lunedì 26 maggio 2014

LO SGROUP - Claudia - narrativa

Il ventidue novembre del '63, Lee H. Oswald sparò a Kennedy, mio padre prese un calcio in testa da una scrofa e io restai orfano, il giorno successivo, a poco meno di vent’anni.
Quello che posso dire adesso, a discolpa della scrofa, è che era gravida e stava partorendo. Il calcio di un maiale non è quello di un cavallo; forse le cose non sarebbero andate così, se mio padre non avesse perso l’equilibrio sbattendo la nuca contro l’impiantito basso della porcilaia. Se la sarebbe cavata con un bernoccolo, un trauma cranico e buonanotte. Un genere di dietrologia che invece non affranca il Presidente americano. L’avrebbero ammazzato comunque, chiunque fosse il mandante. Ero uno studente al primo anno di medicina, anche se avrei voluto fare veterinaria, seguendo le sue orme.

Mio padre s’era opposto con tutte le sue forze:
«Non vorrai mica ridurti a guarire dallo stafilococco aureo le capre e i padroni? », oppure «quindici ore al giorno, svegliato anche di notte, a curare la scabbia a Pirèn e a quella sua maiala in cambio di una quintalata di cipolle bianche e un pagherò».
Erano altri tempi, la zooerastia era di casa nelle nostre campagne. Le puttane costavano parecchio e a volte rompevano i coglioni, e poi non c’era mai lo stesso feeling. La domanda sospesa era perché non andassero dal medico condotto.
«Hanno più confidenza col veterinario», mio padre lo diceva con un piede sull’uscio.
In effetti quando i contadini della zona dicevano al dutaur, bevendo un grappino al mercato di paese, potevi star certo che parlassero di lui. Si limitavano ad apostrofare l’Albertini come cl’etar (quell’altro). Il suo lavoro ci aveva obbligato a scendere dalle montagne dell’Appennino, per trasferirci in una campagna bassa e senza un albero. Nelle poche giornate terse, su uno degli argini alti del Canale Emiliano Romagnolo, potevamo avvistare all’orizzonte la costa frastagliata dell’Adriatico, e i pennoni delle piattaforme petrolifere che svettavano nel cielo fra Rimini e Ravenna.
Quando lui morì, mia madre strinse i cordoni della borsa con effetto immediato, in previsione di un futuro incerto. Orfano e per di più in bolletta, il vitalizio settimanale che bastava giusto per pagare l’abbonamento delle corriere Atc, bivaccavo le serate al bar Centrale, accontentandomi della spuma di un birrino.
Giravo sempre col Cinese, un ragazzotto alto e piantato che studiava legge ed era innamorato della Detta, quella che un giorno molto lontano sarebbe diventata mia cognata. Rompeva il cazzo con la Detta, il Cinese. Pensava che potessi intercedere in qualche modo, solo perché ero fidanzato ufficialmente con la sorella dai tempi delle medie. Di solito lo sopportavo. Alla domanda «Secondo te? se le regalo delle ortensie, secondo te?».
«Magari un brillo, chessò una collanina, Cinese. Le ortensie no, fanno tanto cimitero».
«Una collanina, dici te. Mi sputtano tutto quello che c’ho. L’orefice è un ladro. E se dopo la Detta non me la dà lo stesso?».
«Non lo so. Questo proprio non lo so. Se le regali una collanina, con te ci esce. Ma che poi te la dia, non so».
Era a quel punto che attaccava la solfa “te dovresti saperlo, stai con la Daria”, come se gli alleli comuni alle due sorelle determinassero scelte condizionabili.
Di solito arrivava mio fratello Augusto insieme a Tre Dita, un altro che era venuto giù dai monti nel dopoguerra. Mio fratello aveva dodici anni più di me e Tre Dita anche. Lo chiamavano così perché gliene mancavano due. Una di quelle bombe a mano della Seconda guerra mondiale aveva fatto cilecca coi pesci, su a Castel dell’Alpi. Le disseppellivamo, le usavamo per pescare. Tre dita aveva tolto la sicura. La granata gli aveva fottuto medio e anulare.
Ne ho parecchie di storie così, d’altronde casa nostra era proprio sulla linea gotica e non sto a dirvi adesso dell’arsenale che avevamo, nascosto in una delle grotte fra San Benedetto e Monghidoro.
