giovedì 3 aprile 2014

Sara - SOLA - narrativa

“Audace la sera, vorrei correre dietro al suo coraggio di sfidare la notte, le ombre, il caos.”
Federica era appena rientrata dentro casa con un unico pensiero, cosa fare, cosa organizzare per non sciupare l’ennesima serata piegata sul pc o peggio ancora buttata come un vegetale sul divano rosso nuovo di zecca.  Le proposte di uscire fatte ai suoi amici erano state tutte declinate con una certa disinvoltura e una parvenza di riluttanza. La sua malattia li aveva progressivamente allontanati, i suoi amici, quelli che un tempo le andavano a rompere le palle anche alle tre di notte, per un consiglio, per un bicchiere di vino, per un briciolo di commiserazione. 

Tutti alienati, tutti disintegrati in sorrisi di circostanza e ammiccanti parole. “Ciao tesoro, ti chiamo domani, starai benone, io sono qui…” e via di seguito con tutte quelle espressioni da deprimente sceneggiato. Laura, Laura era stata la sola a non aver detto nulla, ad aver riempito il silenzio di Federica con il suo, ad aver inghiottito il dolore in un preciso e violento sguardo, in un preciso e violento “Chiamami!”. Federica afferrò il telefono e compose il numero ma le arrivò in risposta la voce metallica della segreteria telefonica. Ripose il telefono sul tavolinetto davanti alla televisione e si diresse verso la finestra. La spalancò
“Vorrei essere un gatto, non cadere mai e gli occhi di vetro, vorrei gli occhi di vetro” 
Federica guardò di sotto, i lampioni accesi in cortile, le ombre delle piante sulla ghiaia, i gatti che si contendevano un misero pasto. Le strade deserte, il silenzio tutt’intorno le fecero quasi paura, chiuse la finestra e si sentì rabbrividire. Andò in camera da letto per cercare qualcosa con cui coprirsi, aprì l’armadio e afferrò la vestaglia di pile blu elettrico. Tornò in soggiorno e si guardò intorno. Avrebbe potuto approfittare di quel tempo da occupare per mettere a posto qualcosa, ma era già tutto in ordine, non una cosa fuori posto. Era lunedì e il lunedì era il giorno di Lucia, della sua cura maniacale nel pulire e riordinare tutto alla perfezione. Sul tavolo un biglietto fermato con un tagliacarte, ”Tutto a posto signora, ci vediamo venerdì”. Federica lo lesse e lo strappò, lasciando cadere i coriandoli di carta per terra. Si tolse le scarpe e le lanciò verso il divano senza troppa forza, poi ci si andò a stendere, con pigrizia sollevò le gambe e le distese, chiuse gli occhi.
“Vorrei un interruttore per non pensare, da accendere e spegnere quando dico io. On, off. Tutto qui. Vorrei che Lorenzo fosse qui adesso, vorrei una lavagna per ricordarmi tutte le cose che vorrei e riempirla di gesso.”
Federica aprì gli occhi, per un attimo le sembrò di avere il soffitto a un palmo dal naso. Si alzò spaventata guardandosi attorno. Il silenzio era perfetto, come una bolla d’aria bianca avvolgeva la casa, le pareti, ogni cosa. La infastidiva e la attraeva allo stesso tempo, era il luogo dell’io il silenzio, il posto giusto, troppo giusto per pensare senza sosta. E lei non voleva, voleva un riparo piuttosto dall’interminabile fluire della mente. Voleva un black out che azzerasse ogni pensiero. Accese la radio, Battisti cantava “Ancora tu” e si ritrovò a cantargli dietro, in sintonia perfetta, stessi tempi, stesse parole, stesse pause. Afferrò dalla libreria un portafoto azzurro e si sedette sul divano. Cominciò a sfogliare. Lorenzo era elegantissimo, e bello, sorrideva vistosamente tra gli invitati, gesti sparsi, smorfie di allegria, occhi spalancati sui suoi, su quelli di Federica rapiti da quelle immagini. Sembrava ieri ed era invece tanto tempo fa, ma per lei sempre ieri.
“Vorrei una foto che invecchi con me, ci metterei anche te, vorrei un tulipano tra i denti e in mezzo il tuo  sorriso”
Federica chiuse il portafoto e lo rimise a posto. Andò in cucina e si preparò un toast, lo mangiò di corsa come se dovesse scappare chissà dove, per poco non le andò di traverso. Poi vide sul tavolo della cucina le medicine, le prese una ad una e le ingoiò con un sorso d’acqua senza alcuna espressione, come un robot. Tornò in salone e abbassò il volume della radio. I vicini erano evidentemente tornati perché dalla parete adiacente al loro salone provenivano risate alternate a brevi silenzi. Per un attimo pensò di bussar loro con una scusa e interrompere quel coagulo di solitudine che si sentiva crescere dentro, poi ci ripensò. Guardare le vite degli altri anche solo per cinque minuti le sembrava una perdita di tempo che non si poteva più permettere. Non più. Si avvicinò allo specchio dell’ingresso, accese la luce e si fissò per qualche minuto. Era ancora bella, sotto l’alone di trucco prosciugato da una lunga giornata. Era ancora giovane nonostante qualche ruga di espressione cominciasse a estendersi oltre i suoi confini.
“Vorrei parlarti sinceramente, tirarti addosso questa paura, ed essere veloce per prima cosa, essere all’altezza del tempo, di quello che resta.  Non guardarmi così!”
Federica si accarezzò una guancia, si passò una mano sulla testa, sui capelli morbidi e scese fino al collo e da lì fino al seno e alla vita. Lo fece più di una volta senza mai distogliere lo sguardo dalla sua immagine riflessa, si baciò la bocca infine lungamente, appiccicata allo specchio freddo fino a scaldarlo, poi si voltò e pianse, stringendosi forte tra le braccia. Un rumore proveniente dallo studio la interruppe, come qualcosa di metallico caduto improvvisamente a terra. Corse di là e spalancò la porta. Lorenzo dormiva profondamente sulla poltrona letto, ai suoi piedi un posacenere in rame capovolto e una decina di cicche sparpagliate intorno. Federica osservò la cenere sparsa per terra, la osservò prima di raccoglierla e buttarla via. Poi prese un plaid, coprì il marito, lo baciò sulla fronte e uscì chiudendo la porta dietro di sé.



