giovedì 29 maggio 2014

GIRABUIO - Rubrus - narrativa


Quando Irving Crane spese oltre 150 dollari in attrezzi di giardinaggio, tutti, a Lonefrost, pensarono che fosse uscito di testa. I Crane – e Irving non faceva eccezione – riuscivano a far appassire anche i fiori di plastica.
La notizia corse di bocca in bocca, tra scuotimenti di testa e sospiri compassionevoli, ma nessuno fece commenti troppo feroci. Barbara, la moglie di Irving, se n’era andata con quel decoratore d’interni e, insomma, Irving meritava un po’ di rispetto e considerazione.
Essere piantati era già brutto, ma che il cornificatore fosse un tale che sbarcava il lunario riempiendo di perline colorate, mandala ed altri aggeggi da finocchi le ville di quei ricconi dalle parti del Castle Lake, beh… era francamente troppo.


Quindi se Irving intendeva buttare alle ortiche – sempre che fosse riuscito a farle crescere – un’inveterata tradizione di famiglia che facesse pure.
E poi, chissà, avrebbe potuto uscirne qualcosa di buono. Per esempio, se le fosse cresciuta davanti un po’ d’erba, o qualche albero, o addirittura qualche fiore, la vecchia, scrostata casa dei Crane, che sorgeva in fondo a King Street, avrebbe avuto un aspetto più decente.
Noi ragazzi ci passavamo davanti ogni volta che andavamo a fare il bagno nel Kenduskeag, da quelle parti ancora lindo e cristallino.
Spesso ci fermavamo davanti al mucchio di rottami (auto, mobili, elettrodomestici, attrezzi agricoli e chissà cos’altro) che Irving lasciava a marcire (a frollare, diceva lui) nel giardino terroso sul davanti.
La scusa era che, una volta o l’altra, Irving avrebbe riutilizzato metallo, vetro, gomma o legno, ma tutti sapevano che quella ferraglia era destinata a trasformarsi indisturbata in quieta, placida ruggine.
Il mucchio di rottami era la versione locale della Grotta di Alì Babà, soprattutto da quando avevamo scoperto che c’era un po’ d’erba nascosta dentro un frigo arrugginito e che Georgina Shuster e Tony Blaine ci davano dentro come ricci sul sedile posteriore di una vecchia Pontiac.
Dal canto suo, Irving Crane era lo Strano Vecchio In Fondo Alla Strada.
Irving aveva poco più di cinquant’anni, ma a noi, che andavamo per i dodici, bastava e avanzava e poi penso che anche voi abbiate conosciuto uno Strano Vecchio In Fondo Alla Strada. Se non vi è successo vi è mancato qualcosa.
Il fatto era che c’erano delle storie sul perché Barbara Crane aveva deciso di non essere più Barbara Crane e diventare Barbara Diosolosacosa.
Il fattaccio era successo prima della nostra nascita, ma le storie di corna, nelle piccole comunità rurali come Lonefrost, dovevano tuttora essere tenute nascoste alle orecchie pure dei bambini. Avevamo così i bisbigli, le occhiate, i doppi sensi, le dicerie e, in fondo, era anche meglio, soprattutto se si pensava che, per andare al cinema, si doveva scendere fino a Castle Rock e spendere un quarto di dollaro.
All’ombra della grande quercia che cresceva di fronte alla casa di Irving, proprio dove King Street si restringeva e sterrava prima di trasformarsi in sentiero, ci raccontavamo l’un l’altro un mucchio di storie, in parte inventate e in parte no.