Dicevo? Ah sì. Di solito arrivava mio fratello.
E invece quella sera niente. Il Cinese attaccato ai maroni con questa storia della Detta, il portafoglio vuoto e una desolazione da piazza di paese che non faceva che ricordarmi il cimitero.
Ebbi un’illuminazione, uno di quegli aiuti dal cielo, se volete.
«Ho un’idea», dissi.
Ci misi un po’ di tempo a scollare il Cinese da quella sua fissazione, ma quando tirai fuori parole come anello di diamanti e l’Alfetta, sai l’Alfetta? Potresti presentarti con l’Alfetta nuova di pacca sotto il suo portone, il Cinese cambiò faccia.
«Dicevi? »
«Dicevo che potremmo metterci a giocare al circolo cittadino, io e te. Siamo due menti sopraffine, Cinese. Vedo un sacco di soldi, nel nostro futuro prossimo».
Il cinese era figlio di due emigranti del profondo sud, che niente avevano a che fare con l’oriente. Salernitani veraci, riempivano gli amici del figlio di vasetti sott’olio, pane duro, friarelli e poi cos’altro? Ah sì, salsicciotti corti e poco grassi, infilati in quelle loro crescente condite, insieme alla verdura piccante che loro chiamavano pimpinella, ma a me sembrava tanto cicoria.
Se ti invitavano a pranzo o a cena eri a posto per una settimana.
La madre doveva essere stata una bella donna, anche se adesso aveva il girovita di una mongolfiera e i capelli bicolore, terra arata alla radice, biondo pannocchia sulle punte. Il padre era un dipendente delle Fs. Per fare carriera si era spostato per tutto lo stivale e l’ultima destinazione era stata Castenaso, una località a settecento chilometri da dove aveva quello che chiamava con affetto “il mio orticello”. Si erano fatti un mazzo così perché il figlio potesse studiare senza troppi sacrifici, e il Cinese non li stava deludendo.
Portava a casa risultati da schedina vincente, ogni esame un trenta. Spesso la lode. Dopo l’entusiasmo iniziale, il Cinese mi aveva guardato con sospetto.
«Al circolo giocano tardi. Durante la settimana dobbiamo studiare» aveva detto, affrancandosi dall’orologio. Era un mercoledì, ed era quasi mezzanotte.
Ero mentalmente preparato, «Devi farmi soltanto da spalla. Per mezzanotte e mezza, massimo l’una, sarai a casa» dissi.
Il Circolo Cittadino era attaccato alla fermata della corriera, in uno di quei palazzi dell’Ottocento sopravvissuti alle bombe e ai nazisti. Ci si arrivava salendo tre rampe di scale tutte marmo e stucchi, presidiate dai busti dei personaggi illustri del contado, incluso Pier delle Vigne, l’unico di cui i tesserati ricordassero il nome, ma solo perché Alighieri gli aveva riservato un posto nella Divina.
In poco tempo io e il Cinese diventammo i cocchi della Marisa, la barista del Circolo, un tipo ridanciano e corpulento. In tinta e in tono con l’arredo degli interni, Marisa sfoggiava piume di struzzo e vestitini alla charleston. Usciva sul terrazzo che guardava una via Saffi desolata e fumava sigarette al mentolo trattenute da un bocchino sottile.
«Cinese, le prime sere stiamo contenuti. Dobbiamo studiare l’habitat, se mi capisci» dissi e cominciai a studiare i giocatori ad ogni tavolo.
Dopo due mesi di ambientamento mi ero fatto amico il Marchesi e anche Ciapa Sò, che all’anagrafe si chiamava Tomba, ma non se lo ricordava nessuno, a parte quando una decina d’anni dopo si sposò una Guerra, tale Viviana. E lì non vi sto neanche a dire le reazioni del paese.
I nostri giochi di battuta erano il Tarocchino bolognese, Macao e il Chemin de Fer. Ah, anche il poker, ovvio. Ma non alla texana.
Due su quattro erano varianti del Baccará, ma non starò a tediarvi con spiegazioni su come il Banco passa il colpo, punteggi il più possibili vicini al nove e altre gnegne così.
Sotto Natale ci eravamo fatti un gruzzolo non da niente, il Cinese e io, nonostante i regali obbligati alla Marisa.
«Riesco a comprare il brillo dall’orefice» disse il Cinese.
