domenica 13 aprile 2014

Nonna si è fatta la badante - frame - narrativa

Non dimenticherò mai la faccia di mio padre il giorno che, zaino in spalla e sciame d’api assassine alle calcagna, me ne andai di casa sbattendo la porta.
Dietro sette centimetri di rovere massello lo sentii inveire qualcosa d’indefinito contro madre natura, breve preludio alla sua frase preferita:
«Vattene pure, questa casa non è un albergo!»
La seconda cazzata, l’anatema più gettonato nelle ultime settimane:
«Ricorda che se te ne vai, qui non metti più piede!» scagliato con violenza nella tromba delle scale, mi raggiunse mentre spingevo la maniglia del portone; a un solo metro dal marciapiede, a un passo dalla strada, là dove aveva previsto che sarei finito.


La mia risposta a denti stretti si confuse tra il frastuono del traffico intenso di viale Corsica nell'ora di punta e lo sferragliare del tram che correva veloce verso il centro, tra due file di enormi platani: ignari, immobili, spogli.
Non era la prima volta che minacciavo di trasferire le mie chiappe secche e le mie tasche vuote da qualche altra parte ma, quella volta, facevo davvero sul serio.
Dopo che l'ennesima discussione, iniziata per una banalità, era sfociata nella solita gazzarra, avevo deciso che in quella casa non potevo più restare.
In realtà mio padre, quei venti e maledetti Euro, me li avrebbe dati senza tante storie, ma non mi perdonava d'avere rifiutato un posto da precario alle poste e mi rimproverava di non cercare con costanza e caparbietà un altro lavoro qualunque. Per questo e forse ancora per l’ultima volta che mi era scappato un ‘fanculo al segretario del suo partito, non sopportava qualunque cosa facessi.
La mia abitudine di rientrare a casa intorno alle tre del mattino, per esempio, era una cosa che lo faceva imbestialire. Se decidevo di non uscire e mi rintanavo nella mia stanza, si domandava se fossi normale e non si capacitava di come potessi restare tutte quelle ore appiccicato al computer.
Molte volte me lo domandavo anch'io, ma che potevo fare? Era forse colpa mia se il proprietario del ristorante dove lavoravo, aveva deciso di ridurre il personale nel periodo invernale e mi chiamava solo per qualche extra? Era forse colpa mia se la nave da crociera sulla quale avrei dovuto imbarcarmi come commis di sala e bar, era ferma in cantiere da tre mesi e non prometteva di salpare prima di primavera?

Stanco ed esasperato da quelle continue liti, avevo riempito lo zaino con le mie poche cose: lo stretto necessario per passare qualche giorno in casa di nonna senza doverle chiedere di lavarmi le mutande e calzini e avevo sbattuto la porta.
Avevo preso con me anche il portatile e le cuffie. Per mia madre quello era il segno che per quella notte almeno non sarei tornato casa. Non avevo un piano ben preciso in testa, ma con pochi soldi in tasca e in attesa di tempi migliori, dove mai potevo andare, se non dalla nonna?
Presi il tram e prima di scendere alla fermata della metropolitana, ripassai mentalmente il discorsetto che le avrei fatto; dopotutto dovevo farmi perdonare del dispiacere procurato alla su' figliola prediletta, l’unica, nonché mia madre Ornella.

«Marco, questa è casa tua» mi diceva sempre la nonna. «Quando il Signore vorrà, quel poco che vedi e ancora mi appartiene sarà tuo. A chi vuoi che lasci la mia casa? A quella povera disgraziata di tua madre? Per permettere a quel prepotente di tuo padre di giocarsela in borsa?»
Anche lei aveva qualcosa che non poteva perdonare a mio padre e quando diceva così, pensava al gruzzolo ricavato dalla vendita di quel casalino di campagna che mia madre aveva portato in dote e che suo genero, un grullo buono a nulla secondo lei, aveva dileguato per un investimento incauto.
Impiegai quasi un’ora intera per arrivare al quartiere LM nella periferia nord-est della città e altri venti minuti per mettere il dito sul campanello di uno degli otto appartamenti al quarto piano della palazzina C.
Lasciai cadere lo zaino sullo zerbino, nonna avrebbe impiegato cinque minuti buoni prima di aprire la porta, invece questa si spalancò quasi immediatamente e sulla soglia apparve una giovane donna che mi scrutò con gli occhi spalancati per qualche secondo, prima di farsi da parte e lasciarmi entrare.
Dal saluto biascicato capii che era straniera. Dal sorriso, la leggera piega delle labbra sottili, che mi aspettava e sapeva chi fossi e dal grembiule che indossava, che non era un’ospite.

