lunedì 5 maggio 2014

IL TEMPO DI FAUSTO - Rubrus - narrativa

Tutti avevano detto a Enrico che il vecchio era matto e inaffidabile, ma anche che era l’unico che potesse riparare quella vecchia cipolla… sempre che ne avesse avuto voglia.
«Il fatto è che passa quasi tutto il suo tempo a riparare un vecchio orologio» gli avevano detto a mo’ di spiegazione. «Uno solo, e tutto il resto viene dopo.»
«È così suonato?»
«Beh, dicono che dopo essere andato in pensione abbia tenuto aperto il negozio solo per quello» era stata la risposta. «Quando entri, sta’ certo che lo trovi a trafficare dietro quell’aggeggio. Farà fatica a darti retta, ed è facile che prenda l’ordinazione solo per vederti sparire il prima possibile. Ti dirà anche di tornare dopo un tempo straordinariamente lungo e, quando sarà il momento, affermerà che non è riuscito a riparare l’orologio perché ha avuto un sacco di roba da fare. Ma, in realtà, ha lavorato sempre e solo dietro quel marchingegno.»

Insomma, meglio che Enrico si accontentasse di un’imitazione.
Ma lui, Enrico, di imitazioni non voleva sentirne parlare.
Lo smoking era a noleggio, le scarpe di vernice erano cinesi, ma l’orologio con catena d’oro che avrebbe messo nel panciotto doveva essere proprio quello: un autentico pezzo d’epoca! Era appartenuto al suo bisnonno. Stupendo. Necessitava soltanto di essere rimesso in sesto poiché era fermo da decenni. Doveva partecipare all’addio al celibato di Gianni, che diamine!
Gianni era il suo migliore amico e aveva fatto carriera. Carriera autentica. Quindi quella dannata cipolla, oltre che autentica, doveva essere luccicante e perfettamente funzionante. Era una questione di carattere.
Il vecchio orologiaio era in una di quelle vie che, per qualche misteriosa ragione, non sembravano appartenere del tutto alla città. Oppure sembravano appartenervi, ma in un altro tempo.
Lungo la strada c’erano poche auto parcheggiate e nessun cartellone pubblicitario. C’erano anche dei platani. Dalle loro chiome sopra i fusti grigiastri, l’ombra scendeva a coprire l’asfalto. Si avvertivano i rumori del traffico nelle vicinanze, ma attutiti, tanto da poter essere coperti dagli strilli di qualche bambino che giocava senza paura in mezzo alla via.
La sensazione di sfasamento era così forte che Enrico non si sarebbe stupito se uno di quei bambini avesse preso un bastone e iniziato a far rotolare un cerchio lungo la strada, come si vedeva nelle stampe d’epoca.
Il negozio dell’orologiaio, però, era esattamente dove gli avevano detto, al civico 20.
L’insegna, in caratteri dorati su sfondo nero, corrispondeva a quella che gli avevano descritto: IL TEMPO DI FAUSTO. Sotto, accanto a una vetrina un po’ spoglia, una porta in ferro conduceva
all’interno. Enrico la spinse ed entrò.
A dispetto delle sue aspettative, il vecchio stava dietro al bancone di fronte all’ingresso e non sembrava affatto decrepito: gli si sarebbero dati, al massimo, un po’ più di settant’anni.
Appena gli occhi si furono abituati alla penombra, Enrico diede un rapido sguardo alle pareti dove, com’era lecito aspettarsi, erano appesi orologi di ogni tipo, epoca e forma. Accanto al bancone, alla sinistra di chi entrava, si trovava una grossa pendola che doveva avere all’incirca la stessa età del proprietario. Enrico notò che tutti gli orologi segnavano l’ora esatta. Neanche la pendola faceva eccezione.
Enrico si diresse verso l’orologiaio e, dopo una titubanza appena percettibile, gli mostrò l’orologio da tasca del bisnonno.
Poteva ripararlo?
Poteva.
Entro quindici giorni?
Possibile.
Sarebbe costato molto?
Fausto gli disse il prezzo.
E la cipolla passò di mano.
Tutto lì? S’era aspettato una specie di cappellaio matto e si trovava davanti un tranquillo artigiano, magari un po’ vecchio stampo. Eppure l’atmosfera che aveva percepito in quella strada… no, forse non c’era nessuna atmosfera. S’era solo fatto suggestionare: una mancanza di carattere. Ma non gli andava di darsi per vinto così.
«È quello l’orologio su cui sta lavorando?» chiese.
Il vecchio lo guardò con l’aria di chi non capisce.
«La pendola» precisò Enrico con l’espressione di chi si rivolge a uno studente un po’ ottuso.
L’orologiaio sbatté le palpebre un paio di volte, un po’ perplesso.
«Oh, sembra una pendola, adesso. Sì, è quello. Sa, mi ero concesso un attimo di pausa e… non ci si può mai distrarre».
Enrico si disse che forse il vecchio era davvero un po’ rincretinito.
«A me sembra che funzioni perfettamente» dichiarò, avvicinandosi al meccanismo che oscillava placido e regolare.
«Oh sì,» fece l’altro avvicinandosi a sua volta «è proprio questo il problema. Non si ferma mai». Fausto tacque un attimo. «Non si ferma e non rallenta mai» ripeté pensoso.
Con un movimento lesto ed elegante - un movimento preciso, pensò Enrico - prese un paio di pinzette, aprì lo sportello posteriore e cominciò ad armeggiare sul meccanismo che, inarrestabile, continuava il suo movimento.
Ok, si disse Enrico, è matto davvero.
Subito dopo fu colto da un improvviso timore.
«Allora posso contarci? Posso tornare tra quindici giorni?» chiese.
L’altro mugugnò qualcosa ed Enrico comprese che, stavolta, la conversazione era davvero finita.
Un po’ incerto, uscì dal negozio e si ritrovò in strada. Non c’era nessun bambino che facesse correre cerchi lungo la via, spingendoli con un bastone.

