lunedì 12 maggio 2014

IL DISCORSO - PaleS. - narrativa

Ormai mi ero deciso, dovevo farlo: dopo tanto silenzio, era venuto il momento di parlare chiaro, di dire la mia. Di come la pensavo. Di quello che volevo.
Di raccontare, finalmente, a cuore spalancato, chi io fossi per davvero.
E come si fa in occasione di un evento eccezionale, perché di questo effettivamente si trattava, avevo organizzato tutto con cura meticolosa, compresa la spedizione degli inviti, via posta prioritaria.
Ero riuscito nell’impresa di indire una specie di conferenza stampa, come solitamente fanno le persone importanti, riunendo a casa mia la cerchia, per la verità non troppo ampia, degli affetti e delle conoscenze.
Martedì 14 aprile, all’orario stabilito per l’incontro, circa un terzo delle persone invitate – ma l’avevo messo in conto – non si era presentato all’appuntamento.
I partecipanti, seppure in numero non elevatissimo, erano comunque sufficienti a rappresentare significativamente il mondo che mi girava intorno.

Ora si parte, pensai, ma la tensione, l’emozione, stavano giocandomi un brutto scherzo: i lineamenti del volto erano induriti, il cuore batteva nelle tempie e le labbra tradivano un lieve tremito che a me pareva un terremoto.
Dovevo farlo però, non potevo più tirarmi indietro dopo tanta fatica: la gente, ormai, era tutta lì, davanti a me, nel salone di casa mia e non aspettava altro che l’inizio del discorso.

Qualcuno aveva la faccia di chi si accinge ad assistere a un curioso avvenimento; qualcun altro si preoccupava del cellulare o guardava nervosamente l’orologio con l’impazienza di chi non vede l’ora che sia finita.
Io pensavo alla mia voce: ero così disabituato ad ascoltarla… Chissà come sarebbe uscita: forte o timida? Gentile o aggressiva? Avrebbe saputo imprimere ai concetti la passione, l’insicurezza, la dolcezza, la voglia che mi appartengono?
Già, i concetti… Nel mentre che mi preoccupavo dell’impostazione della voce, di come accompagnarla con i gesti più opportuni, a un tratto mi sembrò di avvertire un senso profondo di disagio, e le parole, le idee che avevo l’intenzione di esporre alla platea, mi parvero svuotate di sostanza, campate in aria. Aria fritta.
A dire il vero, non avevo trascritto un discorso in piena regola, ma solo tracciato alcuni punti di riferimento intorno ai quali costruire, a braccio, il mio intervento. Ma mi sarebbe riuscito?
Le premesse non sembravano delle migliori. Non essendomi mai cimentato da un pulpito e intimidito com’ero da quell’assemblea, indugiavo, non sapevo decidermi a cominciare.
Inoltre, la gran parte degli intervenuti – fui costretto a constatarlo, a malincuore – pareva, a occhio e croce, non molto interessata a quanto avrei detto. Quasi nessuno, insomma, aveva l’aria di volermi prendere davvero sul serio.
Si erano formati alcuni capannelli: da uno di questi le voci uscivano confuse e mescolate; ogni tanto si percepiva una parola, un nome e da questi particolari mi fu chiaro che l’oggetto della conversazione era il campionato di calcio.
In un altro gruppetto teneva banco una sola voce e quando questa a un tratto si interruppe ecco levarsi, improvvisa e rumorosa, una risata corale – evidentemente l’esito di una barzelletta raccontata bene.
Nella sala, poi, si sentivano squilli di cellulare di ogni genere e suoni di tastiere sparsi.

Eppure avevo voglia di stupirli tutti, io. Di affascinarli col mio eloquio, la mia capacità di comunicazione, la mia profondità. Con la mia presenza.
Tacevo, invece, mentre la sala di casa rimbombava di risa e di rumori variegati – di tutto, insomma, tranne che della mia voce.

