giovedì 22 maggio 2014

EXPLICIT A CONFRONTO - Rubrus


Raymond Chandler     – Il Grande Sonno – 1939 – Trad. Oreste del Buono – Feltrinelli.


Joe R. Lansdale          – Una Stagione Selvaggia – Einaudi - 1990 – pagg. 191 /192
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Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo sulla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e chi se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere caduti male, di essere finiti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora. Una parte anche più grande di quella di Rusty Regan. Ma il vecchio no, non doveva. Lui riposava tranquillo nel suo letto a baldacchino, le mani esangui intrecciate sul lenzuolo, in attesa. Il suo cuore emetteva appena brevi sussulti incerti. I suoi pensieri erano grigi come la cenere. E di lì a poco anche lui, come Rusty Regan, avrebbe dormito il grande sonno.
 (Raymond Chandler – Il Grande Sonno – 1939 – Trad. Oreste del Buono – Feltrinelli.)

 Era come aveva detto lei, vivevo alla giornata e mi andava bene così. Ma ancora una volta lei mi aveva mostrato un po' di cuore e di anima e mi resi conto del perché finivo sempre con seguirla. Al di là di tutto, lei era ancora convinta che le cose potevano migliorare. Che la vita non era solo un gioco. Anch'io le avevo creduto, una volta, e avevo perso, ed ecco perché, mio malgrado, mi era sempre piaciuto averla intorno, non importa come mi sentivo dopo. Mi faceva pensare che gli esseri umani potessero davvero cambiare le cose. Alla fine il suo modo di farlo non era migliore di quelli contro cui combatteva, ma c'era dell'idealismo.
Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei mai più potuto sentirmi come allora. Ero troppo esperto e pratico per guardare la vita attraverso un paio di occhiali rosa, o per pensare che uno potesse risolvere i problemi del mondo a tavolino.
Ma perdere il mio idealismo, smettere nella capacità di credere che gli esseri umani potessero andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso.
L'idealismo era un po' come Venere nel cielo di giorno. Una volta ero in grado di vederla. Ma con il passare del tempo mi serviva meno e volevo scrollarmene di dosso la responsabilità, e avevo perso la capacità di vederla, di crederci. Ma adesso pensai che sarei riuscito a vederla di nuovo, se avessi fatto uno sforzo e avessi guardato con attenzione.
Entrai in casa e girai il disco per l'ennesima volta, lo misi da capo, tornai fuori e spostai la sedia a dondolo in giardino, mi strinsi nella giacca e guardai su nel cielo, cercando di trovare Venere prima che il giorno finisse e calasse il buio.
(Joe R. Lansdale – Una Stagione Selvaggia – Einaudi - 1990 – pagg. 191 /192)