Per esempio, ci dicevamo che un sacco di ragazzi, in paese, potevano vantare gli occhi azzurri e i neri, fluenti capelli di Barbara Crane, oppure che laggiù, in quella casa piantata ben oltre il limite del bosco, quasi ci fosse entrata di soppiatto, succedevano strane cose – e, nella parola “cose” erano racchiuse infinite, allettanti, proibite potenzialità.
L’anno in cui Irving Crane si dedicò al giardinaggio, però, avevamo un nuovo racconto da narrare, una storia che era solo nostra perché noi l’avevamo scoperta per primi.
Quell’estate, infatti, fu chiaro che il vecchio Irving aveva infranto la maledizione di famiglia.
Mentre il mucchio di rottami continuava a disfarsi tranquillo e mentre un temporale apriva un buco nel lato del tetto che guardava a sud ovest, il giardino di Irving Crane, l’unico tra i Crane, era fiorito.
Era verdura, per lo più. Pomodori, zucchine, zucche, bietole, cavoli, spinaci, fagioli, patate, insalata, ma c’erano anche fiori.
Fiori utili, s’intende, dato che dai loro semi si poteva ricavare olio, ma pur sempre fiori.
Girasoli, insomma.
Non sono fiorellini, casomai qualcuno non lo sapesse. Sono padelle sgargianti e dorate, alti anche un paio di metri, con una corona di petali gialli, vistosi come la corona di un re, e un ammasso di semi che, a guardarli con la luce giusta, sembrano occhi di un insetto gigante.
Erano spuntati ridosso allo steccato, crescendo straordinariamente in fretta, quasi a compensare tutte le generazioni di vegetali assassinate dal pollice grigio dei Crane, e premevano sulle vecchie assi come se volessero romperle e invadere la strada.
Erano strani, sì.
Fu Connie Chambers a capire il perché, in un torrido giorno di luglio nel quale era venuta a fare il bagno nel Kenduskeag – le ragazze potevano ancora andarsene a zonzo con noi, non c’era nessuna ragione per cui smettessero di farlo, ma, improvvisamente, c’era una ragione per non dirlo ai nostri genitori, anche se non avremmo ben saputo o voluto dire quale.
«Non seguono il sole – disse lisciandosi i capelli ramati (erano quei capelli la ragione per la quale non avevo detto a mia madre che Connie si era unita a noi? Poteva essere) – si girano dalla parte opposta».
Era vero.
Non c’era molto sole intorno alla casa di Irving, giusto quel poco che filtrava dai rami degli alberi (la contea non si curava di potarli: quel vecchio orso abitava troppo fuori mano), ma quei fiori non lo guardavano mai.
Al mattino, quando la luce batteva impietosa sul mucchio di rottami e sul fin troppo rigoglioso giardino di Irving, erano voltati verso la casa come vecchi scontrosi, mentre al pomeriggio, quando il sole si era ridotto a una striscia luminosa arrampicata sul tetto malconcio, erano voltati verso King Street, chini come passeri sul becchime.
Erano sempre voltati verso l’oscurità.
Fui io a trovare loro il nome, forse per la stessa ragione per la quale sono io e non Connie, anche se è diventata mia moglie, a scrivere queste righe.
Girasoli che non seguivano il sole, ma le tenebre, rivolti verso il lato sbagliato del mondo.
Girabuio.
       