Io gliel’avrei dovuto confessare forse, che la Detta era innamorata di uno di Castello che aveva gli occhi tondi di una carpa. Niente a che vedere col taglio del Cinese, e forse era tutta lì la questione.
Ero sul punto, ma arrivò mio fratello.
«Ehi fratellino», nel dirlo mi strizzò il nervo della spalla. Quel nervo che se lo prendi, senti la scossa dal collo fino al culo. Quello.
«Mollami».
«Solo se mi dici da dove vengono tutti questi soldi che dicono che spendi».
«Chi? ».
«Cosa? ».
«Chi è che lo dice? ».
«E a te che ti frega? Rispondi alla domanda».
Il Cinese si era fatto grande uno sputo. Mio fratello metteva paura. Era l’uomo più buono del mondo, ma era largo e massiccio.
«Carte» dissi io.
«Mi prendi per il culo? »
 Dissi: «Circolo».
«Guarda che è vero, Bimbo. C’è la voce in giro. Il Marchesi dice che un vitellino così dotato nella conta dei punti era un pezzo che non lo incontrava». A parlare era Tre dita, che era l’ombra di mio fratello.
Mio fratello mollò la presa, si fece una sigaretta, «Dobbiamo fare due chiacchiere» disse.
Avrei voluto chiedergli come andava, ultimamente non parlavamo mai.
Sapevo le cose per interposta persona.
Dal fornaio avevo imparato che voleva comprare casa. Il piastrellista, Putrèla, mi aveva detto che avrebbe ristrutturato un’ala del palazzo della futura consorte, una Masi, la famiglia imperiale di contado e dintorni.
Il Marchesi, fra una partita e l’altra, mi aveva confidato che aveva perso la testa per una macellaia. Se i parenti della futura sposina lo beccano, gli fanno un culo così.
E insomma. Sapevo un sacco di roba, niente che mi avesse confidato lui.
Solo che io sono uno di quelli con le parole in bilico sulla bocca, come i dubbi.
Non dissi niente, lo osservai rollare. Tre dita rovesciò una sedia, appoggiandosi allo schienale.
«Sai, lo Sgroup» disse mio fratello, dando un tiro.
Lo Sgroup era un altro di quei suoi amici per la pelle. Per la verità c’ero affezionato anch’io. Prima che mio fratello se ne andasse, che mio padre morisse veniva spesso a mangiare a casa nostra, invitato o meno. Una mente sopraffina, lo Sgroup, il corpo una prigione che non stava al passo.
«Lo Sgroup. E allora?».
«Ha un problema».
«Mi sembra evidente»  dissi io, pensando alla sua gobba.
Quasimodo a confronto era uno con una gran botta di culo.
«Non fare lo stronzo».
Non dissi niente, lo guardai e basta. Ve l’ho detto, sono una frana con le parole. A parte quando si tratta di malattia, gioco oppure donne.
Del resto il soprannome non parlava da sè? Non gliel’avevo dato io, era stato il paese.
Mio fratello diede un’altra boccata, «Dobbiamo aiutarlo».
«Non credo che si possa intervenire più di tanto»  dissi io, da futuro medico.
«Non in quel senso, fèrla».
« Non in quel senso» disse Tre dita.
Mio fratello succhiò il resto della cicca. Tre Dita guardò in basso. Gap generazionali. Al posto loro avrei fatto prima, ma io ero cresciuto a Ladri di Biciclette, I soliti Ignoti e Riso Amaro. Roba troppo reale per essere reale.
«Dobbiamo trovare il modo di farlo scopare, e ci servono un po' di soldi».
Mio fratello lo aveva detto facendo quella smorfia.
«Io adesso non ne ho, la casa sai». Niente che mi avesse confidato lui, ma dava per scontato che avessi notizie fresche per interposta persona. Il che era vero.
Chiesi una cicca a Tre Dita, «Salvatore?».
Salvatore era l’altro nostro fratello, disperso in quel di Ravenna a studiare.
«Salvatore è in bolletta, ma sará della partita. Abbiamo un piano» rispose lui, anticipando mio fratello.
C’era da affittare la Sala Don Bosco, erano in trattativa col prete da un po’. Lui diceva dieci, loro cinque e via andare.
Mio fratello tirò fuori un foglio spiegazzato dalla tasca, una lista di femmine lunga come un treno che abbracciava tutta la Provincia.
Me la passò, diedi un’occhiata.
«Nessuna di queste gliela dará mai, anche se spendiamo tutti i soldi che ho messo da parte».
«Non possiamo pagare una puttana, se ne accorgerebbe».