La nonna si era fatta la badante!
Ne avevo sentito parlare in casa, ma di quella faccenda mi ero completamente dimenticato. La sua presenza parve subito un serio ostacolo al mio programma, infatti, proprio sulla soglia del salotto la nonna mi gelò con un perentorio, telefona subito alla tua mamma che sta in pensiero. Non era proprio un invito a restare e del resto l’appartamento era troppo piccolo per tre persone. Questo lo capivo da me, ma c’era sempre la remota possibilità che la tipa dormisse in camera con la nonna, altrimenti ero spacciato.
«Nonna, ti sei fatta la cameriera?» dissi invece con un sorriso idiota sulle labbra, per prendere tempo e per nascondere la mia delusione.
«Chi, Irina?» si schermì la nonna, lanciando uno sguardo verso la cucina. Dalla porta aperta si sentivano rumori di stoviglie intorno ai fornelli, mentre un odore intenso di minestra e cavoli si spandeva per tutta la casa.
La testa candida della nonna, sempre pettinata come fosse appena uscita dal parrucchiere, cominciò a oscillare con moto crescente dall’alto verso il basso e con essa le braccia strette al petto florido, e più sotto la coperta di lana multicolore arricciata sul grembo. La frequenza tuttavia non era tale da destare preoccupazione. Avevo assistito a prestazioni ben superiori. La migliore performance era stata ottenuta il giorno in cui mio padre ebbe a dire una parola di troppo su Padre Pio. Dopo averlo minacciato di scomunica e tacciato di eresia, si chiuse per ore in un ostinato mutismo offeso, e per tutto il tempo, la testa vacillò pericolosamente e incessantemente sul collo esile, tanto da far temere per il suo distacco.
«Nonna, sono passato solo per salutarti.» le dissi rassegnato.
«Perché mai, parti? E dove vai con quello zaino, forse a militare?»
Era inutile discutere e cercare di farle capire che ormai il servizio di leva obbligatorio era stato sospeso, non si capacitava che suo nipote non dovesse fare il militare.
Le dissi semplicemente di no, che non partivo e che nella sacca avevo la tuta e l’accappatoio per la palestra.
«Peccato!» fece lei, «Se non sei buono per il re, non lo sei nemmeno per la regina.»
La battuta cretina non mi facilitò il commiato, ma ebbe l’effetto di rallentare in modo sensibile il tremolio del suo capo. La lasciai dopo l’immancabile tazzina di caffè, più cattivo del solito, e con la promessa vaga che avrei telefonato alla mamma.

Non avevo molte scelte: la panchina della stazione dei treni, oppure il materasso del mio amico Mario. Decisi per quest’ultimo, anche perché cominciava a far freddo e poi mi andava di parlare con qualcuno. Pensai che Claudia, la mia ex ragazza, non mi avrebbe lasciato in mezzo alla strada, ma non volevo darle quella soddisfazione. Dopotutto era stata lei a piantarmi per quel mezzasega del suo collega. La faccia di quell’idiota e il pensiero di quelle mani che scivolavano in mezzo alle sue cosce sotto la scrivania, mi accompagnarono dritto e di buon passo sino alla fermata dell’autobus. Durante il tragitto mi ripassai anche la scena di quella volta che la sorpresi sul divano del salotto con quel deficiente di Paolo, uno che abita nel suo palazzo e suona il campanello alla porta a tutte le ore e per qualunque cazzata.
«Stavamo solo parlando…» disse la stronza, «Sì, perché tu con me vuoi solo scopare e invece lui mi rispetta.»  
Dovetti ripassare mentalmente il copione più volte, perché Mario abitava a casa del diavolo, ma quando finalmente premetti su quel cavolo di citofono, tutto mi era chiaro e non avevo più alcun dubbio: Roberta era una puttana! 

