martedì 8 aprile 2014

IO E LUI - Riccardo Vandoni - narrativa

Quando ero giovane la maggioranza delle donne che frequentavo erano innamorate delle mie mani. Dicevano che le muovevo bene, che le usavo splendidamente e a proposito, che sembravano parte integrante del mio corpo. E io, che mi dispiacevo un poco per il fatto che a colpirle fossero le mani e non altre parti del mio corpo, ho imparato lentamente a giobbarci. Toccavo il volante della mia luminosa mini-minor giallo/ nera truccata come se sfiorassi il seno di Patty Pravo, fumavo le mie Muratti come se carezzassi il mare, picchiettavo con le nocche sulla tavola imbandita come se suonassi un notturno di Chopin. 



Nel sesso le mani divennero una mia prerogativa ed i preliminari duravano quanto una partita di tennis tra Nadal e Federer. Le donne non le toccavo ma le rasentavo, le amalgamavo, le plasmavo, le foggiavo a mio piacimento, sapevo dopo 5 minuti qual’era il loro punto G e come dovevo stimolarlo. Se vi raccontassi che ho provocato l’orgasmo in una dolce biondina carezzandole la mano, ci credereste? Ho procurato più orgasmi io con le mani che Rocco Siffredi con il resto. Quando erano lì, ipnotizzate ed estasiate, quando avrei potuto chieder loro qualunque cosa, assestavo il colpo definitivo. Come Zorro!

Ad un certo punto hanno iniziato a tremarmi, le mani. Quando me ne sono accorto, al bar sotto casa sorseggiando il caffè, mi è preso un colpo. Proprio loro, le mani, e non la cistifellea o le isole di Langerhans o lo sternocleidomastoideo. Proprio le mani! Mi dissi che forse era un castigo divino, che avevo impastato troppe natiche, modellato troppi seni, sfiorato troppi clitoridi e che il Signore Iddio mi stava punendo per avere abusato. Frequentai medici e pranoterapeuti, maghi e stregoni ma le mie mani continuavano a tremare. Alla fine e dopo aver tentato di tutto, dall’agoterapia all’ipnosi regressiva dalla musicoterapia allo joga, decisi di infilarle in tasca, le mandai in pensione.

Ma avevo gli occhi, due profondi occhi marroni. Spostai lì il mio centro di gravità permanente e non fu difficile. Bastava fare con gli occhi ciò che avevo fin lì fatto con le mani. Qualcuna di loro era perfino più contenta. I loro sensi di colpa erano fatti salvi! Fare l’amore con lo sguardo è un’arte difficile ma che può portare ad orgasmi indimenticabili. Il brivido ti parte dall’ipotalamo, traversa longitudinalmente tutto il tuo corpo come un’onda anomala e accende la stufetta proprio lì, dove te lo aspettavi. Un orgasmo che parte da lontano, di testa e di pancia, che nasce dalla ragione e dall’eros e che è autosufficiente... come un’extrasistole clitoridea. Le mie cene erano richiami all’estasi primordiale e l’invitata di turno, pressata dal mio sguardo indagatore che non la lasciava un solo istante da sola, blandiva alla fine la minestra come faceva Cicciolina con il pitone. Si sceglievano locali fuori zona con posti appartati e bui perchè, al dessert, si poteva scatenare una scena del tipo “Harry, ti presento Sally” con gridolini, sospiri e tutto il resto. Insomma gli occhi mi resero felice, anzi ci resero felici, per un po’ di tempo.

Un po’ di anni fa mi è venuta una macchia nera, prima all’occhio destro e poi al sinistro. L’oculista da cui sono andato (uno dei primi di Roma e, dalla parcella che mi ha chiesto uno dei primi d’Europa) mi ha comunicato che quelle macchie non mi porteranno alla tomba ma che mi ci accompagneranno, alla tomba. Nel senso che non passeranno. I miei occhi hanno bisogno degli occhiali, questo il verdetto. Ed io chiesi al Signore il perchè di un simile accanimento, perchè togliermi, e senza preavvisi, gli arnesi del lavoro. Perchè a me prima le mani e poi gli occhi e non ad un carpentiere la cazzuola o a Totti il pallone. Non ebbi risposta e non le aspettavo, in fondo, le risposte. Sapevo perfettamente cosa mi avrebbe detto, se avesse voluto, sapevo cosa pensava di me e mi sembrava di vederLo scuotere il capo. Comprai gli occhiali più strafighi in circolazione, li adornai di strasse e abbellimenti vari...ma scoprii che non funzionava. I miei occhi dietro le lenti erano inefficaci, inutili come le ali a un elefante.

