giovedì 15 maggio 2014

GOCCE DI NOTTE - Sara - narrativa


Era l’ansia la matrice di quello stato di distrazione cercato in tutti i modi possibili, voluto a ogni costo. Libri, cd, vecchie cartoline, quaderni e fotografie disseminati ovunque per occupare tempo, per incastrarlo in giochi di “ammazza ansia” come lui li chiamava nella sua testa. E poi contare, contare era diventata la sua ossessione, il suo rifugio da quel malessere insorto così inspiegabilmente da un mese a quella parte.




Ansia, una parola sconosciuta piombata di colpo sui suoi   43 anni, 7 giorni e 3 ore di vita.  Umberto aveva progetti scaduti, medicine accatastate nell’armadietto in fondo al corridoio, coperte disseminate per casa per riscaldare le sue notti improvvisamente insonni, i suoi viaggi in 90 metri quadri di passi contati uno a uno per riempire quello spazio vuoto nello stomaco, perenne e insidioso, claustrofobico. Il giorno gli sembrava un amico spettinato, un po’ in disordine e frettoloso, passava piuttosto velocemente fra i suoi impegni di lavoro e l’atelier dove vomitava le sue smanie rosse e blu. Tele, colori, pennelli erano l’armamentario più convincente contro l’insidiarsi di quella strana malattia nelle sue membra, nella sua testa. Gli unici strumenti in grado di calmarlo, di amplificare l’effetto rilassante dei suoi ansiolitici. Ma poi c’era la notte. La notte gli sembrava una vecchia che ciabattava lenta e rumorosa, non passava mai, era insopportabile. E la sua casa era una prigione a tinta unita, verde come gli alberi immobili che Umberto fissava dal balcone nelle sue fughe clandestine, nelle sue boccate d’aria notturne di 3 minuti, terzo piano, ringhiera grigia.