Quindici giorni dopo la via era come la ricordava e, ancora una volta, Enrico dovette farsi forza per convincersi che era solo una questione di suggestione e che non c’era nulla di asincrono, in quel posto. Fu con un misto di sollievo e delusione che notò che la strada era deserta e nessun bambino vestito da marinaretto si dilettava in giochi di altre epoche.
Il vecchio, invece, era dove si era aspettato che fosse: ad armeggiare sul meccanismo della pendola che, come l’altra volta, segnava l’ora esatta.
Enrico consumò in fretta il repertorio del cliente impaziente: colpi di tosse, piedi strascicati sul pavimento. Poi, senza troppi preamboli, chiese della vecchia cipolla.
«Spiacente, ho avuto molto da fare» disse il vecchio senza neanche voltare la testa, seminascosta dallo sportello dietro cui stava il meccanismo.
«Ma aveva detto dopo quindici giorni!»
«Come passa il tempo, eh?»
«Ma aveva preso un impegno…»
«Ragazzo» disse Fausto sporgendosi da oltre lo sportello. Per un attimo Enrico pensò di avere attirato la sua attenzione, ma il vecchio si sporse sul bancone, dove stavano allineati alcuni ferri, e cominciò a cercare quello che gli serviva. «Ragazzo,» ripeté «non mi pare che tu abbia dato alcun anticipo. In ogni caso, se pensi di aver diritto a una qualche forma di risarcimento…»
Prese un ferro, lo esaminò con attenzione e scomparve di nuovo dietro lo sportello.
«Non è una questione di soldi,» forse con la mozione degli affetti poteva funzionare «è che mi serve per stasera e…»
«È una questione di tempo, allora. È sempre una questione di tempo. A proposito…» Fausto riapparve da dietro lo sportello, esaminò con aria critica il ferro che aveva in mano e lo gettò con disprezzo sul bancone, squadrando gli altri con fare sospettoso.
«A proposito,» riprese «non credi che potresti impiegare meglio il tuo standotene da un’altra parte?»
«Mi serve per stasera!» gridò Enrico, sbattendo una mano sul tavolo.
«E allora per stasera sarà pronto. Probabilmente. Avete tutti fretta. Avete tutti sempre fretta e più fate le cose in fretta e meno tempo avete; l’hai mai notato?» Ora Fausto stava esaminando
uno a uno i ferri che aveva sul bancone. Li sollevava alla luce, li guardava con l’espressione di un chirurgo che stesse scegliendo un bisturi, scuoteva la testa, li rimetteva a posto e ricominciava. «Devo averne uno nel retrobottega».
«Senta, è molto importante per me»
«Certo che lo è. È importante che le cose succedano al momento giusto. Solo che non si sa mai qual è il momento giusto, se non quando è già passato. Uno si volta indietro e dice “avrei dovuto farlo allora!” Solo che non si può. Non si può tornare indietro. Sì, dev’essere nel retrobottega.»
«La prego,» disse Enrico cercando di convincersi che, in realtà, non stava cercando di ragionare con un pazzo «quella pendola spacca il minuto e…»