«Mario?»
«Non c’è, è fuori.»
Cazzo! Era ora di cena, ero sicuro di trovarlo in casa, invece quel pirla… Chissà dove stava.
«Non sa, per favore, dove posso trovarlo?»
«Tu sei Marco? Se non lo sai tu, che sei suo amico...»
«Sì, va bene, mi scusi tanto.»
Me ne andai senza salutare e prima che m’invitasse a salire. Tanto lo sapevo che mi avrebbe riempito la testa con le solite stronzate. Erano molto simili a quelle di mio padre e non ero disposto a tanto per un piatto caldo e un letto.
Piuttosto sentivo già i primi sintomi della rassegnazione aggrapparsi alle gambe, salire lungo la schiena e gravare sulle spalle. Lo zaino si era fatto pesante e quel fardello mi pareva la giusta punizione per la mia avventatezza.
Lo sapevo! Lo sapevo che alla fine avrei dovuto cedere. Lo sentivo che anche quella volta sarei dovuto tornare a casa con la coda tra le gambe. Mi accasciai sulla panchina della fermata del diciotto barrato. Finsi di non sapere che mi avrebbe portato non lontano dalla mia zona e cercai un altro argomento sul quale riflettere per farmi passare quella mezz’ora.
Il mio pensiero si concentrò sul culone di una tardona che ballonzolava a un paio di metri dal mio naso. Un lampo, uno scossone e mi ritrovai gli occhi dentro quelli di una ragazza alla mia destra. Troppo belli per me. Una frazione di secondo, solo il tempo di memorizzare il colore e subito la biondina li abbassò sul libro che teneva aperto tra le mani.
Mio padre… non mi restava altro da fare che concentrarmi sul mio rientro.
No, era ancora troppo presto per tornare a casa. Mia madre mi avrebbe costretto a mangiare la solita minestra riscaldata, decisi pertanto di spendere tutto quello che avevo in tasca e prendermi una pizza. Scelsi la pizzeria a due passi da casa, forse per abituarmi all’aria e rendere meno brusco il rientro alla base.

Portone, androne, quattro gradini, scala o ascensore?
Non ricordo, però di una cosa sono sicuro, la televisione era ad alto volume, la sentivo nonostante i sette centimetri di legno massello e la cosa era insolita per le abitudini di casa mia.
Girai la chiave nella toppa e spalancai la porta con l’intenzione d’infilarmi nella mia stanza senza salutare. Volevo far vedere che non mi arrendevo tanto facilmente.
Il primo ad accogliermi fu proprio lui e sembrava mi stesse aspettando dietro la porta. Mi venne incontro con il viso congestionato, gli occhi sbarrati e agitava le mani sopra il capo come gli avevo visto fare l’ultima volta che la sinistra aveva vinto le elezioni:
«Abbiamo vinto, abbiamo vinto, due a zero.» Gridava come un tifoso della curva in preda al delirio, «Ha segnato Inzaghi, proprio adesso.»
Accidenti, la Champions!
Dovevo essere proprio fuori di testa per averla dimenticata.
Mi rovesciai sulla poltrona del salotto, appena in tempo per assistere al triplice fischio finale e al trionfo dei tifosi sugli spalti dello stadio.
Arrivò anche mia madre in vestaglia. Sembrava le fossero passati improvvisamente i dolori alla schiena e con agilità insospettata, si arrampicò sulla credenza e agguantò il panettone che aveva messo da parte per San Biagio; mentre mio padre apriva il frigorifero in cerca di uno spumantino.
Intanto io restavo in silenzio sulla poltrona in mezzo a tutto quel casino, guardavo la televisione e con la coda dell’occhio non perdevo di vista mia madre, mio padre e avevo il magone. Certo, avevo tanta voglia di piangere, perché lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo che a loro due, del Milan, della Champions e di Inzaghi, non fregava proprio nulla.


8 commenti:

  1. Una storia che si conclude felicemente e che richiama, seppure alla lontana, la parabola del figliol prodigo.
    In sostituzione del vitello più grasso, anche il panettone fa la sua bella figura :-))
    Nel vagare di Marco per la città, ho percepito lo spaesamento e la frustrazione che serpeggiano nella società di oggi, dove sembra predominare solo l'amore "liquido" che non richiede un impegno duraturo.
    E mi sono anche chiesto (forse andando al di là delle tue intenzioni come autore) quale sia stata (ed è) la vita dei genitori e della nonna di Marco.