Ore 3:57
Umberto si alzò dal letto ancora vestito, afferrò dal comodino la boccetta di ansiolitico, versò venti gocce nel bicchiere di plastica giallo e le ingoiò con un sorso d’acqua.  Andò al pc, lo accese. Controllò la sua posta, dopo averlo fatto esattamente 12 minuti prima, nessun nuovo messaggio, 32 bozze, 246 messaggi inviati. Chiuse la posta. Aprì Facebook, nessun contatto in linea, lo chiuse. Spense il pc. Si alzò dalla sedia e andò in cucina, 21 passi. Aprì il frigorifero: 3 mele, 2 carciofi, 6 bottiglie, 4 fette di carne, 1 confezione d’insalata, 1 lattina d’aranciata, l’afferrò, chiuse il frigorifero. La bevve, 42 secondi. Andò in salone, 25 passi. Si sdraiò sul divano, guardò il soffitto, il lampadario, 5 lampadine. Chiuse gli occhi, li strinse forte, li riaprì. Ancora 5 lampadine. Si girò verso la televisione, afferrò il telecomando, l’accese. Tolse il volume, cambiò canale 37 volte, una di seguito all’altra senza soffermarsi su nessun programma, spense la televisione. Guardò il tavolino davanti a lui: 5 libri, 2cd, 3 cioccolatini, 7 fotografie. Afferrò un libro, lo aprì a caso, pag. 116, lesse 8 righe e mezza, 53 parole, chiuse il libro e lo buttò sul tavolino. Guardò l’orologio, le 4:07. Si alzò. Stava per andare in balcone quando il telefono squillò, una, due, tre, quattro volte…
“Pronto”
“Pronto Umberto sono io, scusa l’ora, volevo chiederti se mi puoi ospitare, Grazia mi ha cacciato di casa…”
“Di nuovo?”
“Sì dai, poi ti spiego, posso venire?”
“Se ti dico di no cambia qualcosa?”
“Eh dai scemo, sono lì in venti minuti!”
“Guarda che li conto…”
Umberto andò in balcone. Si sedette sulla sedia accanto alla ringhiera e guardò per strada le macchine parcheggiate, non le contò. Guardò solo l’orologio, le 4:16. Chiuse gli occhi. Per la prima volta dopo giorni e giorni il silenzio intorno a lui gli sembrò meno cattivo, meno invadente.  C’era un sottofondo di vento che muoveva le foglie sugli alberi e giù per la strada, qualche cane che abbaiava in lontananza, un ritornello di ruote sull’asfalto a intervalli irregolari.  Niente di tutto questo lo irritò come gli succedeva da qualche tempo nelle sue notti insonni. Pensò che Il buio amplifica le immagini, rende tutto più visibile, più denso e si sentì invadere da un senso di pace senza un’origine riconoscibile. Si lasciò andare al fluire della notte e pensò ad Adele, ai suoi riccioli scomposti, al suo naso all’insù, poche ore lo separavano dal suo odore di miele, dalla sua indole mite e accomodante. Pensò a Stefano, alle sue innumerevoli gite notturne fuori casa e sorrise senza accorgersene, pensò a sua madre e al suo nuovo compagno, alla loro allegria appiccicosa, all’edicolante che a momenti avrebbe visto uscire dal palazzo, ai suoi capelli sporchi da lavare, alla sua barba incolta. Se la toccò, lentamente. Era morbida, inspiegabilmente rassicurante. Pensò alla sua gioventù, ai suoi capelli lunghi e neri, alla sua esuberanza tradita dal tempo così prematuramente, alla sua remissività di fronte agli insulti della vita e della gente. Pensò ad Adele e la immaginò a dormire con il suo pigiama colorato e il suo orsacchiotto avana, rannicchiata sui suoi sogni, Adele, l’unica carezza che la vita gli avesse fatto, l’unica certezza incontrovertibile.  Aprì gli occhi. “Venti minuti” pensò e si alzò precipitandosi nello studio per arrangiare un letto di fortuna, cercò di sistemare la stanza alla buona velocemente, prese lenzuola pulite e una coperta, si guardò intorno sfregandosi le mani. Guardò l’orologio, le 4:30. Stefano stava per arrivare, era puntuale lui, sempre in orario perfetto come se dovesse partecipare a una gara o ritirare un premio ambito. Osservò la stanza. Era tutto a posto. Fece un lungo sospiro e si sdraiò sulla brandina preparata con cura. Chiuse gli occhi, sbadigliò e vide Adele, il suo neo all’angolo della bocca, il suo sorriso. Quando il citofono suonò non lo sentì, la casa era immersa in un silenzio profondo, il buio lasciava intravedere solo i contorni delle cose e Umberto dormiva profondamente come non gli succedeva da un mese a quella parte.

                                                              

8 commenti:

  1. Questo genere di raccontini hanno un fascino particolare, lo devo ammettere, sono dei bonbon ben confezionati per palati fini e nella lit- web fanno proseliti e riscuotono molto successo. L’idea di fondo infatti non è mai banale, sono scritti bene e oltre tutto brevi, come impone la rete. Quindi potrei concludere qui il mio intervento con un bel sette più.
    Tuttavia mi sento di aggiungere un paio di considerazioni a latere, perchè dopo la lettura, mi sento come se avessi visto le ultime sequenze di un film interessante e ben girato. Però mi manca tutta la storia che precede il finale e non mi resta altro da fare, perché so che non ci sarà una replica, che lavorare di fantasia. E sì, perché il brano ha avuto anche il merito di suscitare la mia curiosità, il mio interesse. Fosse stato una ciofeca, almeno, avrei letto contento di essere arrivato presto alla fine.
    Dice… e vabbè, ma tu ci devi mettere del tuo, devi far lavorare i neuroni atrofizzati, non ti posso raccontare per filo e per segno i fatti, gli antefatti e le origini dei fatti stessi. Fattene una ragione e accontentati di quello che passa il convento. Va bene, dico io, mi accontento, per carità però non posso dire di essere soddisfatto. Che ci posso fare?
    Non te la prendere Sara, questo discorsetto non era diretto al tuo racconto in particolare, che nel suo genere appunto non fa una piega, ma parlavo in generale di questa tendenza, a questa piega della narrativa on line. Non lo so se sia un bene un male, ma ormai è un dato di fatto, nei racconti si dovrà fare distinzione tra quelli scritti per la rete, sempre più brevi e intensi, e quelli più tradizionali per il cartaceo, con un passo più lungo, adatti e pronti alle lunghe distanze.