«Ah sì?» si interessò Fausto staccandosi dall’orologio e guardando Enrico con attenzione per la prima volta. «Tu sai davvero cosa sia un minuto? Sant’Agostino ed Einstein non saprebbero rispondere… E tu invece lo sai. Dimmi, quant’è lungo un minuto sotto i ferri del dentista, o uno aspettando l’autobus, o uno sotto il portone della tua ragazza? Quanti sono lunghi i minuti passati a osservare le stelle cadenti, a correre su una spiaggia deserta, ad aspettare di sapere se è nato tuo figlio o se tuo padre è riuscito a superare la notte? Quanto dura un bacio di un minuto o un’agonia di un minuto?» Accennò alla pendola. «I minuti sembrano tutti uguali, là sopra, non è vero? Ma non lo sono. E quando li hai sprecati, quando vorresti che durassero esattamente quanto devono durare, ti accorgi che li hai perduti per sempre e che non c’è modo di tornare indietro. O di farli rallentare, anche solo di poco, per poter dire “attimo fuggente, fermati, sei bello…” Non c’è modo. Ma certo! Ora mi ricordo dove l’ho messo!»
Guizzò nel retrobottega, lasciando dietro di sé solo il tremolio discreto di una tenda di plastica.
Enrico lo guardò svanire con un sospiro di sollievo. Una goccia di sudore, lenta, stava scivolandogli lungo una tempia.
Dio Santo, pensò Enrico con un lampo di comprensione che lo raggelò, perché gettava una luce sinistra non solo sulla mente di Fausto ma anche, a ben guardare, sulla propria. Questo non pensa che quell’aggeggio misuri il tempo... Pensa che lo crei! Fu sul punto di andarsene e di cercare
un antiquario in centro. Poi si ricordò ciò che gli diceva sempre sua madre. Quando perdi non puoi buttare all’aria il tavolo! Ma sua madre non gli aveva detto che all’addio al celibato del suo migliore
amico – il suo migliore amico che aveva fatto carriera, per essere esatti – avrebbe dovuto accontentarsi di uno smoking a noleggio e di scarpe cinesi. Non gli aveva detto che, quando già vedeva pericolosamente avvicinarsi la soglia degli “anta”, sarebbe stato ancora alla ricerca di un vero impiego, di una vera ragazza, di una vera casa. Non gli aveva detto che qualunque imbecille d’artigiano arteriosclerotico si sarebbe sentito in diritto di trattarlo come una pezza da piedi. No,
nulla di tutto questo, quindi… beh, poteva anche buttare per aria il tavolo da gioco. Diamine, era una questione di carattere! Con un unico, rapido gesto prese un cacciavite dal bancone, aggirò lo
sportello e lo conficcò nel meccanismo della pendola. Dal retrobottega si alzò in risposta un urlo spaventoso, carico di follia. Enrico arretrò, le gambe gli parvero molli come elastici.
Vide l’orologiaio emergere da dietro la tenda di plastica con un movimento scoordinato, disarticolato, come una marionetta che andava in pezzi, del tutto diverso dai gesti eleganti di
poco prima. Aveva gli occhi sbarrati e una pura, terrificante espressione di angoscia sul volto.
Enrico si precipitò verso la porta nel lento, indicibile panico che aveva provato solo negli incubi, mentre il cacciavite gli sfuggiva di mano e cadeva a terra con un lungo, interminabile
tintinnio.
Spalancò la porta e si catapultò fuori, volgendo lo sguardo intorno a sé come in un’unica, lunga, angosciante panoramica: colse le ombre profonde dei platani, il silenzio irreale, quasi congelato, della strada e... un bambino.