Ne parlai a mia madre solo un paio di settimane dopo, quando ormai l’estate era una signora nel pieno degli anni che iniziava a mostrare le prime rughe.
«Non devi avvicinarti alla stamberga di quel vecchio maiale, Lew. Anzi, non devi neppure andare a nuotare nel Kenduskeag, capito?» m’ingiunse come se avesse sentito solo una minima parte di quanto avevo raccontato. Avevo dodici anni, e chi dava retta alle fandonie di un dodicenne? Forse oggi non è più cosi – o almeno mi piace sperarlo – ma allora, nel paese di Lonefrost, contea di Castle Rock, Maine, le cose andavano diversamente. E non solo lì, suppongo.
Non mi stupii troppo, in ogni caso. Sapevo che nessuno avrebbe mai eletto Serena Willoughby, mia madre, presidentessa dell’Irving Crane Fan Club, se mai ce ne fosse stato uno.
Non era colpa di Irving, anche se eravamo parenti alla lontana (penso che fosse una specie di cugino di secondo grado) e questo, a Lonefrost, era una ragione sufficiente per spiegare molte faide.
Era colpa di Barbara Forrest, poi Barbara Crane e poi Barbara Diosolosacosa o, come la chiamava mia madre, quella strega.
Ora che ci penso la chiamava sempre così, “quella strega”, come se chiamarla semplicemente “la strega” potesse implicare un’eccessiva vicinanza.
Mi dicevo che ero ancora troppo piccolo per comprendere la ragione d’un simile astio e una parte di me desiderava rimanere per sempre così.
Era quella parte di me che, ogni volta che mi guardavo allo specchio, mi mostrava i miei capelli neri, lucidi come l’ala di un corvo, e i miei occhi azzurri come le schegge di ghiaccio che si formavano nel Kenduskeag a novembre.
Erano il marchio di molti ragazzi e ragazze, giù, a Lonefrost, quegli stessi intorno ai quali si mormorava e ridacchiava, salvo smettere subito quando erano nelle vicinanze.
Ero grande abbastanza da indovinare che quel segno dimostrava che i loro padri avevano fatto certe cosecon Barbara Crane, ma, naturalmente, il mio pa’, che era partito per la guerra e non era più tornato, non aveva fatto niente. No, non il mio pa’ che, poco prima di andarsene, aveva lasciato a sua moglie Serena, che ormai disperava di averne, il figlio che era l’unica consolazione della sua vita. Non lui.
E poi Barbara Crane non aveva l’esclusiva dei capelli neri e degli occhi azzurri.
Mia madre ce l’aveva con lei perché non era una donna perbene, perché poteva essere un cattivo esempio per la comunità e perché poteva portare i giovani sulla cattiva strada, tutto qui.
Ce l’aveva anche con Irving Crane, è vero, ma solo perché lui aveva ereditato il grasso e fertile terreno dei Willoughby, mentre lei, Serena, si rovinava gli occhi alla Northern Maine Bank… e tutto solo perché, a Lonefrost, si pensava che ereditare la terra fosse roba da uomini.
In ogni caso non le avrei detto niente di quell’altra faccenda.
Avevo letto abbastanza Sherlock Holmes per sapere che, quando hai scartato tutte le ipotesi possibili, quella che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità, ma avevo vissuto abbastanza per sapere che ci vuole una bella dose di presunzione per sapere che cosa è possibile e che cosa no… e che gli adulti sono presuntuosi.
Il fatto che non avrei raccontato a mia madre era accaduto una settimana prima, quando noi ragazzi (Connie non si era più fatta vedere e questo – avevo scoperto con dolorosa consapevolezza – rendeva di colpo i nostri bagni nel Kenduskeag molto meno interessanti) ci eravamo messi a giocare all’ombra della grande quercia.
Irving era uscito vestito, al suo solito, con un cappello di paglia e un paio di pantaloni bucherellati come se fossero stati usati per il tiro al bersaglio, reggendo una tanica piuttosto pesante.
Aveva aggirato il mucchio di rottami senza degnarlo di uno sguardo e aveva puntato dritto verso lo steccato dove cresceva il cespuglio di girasoli.
Dovete capire che, all’epoca, nessuno si sognava di parlare con le piante o altre fesserie new age e, se mai lo avesse fatto, avrebbe detto qualcosa come “avanti ragazze, vediamo di darci dentro e produrre di più”, perciò rimanemmo letteralmente di stucco quando Irving si mise a parlare fitto fitto coi girasoli.
Non potevamo sentire che cosa dicesse, ma era chiaro che non erano inviti a produrre olio di semi.  E neppure paroline dolci, se è per questo.
Ricordavano piuttosto certi bisbigli irosi che salivano dalla cucina mentre io ero a letto (o meglio, avrei dovuto esserlo) e mamma discuteva con qualcuno che la pregava di non pignorarle la casa o la terra.
Dialoghi tutti simili, come registrati. Mi dia un po’ di respiro, signora Willoughby, non proceda col pignoramento – diceva l’altra voce – Non è possibile, spiacente – diceva la voce di mia madre.
Ad ogni modo Irving continuò a parlare con quei dannati fiori mentre un brivido che non era solo di freddo ci congelava il sudore sulla schiena.
Un soffio di vento s’insinuò tra i rottami cigolanti e gli steli ondeggianti e tutti noi – e, credetemi, anche voi avreste avuto la stessa sensazione se foste stati là ed aveste avuto dodici anni – avemmo la certezza che qualcosa aveva risposto.
Allora Irving sollevò la tanica (e tutti noi vedemmo il teschio che sogghignava sull’etichetta come un beffardo Jolly Roger) e rovesciò cinque litri di diserbante alla base degli steli.
Udimmo il liquido gorgogliare giulivo nel placido mattino d’estate, poi, quando anche l’ultima goccia fu assorbita nel terreno, Irving si allontanò col passo rigido di chi non osa voltarsi.
La settimana successiva i girabuio crebbero più rigogliosi che mai.    