Dal fondo, a un certo punto, qualcuno che non riconobbi, con tono impaziente e un po’ volgare si fece sentire:
“Allora, che s’aspetta? Abbiamo fretta, qui!”
Poi qualcun altro ancora, più educato:
“Coraggio Riccardo, parti. Cos’hai da dire di così importante?”
Questi inviti, che avrebbero dovuto scuotermi dal torpore e darmi la scossa, al contrario mi paralizzarono, facendo evaporare la mia scarsa autostima e la concentrazione faticosamente costruita nei minuti dell’attesa.
Riuscii soltanto a fare un gesto con la destra alzata, come a dire abbiate pazienza, arriveremo al dunque, ma la caciara e le risate non diminuivano.
Mi avvicinai al microfono, una roba di fortuna allestita per la circostanza. Tirai fuori dalla tasca il foglio col promemoria orribilmente spiegazzato, e con le mani sudate provai a rianimarlo. Mi cadde di mano e con un gesto scoordinato cercai di acchiapparlo al volo senza farlo atterrare. Il gesto fu talmente maldestro che anche il microfono piombò a terra trascinando dietro di sé l’asta. L’intera sala o quasi, scoppiò in una risata feroce che sottolineò la mia goffaggine. Cercai di riprendermi, risollevai il microfono e lo risistemai al suo posto, mi schiarii la voce e finalmente decisi di azzardare. Emisi un suono strano, quasi inafferrabile, che intendeva essere un primo abbozzo di saluto e l’altoparlante mi castigò trasformandolo in un fischio assordante che fece sobbalzare e urlare di fastidio l’intera platea: “Volumeee!!!”. Con la mano tremante e la vergogna di un bambino tentai la regolazione:
“Si sente?”
“Nooo, ancora troppo forte!”
“ Così?”
“Non si sente nienteee!
“Adesso?”
“Meglio, sì, ancora un po’…, ecco, va bene!”
Finalmente anche l’impianto voce era a posto e non c’era più niente che mi impedisse di parlare.
Toccava a me. Ora o mai più.
“Innanzitutto, buongiorno a tutti. Anzi buon pomeriggio… è già abbastanza tardi…. Scusate per gli inconvenienti” – e una salva di applausi e urla di incoraggiamento mi salutarono in risposta.
Dovevo cominciare, e non sapevo bene da dove. Così attaccai, prendendola larga:
“Non credevo, non speravo, che sareste venuti così numerosi ad ascoltarmi. In fondo sono semplicemente uno di voi, e con voi condivido la mia esistenza, tutti i giorni. Immagino sarete meravigliati di ascoltare la mia voce, abituati come siete ai miei silenzi o, al massimo, ai miei sguardi. E sono certo della vostra curiosità riguardo a ciò che intendo condividere con voi. Non sono cose straordinarie” – continuavo, facendo lunghe pause a ogni virgola, durante le quali alcuni fra gli astanti parlavano fra sé togliendomi quel poco di forza rimasta – “però non ve le ho mai dette, queste cose, e terrei tanto a dirvele. Ve ne sarete accorti, non è facile per me starvi di fronte, guardarvi negli occhi, pensare che forse sto soltanto facendovi perdere del tempo prezioso che avete sacrificato per me, a discapito dei vostri figli, dei vostri genitori, dei vostri amici…” – erano già passati alcuni minuti dall’inizio del discorso e una mezz’oretta buona dal momento in cui tutti erano arrivati a casa mia e non avevo ancora detto nulla.
Me ne rendevo perfettamente conto, ma non riuscivo a fare il passettino decisivo che mi scaraventasse, di forza, nel cuore del discorso. Sembravo uno di quei calciatori la cui squadra è in vantaggio, a pochi minuti dalla fine della partita, che raccoglie piano la palla prima di rimetterla in gioco, che finge di farsela sfuggire di mano, che indugia prima di battere un calcio da fermo per perdere tempo. Io però, al contrario del calciatore che fa la “melina”, non avevo nulla da guadagnare: i miei giri di parole, inutili e di facciata, avevano già sortito il loro effetto – negativo – sulla platea, e verso il ventesimo minuto della mia “performance”, due miei colleghi, dal fondo, dopo aver osservato l’orologio per l’ennesima volta, mi salutarono facendo un cenno con la mano.