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    1. Eh... tu mi chiedi troppo:-). Comunque, i genitori e i parenti che ti stanno intorno vivono di riflesso il disagio del giovane di famiglia. Oggi come ieri. Talvolta ci sono delle incomprensioni, ma in questo racconto, anche se forse non sono stato bravo a raccontarlo, volevo affermare il valore della famiglia. Puoi andare dove ti pare, puoi girare il mondo, puoi andare a cercare altrove fortuna, ma nessuno ti vorrà mai bene come tuo padre e tua madre. Questo è più o meno quello che penso io, poi ci vuole culo nella vita e io sono stato fortunato, i miei figli non se ne sono mai andati di casa, mentre io sì che scalpitavo e li ho fatti tribolare i miei, e mi è rimasto un po' di rimorso, perchè er l'egoismo di gioventù non ho fatto in tempo a dire loro grazie come avrei dovuto, sono stato zitto davanti alla televisione e non ho detto un cazzo.
      Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la bontà di leggere questo racconto di pura fantasia, il quale se non sbaglio è stato scritto tre o quattro anni fa e che prima di oggi avevo pubblicato una sola volta su Neteditor.
      Grazie

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  2. Serenella Tozzi14 aprile 2014 11:56

    Per me, dire che è bello è poco.
    Tutte le sensazioni di un ragazzo in giro per Milano e che accumula man mano delusioni e senso di solitudine sono rese con acuta sensibilità, e la chiusa commovente per quelle parole non dette, e che fa capire l'ansia e la preoccupazione patite dai genitori per il troppo ritardo nel rientro... bè, è davvero fantastica.

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  3. Bello bello bello. La chiusa ti spezza il cuore. Che si abbia avuto esperienza reale di un agire analogo o che lo si sia solo vagheggiato. I rapporti trasudano dal non detto, come le dinamiche. E in quel non detto c'e un mondo intero

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  4. Letto d'un fiato, scritto impeccabilmente. Difficile non riconoscersi nel protagonista, per esperienze vissute e per la tua grande capacità di analizzarne la psicologia così minuziosamente. Mi è proprio piaciuto, finale compreso con la sua allusività sentimentale. Bravo Franco!!

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  5. Come ricorderai l'avevo già letto e, richiamato il commento che feci all'epoca, continuo a pensare che secondo me il ragazzo deve prendere in seria considerazione l'idea dell'espatrio. Stavolta non è accaduto e, in effetti, penso che sia così nella maggior parte dei casi.

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  6. Faccio mie tutte le felici valutazioni che precedono.
    E come al solito, mi esprimo sul racconto anche con talune considerazioni generali.
    E' vero, la narrazione procede spedita e coinvolgente, formalmente ineccepibile.
    Pure la trama è alquanto originale attesi i filoni per lo più correnti.
    Ed ha il merito di evidenziare il notevole divario generazionale, con le sue luci e le sue ombre.
    Mi si consentano alcune scorrerie di pensiero.
    Ciclicamente la storia riequilibra gli scompensi sociali alla sua maniera.
    Una bella guerra e/o rivoluzione ogni cinquant'anni e milioni di giovani sfaccendati e annoiati mandati a morire inutilmente.
    Dopo di che i superstiti tutti a ricostruire spazi e libertà perduti.
    Una volta riagguantato il benessere e la stabilità sociale, si fa di tutto per ritornare alle caverne, morire e soffrire.
    Le giovani generazioni attuali, ben si vede, sguazzano nell'agiatezza generalizzata e fanno di tutto per dissiparla: droga, superfluo, vita effimera, divertimento, ozio, disimpegno.
    Il racconto è calato appieno nei tempi moderni, in fotografia.
    Con i figli scioperati, senza ideologia e credo etico-politico-sociale.
    E a stento le famiglie a coprirne le carenze, in attesa di tempi migliori, chissà!.
    Una vera tristezza, lo so, forse alle soglie del disfacimento collettivo.
    Conchiudendo, una narrativa a meditazione sul che fare.
    Ottima/mente, Siddharta.

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  7. Per uno dell'Atalanta quella foto è uno schiaffo. Ti perdono soltanto perchè il racconto è buono e merita di essere letto. La nonna in particolare mi è piaciuta, mi ha ricordato la mia.
    EtaBeta, salutoni

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