Nessuno di noi riferì ciò che avevamo visto e sentito – oppure avevamo solo creduto di vedere e sentire e, in quel dubbio, stava racchiusa buona parte del nostro processo di crescita.
Io, poi, non avrei parlato mai più di Irving Crane a mia madre – come potevo sapere qualcosa di Irving se non passando davanti a casa sua per andare a nuotare nel Kenduskeag? – se non fosse stato per Connie Chambers e Tony Blaine.
Tony aveva quattordici anni ma, essendo stato bocciato due volte, frequentava ancora le scuole medie. Probabilmente le avrebbe frequentate anche l’anno successivo dato che passava tutti i pomeriggi con Georgina Shuster sul sedile posteriore della Pontiac abbandonata nel cortile di Irving.
Tony era un brutto soggetto e qualunque ragazza si lasciasse palpeggiare da lui era una poco di buono perché, come diceva mia madre, Dio li fa e poi li accoppia, quindi la faccenda non m’interessava.
Cambiai idea il giorno che lo vidi mano nella mano con Connie Chambers.
Se ne stavano sulla panchina del parco (del parco pubblico, mio Dio, come se la faccenda avesse ricevuto il tacito benestare della comunità) e, in un istante, ebbi la dolorosa epifania del fatto che io volevo, dovevoessere al posto di Tony Blaine.
Sì, io, Lew Roberts, figlio di Serena Willoughby e Raymond T. Roberts, dovevo essere il ragazzo di Connie, io, non Tony, che sbaciucchiava ragazze in una discarica.
Inforcai la bicicletta e schizzai via, percorrendo tutta King Street e poi oltre, tra i campi deserti nella calura estiva, e poi ancora avanti, sotto la volta fitta e selvaggia delle prime propaggini del bosco.
Pensavo che avrei corso per sempre (come, molti anni più tardi, avrebbe fatto Tom Hanks in quel film), ma i miei polmoni non erano dello stesso parere e mi costrinsero a fermarmi davanti alla casa di Irving.
Mi arrestai ansante, lasciando che lungo la faccia mi scorressero torrenti di liquido bruciante e salato, senza preoccuparmi se erano lacrime o sudore.
Nella mia testa un solo pensiero continuava a girare come un criceto impazzito dentro ad una ruota: io, io dovevo essere il ragazzo di Connie Chambers. Io, a qualunque costo.
I fiori oscillavano al ritmo di una brezza leggera, quasi danzando.
Ebbi la visione di Tony e Connie (Connie, non Georgina) che, dopo essersi fumata l’erba nascosta nel frigo, se la spassavano sul sedile posteriore della Pontiac.
I girabuio parvero chinarsi su di me, frusciando. Avevano una storia da raccontare.
E io ascoltai.    