“Scusa Riccardo, siamo in ritardo: abbiamo un tavolo al ristorante con le nostre mogli e dobbiamo passare da casa a cambiarci. Scusaci ancora, poi domani in ufficio ci aggiorni. Ciao”.
“Sì, sì, nessun problema” – farfugliai – “Grazie, a domani”.
L’interruzione mi aveva scosso; avevo perso il bandolo di una matassa peraltro ancora tutta da dipanare, ma mi sforzai di ricominciare:
“Vi prego di scusarmi – mi rivolsi ai superstiti rimasti nella sala, allargando le braccia e chinando il capo – “Intendo, inoltre, ringraziarvi una volta di più per il regalo che mi avete fatto: quello di essere convenuti qui, per starmi a sentire. Sapete… faccio un po’ di fatica: parlare non è mai stato il mio mestiere. Di solito ascolto…, e credo di saperlo fare anche abbastanza bene” – tentai di alleggerire, con un abbozzo di battuta che non ebbe l’esito sperato: nessuno sorrise, alcuni sbadigliavano, e in molti sghignazzavano ancora, probabilmente, della mia proverbiale inconcludenza.
Le pause tra una frase e l’altra si erano fatte abissali e il mormorio del pubblico le riempiva, svuotandomi di idee e di coraggio. Altre tre persone, per colpa di “impegni improrogabili”, mi interruppero nuovamente, mi salutarono e se ne andarono con passo lieve e veloce. Io sentivo il terreno franarmi sotto i piedi: avevo quasi dimenticato il tema del discorso, ero ben lontano dall’idea di penetrarlo fino al nòcciolo, badavo in pratica solo a difendermi, senza nessuna possibilità di ribaltare la situazione.
“Riccardo” – fece un mio amico di vecchia data, con un tono tra l’annoiato e il pietoso – “ma ci hai fatti venir qui per sentirti parlare del tempo e delle stagioni o c’è qualcosa di più?”
“No, no, Piero, hai ragione. Vorrei raccontarvi le cose che ho più a cuore e che non vi ho mai detto in tanto tempo”.
“Va bene, ma fai alla svelta, io tra dieci minuti devo andare a prendere mio figlio a scuola”.
“Anch’io” fecero all’unisono altre quattro voci in mezzo al gruppo che si era già ridotto di diverse unità.
“Beh, se proprio non potete, andate: io non so esattamente quanto tempo occorrerà per trasmettervi il mio pensiero. Fate così:” – osai, inalberandomi un tantino, per la prima volta – “andate pure, non perderete certo molto… e forse nemmeno io!” – terminai, con una brutta espressione in faccia. I quattro non se lo fecero ripetere: si abbottonarono la giacca e con un deciso dietro-front uscirono dalla sala.
In silenzio, con fare meno strafottente ma altrettanto risoluto, altri cinque o sei fra i presenti si rivestirono, e mentre tentavo di riattaccare col mio sermone, mi salutarono con un gesto neutro della mano.
La sala si stava ormai svuotando, ma io non avevo alcuna intenzione di rinunciare:
“Adesso siamo di meno, ma non è importante: è con voi che vorrei completare il mio discorso e…
“Come completare??” – sbottò dalla seconda fila, che era diventata l’ultima, mia cugina Sandra – ma se non hai detto nulla di nulla ancora...!”
“Un po’ di pazienza Sandra, un po’ di pazienza. Un’introduzione ci vuole sempre, poi si entra nel vivo del….”
“Introduzione??? – tuonò lo zio Armando – “Ma te ci hai chiamato qui per pigliarci per il culo? Vuoi che restiamo tutti in casa tua, a passare la notte? No, basta, mi sono bell’e divertito, ti saluto; e se hai bisogno di dirmi qualcosa, fatti vivo al telefono che il mio numero ce l’hai!”.
Uscì di fretta dalla sala seguito da tutta la seconda fila di parenti e amici che scuotevano il capo, alcuni con un sorrisino di compatimento, altri facendo un verso con il braccio indirizzato verso di me come per mandarmi a quel paese.