Avanzava lungo la via spingendo un cerchio con un bastone. Procedeva sempre più piano, quasi al rallentatore, come un filmato la cui pellicola stesse arrestandosi sul proiettore. Il bambino correva, con falcate lente, s e m p r e  p i ù   l e n t e,   s e m p r e   p i ù     l e n t...

12 commenti:

  1. Al posto della cipolla avrei scelto un quadro di De Chirico, ossessionato anche lui dal concetto tempo-spazio. Celebri le sue macchine del tempo e gli orologi che si deformano, a dilatare il tempo, a ribaltarne e metterne in discussione il suo concetto.
    Un classico della fantascienza che gioca sulla percezione del tempo, direi un concetto metafisico. Questo racconto se lo inserisci in una raccolta di Brown non fa una piega, se ci aggiungevi due gocce di sangue e caricavi le atmosfere cupe avevamo un King di quelli d.o.c. Invece abbiamo un Rubrus autentico e tra i più belli. Piaciuto.

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  2. Se vuoi un racconto più cupo ho l'imbarazzo della scelta.
    Però se togli una "o" al buon Fausto un po' di odore di zolfo si dovrebbe sentire, ehehe

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  3. Scrittura precisa, minuziosa, attenta ai dettagli. Racconto che scivola sui binari di un godimento effettivo, in cui la curiosità del dopo si amalgama con il piacere dell'adesso, riga per riga. Bellissimo il passo degli interrogativi sui minuti, sul senso e l'ampiezza del tempo, sulla sua relatività. Credo che meglio di così non avresti potuto scriverlo. I miei complimenti

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    1. Avrei senz'altro potuto scriverlo meglio, anche se su due piedi non saprei dire come.
      Penso che, anche nei racconti fantastici, il realismo dei particolari sia utile perchè facilita la sospensione dell'incredulità e amplifica la sorpresa.

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  4. difficile argomento il tempo, poi se ti rifai al Faust(o), si parla di roba grossa. Roba tipo cronos e kairos e tutti gli accidenti filosofici da Plutarco in giù.
    Passando per letteratura, fisica ecceterà.
    Insomma, davvero tosto. A parte questo (tostaggine dell'argomento), a me è piaciuto il modo in cui sei riuscito a smontare la "linearità" attraverso le descrizioni d'ambiente, mantenendo comunque il senso dello "scorrere" nella vita (gli elementi che non scollano Enrico dal contesto del reale come viene umanamente percepito), fino al momento esatto in cui spezza.
    Questo è narrativamente fico, pour moi.

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    1. E' un argomento così profondo che ho preferito "volare basso", tanto che l'elemento fantastico compare solo alla fine (salvo alcuni campanelli).
      Per questo ho fatto mettere un orologio normale e non uno di quelli alla Dalì. Un orologio alla Dalì avrebbe anticipato troppo.

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  5. Serenella Tozzi6 maggio 2014 23:23

    Bel tema quello del tempo, quanto mistero anche.
    Il tempo è un'invenzione? Certo, se è vero che è nato dallo spazio, prima del Big Bang probabilmente non esisteva.
    Un racconto suggestivo per il connubio passato-presente. Lo avvertiva il tuo Enrico che qualcosa sarebbe avvenuto, questo crea una giusta suspense.
    Anch'io mi aspettavo che nel finale magari uscisse fuori anche un cacciavite insanguinato, ma sarebbe stato troppo ovvio.
    Un racconto d'autore questo.

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    1. Einstein ci ha insegnato che il tempo è una grandezza che varia al variare della velocità. La relatività non sembra essere un concetto molto immediato, ma dopotutto, ognuno di noi, da adulto, percepisce il tempo in modo differente da quando era ragazzo e, in quest'ottica, un po' mistificante, è senz'altro gestibile.

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  6. Una generazione letteraria, quella ultramodernista, ostaggio della follia della narrativa ad ogni costo, spesso a scapito delle idee.
    In genere questa scrittura risulta contaminata da varie forme espressive, quali la saggistica, lo stile giornalistico, la diaristica, l'auto-biografia, ecc.
    Con Rubrus invece nessun pericolo, restiamo sul classico.
    Un racconto ben equilibrato e per struttura e per contenuto, con quella spruzzatina di aura sognante e sospesa che aiuta nella lettura.
    Rigoroso il controllo ortografico e sintattico ( si dice che non siamo più sui banchi di scuola: sì è vero, ma è altrettanto importante ricordarsi degli insegnamenti un tempo appresi... ).
    C'è anche un interessante richiamo ontologico, certo accettabile in chi per mestiere si confronta continuamente con Chronos.
    Il finale aperto lascia a conclusioni diverse per chi possieda una certa dose di fantasia.
    In conclusione, si deve convenire sula maturità del testo in lettura.
    Siddharta

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  7. Ti ringrazio. In effetti, nel dubbio, resto sul classico, anche se qualche rara volta mi capita di sperimentare.

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  8. C'è molta padronanza, qui. Di tutto. Conoscenza, mestiere, lucidità, rigorosa precisione, capacità di gestire ogni sfumatura e il tutto esce fuori inciso col bisturi. Con la destrezza di un bravo chirurgo.
    Molto apprezzato, Rubrus.

    Franco "Pale"

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  9. Ti ringrazio, Franco. Troppo buono.

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