«Ti avevo detto di stare lontano da Irving Crane»
«Sì, ma’»
Mia madre fissava il tavolo della cucina, una tazza di caffè nero in una mano e una sigaretta nell’altra.
Il suo sguardo era duro, rigido, pensoso. Dietro i suoi occhi castani (così diversi dai miei e anche da quelli di mio padre, per quanto mi era dato sapere) s’indovinavano pensieri guizzanti e letali come i lucci nelle anse del Kenduskeag.
Mi vennero in mente frammenti irosi di conversazione (Mi dia un po’ di respiro, signora Willoughby, non proceda col pignoramento).
«Va’ in camera tua e restaci per tutta la settimana».
«Sì, ma’».
Mentre salivo le scale mi voltai più volte a guardarla, ma lei non si mosse mai.
Mia madre avrebbe fatto qualunque cosa per il suo unico figlio, nato quando ormai tutti i medici l’avevano definita sterile, ma forse c’erano alcune cose che era meglio non facesse, forse…
Non è possibile, spiacente.

Il Giudice fu molto duro con Tony Blaine.
Laggiù, all’ovest, potevano prendere certe faccende alla leggera, ma quassù, a Lonefrost, non si scherzava. Comincia a tollerare la marijuana e, in men che non si dica, ti troverai branchi di hippy a bivaccare nei boschi.
La difesa obiettò che chiunque avrebbe potuto mettere un po’ d’erba in quello schifo di discarica e l’accusa suggerì di sottoporre l’intera dannata casa di Irving a un’accurata perquisizione.
Non venne fuori nulla finché Nixon, il bracco dello sceriffo, non si mise a ringhiare e scavare accanto al cespuglio di girasoli.
Rimasero tutti sorpresi quando saltarono fuori le ossa di Barbara Crane con i segni di un colpo d’accetta in piena fronte.
Più sotto c’era il cadavere di Clay Kaminski, decoratore d’interni e questa fu un’altra sorpresa.
Io però non mi stupii per niente.
Non dopo aver sentito i girabuio.

Irving Crane non vide la fine del processo.
Lo trovarono stecchito nel giardino, una mattina.
Dopo lo scavo, alcuni girasoli erano ricresciuti e, a sentire qualcuno, Irving ne aveva strappato uno e aveva usato il gambo per stangolarsi… la maggior parte però diceva che non era possibile. Il gambo di un girasole si sarebbe spezzato, ed era vero. Il gambo di un girasole si sarebbe certamente spezzato. 
Lo stesso anno Tony Blaine morì a New York durante un tentativo di rapina. Stavolta non si stupì nessuno: tutti sapevano che Tony era un poco di buono.
L’anno successivo la casa di Irving andò all’asta.
L’incanto andò quasi deserto, forse perché anche a Lonefrost i tempi stavano cambiando e qualcuno cominciava a pensare che pure le donne potessero possedere la terra.
Serena Willoughby, il giorno del nostro matrimonio, intestò la proprietà della casa a Connie e a me.
Fu il suo regalo di nozze e che Dio vi benedica, ragazzi.

Col tempo, la fatica e il denaro (la terra era davvero ricca e grassa) riparammo la casa, la ammodernammo e la sistemammo.
I rottami furono i primi a sparire, poi fu la volta dell’orto, anche se a Connie dispiacque perché la verdura cresceva che era una meraviglia.
Lo steccato fu sostituito da una siepe e, dopo qualche tempo, riuscii a convincermi che non sarebbero più spuntati girasoli.
King Street fu asfaltata e allargata ed anche il bosco si ritirò fino ad arretrare sull’altra sponda del Kenduskeag.
Lonefrost si era espansa, anche se non molto, e la vecchia casa dei Crane (ora la nuova casa dei Roberts) non era più l’ultima abitazione del paese, quasi in mezzo alla foresta.
Quando costruirono il nuovo acquedotto comunale ne permettemmo il passaggio attraverso la proprietà – non gratis, s’intende.
Il Kenduskeag, soggetto a un intenso prelievo idrico, ridusse parecchio la sua portata. Nelle estati più calde l’acqua arrivava a mezza coscia e farci il bagno non era più divertente come una volta.
La vecchia quercia si seccò e finì nel nostro camino, bruciando mentre tenevo Connie abbracciata e nostra figlia Helen gattonava sul tappeto.
Dieci anni fa mia madre cominciò a dar fuori di testa e, con qualche sforzo, riuscii a convincere Connie a lasciare che Serena Willoughby trascorresse in famiglia gli ultimi mesi che le rimanevano.
Li passò quasi tutti seduta in poltrona, con lo sguardo perso nel vuoto, obbediente ed inerte come l’altalena che avevamo piantato in mezzo al prato.
Ci dette qualche problema solo l’ultima notte, quando iniziò ad urlare di far star zitti i girasoli.
Feci finta di niente e le tenni la mano mentre gridava che Barbara Crane era una strega, arrivata in paese da chissà dove, giungendo dal sentiero che attraversava la foresta.
Continuai a stringerla anche quando mi raccontava che Barbara era capace di ammaliare gli uomini, di far cagliare il latte con lo sguardo, di guarire il Fuoco di S. Antonio, di praticare aborti e di far nascere bambini dalle donne sterili anche se poi quei bambini erano in parte suoi e c’era un prezzo da pagare …
Andò avanti così fino all’alba, quando morì mentre io guardavo il giardino, là dove mi era sembrato di vedere un cespuglio che un attimo prima non c’era.
La seppellii ed andai avanti, come sempre si fa in questi casi e come si fa per tutta la vita.

