mercoledì 2 aprile 2014

LEGAL KILLER - Rubrus - narrativa


Lo avevano chiamato così dopo che aveva ucciso il terzo avvocato. 
Adesso, un mese dopo, il conto era arrivato a cinque. Troppi. C’erano state interrogazioni in parlamento. Il Ministro della Giustizia aveva promesso il suo intervento. Molti Ordini Forensi erano entrati in agitazione proclamando l’astensione dalle udienze. I mezzi d’informazione non parlavano d’altro ed i talk show andavano a nozze. Su Facebook era nato un gruppo di sostegno. Prima di essere oscurato, aveva raccolto un ragguardevole numero di iscritti. 

Le ipotesi si sprecavano. Qualcuno sosteneva che era un cliente deluso. Altri affermavano che si trattava di un poliziotto impazzito dopo un’assoluzione di troppo. Non pochi arrivavano ad ipotizzare che fosse un cancelliere o addirittura un giudice. Nell’ambiente girava anche voce che fosse un praticante respinto per l’ennesima volta all’esame di ammissione.
Di certo non andava per il sottile. Non aveva preferenze. Uomini, donne (ormai sono tante quanto i maschi), giovani, vecchi, professionisti affermati e ragazzi alle prime armi che sbarcavano il lunario, civilisti, penalisti e perfino esperti in diritto tributario od amministrativo.
Il metodo era sempre lo stesso. Si avvicinava alla vittima e le sparava a bruciapelo con un’arma di piccolo calibro munita di silenziatore. Un colpo preciso, al cuore. Poi spariva. Gli omicidi avvenivano sia in luoghi isolati (due avvocati erano stati uccisi di sera tardi, quando uscivano da studio), sia in luoghi affollati (un’avvocatessa era stata assassinata durante un convegno e un’altra in un cinema). Il delitto più eclatante era stato l’ultimo. Durante l’inaugurazione del nuovo Tribunale Amministrativo, un noto professionista, difensore di molti enti pubblici, era stato trovato morto nei gabinetti. Quasi sicuramente, il legal killer gli aveva sparato proprio mentre l’avvocato stava uscendo dalla toilette, quindi l’aveva trascinato di nuovo dentro, sistemandolo sulla tazza, e poi si era dileguato.
Noi ci scherzavamo sopra, anche se a denti stretti, ma era come fischiettare nel buio. Nessuno si sentiva al sicuro.
Io, per esempio, mentre quel pomeriggio percorrevo i corridoi del Tribunale deserto, avevo in mente solo una cosa: quanto sia facile nascondere una pistola sotto la toga.
So che cosa potreste obbiettare: non è … non dovrebbe essere facile portare una pistola dentro un tribunale. Si vede che non conoscete i tribunali. Personale, magistrati, avvocati, non devono passare sotto il metal detector... ammesso che il metal detector funzioni. E poi, anche se nelle ultime settimane avevano intensificato i controlli, era possibile che, prima del recente giro di vite sulla sicurezza, il legal killer avesse nascosto un’altra arma. I posti dove occultarla non mancavano.
Fu con sollievo che, dall’altra parte del salone centrale, vidi Bertazzini che parlava gesticolando al cellulare, con la toga che gli svolazzava intorno come una vela nera sbattuta dalla tempesta.
Checché ne pensi la gente, gli avvocati non indossano sempre la toga. I penalisti lo fanno spesso, ma non in tutte le occasioni. Gli altri, quasi mai.
Attraversai il salone centrale più velocemente di quanto mi sarebbe piaciuto ammettere, con l’eco dei passi che si perdeva lassù, verso gli altissimi soffitti del Piacentini.
Gli scrittori dell’orrore, quando parlano di castelli in rovina e case abbandonate, non sanno che cosa si perdono trascurando i tribunali. Di pomeriggio tardi, svanito il viavai concitato della mattinata, è un susseguirsi di corridoi vuoti, saloni desolati, intrecci di vani silenziosi, labirinti di marmi sbeccati e legni pieni di tarli, fughe interminabili di aule dove rimane solo qualche fascicolo abbandonato. Citando Shirley Jackson, “qualunque cosa vaghi là dentro, vaga in solitudine”.