Le mie parole, anche quelle più inutili, erano finite.

Mi accasciai sulla seggiola più a portata di mano, nei pressi del microfono, e rimasi lì, stecchito.
Dopo alcuni attimi di smarrimento, mi feci forza, rialzai la testa.

Fu una sorpresa.

Davanti a me era rimasta, tutta intera, silenziosa e immobile, la prima fila.
Erano occhi diversi, volti differenti dagli altri. Ci si leggeva il dispiacere per l’evento non andato a buon fine e tutto l’amore che avrei potuto desiderare.

Remo fece due passi nella mia direzione. Mi alzai dalla sedia. Nei nostri sguardi che si incrociarono, c’era la stessa intensa complicità di quando ci incontravamo, nel poco tempo libero, al bar o in piazza, per raccontarci le cazzate di giornata.
I nostri sensi erano istruiti alla perfezione su come tradurre il pensiero profondo dell’altro.
Mi abbracciò forte:
“Grazie Riccardo, è stato un bel discorso”.
“Ma… stai scherzando?”
“Dico sul serio” – mi rispose con l'espressione vera e appassionata.” – “Ci sentiamo domani al telefono, dopo il lavoro, come al solito, e si fissa per l’aperitivo”.
“Grazie – e avevo una stretta alla gola – “grazie Remo, amico, mio, a domani”.
Mio padre aveva la sigaretta che pendeva all’angolo sinistro della bocca e l'occhio semichiuso dal fumo. Si avvicinò in silenzio e con la mano ruvida che sapeva di Muratti, mi accarezzò la guancia come sempre aveva fatto, per rassicurarmi, fin da quando ero piccino.
Mia madre piangeva.
“Non ti preoccupare bambino mio, non dare retta a nessuno, sei stato bravo, ma bravo davvero!”.
“Mamma avrei voluto tanto spiegarti…”
“Bravo, bravo figlio mio…” ripeté asciugandosi le lacrime e si ritirò in giardino.
Senza che potessi avere il tempo di rendermene conto, sentii l’umido di un bacio, il tuo bacio che avrei riconosciuto tra mille, con la tua bocca ad avvolgere la mia più piccola, le mie labbra sottili, imprigionarle per un attimo in una sorta di trappola sublime per poi lasciarle con una specie di dolce schiocco che mi fece resuscitare:
“Non preoccuparti amore, ci hai provato ed è quello che conta”.
“Non mi è riuscito, non è andata come volevo, intendevo...”
“La faccia e la voglia ce le hai messe. Forza, dai, andiamo a cena!” – fui interrotto dai tuoi occhi. Dallo sguardo più bello del mondo.
“Non ho appetito, forse è meglio ch’io rimanga un po’ da solo…”
“Come preferisci, amore. Ti amo” – e mi stampasti un altro bacio sulla guancia prima di avviarti verso la cucina, con il tuo passo morbido.
C’era rimasta ancora una persona seduta ad aspettare, proprio lì davanti a me.
“E te, cosa ci fai ancora qui? Vai a giocare cinque minuti e poi a tavola, che la mamma ha preparato tanta roba buona” – pronunciando queste due frasi finalmente mi parve di risentire la mia voce, quella vera, quella che ricordavo di possedere.
Lisa davanti a me, coi gomiti appoggiati sui braccioli della sedia e le mani strette in un pugno puntate sotto il mento, alzò gli occhi e mi rispose:
“Va bene babbo, però che palle tutta quella gente: ora sono contenta che siamo rimasti solo noi”.
Una carezza sulla guancia e Lisa era già partita in direzione della sua stanza.
Adesso toccava a me tornare nella mia.

Invece no.

C’era l’attaccapanni con la giacca – “Torno subito, vado a prendere una boccata d’aria” – gridai, in modo che chi doveva sentire sentisse, e mi ritrovai a camminare lungo il viale alberato da casa mia allo stadio.
Non ero solo: avevo portato insieme a me – o perlomeno lo credevo – le mie parole inesplose, che all’improvviso, però, inaspettatamente, cessarono di premere per uscire. Pensavo di averle ancora tutte lì, incastrate tra la gola e lo stomaco, come molle pronte a scattare, e invece, anche loro come me, avevano pensato di svignarsela da un’uscita secondaria per una bella passeggiata.
Il sangue aveva smesso di pulsare alle tempie, la pelle del volto si era distesa, gli occhi erano rientrati nella loro sede naturale, all’interno delle orbite.
Mi sentivo più leggero e sotto la giacca una strana, sottile, intensa sensazione di felicità.
“A ognuno il suo mestiere” – dissi pensando a me e al mio discorso scuotendo il capo, ma giusto per un attimo, perché già sorridevo, strizzando gli occhi, allungando il passo.
Adesso lo sapevo, ne ero certo, avevo avuto la risposta: quell’abbozzo, quell’aborto di discorso, il mio discorso, non era stato inutile.
Era arrivato, dove doveva.
Era riuscito. P e r f e t t a m e n t e.


14 commenti:

  1. Beh... essendo testardo, ma non troppo paziente, avrei fatto probabilmente come i membri del pubblico. Peraltro, lo scopo dell'oratore non era stato parlare in pubblico - che poi non è semplice, anche se non impossibile da imparare, quindi...