Ho un nipote di dodici anni adesso.
Si chiama Bobby e, anche se non può andare a fare il bagno nel Kenduskeag, non ha una quercia sotto la quale nascondersi né uno Strano Vecchio In Fondo Alla Strada, sono i suoi dodici anni, il suo turno sulla ruota del karma che gira, il talento regalatogli dall’Onnipotente il giorno della cresima.
Helen, nostra figlia, lo manda ogni estate da noi per una settimana. Anche troppo presto il ragazzo pretenderà di andare a spassarsela da qualche altra parte, ma, per ora, Connie e io ci godiamo questi giorni e lo guardiamo scorrazzare all’aperto, dimentico per qualche ora di videogame, social network ed altre diavolerie moderne.
Credo che ci sia un pizzico di miracoloso in tutto ciò e, chissà, forse un po’ della vecchia magia è rimasta da queste parti, anche se non tutta la magia è bianca.
Adesso però se ne sta sdraiato sul divano del salotto, gonfio da far paura, mentre Helen sta giungendo in aereo da Boston.
Un calabrone lo ha punto procurandogli uno shock anafilattico. Nessuno sapeva che fosse allergico.
Il medico dice di avere fatto tutto il possibile per salvare Bobby, ma non è detto che quel tutto sia abbastanza, quindi adesso tocca a me.
So quello che devo fare.
Me lo ha detto mia madre, dieci anni fa, e su certe cose una madre non sbaglia.
Sa che una donna, strega o no, non perdonerà mai chi le ha ucciso l’uomo che amava e che una madre non rinuncerà mai al proprio figlio, il bambino che ha i suoi stessi occhi e i suoi stessi capelli.
S’impara a convivere col male così come s’impara a convivere con i capelli che cadono, la barba che s’ingrigisce, le giunture che scricchiolano, la vista che si offusca, i muscoli che diventano flaccidi.
Si tira avanti e si cerca far finta di niente confidando che il prezzo da pagare, alla fine, non sarà troppo alto o che qualcuno ci farà uno sconto.
Seppelliamo certe azioni, laggiù, nel profondo, sperando di non veder germogliare, nel nostro giardino, certi fiori di cui parlava Baudelaire ed ai quali io, povero ragazzo di campagna, avevo dato un altro nome.
Fiori che ora sono spuntati di nuovo, nello spazio di un mattino e che vanno nutriti col sangue.
E, stanotte, io darò loro il mio al posto di quello di Bobby.
È molto tempo che me lo chiedono, apparendo nei miei sogni, affacciandosi dal lato sbagliato del mondo e mostrandomi il loro vero aspetto. 
Fiori con i petali bianchi come ossa calcinate, i semi colore del sangue rappreso e il gambo nero come il fondo di una tomba.

Girabuio.


11 commenti:

  1. Una girandola di nomi, di luoghi, di fatti.
    Un'impresa non da poco leggere tutto d'un fiato una long story come questa.
    Per di più ambientata le mille miglia dalle nostre plaghe, dalle modalità di convivenza così diverse.
    Un salto mentale non indifferente per chi come noi risiede nella Vecchia Europa.
    C'è da rimanere storditi su due piani.
    Quello di un mondo < alieno> conosciuto per lo più solo attraverso scrittori autoctoni e la filmografia dedicata.
    Poi quello dell'aggressione di una storia in piena corsa travolgente.
    Rilevante la padronanza di una trama fittissima di particolari.
    La forma < estetica > del racconto è moderna, spigliata, galoppante, senza pause sospensive, curatissima nella sintassi, controllata nel linguaggio dialogato, senza sbavature o licenze letterarie.
    Una bella e forse complicata ricostruzione fissata con attenzione maniacale dei particolari, soprattutto ambientali.
    E quindi anche una bella conoscenza topografica.
    Che altro dire? Certo una personalità scrittoria completa, di cui è facile preconizzare successi di largo consenso.
    Siddharta
    P.S.: una sola curiosità, la religione come grande assente...

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    1. Innanzi tutto grazie di aver letto questo lungo.
      In realtà ho fatto qualche ricerchina sul costo del biglietto dei cinema negli anni in cui la storia è ambientata e sul periodo e sul luogo di maturazione dei girasoli in quelle terre - con la rete è facile - quanto a pignoramenti ed ipoteche, be', funziona così in mezzo mondo.
      Poi ci sono particolari e tratti che sono (credo) comuni a tutto il mondo e questa è un po' l'altra faccia della medaglia e serve a far sì che il lettore senta un po' come sua la storia, che parla anche di cose che conosce e ha vissuto.
      Sulla religione rispondo volentieri, ma, se non ti spiace, fra un po', perchè dovrei illustrare la trama, per rispondere, e non vorrei che qualcuno facesse il furbo e si leggesse la risposta e non il racconto (oppure si rovinasse la sorpresa).