Mi fermai a distanza di sicurezza – o a distanza di privacy, se preferite – mentre lui mi rivolgeva un cenno di saluto, ed attesi che finisse di parlare.
«È più deserto del solito, vero?» mi chiese quando ebbe chiuso la comunicazione.
Annuii.
«Già – proseguì lui – ti rendi conto dell’impatto che sta avendo questa faccenda?».
«Come no: udienze saltate, qualche reato prescritto, processi interrotti... hai una vaga idea di quante cause stesse seguendo De Carlo?” De Carlo era l’avvocato ucciso nei gabinetti del TAR e la mia era una domandaretorica. Bertazzini aveva un’idea abbastanza precisa del giro clienti di De Carlo, come l’avevo io, del resto.
«Se questa storia prosegue, un bel pezzo del nostro già disastrato sistema rischia di andare a gambe all’aria. E, con lui, un mucchio di quattrini».
Forse qualcuno, a questo punto, ci considererà dei cinici. In parte può essere vero, ma solo in parte. Ci dispiaceva dei colleghi uccisi e, forse, non ne parlavamo per scaramanzia. Umanamente, eravamo addolorati... ma siamo avvocati e non ci pagano per essere umani, così, alla lunga, può capitare di dimenticarlo.
«Come mai sei qui?» chiesi sedendomi sulla panchina di marmo fuori dall'aula.
«Una storia assurda» rispose sedendosi anche lui. «Nel ‘92 difendo questo cliente beccato con la solita bustina di roba. Incensurato, uso personale, modica quantità, ambiente familiare disastrato alle spalle... insomma gli faccio avere i domiciliari. Beh, tu sai come sia facile evadere dai domiciliari».
Risposi di sì. Faccio quasi esclusivamente civile, ma certe cose le so anch’io.
«Lo ribeccano e gli danno i domiciliari per la seconda volta. Beh, mi dico, nulla di strano. Forse un po’ dipende dal fatto che sono bravo io. Evade ancora». Si agitò sulla panca. Il marmo sarà anche bello, ma è piuttosto scomodo. «Stavolta lo arrestano mentre sta svaligiando un distributore automatico di sigarette. Allora chiedo: che cosa vuoi fare, sbatterlo dentro per meno di... ora come ora saranno poche centinaia di euro?».
«Ai domiciliari per la terza volta?» domandai.
«Sicuro, con la promessa di farsi seguire da una comunità di recupero. E lui evade ancora. E, ancora una volta, lo arrestano. Stavolta la quantità non è modica. Quasi certo che lo mettono dentro, però...».
«Però tu gli fai avere i domiciliari per la quarta volta».
“Sono bravo, no? O forse il giudice è superficiale, o ha il cuore tenero, o non ha voglia di lavorare, o non vuole ingolfare le carceri, o tutte queste cose insieme. Capita».
Si mosse ancora sulla panca. Ebbi il sospetto che non fosse solo perché era scomodo.
«A questo punto il mio cliente ha capito l’antifona. Casa sua diventa un simpatico punto di ritrovo per spacciatori. Io lo intuisco, ma, ovviamente, non posso dirlo, né ho le prove». Fece una pausa. «Lì vicino c’è una scuola e, a questo punto, il mio cliente è in grado di pagarmi parcelle, molto, molto salate...mi procura anche altri clienti» fece una mezza risata.