Ma la voce...avevo la voce. Un bel timbro, rigato dalle tante sigarette che avevo fumato fin da ragazzo ma che l’avevano surrogato con un non so che di profondo e di sensuale. Mi iscrissi ad un corso di doppiaggio per modellarla, quella voce, per impostarla e renderla dura ma amica, penetrante ma sincera, suadente ma robusta. Quando mi sembrò di parlare come Ferruccio Amendola e quando vidi le mie amiche corsiste sdilinquirsi se doppiavo De Niro, capii che era fatta! Avevo di nuovo la 44 magnum. Mi allenavo costantemente a lezione e potevo verificare. Se la moretta carina, in prima fila, iniziava a traballare con la gamba destra accavallata sulla sinistra, io sapevo di avere colpito nel segno: autoerotismo inconscio da salotto! La voce, più che le mani e gli occhi, mi davano un senso di sicurezza che prima non avevo. Potevo far sfoggio della mia erudizione, potevo accompagnare il suono con uno spartito degno della donna che avevo scelto. Imparai ad ascoltarmi, cosa che non avevo mai fatto, ed ero orgoglioso del livello raggiunto. Le ragazze sembravano dipendere da quello che dicevo e da come lo dicevo, le vibrazioni delle mie corde vocali sembravano entrargli dentro e compiere dei sommovimenti di cui nemmeno le mie mani, anni prima, avevano sentore. Insomma parlai, sussurrai, mormorai, stormii, blandii, bisbigliai per anni.

“Lei ha un brutto polipo alle corde vocali” mi disse l’otorinolaringheccetera che mi visitò scrupolosamente. “Deve avere sforzato la voce, ultimamente. Che lavoro fa?”
Fui per la prima volta contento di non poter rispondere ed alzai le spalle all’unisono come a dire che già lo sapevo che mi sarebbe successo.
“Mi dispiace comunicarle che lei non avrà mai più la voce di prima. Dobbiamo intervenire prima che la situazione peggiori...e mi auguro di conservarle parzialmente le facoltà vocali”
Quel giorno tornai a casa distrutto. Una vita di ricerca annientata dalla malasorte o da qualcosa a cui non volevo nemmeno pensare. Decisi di riposare per qualche giorno. Telefonai in ufficio comunicando che una febbre improvvisa mi aveva tolto le residue energie e che sarei rimasto a casa per qualche giorno, mi spogliai e mi infilai nella doccia.

Insaponandomi lo sfiorai. Sembrava depresso, reclinato da un lato, abbandonato a se stesso. Mi resi conto di averlo bistrattato per un po’, di averlo lasciato solo e disperato, di aver depresso la sua autostima e la sua innata voglia di fare. Lo toccai, lo carezzai e quando mi parve dar segno di reazione gli sussurrai con la voce di cui ancora ero capace:
“Dai, coraggio, datti da fare...ora tocca a te”


P.S. Mi sembra che in questo caso il post scriptum sia praticamente obbligato. Mi par già di vedere un gruppo di neo femministe assaltare la mia casa e attentare alla mia virilità con forbici, forconi e affilatissimi rasoi. Il racconto è assolutamente di fantasia e non ha nessun appiglio con la realtà e con le mie attività sentimentali e sessuali. Chi però volesse sincerarsene di persona può sempre contattarmi privatamente :)))




9 commenti:

  1. Serenella Tozzi8 aprile 2014 00:46

    Ahahah!!! Me ne sono fatta di risate, caro Ric. Che piacione che sei.
    E male che vada ti resta sempre la scrittura. Ahahah!

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    1. Raggiunto lo scopo ... almeno con te! Ridere allunga la vita o almeno addolcisce quella che ci è data in dono. Un abbraccione

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  2. Se volevate un Vandoni d.o.c., eccovi accontentati. Simpaticissimo :-)

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    1. Grazie, Franco. Troppo buono :)

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  3. Ottima sceneggiatura Ric, solo tu potevi costruirla. Mi sono divertita a rileggerlo come fosse stata la prima volta. Ma come ti vengono in mente? :-) In effetti la tua fantasia vola in alto, così in alto da stupirmi ogni volta di più e aggiungo che la scrittura è perfetta, non cambierei una virgola. Bravo e grazie per i sorrisi che stimoli sempre

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    1. Sai da cosa è nato il racconto, Sara? Dalle patologie! Tutto il resto è inventato, le patologie sono vere :):):)
      Vedi che si può sorridere di qualunque cosa?

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  4. Mah, per quanto attiene alle mani.
    Il tremore, una sorta di Parkinson, poteva essere un valore aggiunto, nel contesto: una vera pacchia, a mò di vibratore...
    E invece non è stato apprezzato nel racconto!
    Racconto che descrive le femmine come assatanate di sesso.
    Ma si sa che sono sfortunato.
    Le più belle erano le più frigide, le più brutte saltavano a piè pari i preliminari.
    Così va il mondo...
    Antica/mente, Siddharta.

    P.S.: parrebbe che il carpentiere non usi la cazzuola, almeno dalle mie parti...

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    1. Sid...rilassati. Però al vibratore non ci avevo pensato. Apporterò delle modifiche, grazie :)

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  5. "Una cosa sull’avere diciannove anni, se vi fa piacere: secondo me è l’età alla quale molti di noi restano bloccati (mentalmente ed emotivamente, se non fisicamente). Gli anni scorrono e un giorno ti ritrovi a guardarti allo specchio alquanto disorientato. “Perché ho quei segni in faccia?” ti domandi. “Da dove salta fuori questa stupida pancetta? Che diamine, ho solo diciannove anni”. Non c’è niente di originale, ma questo nulla toglie alla meraviglia che si prova. Il tempo ti colora di grigio la barba, il tempo ti porta via i tiri a effetto e intanto tu, povero sciocco, pensi che sia ancora dalla tua parte. Il lato logico della tua mente sa che non è così, ma il cuore si rifiuta di crederlo."

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