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  2. Questo è uno dei miei racconti preferiti, sia per l'uso del non detto o dell'indiretto, sia per la costruzione e l'iconografia del fiore del male che risalta sullo sfondo per tutto il percorso dell'intreccio. Non ci sono parti lasciate al caso e la tridimensionalità della storia esce grazie alla sapiente sottotrama di intrecci di vissuto che, senza mai spiegare, danno una dimensione alle persone e una motivazione del loro agire.
    Ma lo sapevi già, già te lo dissi ;)

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    1. Il vantaggio di narrare in prima persona rende per certi versi più facile barare col lettore. Da un narratore terzo il lettore si aspetta imparzialità e completezza. Da un narratore in prima persona, be' si fida. Deve fidarsi, se no abbandona il libro. In narratore in prima persona, quindi, può barare tacendo o falsando particolari senza che il lettore se ne accorga - e anche se se ne accorge è facile che lo perdoni, se la storia è buona.

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  3. Dopo questo viaggio oltre oceano, bello scoprire che anche dentro una Pontiac si scopa come ricci. Pensavo fosse una prerogativa nostrana.
    Un racconto bello davvero, curato nei minimi particolari, come hanno fatto giustamente notare Claudia e Sidd.
    Ti faccio i complimenti anche se mi resta una domanda in canna, se al posto del Kenduskeag ci fosse stato il Canale Villoresi o quello della Muzza, e se Irving si fosse chiamato Luigino, dici che la storia del girabuio non avrebbe avuto lo stesso effetto?
    Un tempo i giallisti italiani assumevano nomi anglosassoni per essere più credibili e ambientavano le storie nel Bronx. Ma oggi, mi domando, ha ancora un senso questa operazione?
    Non è una critica la mia, ma una semplice curiosità.


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  4. No, penso proprio di no e per due ragioni.
    La prima, puramente interna al racconto. Ci sono qua e là un po' di citazioni sparse, che non sono indispensabili affatto al racconto, ma, per chi le coglie, sono un "di più" che secondo me non guasta, anzi. "Irving Crane" deriva da "Washington Irving" + "Ichabod Crane" rispettivamente autore e protagonista di "La leggenda di Sleepy Hollow" (forse avrai visto il film di Burton con Depp) che è uno dei primi romanzi americani e che è anche una storia di streghe. E pure la mia è anche una storia di streghe. Castle Rock è l'immaginaria cittadina del Maine dove si svolgono molti romanzi di King, così come il Kenduskeag il fiume che scorre in molti romanzi di King (il fiume esiste veramente e si trova nella contea del Penobscot). E così via.
    Secondo. Le storie di streghe sono favole. Le favole si svolgono "tanto tempo fa" e per buona parte del tempo il racconto è narrato da un punto di vista infantile e, da quel punto di vista (falsato, perchè chi racconta è un adulto, ma lì sta il trucco) gli anni '50/'60 e il Medioevo sono quasi la stessa cosa. Nota bene che, benchè il racconto si svolga negli anni '50/'60 (sono anche andato a controllare quanto potesse costare un biglietto del cinema in quel periodo), non preciso affatto l'epoca e questo per dare una maggiore senso di acronicità. Inoltre, e soprattutto, le favole si svolgono anche "in un paese lontano lontano" con molti tratti del mitico, del meraviglioso. E' un posto dove non siamo mai stati, ma che un po', più col cuore che con la mente, conosciamo. E' alieno, ma familiare in qualche modo. Da questo punto di vista, col suo impatto sul nostro immaginario, l'America è perfetta.
    Terzo. L'opzione "soprannaturale" è proposta ma non imposta. Barbara Crane (che è all'origine di tutta la vicenda), proprio come il primo motore immobile non si vede e non compare (anzi, è già morta prima del racconto) e, soprattutto, potrebbe essere tanto una strega quanto una donna un po' chiacchierata e vittima di maldicenze. Non aveva senso, in quest'ottica, dare una connotazione ben precisa alla figura della "strega", magari dandole caratteri ben delineati. Se l'avessi ambientato da noi avrei dovuto collocarlo in un contesto socioculturale ben preciso e quindi sarei stato costretto a dire se si trattava di un essere con connotati della stria, oppure della stariona, oppure della strega di Benevento, oppure della basura. Diversamente, sarei stato superficiale e generico. Ma io dovevo rimanere sul vago perchè dovevo giocare sull'ambiguità della figura e sulla sua utilizzabilità da parte del lettore, in un senso o nell'altro. Anzi, in effetti la figura stregonesca è marginale rispetto al cuore del racconto - che è la nascita del male dal bene ed il ritorno ciclico del male (la ciclicità, ancora una volta, è tratto distintivo delle favole). Barbara può essere una strega o non esserlo, ma, se fosse stata italiana, avrebbe dovuto essere una strega italiana, con tratti ben delineati per non sembrare finta e quindi sarebbe diventata troppo importante.
    Infine, non c'entra un bel niente, secondo me, il prima, il dopo, i giallisti di una volta o di adesso. E' la storia che comanda. Se si lascia che l'ambiente influisca e determini la storia (cioè se il procedimento creativo funziona così: siccome voglio parlare del posto X narro una storia che può svolgersi nel posto X) allora abbiamo un forte rischio di cadere nel provincialismo o nell'esterofilia che sono poi due facce della stessa medaglia.
    Quindi, assolutamente no. Il protagonista non si poteva chiamare Luigino e il fiume non poteva essere il Villoresi, non perchè non siano posti dove le storie non si possano ambientare (esterofilia) ma perchè l'approccio favolistico lo impedisce.