Lo Sgroup si rifiutava di andare con le donne che facevano la vita. Per lui era una questione di orgoglio e dignità. Sosteneva che prima o poi avrebbe avuto la fortuna d’incontrare una ragazza che non si fermasse alle apparenze. L’avrebbe amata dalla testa ai piedi fin quando non fosse finito al Creatore. Era un sognatore lo Sgroup, se non avessimo trovato il modo d’aiutarlo, avrebbe finito per ammazzarsi di seghe.
«Questa lista non va bene, ma io ho un’idea. Voi preoccupatevi di chiudere l’accordo col prete e di comprare i beveraggi e tutto il resto». dissi.
«Dobbiamo ingaggiare anche Pianola». Pianola era uno di Ganzanigo, trentasei anni o giù di lì, che sbarcava il lunario suonando nelle balere, alle feste di partito e quando c’era, a ingaggio. Convinto sostenitore di se stesso, si definiva cantautore. Scriveva testi in rima baciata che nessuno voleva ascoltare. Tutte le volte che nel repertorio provava a infilare una canzone delle sue qualcuno saliva a minacciarlo sul palco, o si affiancava alla tastiera.
 «Sono animali, non capiranno mai il talento» diceva, la faccia dell’artista incompreso.
«Dobbiamo farci i conti in tasca» dissi a quel punto. Le spese cominciavano ad essere troppe, e forse non sarebbe stato sufficiente aggiungere il mio gruzzoletto alla colletta.
Tagliammo di qua e di lá. Tirammo su tutto. Se le cose fossero andate come speravamo, ci saremmo stati dentro per il rotto della cuffia.
Il mio progetto comprendeva costringere la Detta a uscire col Cinese senza il cadeau del brillo. Obbligare poi il mio amico a devolvere i soldi risparmiati in favore della causa. Assoldare la Marisa che veniva da Bologna e procurarmi grazie a lei forestiere che facessero al caso nostro. Donne di vita ma d’alto bordo, quelle che oggi chiamano escort.
Era un piano complicato, ma funzionò.
 La Detta fece contento il Cinese e mi risparmiò la fatica di confidargli la faccenda del tipo di Castello. Ci pensò lei, chiedendogli se potevano restare solo amici. Il Cinese versò poi l’obolo alla causa di sua spontanea volontà. La delusione amorosa inflittagli dalla Detta lo aveva reso particolarmente empatico.
In quel momento niente lo toccava quanto la triste condizione dello Sgroup.
Contrattai parecchio con la Marisa, e fu una gara dura. Ce ne volevano almeno tre, dovevano far finta di essere amiche fra di loro e conoscenti del sottoscritto, che a Bologna ci studiava. «No, se stai su quella cifra non ne viene neanche una» diceva lei. Oppure «se ti fermi lì, al massimo le scivola il vestito un poco sopra al ginocchio. Diciamo fino a metá coscia».
Andammo avanti un pezzo. Alla fine la spuntai, pagando per le tre bolognesi, la complicitá della Marisa e il suo silenzio.
Mio fratello e Tre Dita per poco non presero a botte il prete, la spuntarono con sette su dieci e non se ne parla più. Tirarono una fregatura a Pianola, dandogli d’intendere che se si fosse accomodato sul prezzo della serata, gli avrebbero procurato agganci con la Record per incidere un suo 33.
La sera della festa s’era sparsa la voce, e il giringiro dei partecipanti triplicò.
Le tre ragazze erano come le avevo chieste, carine non strepitose e in aria da studentesse al terzo o quarto anno d’Universitá. Quella che aveva detto di chiamarsi Fannì mi aveva avvicinato con una scusa, gli occhi vigili che risaltavano sulla frangetta nera alla Vidal Sasson. Le altre due l’avevano raggiunta poco dopo, gli sguardi da cerbiatte e minigonne vertiginose di Mary Quant. Doveva sembrare tutto occasionale e lo sembrò. A far da spalla c’erano i fratelloni, che finsero pure di provarci, e anche Tre Dita.
Ciapa sò che non sapeva niente ci provò davvero con quella che diceva di chiamarsi Rebecca, che ovviamente non gliela diede. Il Cinese che sapeva tutto rimase ipnotizzato dai rombi e dai trapezi del vestito di quella che aveva detto di chiamarsi Nina, o forse dalle scarpe flat che custodivano quelle sue gambe da gazzella.
Lo Sgroup mangiò la foglia, pur mantenendo l’iniziale diffidenza.