Penso che, con estrema approssimazione (perché, in realtà, è piuttosto complessa, trattandosi di due storie che si intrecciano e tra l'altro in modo non sempre cristallino), la trama de “Il grande sonno” possa essere riassunta così: il generale Sternwood incarica Marlowe di indagare su un biglietto ricattatorio ricevuto e sulla scomparsa del genero Rusty Regan. Marlowe scoprirà che l’uomo è stato ucciso da una delle figlie di Sternwood, in realtà una depravata con tratti psicotici, in combutta con l'altra. Se vi sembra banale ricordate che il libro è del '39.
Quelle che ho riportato sopra non sono esattamente le frasi finali. Ne segue un'altra – in un voluto registro di anticlimax – che però risulterebbe incomprensibile a chi non ha letto il romanzo. Le proposizioni trascritte, tuttavia, esprimono appieno, a mio parere, la poetica del libro.
Abbiamo un detective che, dopo aver scoperto la verità, non arresta il colpevole, non rivela quanto ha scoperto e ne esce, benché formalmente vittorioso, tutt'altro che trionfante. La verità non rende affatto né liberi né felici. Si direbbe anzi che Marlowe assuma consapevolmente su di sé la verità – che è una realtà di male e tradimento – in modo quasi cristologico.
Il protagonista, in quanto “eroe”, è, per usare le parole di Chandler nel saggio “La semplice arte del delitto”, “tutto”.
È un puro, al di là delle sue apparenti debolezze, per esempio per l'alcool e si comporta da agnello sacrificale.
L'analogia coll'impianto soteriologico del cristianesimo, però, finisce qui.
Non c'è nessuna redenzione in Chandler, né per Marolwe, né per il mondo che non viene in nessun modo intaccato dalla scoperta della verità. Se dobbiamo ricorrere ad una massima biblica, ci tocca rivolgerci all'Ecclesiaste: chi accresce la propria conoscenza accresce il proprio dolore. Marlowe non è un agnello redentore, ma, casomai, un caprone sacrificale condannato alla solitudine del deserto – e infatti il detective rimane sempre solo in tutti i suoi romanzi. Il contatto con la verità e col male l'ha reso un paria dolente e conscio del proprio destino.
Ma c'è di più.
La vicenda è in contrapposizione, a mio giudizio, non solo col giallo classico (e quindi un po' di violenza, uso dello slang, intrigo risolto non solo grazie alla detection, ma anche a pugni e pistole, ambienti – anche ma non solo – degradati, nessun colpevole che, alla fine del libro dichiari, scornato ma con fair play: “ebbene sì, maledetto investigatore, mi hai scoperto”) ma anche con chi, poco prima, aveva dato vita alla scuola dei duri, cioè Hammet.
Ne “Il falcone maltese”, Spade, pur non avendo soverchia simpatia per il suo socio, quando questi rimane ucciso inizia a indagare perché “questo è quello che ci si aspetta, non importa cosa tu pensi del morto”. Non è, a mio giudizio, banale conformismo, ma la consapevolezza che se non si fa così la società crolla e, anche se non ne deriva alcun benessere spirituale morale e materiale, va fatto perché è la cosa giusta da fare.
Marlowe, invece, per certi versi va avanti e poi fa marcia indietro. Scoprire la verità non solo fa male, ma non serve a un accidenti. Lo dice chiaro e tondo: “cosa importa dove si giace quando si è morti”. Su queste premesse, non ha senso il libro giallo (se non ha senso indagare...) né, probabilmente, nulla, perché tutti dobbiamo dormire il grande sonno.
Una chiosa. Ingenuamente si pensa che il noir sia tale perché c'è un certo numero di morti ammazzati, magari in modo truculento. Mica vero. Le ammazzatine sono la conseguenza e, allo stesso tempo, la manifestazione più evidente. Un noir si connota come tale perché propone e/o rappresenta una visione nera, cupa, pessimista della vicenda narrata e del mondo in generale.
Ecco perché quello che analizzo subito dopo non è un noir in senso proprio.
La trama de “Una stagione selvaggia”, di circa cinquant'anni posteriore al romanzo di Chandler, può essere riassunta così: una bionda esplosiva, Trudy, torna dal passato (gli anni '60) di Hap, uno dei due improvvisati detective protagonisti del romanzo (l'altro si chiama Leonard). Si tratta di recuperare il bottino di una rapina. Alla fine tutti tradiscono tutti, Trudy compresa, con tanto di sparatorie e morti ammazzati. Si salvano i due scalcagnati investigatori: Leonard e Hap, che è la voce narrante.
Diciamo subito che Lansdale fa un gioco per certi versi metaletterario (è passato tempo dalla “scuola dei duri” e non si può riproporre all'infinito un cliché) lavorando molto sull'ironia, giocata sul registro del paradosso e dell'iperbole. Per dirne una, Leonard è nero, gay dichiarato, e si trova ahilui, a lavorare nel bel mezzo del Texas agricolo, nazionalista e reazionario. Per sua fortuna e per nostro divertimento, ha pure un brutto carattere ed è cintura nera di karate.
Diciamo anche che non c'è nessun assassino da scovare. Il “Mc Guffin” è il tesoro di cui tutti sono alla ricerca in una vicenda che ricorda Mark Twain e “Il buono, il brutto, il cattivo”.
Non è questo però che interessa, ai miei limitati fini.
Il tema, centrale in Lansdale e comune a Chandler, è la perdita dell'innocenza. Dall'idealismo un po' ingenuo degli anni '60 – ammesso che sia mai esistito e non sia un falso ricordo creato dalla nostalgia – si giunge in un mondo (o forse nel mondo) in cui tutti i rapporti di amore, amicizia, affari, svaporano (o tutt'al più lasciano deboli tracce).
Il quadro non certo idilliaco è identico – a prescindere dalla diversità della vicenda – da quello propostoci da Chandler, ma c'è una differenza fondamentale che, ritengo, emerge in modo piuttosto evidente dal pezzo che ho riportato (penso funestato da una pessima traduzione: guardate quante volte viene ripetuto il verbo “vedere” e io sono uno  che alle ripetizioni non ci bada troppo) – la  voce narrante, malgrado tutto quello che sa, vuole, ancora e malgrado tutto, credere, avere un punto di riferimento e una speranza (il buio che vagheggia alla fine non è solo, palesemente, l'oscurità prodotta dalla rotazione terrestre).
Certo anche Marlowe si mantiene onesto in tutti i suoi libri, ma Hap e Leonard – che da Marlowe sono partiti e hanno seguito la loro strada – dicono qualcosa di più. Ci vogliono credere. Non è ingenua credulità. Hap sa benissimo come stanno le cose. Sa, persino, forse, che la sua visione falsa la percezione del mondo proprio come potrebbero farlo due occhiali rosa. Eppure decide di metterli lo stesso. Rispetto a Marlowe c'è una scelta allo stesso tempo più lacerante e più consolante.
Marlowe sa di essere onesto, ha dei valori in cui crede, sa che non sono valori di questo mondo e si immola – per così dire – pur di rimanere coerente.
Hap (Leonard svolge, per certi versi, il ruolo importantissimo della spalla e del braccio) non è del tutto sicuro che i suoi valori siano giusti. Forse servono solo a dargli una certa visione del mondo. Eppure decide di affidarsi ad essi.
Una chiosa. La vulgata vorrebbe che Chandler sia un realista, in contrapposizione, per esempio alla Christhie. Mica vero anche questo. Sempre in quel benedetto saggio, l'autore afferma che il suo personaggio nella realtà non potrebbe esistere. Perché? Perché è troppo puro, troppo idealista. Senza voler fare psicologia spicciola, che considero di poco superiore all'astrologia, è come se Chandler avesse proiettato su Marlowe tutto il proprio ideale morale. Ovviamente, il povero detective ne subisce le conseguenze. Non a caso, in altre occasioni Chandler afferma che Marlowe è un immaturo (e ne difende l'immaturità). Anche qui, tutto si tiene, dato che i giovani sono spesso idealisti.
Al contrario, i personaggi di Lansdale, sono più pratici. Scoperto il male del mondo vengono a patti con esso non corrompendosi, ma accettando, e con la piena consapevolezza di poter perdere, la scommessa della possibilità di un mondo e di persone migliori (a cominciare da se stessi). Malgrado le forme dell'americanata iperbolica – sparatorie e scazzottate, inseguimenti, ladykiller e dark ladies e ogni altro espediente dell'epos gangsteristico – sono molto più realistici di Marlowe (che, sotto questo profilo, è più plausibile).  
Della chimera del realismo in narrativa, però, parlerò magari un'altra volta.