    ps: Sì lo so, ho scoperto l'acqua calda, me ne rendo conto, però lo volevo dire lo stesso.

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  2. La parte più efficace del racconto, secondo me, sta nell'uso delle enumerazioni dei vari oggetti ripetuta ossessivamente per esprimere l'ossessione. E' efficace perchè non spiega, racconta. Talmente efficace, direi, che il racconto potrebbe iniziare quasi con: "ore 3.57". Già quello che viene subito dopo è sufficiente a farci capire che Umberto è ansioso, tanto che i due paragrafi iniziali, letti in retrospettiva, suonano persino un po' superflui.
    Secondo me è abbastanza chiaro che Adele (probabilmente una bambina, dato che dorme con l'orsacchiotto) è un anseolitico più efficace degli altri, per Umberto. E' lecito supporre, altresì, che Adele sia la figlia di Umberto e che la madre, ora, sta con un nuovo compagno. In realtà, questa vicenda - anche se chiarirla non farebbe forse male - appare poco rilevante rispetto all'effetto (l'ansia) che si vuole illustrare nel racconto, come se si fossero ritenuti meno importanti i rapporti causa / effetto e i nessi logici rispetto all'esposizione degli stati emotivi, reputata centrale. Forse (ma è un'ipotesi un po' azzardata) per un'aspirazione "all'universalità" del racconto - ogni lettore avrà i motivi di ansia suoi e ce li può mettere dentro.

    PS per Franco ed esulando dal racconto: non è una questione di lunghezza. La lunghezza / la voglia di brevità è l'effetto, più che la causa (casomai, al massimo, una concausa) di un certo modo di narrare.
    La causa, a mio parere, sta nella maggiore importanza che si attribuisce al sentimento, all'aspetto emotivo, alla forma poetica piuttosto che alla enunciazione dei fatti, alla costruzione della trama ed ai nessi logici e cronologici tra i fatti stessi.
    Io lo chiamo "impoeticamento" della narrativa e - devo dire - in proposito storco il naso un po' anche io...

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  3. La scrittura nervosa, a scatti, è una costante di Sara Pellegrino.
    Tutta una serie di flash a ricostruzione della storia narrata.
    I suoi personaggi paiono descrittivi dell'affannoso rincorrersi esistenziale.
    Tanto da apparire in giusta dose < schizzati > e nel ragionamento e nel comportamento.
    Lo stile asciutto, in successioni rapide, asfissianti e spasmodiche, crea la giusta atmosfera narrativa.
    I personaggi sono tratteggiati in modo rapido e sbrigativo, senza spazi meditativi.
    Alla fine l'Autrice raggiunge lo scopo di farci immedesimare nell'azione sempre più avvolgente e travolgente.
    La depressione, gli ansiolitici, il martellante ripetitivo, il familiare disastrato, ecc.
    Per fortuna, àncora di salvezza, le nez en trompette di Adele...
    Ottimo il finale, e non poteva essere altrimenti con tutto quel Lexotan tragugiato!
    Ansiosa/mente, Siddharta.

