venerdì 4 aprile 2014

VISITA MEDICA FUORI ORARIO - PaleS - (5)


di PaleS


“La smetta di fumare.
Lo faccia almeno per la sua famiglia”.

Io e mio padre, col suo cuore
e un medico gentile
- le dita affusolate, da pianista
che sfiorano allo stesso modo
la pelle e la tastiera del computer
i suoi silenzi lievi a diluire
una sentenza detta sottovoce.

Giorno feriale. Dieci della sera.
Nemmeno un’infermiera.

Nei lunghi corridoi dell’ospedale
avrei voluto organizzare
una partita a calcio con gli amici;
avrei potuto anche morire
– mi avrebbero trovato il giorno dopo.

9 commenti:

  1. Serenella Tozzi5 aprile 2014 02:10

    Una poesia davvero bella e dolente.
    Parla pacatamente, ma il dolore prevale piano, come espanso, lì nella corsia vuota dell'ospedale, da dove la mente fugge, ed ecco affacciarsi il pensiero della partita che si potrebbe giocare in quello spazio vuoto... dove avresti potuto anche morire per quella lacerazione.
    E, come se avessi voluto distanziarti da quella verità dolorosa, hai annotato le piccole cose: le dita affusolate del medico, i suoi movimenti, l'intercalare della voce... mentre, in realtà, rendi più acuto quel dolore.

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  2. Faccio mio il commento di Serenella, che dire di più, su certi argomenti poi si resta senza parole.
    Un saluto Franco

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  3. Dolorosa e nello stesso tempo ricca di una dignità e una misura che la rendono ancora più acuta. L'osservazione esterna delle cose, dei dettagli amplifica le note oscure. Una poesia che trasmette il vuoto senza grovigli, netta, incisiva, toccante

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  4. una poesia molto toccante..mi prende nell'intimo.. grazie di averla condivisa cara.

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  5. Me la ricordo molto bene questa poesia, Pale, sia per il tema, toccante, (l'incipit mi ricorda almeno due mie poesie x l'argomento correlato) che per il tuo stile consolidato, direi ormai cristallizzato.
    Sai come la penso, sull'ambiguità vs l'eccesso di pulizia formale ecc, ma questo inserimento ti é molto caro, essendo nello spirito che anima questa iniziativa aprilina, faccio un rispettoso passo indietro, mi taccio, come si suol dire.
    Io spero che la poesia apra nuovo spiragli, comprendo bene quello che si prova senza di lei.
    'Courage to be me' Pale, io me lo dico qualche volta.
    Anais

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  6. Lo ripeterò fino alla noia.
    Una poesia, per essere gustata appieno, deve innanzitutto risvegliare riflessioni nel lettore, poi far apprezzare le qualità letterarie dell' Autore e infine validarne la forma.
    Il fumo oggi, con l'avvertenza di morte legale, ha lastricato di vittime il mio passato.
    All'antico amico di lavoro predicavo < smetti di fumare così tanto >, al che lui di rimando < insomma mi vuoi proprio augurare la morte! >.
    L'ultimo addio all'ospedale, per enfisema polmonare, tra dolori strazianti ( non c'era la terapia del dolore ).
    Poco tempo fa il mio vicino di casa, tabagista incallito.
    Nel mezzo altri poveri incapaci di resistere.
    Dalle mie parti i nosocomi assicurano i turni notturni presidiati: quindi nessuna partita di calcio...
    La breve lirica leva innanzitutto un grido di dolore strozzato per la fine paterna annunciata.
    Poi un richiamo a chi insiste a buttare via la propria salute ( oh, Sara che leggi... ).
    Naturalmente anch'io fumavo come un turco.
    Poi a quarant'anni ho detto basta a quella schiavitù ( oltre che vizio ) in forza della mia repulsione a qualsiasi forma di condizionamento.
    La scelta è stata provvida, visto che veleggio oltre i novanta in discreta salute ( secondo il geriatra ).
    La forma: chiara e intelligibile, rispettosa dei diritti del lettura.
    Immediata/mente, Siddharta.