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  2. Scrittura fluida e decisa, tratto indiscutibilmente maturo. Sai creare l'attesa e chi legge si sente spettatore curioso e impaziente in tutta la prima parte. Nella seconda ti affidi al non detto, in tutti i sensi, e riesci perfino a commuovere. Bellissimo il finale. Per me molto, molto bravo

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    1. Credo che ognuno di noi abbia uno o più racconti in cui si sente particolarmente dentro. Qualcosa che gli è caro perché gli somiglia.
      Questo è il caso de "Il discorso" per me.
      Un racconto per piacere fino in fondo deve avvincere e convincere, far immedesimare il lettore nella situazione/riflessione proposta, al di là del fatto che sia scritto e costruito bene.
      Questo credo sia uno degli intenti per chi scrive.
      Tu, Sara, mi hai fatto festa, ti sono grato davvero, per l'ennesima volta; sono felice ti sia piaciuto e spero ti abbia fatto almeno in parte l'effetto di cui parlavo sopra. Grazie di cuore.

      Franco "Pale"

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  3. Dimenticavo: è anche un racconto "pudico" visto il tenore dell'omissis finale...

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    1. Grazie per il doppio passaggio Rubrus. In realtà (e il discorso vale anche per Claudia e Franco) sono rimasto sorpreso nello scoprire che il racconto ha fatto tutto un altro effetto rispetto a quello che mi aspettavo e addirittura mi pareva d'essere stato esplicito di avere detto anche troppo - vedi come è diverso lo specchio dal giudizio, dalla visione degli altri.
      Un saluto.

      Franco "Pale"

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    2. Ciao. Continuo ora perchè non mi piace dire troppo nei primi commenti, perchè magari qualcuno (specie gli esterni, non i frequentatori abituali) si legge i commenti e non il testo.
      Ciò posto, secondo me il testo pone un'alternativa:
      a) o il protagonista, alla fine, "coglie la palla al balzo" e quindi trae vantaggio dalla sua debacle oratoria
      b) oppure sin dall'inizio l'oratore voleva catturare l'attenzione della sua ultima uditrice
      La parte finale e la costruzione in generale (gli inciampi in cui di volta in volta incorre il tizio non paiono premeditati) inducono a propendere per una lettura in chiave "opportunistica" degli sforzi dell'oratore che alla fine approfitta e trae vantaggio - anche se probabilmente non quello che aveva inizialmente sperato - dalla sua performance.
      Oltretutto, il fatto che qualcuno possa orchestrare una seduta pubblica per colpire l'attenzione di una persona in particolare è, a dir poco, inverosimile.

      Una nota. Personalmente, sono assolutamente incapace (è quasi una forma di cecità selettiva ed è sempre stato così sin da quando ero alle elementari) di cogliere significati metaforici e allegorici di un testo.
      E' al di sopra delle mie capacità - e a scanso di equivoci preciso che il racconto fantastico (in cui spesso mi cimento) non è affatto un racconto metaforico, anzi, parte da presupposti diametralmente opposti.
      E' quindi possibile, anzi molto probabile, se ci sono simili sottotesti, che sia finito completamente fuori squadra...:-)

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  4. sei riuscito a tramettere il senso d'impazienza e l'indisponibilità di questo pubblico che, in teoria, avrebbe dovuto essere tutto disponibile e capace di ascoltare. Invece è rimasta soltanto la prima fila. Questo aspetto è quello che più mi ha interessato. Mi sono chiesta: e se non fosse rimasto nessuno? E se non fosse venuto nessuno? E altre elocubrazioni come se piovesse. Quindi un tema che ha generato, almeno per la sottoscritta, molteplici e collaterali e antitetiche considerazioni.

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    1. A parte lo spunto surreale (ma chi è che indice una conferenza stampa per raccontarsi ai conoscenti, se non un grullo?), sì, il tema dell'incomunicabilità è ben presente e quindi di conseguenza anche quello di solitudine intesa non solo a livello individuale ma di nucleo.
      Non è un racconto improntato all'ottimismo ma in fondo in qualcosa spera. Qualcosa salva. La prima fila appunto, che come tu giustamente osservi, in fondo non è detto ce l'abbiano tutti.
      Il testamento di Fabrizio De André dice "quando si muore si muore soli" e alla fine come dargli torto.

