrori, ecc. ).
    Leggendo questa proposta, sarei tentato di credergli...
    Paurosa/mente, Siddharta.

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    1. Hai ragione. Il racconto è carico. Sia come forma che come struttura.
      Sarebbe risultato molto più efficace se avessi usato altre parole. Cioè un'altra forma, ma non volevo cambiare perchè era nato dalla faccenda del nesso causale... E poi mi prendeva troppo la faccenda visionaria del finale.
      Cioè nel senso che ho visto quelle scene.
      Ecco l'ho detto :)

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    2. Secondo i neuroscienziati, quando scriviamo una storia di fantasia la viviamo in apparenza.
      Cioè ci immedesimiamo neuronalmente come quando si vede un film.
      Quindi è corretto dire che nello scrivere < ho visto quelle scene >.
      Ovviamente quando non siano distorsioni del sistema nervoso...
      Sid

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    3. Siete fortunati che non abitiamo tutti nello stesso palazzo come i tizi del romanzo breve di frame. :)

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  4. Salve Claudia, questo è un noir in piena regola al cui confronto 'La tredicesima storia' che ho appena letto (e che nel prosieguo della lettura, pur se ben scritto, si è rivelato meno avvincente di quanto sembrava in un primo tempo) impallidisce.
    Mi hai riportato ai fatti di Erba per cui ritengo che la tua fervente fantasia possa essere corroborata da eventi ben tragici e reali.
    Secondo me dovresti fare attenzione a non 'riportare' le frasi tecniche pari pari (doppio printing visione luminova, per una perfetta visione notturna, ad esempio) perché creano un inciampo alle tue doti di narratrice, ecco, come dice frame, controllerei un po' questi impulsi a nominare tutto in modo come dire, modernista? Corsello per breve vialetto ad esempio.
    Sono solo mie piccole perplessità che non incidono o incidono pochissimo sulle tue capacità e doti di scrittrice.
    Che ti devo dire, sei bravissima, anch'io vorrei sapere chi era questa Verbena che ha insegnato alla sig g ad uccidere xke a volte è necessario, fatto è che una esile trama come potrebbe essere questa di banali liti di condominio si è trasformata in una storia avvincente, e persino plausibile come abbiamo visto.
    Non so a questo punto il cattivo chi è, chi calpesta i diritti degli altri o chi accoppa il calpestatore, come un robin hood esasperato, l'angelo vendicatore dei deboli e degli oppressi.
    La signorina G conservava gli attrezzi del mestiere nel sottoscala, sapeva che le sarebbero serviti nell'epicentro che era diventata la sua vita? Verbena docet ,
    Sei un'autrice interessante ma l'ho gia detto.
    Ciao
    Anais

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    1. Ti ringrazio molto, prima di tutto.
      Su come sia nata questa storia e su chi sia Verbena ho risposto lassù, a Frame, e non ti sto a riscrivere le stesse cose. Quanto ai tuoi appunti rispetto alle eccessive "precisazioni", ti do atto che possano allontanare, come può, in questo testo specifico, stancare la verbosità e il "rigonfiamento" delle frasi. Solo che è intenzionale. Quindi tu hai assolutamente ragione, ma io mentirei se ti dicessi che non era intenzionale e che sono consapevole che provando a fare determninate cose posso poi ottenere perplessità o altro.
      La cosa buona è che le osservazioni puntuali aiutano molto più di qualunque altra cosa. E sono indice di un'attenzione di cui ti sarò sempre grata.
      Non è un proforma lezioso. Non sono il tipo. E' la verità :)

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    2. mi sono sempre chiesta come si utilizza il tempo risparmiato tra scrivere xke e perché

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    3. dipende dal soggetto che ne usufruisce, io credo.
      c'è chi in un nanosecondo fa cose mirabolanti, chi fa quello che può (purtroppo si sfiora la faccenda precox eiaculatio), chi mangia un grissino, chi non fa una ceppa.
      Chi distrugge mondi e chi invece ne crea :)

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  5. Ottima cosa questa! Fermo restando che non è il mio genere, cosa assolutamente trascurabile, qui c'è una gran lucidità di esposizione, ritmo da vendere e la scelta consapevole di "verbosità" come dice l'autrice mi pare del tutto funzionale dal punto di vista proprio del ritmo (sembra, leggendo, di sentire il ticchettìo di una macchina da scrivere a mitragliatrice a scandire gli eventi).
    Non mi sembra si possa dire eccepire nulla, e ci sta bene anche l'accenno in fatto di tecnica a proposito delle armi usate (la mia è un'idiosincrasia verso le armi in generale; eppure fatto con misura, come qui dentro, questo è un particolare fors'anche prezioso).
    Insomma bravissima Claudia e nient'altro.