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  7. Una poesia direi solo sussurrata, che pure vuole richiamare l’altrui attenzione (e non perché la propria esperienza sia unica e meritevole d’essere considerata).
    Comunicare sì, ma partendo da lontano: osservando le mani del medico, anziché fare esplodere l’angoscia per una morte forse inevitabile.
    Immaginare di giocare una partita a pallone nei lunghi corridoi dell’ospedale è ulteriore tentativo di seppellire la drammaticità dell’evento?
    O, altra chiave di lettura, unire la fase della giovinezza (divertimento) a quella della vecchiaia (malattia) è consapevolezza che ogni percorso esistenziale è incanalato nella medesima maniera?
    Il commento è forse incasinato, ma la convinzione d’aver letto un’ottima poesia è limpida e senza ripensamenti :-))

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  8. Grazie a tutti delle parole spese.
    Per una volta permettetemi di spendere - anche a me - alcune parole in più su questa poesia. Fu la prima pubblicazione, nel 2007 se non sbaglio, sul Club e le sono molto affezionato (Franco aveva chiesto una cosa del genere e così ho fatto - grazie Franco, in primis).
    Mi piacerebbe per una volta spiegarne i risvolti, anche se c'è chi dice che le poesie non vadano spiegate.
    Mi venne così, di getto dopo quella serata strana. Dopo quella "visita medica fuori orario" così inusuale (è mai capitato a voi una "intramoenia" a un orario del genere, le 10 della sera?)
    Era una visita di routine, di controllo, nessun dramma particolare: invece di mio padre - che pure adesso non c'è più, ma non per quello - e del suo cuore e delle sue sigarette, poteva esserci (forse) qualcun altro.
    Mai vista però, mai sentita addosso un'atmosfera così ferma, così ovattata, irreale e pesante come una cappa come quella, cui la voce e i gesti di un medico gentile si accordavano, in perfetta sintonia. Ed è nel vuoto dell'abbraccio silenzioso, nel senso infinito di morte dei lunghi corridoi dell'ospedale, che si sente il bisogno di rincorrere la vita pensando a qualcosa che serva ad esorcizzare la morte: cosa c'è di meglio dell'idea di una partita a calcio con gli amici o il baffo d'ironia sfottente alla fiorentina dell'ultimo verso (se a uno gli succede di morire qui, a quest'ora, lo ritrovano stecchito la mattina) per andare in c... alla signora con la falce. (lo stesso clima l'ho sentito pari pari dopo qualche tempo, quando ho ascoltato per la prima volta, casualmente, "Gildo" di Giorgio Gaber - se avete voglia cercatela e ascoltatela, non vi pentirete)
    Ecco, l'ho fatto, l'ho "spiegata" e alla fine forse viene fuori che anche le poesie apparentemente semplici, chiare, possono avere risvolti interiori meno comprensibilìi d'acchito, più profondi e il fatto che appaiano "nitide" alla lettura non significa per forza che manchino dell'ambiguità o comunque del significato che va oltre a quanto scritto sul foglio. Scrivere chiaramente, e lo dico a Sid, non è un obbligo: a volte si può restare più nebulosi, tutto è funzionale al tema e soprattutto alla percezione/volontà dell'autore.
    D'altronde con altrettanta ragione, la chiarezza non è da prendere come un qualcosa che fa esaurire l'interesse dopo la prima lettura, errore che io per primo so che mi accade di fare. Tutto dipende dalla qualità della poesia naturalmente.
    e se una poesia è chiara, risparmia al lettore la fase di "traduzione" che può essere affascinante ma anche tediosa.
    Si ritorna lì: dipende da caso a caso e quindi potrei concludere banalmente che esiste la poesia valida (più o meno "chiara") e quella da tralasciare (chiara o meno che sia).
    Molto semplicemente, ripeto.
    Grazie ancora e scusatemi tutti, volevo dire qualcosina di più, stasera ne avevo il tempo (grazie ad Anais per la solidarietà della scrittrice: è vero si scrive poco o nulla ma succede, nessun dramma, verranno tempi più fecondi e sarà come sarà).

    Franco "Pale"



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  9. L'ho detto tante volte: a me un testo oscuro lascia un senso di frustrazione e di rabbia.
    Certo anche una narrativa < chiara > per l'Autore può avere un significato diverso per il lettore, per cui le due sensibilità non coincidono.
    Ma almeno quest'ultimo ha provato emotività personali che gli hanno fatto percorrere scale di ricordi e convinzioni gratificanti.
    In fondo quello che si richiede alla letteratura, quando ci si affida speranzosamente.
    Sid

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