«Solo che io, da un certo momento in poi, non accetto più. Sì, so che qualcun altro lo farà al posto mio. Lo sai quanti avvocati siamo, no? Figurati se non ne trova uno nuovo. Beh, mi dico, etsi omnes, ego non. La faccenda va avanti poco, però. Il mio cliente ha pestato i calli alla persona sbagliata e, qualche tempo dopo, lo trovano ammazzato. A questo punto qualcuno potrebbe dire che la faccenda è chiusa. Qualcun altro, invece, potrebbe pensare che c’è un altro colpevole da giustiziare, cioè il sottoscritto. Se non fosse stato per me, il mio cliente forse non avrebbe intrapreso la sua carriera di spacciatore e sarebbe ancora vivo... e forse molti ragazzi non si sarebbero dati alla droga. O forse sarebbe successo lo stesso». Fece un’altra mezza risata. «Il business, in zona, ormai è avviato. Siamo negli anni duemila e la gente sta fuggendo dalle città, rifugiandosi nel caro, agreste hinterland, così idilliaco, così tranquillo e così noioso. Nella zona del mio cliente, arriva qualcun altro, qualcuno del giro grosso. Il mercato non manca. Stavolta la faccenda non mi riguarda. Quelli del giro hanno i loro avvocati... ».
Il cellulare di Bertazzini riprese a squillare e lui lo spense con un gesto rabbioso. Diamine, era impegnato in un processo. Forse stava processando se stesso.
«Sicuro, ogni tanto ci scappa il morto per droga, ma sono sempre morti che non fanno rumore, di quelli cui riservano un trafiletto perché tu possa commentare quanto è decadente la società moderna.
Un bel giorno, il padre di una di quei morti, una ragazza di sedici anni – a proposito, lo sai che mia figlia compie sedici anni quest’anno? – si mette ad indagare e non fatica molto a scoprire chi era il pusher di sua figlia. Così lo denuncia».
Bertazzini si alzò dalla panca e si mise a passeggiare per il corridoio. Anche l’eco dei suoi passi si perdeva in alto.
«Anche gli avvocati del giro grosso sono bravi ed il pusher ottiene i domiciliari – proseguì – allora quest’uomo prende una pistola, lascia passare qualche settimana e, quando pensa che è giunto il momento, si mette in macchina davanti alla casa del pusher (un disgraziato non molto diverso dal mio vecchio cliente) e aspetta”. Fece una pausa. «Lo ha ammazzato un paio di mesi fa».
Si sedette.
«Nesso causale, ragazzo mio, nesso causale – disse battendomi una mano sulla spalla – io non sono responsabile di niente, secondo la legge».
«In effetti è così» convenni. Ora che me lo diceva, ricordavo di avere letto qualcosa in proposito, ma forse mi sbagliavo. Di certo, ricordavo l’art. 40 c.p.
«Quel padre è venuto da me un mese fa – proseguì Bertazzini – non voleva farsi assolvere, non pretendeva tanto. Gli bastava che gli facessi ottenere gli arresti domiciliari. Beh, ci sono riuscito».
Mi domandai come avessi potuto dimenticarlo. Forse perché, da un mese a questa parte, il legal killer era diventato la star di ogni notizia di cronaca, eclissando le altre.
«L’altro ieri è evaso e l’hanno riacciuffato subito. Per questo sono qui». Si aggiustò la toga. «Sono sicuro di farglieli ottenere ancora. È un uomo molto provato». Tacque e mi guardò fisso in volto. «So che cosa sta pensando il moralista che è in te: giustizia è fatta. Beh, hai mai letto Balzac? Il colonnello Chabert? ».
«No, ma... ».
«C’è una frase, alla fine del libro, che mi ripeto sempre. Ci sono tre categorie di persone che non possono stimare il mondo: i preti, i medici e gli avvocati. Essi vestono di nero perché portano il lutto per tutte le illusioni e le speranze degli uomini».
La porta dell'aula di udienza si aprì ed il cancelliere chiamò l’avvocato Bertazzini.
Lui si alzò, dandomi un’altra pacca sulla spalla e, allo stesso tempo, puntellandosi per mettersi in piedi.
«Beh, ragazzo mio – disse – ora devo proprio andare».
Mi alzai anch’io, di malavoglia, accingendomi ad attraversare di nuovo il salone centrale che, durante la nostra conversazione, era diventato ancora più ombroso e deserto.
Avevo percorso pochi passi quando sentii Bertazzini chiamarmi.
«Lo sai come quel padre uccise il pusher? – urlò – Un colpo solo con una pistola di piccolo calibro, munita di silenziatore, a distanza ravvicinata. Dritto al cuore».