Il giorno dopo al bar Centrale non si parlava d’altro. Qualcuno lo aveva visto allontanarsi mano nella mano con la moretta di Bologna, quella con gli occhi accesi come i tizzoni ardenti e la frangetta.
Bivaccavamo indolenti e radunati, fingendo la solita noia della domenica. Daria s’era messa uno di quei vestitini che le avevo regalato, «Vuoi dirmi o no, ha fatto il bravo ieri sera? » chiedeva a mio fratello.
«Come no, è nato bravo» rispondeva lui, senza scollare gli occhi dalla strada. Non vedevamo l’ora che arrivasse lo Sgroup per goderci la sua faccia del dopo, custodi di un segreto che ci saremmo portati nella tomba.
Ho continuato a giocare e a sbancare, per tutto il periodo dell'Università. Alla fine me la son sposata la Daria, nel dicembre del settantadue. C’è una foto di me sbarbato che brindo e son vestito come Al Pacino in Serpico.                                                                                
Con una parte dei soldi delle vincite mi sono regalato l’alfetta sprint, una bellezza carta da zucchero che non vi dico. Ci tiravo di brutto sui rettilinei fra le campagne intorno a Portonovo, la Daria che squittiva ad ogni accelero, finchè non facemmo il busso.

Ma quella fu tutta un’altra storia.