    Franco "Pale"

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  6. La struttura è simile a quella di un racconto di Matheson, "il distributore", ma credo che quanto qui interessi sia evidenziare il carattere caotico e in definitiva non conoscibile e non controllabile della psiche umana, dove un piccolo gesto può produrre conseguenze incotrolabile, in spregio ad ogni determinismo scientista. La attenione alle armi, oltre che necessaria alla credibilità della trama ed al ritmo della storia veicola il carattere ossessivo dell'anima del personaggio.

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  7. Mi interessava trasmettere il progress.
    Per questo era così importante quello che vedevo alla fine.
    Di tutta la discussione su nesso e entropia era la sensazione la cosa più fica e allarmante. Il presagio fra virgolette del disordine e il suo innesco.
    :)

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    1. Ciao Claudia, potresti spiegare i concetti di cui parli, il progress, la discussione su nesso e entropia, il presagio del disordine ecc con parole più semplici?
      Grazie se lo farai.
      Mi interessa capire meglio
      Ciao
      Anais

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    2. La discussione verteva sulla necessità di chiarire, soprattutto in una storia noir o gialla o similia, il nesso causale, cioè la "causa scatenante". In poche parole, quell'elemento che (parlando di struttura narrativa) connette antefatto, fatto, svolta e epilogo in maniera logica. A quello si è aggiunta la faccenda dell'entropia e dell'equazione di Boltzman. Semplificando, l'equazione cerca di dimostrare che l'universo tende al disordine, e che questa tensione porterà, alla lunghissima, alla autodistruzione. Di più, dimostra che qualunque intervento si faccia nel tentativo di porre ordine (qualunque agente che abbia una forza opposta a questa naturale tendenza) accelera il processo. Questo per l'energia che qualsiasi atto produce, generando dispersione. Per progress intendo il crescendo, la somma di "condotte" dei Petrilli che se funzionassero, dovrebbero portare chi legge a pensare " prima o poi qualcheduno reagirà". Allo stesso tempo era il mio modo di ricreare il processo entropia e la mia risposta alle riflessioni sul nesso. Della serie che qui il nesso sarebbe il bisogno di "rimettere ordine" ( eliminando la coppia). Il mezzo ordinante sarebbe la signorina G., la quale però, nel momento in cui agisce (per ordinare) risponde esattamente ai criteri del vecchio Boltz. Cioè aumenta la dispersione e accelera il processo (entropia). Chiaro che adesso mi sento un po' tonna. Però non dico balle, la faccenda è andata così. :)

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  8. Grazie Claudia, ho letto anche tutte le risposte che hai dato agli altri e adesso ho capito bene quello che intendevi (sarà x questo, il concetto di entropia, che casa mia è sempre in disordine? Hihihi, io ci provo ma si ridisordina uffa)
    Mi interessava capire il meccanismo che porta un valido scrittore a creare una buona opera e vedo che non sono sufficienti la padronanza della lingua, la fantasia, istruzione e cultura, un bagaglio di esperienza e conoscenza ecc, serve qualcosa di più, la capacita, forse meglio dire la necessità imprescindibile di andare al fondo delle cose, di fare delle informazioni che si hanno a disposizione una valutazione capillare, una sete di mettere nero su bianco per gradi, nn so se riesco a spiegarmi, fino a sbozzolare il bozzolo, filo per filo in un crescendo di analisi e al tempo stesso di avvicinamento alla compiutezza della trama, ma il tutto avvenendo senza che il lettore (medio, forse meno quello scafato) se ne avveda, o comnq in modo che il tutto scorra secondo il famoso detto.
    Non scrivo quasi mai narrativa ma sto cercando di capirne le motivazioni, il perchè ancora non me ne viene la voglia, non è una mera questione di inclinazione o meno, è che cerco o mi appresto a cercare un metodo efficace per farlo in modo dignitoso.
    Chissa se ci riesco, intanto guardo chi lo sa fare come te. Mi puó anche bastare.
    Un caro saluto
    Anais

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  9. Serenella Tozzi31 maggio 2014 01:06

    "Che la sindrome di Stoccolma abbracciasse Petrilli si capiva lontano un miglio"... Questa frase non capisco come possa inserirsi nel contesto, perché è il Petrilli il desposta, no?
    Per il resto mi trovo concorde con Pale quando dice: "gran lucidità di esposizione, ritmo da vendere e la scelta consapevole di "verbosità" che, come dice l'autrice, mi pare del tutto funzionale dal punto di vista proprio del ritmo (sembra, leggendo, di sentire il ticchettìo di una macchina da scrivere a mitragliatrice a scandire gli eventi)".
    Insomma, lo trovo un noir spigliato, moderno e... molto coerente... :-))
    Senza scomodare l'entropia mi pare che certe persone, quelle che provano gusto a mettere zizzania e a rendere impossibile le vite agli altri, possano davvero indurre ad istinti omicidi, e se non si arriva materialmente a farli almeno sfogando la fantasia si possa riuscire ad essere veramente trucidi nel pensare alla loro "giusta" esecuzione (lo scuoiamento finale insegna). :-))

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