7 commenti:

  1. Ciumbia!
    E pensare che leggevo Marlowe per rilassarmi, se avessi saputo tutte queste cose sul suo conto, probabilmente lo avrei apprezzato ancora di più, o forse no? Chi può dirlo.
    Su Lansdale invece ti credo sulla parola. Di lui ho letto soltanto recentemente, La sottile linea scura., che tra l'altro non mi ha entusiasmato molto. In ogni caso trovo stimolanti questi raffronti, davvero interessanti. Che tu fossi un vero esperto del settore non avevo dubbi, lo vado ripetendo ormai da tempo, complimenti sinceri.

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    1. Ecco, quello lo sto leggendo ora e a me sta piacendo :-) in effetti l'ho quasi finito.

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  2. pure io concordo.
    Sapevo forse un sedicesimo.
    Ma neanche.
    Miseria :)

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  3. Curiosità e riflessioni da aficionado. Spero di renderle interessanti anche per altri.

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  4. Qualcuno mi ha tirata per i capelli, e ha fatto bene.
    Hai fatto un escursus su due autori che amo, il secondo poi, lo accetto in quasi tutto. Posso dirlo? Un piccolo capolavoro di sobrietà centrando in pieno i due scrittori.
    Il bello è che mi viene la voglia di andar vedere se Lansdale ha tirato fuori dal cappello qualcosa di nuovo. Grazie Rubrus

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  5. Creo che il suo ultimo pubblicato in Italia sia "La foresta", del 2013.
    Quanto all'articolo: cerco di essere sintetico anche perchè non penso di sondare chissà quali profondità. Mi aiuta solo, nel leggere noir, una certa pratica che viene a furia di dalli e ridalli

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  6. Purtroppo questo tipo di letteratura non mi prende.
    Sono già tormentato dai delitti reali e da quelli cinematografici sparsi a piene mani, tanto da non poterne più.
    Certamente mi complimento per l'alta competenza e l'impegno critico di Rubrus nel trattare la materia.
    Un appunto invece al traduttore delle pagine 191/192 di < Una stagione selvaggia >.
    Al quale non piacciono i congiuntivi, mentre a me va di leggere così:
    - < ... che le cose potessero ancora migliorare... >;
    - < ... come mi sentissi dopo,,, >.
    Siddharta

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