venerdì 11 aprile 2014

UNA GIORNATA - Giuseppe Barreca - Primavera di poesie (12)


di GIUSEPPE BARRECA


Le gocce d’acqua sul vetro della doccia
distruggono in mille immagini il senso
del mondo e dell’ora. L’acqua è sempre
la stessa le bolle di sapone sulla pelle
danno l’illusione di una pulizia definitiva
ma il grattare è inutile certe difficoltà
sono rognose s’attaccano alla vita, alle
ossa e stop.

Il caffè è nero perché non è ozio quel che manca
ma un’idea, un sussulto di amoralità che
cancelli il silenzio borghese del meriggio e la
quotidianità formale e senza colore piena di
“ciao”, “buon giorno”,”tutto bene” che non
significano nulla se non l’avversione verso chi
vive di frasi fatte e non altro. D’altra parte,
l’inferno non sono quasi mai solo gli altri.

La sera, alla fine, è dedicata agli amori vissuti e non
vissuti, immaginati e pieni di domande e ricchi di
sofferenza almeno finché la televisione è accesa e
l’ora del libro sul comodino è lontana. Le cose allora
sfumano indistinte il giorno s’accartoccia su se stesso
e il sospetto d’amare essendo amato punge le carni
senza donare nulla a questa irreale solitudine notturna.


12 commenti:

  1. Quanti pensieri si nascondono dietro i gesti quotidiani, quanti piccole indifferenze che alla fine della giornata si sommano e producono solitudine. Bello... quando il giorno si accartoccia su se stesso.
    Mi fermo qui tanto il senso di questa poesia è molto chiaro. Una poesia/prosa che si poteva leggere anche in senso orizzontale, e l'effetto sarebbe rimasto intatto, la forma è soltanto una convenzione, mentre il messaggio la vera essenza della poesia.
    Bravo

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  2. Grazie Franco, hai colto bene il senso di quel che intendevo comunicare, anche graficamente...

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  3. Sì una poesia prosa molto suggestiva, io personalmente ho apprezzato in particolare la prima strofa ma trovo ci siano buoni spunti anche nelle altre. C'è molta disillusione. Bello qundo dici "l'inferno non sono quasi mai solo gli altri" , verso pregno di significati e allusioni al mondo interno contaminato da noi stessi, almeno io lo leggo così...Bravo Giuseppe, mi è piaciuta molto

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    1. Grazie Sara, molto gentile... ammetto che la frase sull'inferno è di matrice sartriana...

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  4. Sono le poesie che preferisco, non me ne vogliano gli altri, non sono del mestiere, non ne capisco molto e forse mi sbaglio, ma Pavese con il suo verso lungo pareva aver risolto il problema tra poesia e prosa, ed invece lo aveva solo sfiorato. Dice bene frame, anche in orizzontale non avrebbe perso nulla.
    Bravo comunque, per me molto bella, sincera, sentita, vera.
    Saluti EtaBeta.

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    1. accidenti, arrossisco... diciamo che Pavese aveva quali modelli i poeti americani come Whitman ma soprattutto Lee Masters e che, secondo lui, per descrivere quello che sentiva dentro di sé il verso prosastica lo trovava più congeniale...

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  5. Come già detto sopra da altri valenti Amici, se allunghiamo il testo a tutto il rigo ci troviamo a confrontarci con una prosa letteraria.
    Magari impregnata di lirismo, ma sempre prosa.
    I tempi son cambiati e sempre più velocemente: la prosa diventa poesia e viceversa.
    Similmente a certi arredi moderni trasformabili a piacere in multiuso.
    Poesia e racconto paiono ormai la stessa cosa, non meraviglia più lo svincolo dall'ortografia, sintassi, punteggiatura, ecc.
    Ognuno fa come gli pare, spesso tra gli applausi sperticati della platea.
    Dolorosa/mente, Siddharta.

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    1. Siddharta diciamo che io cerco di scrivere poesia in base a quel che sento di voler scrivere. Ecco, per questo "argomento" la forma scelta mi sembrava più adatta. Altre volte ho scritto con maggiore lirismo. Ci sono mirabili esempi d poesia in prosa, prendi Dino Campana... al quale ovviamente non mi paragono. Comunque, sì, la tua riflessione è acuta e da tenere in conto...

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  6. Anche a me è piaciuta la prima strofa, poi qualcosa si accartoccia ma trovo che sia un'ottima mediazione tra prosa e poesia.
    Per me è ok!

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  7. Serenella Tozzi11 aprile 2014 20:49

    Si avverte il momento di stanchezza, che suggerisce la voglia di cambiare, di fuggire in cerca d'altro, più nuovo e sconosciuto. La voglia di debordare, di infrangere i tabù, come indica la seconda strofa sul silenzioso meriggio borghese.
    Una poesia dal pensiero dolente ma molto suggestiva.
    Sulla forma non ne farei motivo di lana caprina, ormai la forma prosastica è molto usata e fa parte dell'intesa moderna di poesia.
    Una poesia che scorre piana e sa creare suggestioni.
    Anche a me è piaciuta.

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    1. grazie Serenella, anche io tendo a non eccederein condiderazioni sulla forma, se il contenuto ha un suo spessore autonomo. E hai colto bene il senso di quel che intendevo esprimere

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    2. Da uno che ha uno stile diverso di poetare non ci si può aspettare degli elogi particolari, non che disdegni la prosa, anzi, la pratico in minima parte e solo in italiano, io che mi ritengo un "Vernacolista" ed ispirandomi ai grandi poeti del passato che hanno fatto grande la canzone napoletana e...scusate se è poco. In più sono della scuola di Epitteto. Siddharta, un punto di riferimento irraggiungibile di quasi vent'anni di età. In poche parole le mie liriche sono considerate "Musicali" in quanto basta un pianoforte o una chitarra e nascono delle canzoni.
      Sui pensieri scritti in questa tua Gionata, apprezzo molto la semplicità di quanto detto, apprendibile da tutti, senza che ci sia bisogno di arrampicarsi sugli specchi per capirne il significato, pertanto, una lettura godibile.
      Simpatica/mente Pietro Zurlo.

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