(aprile 2010)





16 commenti:

  1. Lettura gradevole, scorre che è un piacere. Riuscita la commistione fra gli incubi provocati dal legal killer e le esperienze professionali narrate dall'avv. Bertazzini.
    Solo squarci rapidi sulla realtà della droga e dei tribunali - giusto così per non appesantire il tutto.
    Un racconto, insomma, molto apprezzato.

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    1. Essendo un racconto ho dovuto / voluto limitarmi a squarci. In effetti, come insieme di elementi, potrebbe giustificare anche (almeno penso) un testo più lungo.

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  2. "... un praticante respinto per l'ennesima volta all'esame di ammissione". Ahuaha.

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    1. eh sì... è roba che suscita istinti omicidi....

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  3. Bravo, hai saputo creare l'atmosfera giusta e la giusta suspance producendo curiosità nel lettore fino alla fine. Un racconto molto lucido, che non scade mai. Apprezzato anche da me

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    1. Come dico sotto, non potevo far dire a Bertazzini "penso che il mio cliente sia un serial killer di avvocati", quindi ho lasciato che fosse lui a dare gli indizi al narratore che si pone, più o meno (più o meno perchè è comunque un lettore che conosce la materia e quindi non necessita di spiegazioni) nel ruolo del lettore.

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  4. Mah, non so ... c'è qualcosa che non mi convince. Non te la prendere però mi sembrano delle storie messe assieme un poco a fatica La prima parla del serial killer, la seconda del tizio che viene rimesso continuamente in libertà, la terza del padre che uccide un pusher utilizzando gli stessi metodi del serial killer. Credo che al racconto manchi un unione, un amalgama. Pero questa solo è la mia opinione e io non sono un critico, può anche darsi che mi sbagli. Abbracci.

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    1. mmm... temo che ci sia stato un qui pro quo.
      Il killer e il padre sono la stessa persona.
      Cioè: il pusher, responsabile della morte della ragazza, viene rimesso continuamente in libertà grazie all'avvocato (o alla struttura del sistema) finchè il padre della ragazza non lo uccide (con un colpo al cuore).
      Dopodichè il padre comincia ad uccidere avvocati (con lo stesso sistema che ha usato per uccidere il pusher, cioè un colpo al cuore) e continuerà a farlo perchè, come accaduto con il pusher, il suo avvocato lo rimette continuamente in libertà.
      In effetti il racconto si basa proprio sul legame tra le vicende che sono identiche, solo che la vittima (il padre) diventa carnefice usando lo stesso sistema grazie al quale il primo carnefice (il pusher) l'ha fatta franca.

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  5. la parte che preferisco è la riflessione sul nesso causale e il modo con cui, attraverso il racconto ne esterni i meccanismi fino a chiudere perfettamente il cerchio (e del ragionamento e della storia) :)

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    1. In effetti è quello il cuore del racconto, che si regge su due vicende che si ripetono praticamente uguali, cambiati o invertiti i ruoli.