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    1. Ehmmm.... tre ragioni...

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    2. Se ho ben capito è un po’ come per certe canzoni nate in inglese, che se le senti in italiano e non piacciono più, del resto i testi si possono anche tradurre ma è difficile riprodurre le stesse atmosfere eccetera. E anche in senso contrario l’operazione diventa difficile.
      E un po’ anche perché tu prediligi la letteratura americana e trasferire le storie di quel particolare genere in Italia, questo sì ti sembrerebbe, un provincialismo.
      In ogni caso è giusto che uno scrittore ambienti le proprie storie dove meglio crede, senza timore di essere tacciato di provincialismo. Se uno si documenta bene come fai tu, se uno conosce l’ambiente a sufficienza, lo può fare benissimo.
      A tale proposito ricordo di un amico che aveva scritto un bel romanzo ambientato a Londra e dopo un consulto con l’editor era stato costretto a riportare la stessa storia in Italia. Per una serie di motivi che non ti sto ad elencare e che tu puoi ben immaginare. Non ultimo per la stessa ragione per cui i cantanti dei talent cantano di preferenza in inglese. E’ più facile. Meno riferimenti per il pubblico, meno confronti eccetera.

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  5. Be' non è solo un problema di "ispirazione" (immagino la storia in un certo posto). Non ci si deve fermare lì. E' un problema di "verifica sperimentale" (vedo se l'ispirazione consente di sviluppare una storia coerente). Salgari, per dirne una, non si è mai mosso dall'Italia, ma si è consumato gli occhi a furia di consultare enciclopedie per i suoi romanzi.
    Non conosco quel romanzo londinese, ma magari - e sui romanzi, che contengono più dati dei racconti, è più facile che accada proprio questo - tu ambienti in un certo posto un romanzo e dici cose non vere, o contraddittorie. E questo un editore serio non dovrebbe consentirlo.

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  6. Serenella Tozzi30 maggio 2014 15:32

    In effetti la collocazione ambientale mi sembra precisa: la provincia americana. Non so bene quali siano i paesi che si possano prendere ad emblema, però mi hai fatto ricordare le storie di Huckleberry Finn di Mark Twain.
    C'è sempre un che di misterioso o favolistico in questi ambienti.
    Per quanto attiene al racconto trovo molto appropriato il commento di Sid, che condivido.

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  7. Anche Twain va bene, anche se siamo a differenti latitudini. Il mio scopo era che il lettore dicesse "eppure mi sembra di essere già stato da queste parti...".
    Ti ringrazio.

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