      Grazie mille Claudia! un saluto

      Franco "Pale"

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  5. Mi ha dato molto da riflettere questo tuo racconto. L’ho letto e riletto, l’ho rivoltato come un calzino ma non ci ho ricavato che poche considerazioni, di cui nessuna conclusiva e convincente.
    In ogni caso mi pare di leggere tra le righe i temi dell’incomunicabilità, dell’indifferenza, l’egoismo, il disinteresse per il prossimo e gli affetti della famiglia, quelli veri, da contrappeso e come ancora di salvezza.
    Hai messo in scena la metafora della vita con uno stile agile e moderno, direi Pirandelliana come struttura, ma mi lasci un dubbio: è la storia di un timido, un introverso che non riesce a comunicare, ad esternare tutto ciò che ha dentro, oppure un metodo da brevettare per scoprire chi ti vuol veramente bene?. No, perché se così fosse, io la riunione di famiglia potrei farla nello sgabuzzino, anche nel sottoscala e tutti troverebbero posto. Poi non serve dire nulla, basta vedere chi risponde all’appello.
    Hai sollevato tante domande, le risposte non erano necessarie, il compito della narrativa è anche questo. Complimenti

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    1. Credo che, a parte la mancanza di convinzione di cui dici, le cose che ci hai intravisto non sono poche e sono in gran parte lì, nel tuo bel commento, Franco.
      Già... non serve proprio a nulla un salone o un discorso per farsi capire.
      Per farsi accettare. Non serve violentare la propria vera natura, la propria inclinazione. ("A ognuno il suo mestiere"). Non serve sforzarsi di essere ciò che non si sarà mai.
      Grazie di tutto.

      Franco "Pale"

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  6. Insomma, il racconto affascina.
    Soprattutto per le implicazioni psicologiche.
    Il panico da palcoscenico.
    Rimediabile solo e forse con un buon ciclo psicoterapeutico.
    Persino certi attori ne sono affetti.
    Il pubblico anonimo, attento e silenzioso, è come una belva in gabbia da domare.
    Solo i veri animali da spettacolo vi riescono, a prezzo di una buona dose di incoscienza.
    A volte per i deboli sovviene in aiuto la forza della disperazione.
    Gli ascoltatori per altro verso diventano il nostro alter ego aggressivo di cui temiamo gli assalti.
    La narrazione in lettura percorre tutte le tappe del degrado interiore del timido, inadeguato alla bisogna, fino a farlo scendere al gradino più basso del ludibrio.
    Doppiato l'evento incriminato, l'io represso si prende la rivincita con tutta una serie di giustificazioni rassicuranti sul mancato obiettivo.
    Una gratificazione solitaria che riporta in equilibrio lo sbilanciamento drammaticamente vissuto.
    Lo sviluppo narrativo percorre tutte le soglie dell'inadeguatezza oratoria, in una successione metodica drammatica.
    Con occhio attento alla perfezione stilistico-semantica, a pieno rispetto della dignità del lettore.
    Uno scavo interiore di bellezza realistica quale solo un animo sensibile e attento riesce a cogliere.
    Si direbbe nato quasi da spunto autobiografico.
    Ottima/mente, Siddharta.

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    1. No, non nasce da uno spunto autobiografico preciso ma è certamente autobiografismo in senso lato: questo racconto è molto "mio" come ho già detto.
      Riflette molto del mio pensiero su noi umani, me per primo, sulla nostra debolezza, sulle nostre paure, sull'ambizione - sbagliata - di voler sembrare quel che non siamo per poter essere capiti, accettati, applauditi, amati; sulla consolazione di una prima fila, a volte data per scontata, ossia in parte dimenticata, che ci ripaghi dalla defezione di tutte le altre, più luminose, al momento del bisogno.
      Grazie, Sid, delle tue belle considerazioni: mi fanno molto piacere.

      Franco "Pale"

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  7. Serenella Tozzi15 maggio 2014 16:19

    Timidezza e bisogno di rassicurazioni, ecco cosa emerge, secondo me, nel tuo racconto.
    L'angoscia di non riuscire, abbinata a quella voglia di colpire, di trasmettere è così ben espressa che riesce a metterti in una aspettativa altrettanto angosciante: ce la farà? sarà in grado di superare il momento? ti chiedi.
    Poi, dopo, emerge che il tutto era per la verifica, per la riaffermazione che gli affetti familiari sono quelli che veramente contano, come la vicinanza spirituale dell'amico.
    Un racconto ben condotto che, senza cadere nella retorica, riesce ad esprimere come, nella vita, sia importante la vicinanza di qualcuno che ti ami veramente.

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    1. Commento molto sensibile e acuto, Serenella.
      Non sono certo (a meno che il subconscio...) che l'obiettivo nascosto fosse quello della verifica - come la chiami tu - degli affetti familiari, ma mi pare chiaro che si tratta di un'osservazione estremamente pertinente, illuminante, non da sottovalutare, altroché...

      Grazie.

      Franco "Pale"

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