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  6. Mi sono piaciuti particolarmente i dialoghi tra i due avvocati: uno spaccato di un mondo che mi affascina, rappresentato in modo eccellente, e diversamente, data la tua esperienza, non poteva essere. Senza contare che in quelle stanze mi è capitato di entrare e rammento ancora l'emozione dell'impatto con l'austerità dell'ambiente.
    Il racconto? Di due l'una, o la premessa è eccessivamente prolissa, oppure la conclusione è affrettata, in ogni caso sono convinto che meritava un approfondimento maggiore, anche a scapito della sorpresa.
    Uè, prima che qualcuno possa fare congetture sbagliate sul mio passato, ci tengo a precisare che nel palazzo di giustizia di Milano ci sono entrato una sola volta come parte lesa (infortunio sul lavoro). Ci sono uscito coglione come prima ma questo è un'altro discorso.
    Però se ai tempi avessi conosciuto Rubrus, magari mi sarebbe andata meglio.;-)))

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    1. Quot capita tot sententiae, è proprio il caso di dire. Un appunto che, all'epoca in cui lo pubblicai la prima volta, mi fu fatto, fu che il dialogo tra avvocati era un po' troppo prolisso. In realtà, credo che sia necessario trovare un equilibrio (che non dico di avere trovato). Gli addetti ai lavori magari lo trovano superfluo, i non addetti oscuro e/o noioso.
      Alla fine (siccome ritengo che sia realistico) l'ho lasciato com'era per vedere come sarebbe stato accolto in questa sede.
      La fine non credo di poterla spiegare: se cioè l'avvocato narrante, Bertazzini, dicesse "penso che il padre della ragazza, cioè il mio cliente, sia il legal killer" si porrebbe come minimo in una situazione spinosa. Al contrario, egli afferma di non sentirsi responsabile epuò dirlo (credo credibilmente per il lettore) proprio perchè afferma di non sapere... ma noi gli crediamo?
      E poi. Se oltre a sapere avesse lui ordito la macchinazione usando il padre killer come un arma contro i colleghi? (ipotesi che, devo dire, trovo assai stuzzicante). In questo caso il termine "legal killer" acquisterebbe un doppio significato: sia "assassino di legali" sia "legale assassino". E la legge, si sa, ha molte interpretazioni.

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  7. Al sommo dell'ingresso principale del palazzo di giustizia campeggia l'antico motto
    " IUSTITIA / Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere / alterum non laedere, suum cuique tribuere".
    Vi passavo davanti ogni volta che andavo in via Festa del Perdono, aiutandomi a rimemorizzare quanto studiato in diritto romano...
    Leggendo, mi sono sentito di casa.
    Il racconto mi è parso intrigante, lodevolmente ambientato secondo i miei gusti forensi.
    Una lettura vivace e nel contempo contenuta, dalla conclusione verticale, rapida.
    Come si conviene ad un colpo di pistola col silenziatore...
    Legal/mente, Siddharta.

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    1. Eh... Gaio... lieto di averti fatto fare una "rimpatriata" piacevole.

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  8. Serenella Tozzi3 aprile 2014 15:53

    "ma era come fischiettare nel buio. Nessuno si sentiva al sicuro." Efficace :-)
    Potrebbe sembrare anche una storia di solitudine: la solitudine degli avvocati di fronte al bivio della legalità apparente ed ufficiale da quella sentita interiormente.
    Mi è piaciuta questa ambientazione e trovo molto efficace la descrizione del tribunale vuoto. Toglierei però questa frase:"La porta dell'aula di udienza si aprì ed il cancelliere chiamò l’avvocato Bertazzini." perché se era orario di udienze il tribunale tanto deserto non doveva esserlo e, quindi, contrasta un po' con la descrizione iniziale.

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  9. eh sì, qui effettivamente si richiede un po' di conoscenza dell'ambiente che la concisione del racconto - presuntuosamente - presuppone ma non dovrebbe presuppore.
    In effetti, quasi tutte le udienze si tengono al mattino; è raro che proseguano nel pomeriggio. Accade quasi esclusivamente con quelle penali, e non sempre, anzi...
    Nel pomeriggio, quindi, l'attività degli operatori si svolge in privato e gli ambienti, specie se maestosi come quelli del Piacentini, sono quasi spettrali.
    Mai come gli archivi però - e magari un giorno o l'altro ne parlerò...

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