15 commenti:

  1. Queste storie dei “temp indrè” appartengono alla tradizione, sono un classico nella letteratura di tutti i tempi. Io li definisco i “sempre verdi”, infatti ad ogni generazione si rinnovano automaticamente. Il presente di oggi sarà ricordato fra un paio di generazioni con un velo di nostalgia, con rammarico, con disprezzo e in altri mille modi ma sarà sempre un’occasione per ricordare le nostre radici e non dimenticare il passato. Questo credo rappresenti il pregio e nello stesso tempo anche il difetto di questo genere che offre delle insidie se non lo si affronta con il giusto distacco e con occhio asciutto.
    Lo Sgroup di Claudia però è un ottimo racconto senza cedimenti verso il sentimentalismo, si vede che ha fatto bene i compiti, e con sobrietà e la giusta verve, ci racconta una bella storia che si legge in un soffio.
    Bravissima.

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    1. grazie Franco, sono contenta che ti sia piaciuto :)

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    1. muahhhh
      Rub, ti sei incasinato coi racconti :)

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    2. Questo quello che volevo incollare:
      penso che uno dei difetti della nostra letteratura sia l'eccesso (nb: eccesso) di localismo, come se il parlare del paesello e della piccola patria fosse di per sè ragione unica e sufficiente a reggere il racconto. Non lo è, a mio parere, perchè, affinchè una storia si buona, è necessario che da quel particulare si deve passare, senza tradire le origini, all'universale, sì che quel racconto chiuso dentro un ambiente circoscritto possa diventare, almeno in una certa misura, storia un po' di tutti coloro che, a quell'ambito ristretto, non appartengono.

      La cifra di questo racconto sta un po' proprio lì, a cominciare dall'incipit dove sembra che ci si dica che la storia di Kennedy è meno importante di quella della scrofa (poi non se ne parla quasi più, ma in due parole il patto con il lettore è proposto e senza lungaggini).

      In realtà così perchè (e in fondo è quel che faceva il romanzo storico) sono tutte storie che si tengono l'un l'altra e si dan reciprocamente senso. Tanto che, alla fine, si pensa che, se pure non abbiamo conosciuto lo Sgroup, abbiamo conosciuto qualcuno che gli somigliava, o qualcuno che conosceva qualcun'altro che gli somigliava... e, in parte, la storia diventa nostra.

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    3. Eppure, Rubrus, a me il riandare ai piccoli centri abitati suscita immagini di vivere concreto, di relazioni sociali a misura d'uomo, a fronte dell'anonimato delle città, peggio se metropoli.
      Anche nella filmografia, letteratura, ecc. la vita di provincia convince meglio di quella fredda e distante dei capoluoghi.
      Forse per questo sono fuggito dalla città, dove non ci si conosceva neanche tra vicini di piano condominiale.

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    4. Mah... secondo me sono solo piccoli luoghi comuni. La mia esperienza della vita di paese è un misto di noia, tanto che per esempio in provincia è pieno , ultimamente, di ludopatie e altre forme di dipendenza, pochi stimoli culturali, alto tasso di ipocrisia e conformismo, tendenza a farsi , oltre il tollerabile, i fatti degli altri. Il piccolo paese va bene per le vacanze, anzi benissimo, ma non altro. Si diceva che internet ci avrebbe trasformati in ameni villici connessi alla rete tra un uliveto ed una vigna. Così non è andata. Un perché ci sarà.

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    5. Ovviamente c'è del vero nelle tue parole.
      Comunque nelle piccole comunità ho notato un forte vincolo di solidarietà e appartenenza, di cui gli abitanti vanno fieri.
      Personalmente ho vissuto alcuni lustri in paese.
      Ivi se le dicono di tutti i colori, però nei momenti conviviali ( ricorrenze, festa patronale, degli anziani, circoli sportivi, ecc. ) tutti se la cantano all'unisono, in un rapporto magico e coeso.
      Nei momenti maggiori ( matrimoni, nascite, funerali ) la polazione si stringe compatta, al di là delle beghe di vicinato.
      Tutte cose che non ho trovato in città, anonima, fredda, dispersiva.
      Evidentemente siamo su lunghezze d'onda diverse.
      Sid

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    6. In realtà non c'è una gran differenza. C'è del vero e del falso in tutte e due le posizioni, e poi le esperienze individuali possono essere diverse, così come possono essere differenti le inclinazioni. Non essendo io particolarmente socievole, per esempio, non provo una gran sofferenza nel non conoscere o quasi i miei vicini, ma per chi veniva dalla campagna, come una mia vecchia zia, il trovarsi nell'anonimato era quasi insopportabile.