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  4. Serenella Tozzi15 maggio 2014 17:05

    Sono d'accordo sul fatto che l'enumerazione ossessiva riesca a trasmettere quell'ansia che permea il racconto.
    Se non fosse per l'età (43 anni) avrei pensato ad un inizio di alzheimer e, quindi, ad una ricerca di aggancio con la realtà enumerando le cose da parte di Umberto.
    Invece è un uomo solo, che sente sfuggire la vita e nulla che sia rimasto a dargli forza. Ed ecco che l'arrivo di un amico gli riporta al pensiero la figlia (penso anch'io che sia così per l'immagine che ne dà: l'orsacchiotto, il fatto che si riferisca a lei come all'unica carezza della vita... quindi una cosa tenera) e la figura di una madre tutto sommato positiva. Insomma un racconto interessante, al di là del taglio breve che, comunque, rimane denso e piacevole, anche per il finale inaspettato.
    Quella dei finali inaspettati, cara Sara, vedo che è una tua prerogativa :-)

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    1. Forse più che di alzheimer, penso sia una forma mascherata di autismo...
      Sid

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  5. Questa non è una storia e quindi non ha bisogno di un principio né di una fine, non ha bisogno di nulla, è fine a se stessa. E' uno schizzo, la descrizione di un sintomo spesso legato alla depressione e ai disturbi ossessivi compulsivi e a me sembra che Sara sia sempre molto brava nel tratteggiare situazioni psicologiche estreme. Anche qui i ritmi sono assolutamente adatti alla situazione descritta, infondendo persino una sorta di ansia riflessa. I motivi per i quali mi sembra che siano secondari e non possano dare niente di più e di meglio alla storia in sé. Anche se Sara ci fornisce un indizio (Adele e il suo nasino all'insù) chi se ne importa se il protagonista è separato, cornuto o senza lavoro. Le sue notti sono quelle!
    Brava Sara...come al solito.

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  6. Beh, comunque anche uno schizzo è una storia e per me quindi, lo è anche questa, piccola, di questo piccolo uomo. Di Umberto che inizia a dormire (sognare?) quando smette di prestare attenzione alle rassicurazioni della matematica per rifugiarsi nel pensiero dei suoi affetti, più o meno perduti. E forse, allora, dico io, non è tutta colpa delle gocce se poi prende sonno.
    Non occorrono grandi profondità ma brevi tratti ben tracciati per disegnare una solitudine riempita d'ansia, tutta raccolta in un lasso di tempo di pochi minuti nei quali quasi niente accade.
    A me è piaciuta la delicatezza con cui lo tratti, con cui lo prendi un po' in giro, teneramente, l'Umberto.

    Franco "Pale"

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  7. Ringrazio tutti voi per i commenti molto approfonditi e stimolanti. Circa la lunghezza del testo devo dire che questo è un problema che non mi pongo mai quando scrivo, ho scritto testi molto brevi come questo ed altri più lunghi ma senza badare sinceramente alla pubblicazione su carta o web, diciamo che la pubblicazione è l'ultimo dei miei pensieri quando scrivo. Sulla storia o schizzo che dir si voglia mi interessava più focalizzare l'attenzione sul momento, sulla notte, sull'ansia come processo mentale faticoso, snervante e soprattutto mettere in luce il binomio razionalità / affettività dove la seconda si fa cura e rimedio della prima. Ho sofferto di ansia e insonnia a più riprese nella mia vita e devo dire che l'ansioso razionalizza ossessivamente per la necessità di incasellare e ordinare le proprie paure. L'ansioso è razionale all'estremo, l'affettività è il versante che più teme e il solo in grado di "guarirlo". Nella storia credo che questo possa essere letto piuttosto agilmente, la telefonata dell'amico prima e successivamente il pensiero di Adele ( la figlia come giustamente avete osservato) portano a una soluzione finale che non è probabilmente una guarigione definitiva ma una tregua tra il binomio di cui sopra. Nella storia non succede niente, e non deve succedere niente, il tempo che passa di notte è un tempo vuoto sia per chi dorme che per chi soffre d'insonnia. Ringrazio ancora molto e tutti di cuore

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