22 commenti:

  1. Se dici solitudine tutti ti capiscono, ma descriverla non è assolutamente facile. Perchè non ti fa male solo in punto preciso, è l'anima che sanguina e il più delle volte in silenzio, Quella che descrivi tu, molto bene devo dire, è tra le più diffuse, quindi ancora più difficile da trattare, però leggendolo si percepisce tutto il disagio e il malessere della protagonista. L'anafora dei vorrei...vorrei...vorrei rende bene l'idea ossessiva.
    Il finale è aperto secondo me, non sentenzia, ma continua a far riflettere, com'è giusto che sia. Brava per me, piaciuto

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    1. Grazie Franco delle tue parole sempre così cortesi. Sì, l'insistenza del "vorrei" era, come hai osservato, volta alla costruzione di una psiche disturbata da mancanze e solitudine appunto. Ti ringrazio di averlo rilevato.

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  2. Proprio un bel racconto, Imprevisibile. Devo dirti che, onestamente, quando iniziai a leggerlo pensai, rieccoci, la solita minestra della tipa depressa a causa d'un abbandono. Poi, invece, leggendoti ho visto che riesci a definire bene la solitudine e l'angoscia e infine, a sorpresa, il gran finale, l'innamorato è ancora li e il problema è proprio questo, che lui c'è però ciò che manca è cio che c'era fra loro. Quelle cicche per terra ... magistrale. Proprio brava, ti faccio i mei complimenti.

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    1. Grazie Massimo, sono lieta di non averti deluso :-)

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  3. Finale aperto, sì, ma fino a un certo punto.
    All'inizio si dice: "Audace la sera, vorrei correre dietro al suo coraggio di sfidare la notte, le ombre, il caos". Alla fine la protagonista esce. C'è quindi un percorso da A a B (non è insomma un racconto circolare) e se il lettore vuole può immaginare anche C, D, ecc.
    L'altro aspetto (già evidenziato) è che la solitudine è più spirituale che fisica (o solo spirituale, si può dire). Che questo messaggio arrivi attraverso un elemento inaspettato (la comparsa, fisica, dell'uomo che si era portati ad immaginare assente) accresce il peso del racconto.

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    1. Ciao Rubrus, mi hai incuriosita, quando dici che la protagonista esce...intendi metaforicamente?

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    2. Beh... alla fine si legge che la protagonista esce di casa realmente. In questo senso la uscita non mi pare affatto metaforica. Se essa sia sintomo o indizio di mutamento dello stato di iniziale isolamento , è possibilità la cui realizzabilita sta al lettore valutare. A me sembra una deduzione lecita.

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    3. Ora ho capito..tu hai inteso nel finale la porta come porta di casa mentre io intendevo la porta dello studio. Aggiungerò due parole per evitare il malinteso. Grazie Rubrus della chiarificazione :-)

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  4. Racconto traversato in lungo e in largo da un frustrante senso di solitudine, il silenzio e il volume della radio allo stesso livello. La parola "amici" vuota di significato, anche l'amica del cuore sostituita dalla voce metallica della segreteria telefonica.
    I vicini di casa? Solo abitanti del medesimo palazzo.
    L'assunzione esagerata di medicine come tentativo di scomparire da un mondo fondamentalmente ostile?
    Circola nel racconto un che di indefinito, nulla sembra spiegarsi solo con la ragione.
    Possibile che la presenza del marito, già da tempo in casa (ha fumato diverse sigarette), non sia stata già notata?.
    E il rimboccargli le coperte è da intendere come addio definitivo o come convinzione che, passando questi momenti critici, tutto rientrerà nel tran tran quotidiano?
    Tante le domande che, volutamente, non offrono risposte.
    E forse è proprio questo il bello della storia, scomparse ormai le certezze granitiche di un tempo, quando il percorso sembrava procedere in maniera piana, mai supposto di doversi barcamenare fra alti e bassi.