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  3. Trama molto articolata ma dallo sviluppo lineare.
    Con agganci storici e di vita provinciale, curata nella forma, dal dialogo serrato arricchito a tratti dal gergo territoriale.
    Il racconto, forse un pò lunghetto per i canoni web, non si presenta appesantito dalla solita ricerca lessicale a sorprendere, propria di tanti Autori tesi a stupire e per cultura e per presunta profondità di pensiero.
    Suscita anche riferimenti analogici nel lettore, come quella mia alfetta 1800 dei tempi andati, oscurata malamente poco dopo dalla cilindrata 2000 di un vicino danaroso...
    Forse dei refusi: < Tre dita >, < crescente condite >.
    Molto brava, Siddharta.

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  4. Grazie sid,
    quanto ai refusi, Tre dita è voluto. L'altro no!!
    :)

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  5. volevo copiaincollarti il commento di là, che della pigrizia sappiamo. ma poi rileggendolo mi sono venuti in mente un paio di nomi che c'entrano con i racconti di chi scrive con le radici nel territorio, che può non essere necessariamente quello in cui si è nati. La Ballestra, con la saga degli Antò, ci ha reso un bel servizio. E secondo me anche la Campo, almeno nelle prime cose. Trovo che avete un'onestà della parola simile. Un po' me le ricordi.
    ciao Clodia, saluti a Ciuchino e all'omino di Pan di Zenzero.

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  6. Della Guerra degli Antò mi basta il film della Milani, il libro non l'ho letto ma dicono sia scritto in anglopescarese e alquanto volgarotto. La Campo non la conosco, peccato. Se la Claudia mi consente il giochino degli accostamenti direi che il cantore principe della provincia dovrebbe essere Guareschi, però lei è più vicina alle storie di Chiara, e senza dubbio scrive meglio di quel patacca di Vitali. In alcuni passaggi non ho potuto evitare di pensare a Radio Freccia di Ligabue, la zona è quella, l'ironia la stessa, ma c'è una generazione di mezzo come minimo. Insomma, potrei anche dire Roversi che tra questi ha la parlata più moderna, però uno che proprio le assomiglia non l'ho trovato. Vuoi vedere che ha uno stile tutto suo e basta?!, Sarebbe una figata ;-)

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  7. Serenella Tozzi31 maggio 2014 00:40

    Al di là del drammatico evento capitato al padre del protagonista di questa storia, credo che tutte le persone più o meno adulte si ricordino il momento preciso in cui appresero la notizia della morte di J.F.Kennedy. Fu un momento di attonimento mondiale. Questo per sottolineare l'universalità del sentire.
    Lo Sgoup mi sembra un buon racconto dove secondo me non si può parlare di provincialismo, ma più propriamente di vita giovanile che non è collocabile in spazio e dimensione. Nell'antica Roma Catilina aveva capitanato una ribellione di giovani, donne e uomini, che erano andati a morire in quel di Livorno per mantenere saldi i loro principi di ribellione contro la patria potestà. Più o meno come nel '68, ma senza tutti quei morti.
    Qui, addirittura si parla di una buona azione messa in atto in favore dello Sgroup (a proposito, credo che dire "Lo Sgroup mangiò la foglia, pur mantenendo l’iniziale diffidenza" sia impreciso, perché questo modo di dire ha il significato di aver capito, aver subdorato una questione.
    Forse ci si può avvertire una certa paternità emiliano-romagnola, ma solo ricordandoci certi episodi dei film felliniani, che comunque non sono unici: tutto il mondo è paese per certi avvenimenti, soprattutto giovanili.

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  8. Hai ragione, l'utilizzo di quella frase messa così è ambiguo.
    Quanto alla paternità che si avverte, volevo che così fosse.
    Volevo fortemente restituire il colore, non saprei com'altro spiegarmi.
    Sapevo di correre dei rischi nel farlo, ma non m'interessava trasmettere un messaggio "universale". Mi piaceva immaginare che chi avesse letto, avrebbe potuto chiudere gli occhi e vedere questa piccola storia come fosse un minuscolo film.
    ;)

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