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    1. In effetti Salvo quel che di indefinito era voluto, di preparazione al finale in qualche modo rivelatore e ambiguo allo stesso tempo. Mi piace pensare che ognuno costruisca la verità che più gli è affine. Grazie del tuo intervento :-)

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  5. Davvero magistrale l'idea, e originale la conclusione... la solitudine più difficile, forse, quella che ci fa stare assieme a qualcuno/a che non riconosciamo più...

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    1. Grazie Giuseppe, la solitudine di cui parli è proprio quella che volevo descrivere, grazie per le tue parole

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  6. Ciò che mi colpisce del racconto è la finezza espositiva (non è una novità) e la minuzia degli argomenti portati a descrivere il problema: la solitudine come condizione assoluta. Si può essere soli anche in curva Sud in mezzo a ventimila persone!
    Il racconto fornisce (almeno a me) un'ansia, un senso di claustrofobia, un malessere sottile che diventa angoscia man mano che si procede nella lettura, un'idea dell'ineluttabile che fa star male. Se tutto è voluto, come credo sia, è davvero sorprendente la tua capacità di trasmettere emozioni.
    Mi viene da dire, perché ti conosco, che è un po' più facile per te parlare dell'argomento perché la solitudine la frequenti spesso ed è una condizione che non ti dispiace poi tanto. Vero? :):):)
    Brava, brava davvero!!!

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    1. E' vero Ric, io ci sto abbastanza bene in solitudine ma la solitudine che scegliamo è diversa da quella che le circostanze e la vita ci possono a volte imporre. Solitudine positiva e negativa. Quella della protagonista per fortuna non ha niente a che vedere con quella che ogni tanto mi piace scegliere...Grazie per tutti i complimenti ma sono davvero troppi, un abbraccione :-)

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  7. come già è stato detto più su è molto difficile descrivere la solitudine attraverso sensazioni e non fatti concreti (tipo: telefono e non c'è nessuno, le strade deserte, parlo e non mi ascolti, ecc.ecc.). Tu hai reso benissimo la tristezza, la malinconia, l'abbandono, senza cadere in una vera e propria condizione di depressione acuta. Ma le vie di mezzo sono le più difficili, più facile parlare di disperazione o di euforia.
    Proprio brava Sara. Ti conoscevo come una splendida poetessa e una modesta narratrice, ora la seconda si sta avvicinando sempre più alla prima, una scrittrice completa! Laura

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    1. Laura..Laura..mi fai arrossire.Che bello vederti qui :-)

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  8. Serenella Tozzi4 aprile 2014 15:58

    Si, Sara, davvero brava. Hai saputo dare alle parole un significato profondo e indefinito. Indefinito, perché tutti i sentimenti aleggiano in uno stato di indeterminatezza difficile da esprimere, e tu sei riuscita a farci entrare nella solitudine indefinita di quell'anima.
    Mi unisco ai complimenti così ben espressi che mi hanno preceduta.

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  9. Grazie Serenella, sono veramente felice che ti sia piaciuto. Ti abbraccio!

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  10. La solitudine quella vera, e una condizione esistenziale intrinseca. Il genoma che non si e scelto, quello con cui fare i conti. In certi punti hai reso questa cosa nel suo inevitabile portati. Brava

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    1. Grazie Claudia, lieta che tu abbia apprezzato, anche solo in parte

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  11. << L'uomo è l'unico animale che non può vivere senza racconti,...affabulazioni, invenzioni, fantasie.
    ... E da adulto anche ad occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
    Questa...dipendenza non è un lusso... Se si trattasse soltanto di un optional... di piacevole intrattenimento, l'evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla, come un inutile spreco di energia.
    ... è una componente dell'equipaggiamento genetico.
    Sappiamo benissimo che i racconti...sono fittizi, eppure ne abbiamo bisogno assoluto >>.
    Così per Ernesto Ferrero, scrittore e critico letterario, direttore del Salone internazionale del Libro di Torino.
    La nostra Sara va inquadrata in quest'ottica.
    L'io narrante presenta evidenti episodi di alienazione psicosomatica.
    Come tutti noi, d'altronde, chi più chi meno.
    Nei quali quindi per certi versi ci riconosciamo.
    Il testo proposto mostra una cura maniacale nell'edizione ed una bravura espositiva davvero coinvolgente.
    Lodevole e calibrata come short-story.
    Complimenti, Siddharta.



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    1. Bellissimo e vero il pezzo di Ferrero che hai postato Sid, grazie a te c'è sempre molto da imparare e ti ringrazio per le parole che mi rivolgi, per la tua cortesia e il tuo sostegno. Davvero contenta che tu abbia apprezzato

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