mercoledì 28 maggio 2014

PROVINCIALISMO E METROPOLITANESIMO - Claudia

                              
Note a margine


Queste note prendono spunto dalle osservazioni nate in seno ai commenti su un mio raccontino, Lo Sgroup, postato da Franco sul blog.
Il  racconto in questione è ambientato in un paese della provincia Emiliana, nell’anno successivo la morte di Kennedy, il 1964 e le osservazioni di riferimento hanno portato ad un confronto di idee su ciò che in letteratura è o non è provinciale. Il mio interesse era maggiore della possibilità di rispondere attraverso un commento, e andava ben oltre il testo da me scritto.
Perciò se leggerete, Franco si sarà preso il disturbo di postarmi.
Se è vero che i testi di molti connazionali possono far pensare ad un carattere squisitamente provinciale di certa nostra letteratura, e se è vero che la specificità è distintiva e al tempo stesso limitante, bisognerebbe chiedersi in relazione a che cosa.

Ecco perché mi sono concessa la licenza linguistica e ho opposto il termine metropolitanesimo a provincialismo: se certa letteratura patisce di localismo, per capirne cause e modalità dovremmo supporre che ce ne possa essere altra con caratteristiche affatto diverse.
Premetto che la sistematizzazione è nelle mie corde quanto la vodka alla pesca: dopo una brutta sbornia non posso neppure sentirne l’odore, ma in questo caso mi limito ad un ipotiposi che segue.
Le categorie di connotazione del “provincialismo” sono:
-spazio (localizzazione rafforzativa)
-tempo (determinazione rafforzativa)
-soggetto (individuale, corale)
-imprescindibilità dell’elemento corale in funzione di strumento, di comprimario o di antagonista
-uso del linguaggio (utilizzo della lingua impura, del neologismo,del gergale,  del parlato e del dialetto)
-strumentalizzazione delle sottoculture preesistenti
-poetica del testo
Quelle del metropolitanesimo sono:
-spazio (non necessariamente caratterizzato)
-tempo (non necessariamente caratterizzato)
-soggetto(individuale, corale)
-uso del linguaggio
-poetica del testo
Ovviamente è lampante la limitatezza della suddivisione, perché non tiene conto volutamente e volutamente dimentica tutte le dissertazioni che dal formalismo russo, passando per i francesi, arrivano ai giorni nostri sotto forma di scienza della letteratura, o, più in generale, della lingua.

Con quest’anticipazione, scopro le carte:
ritengo che il provincialismo non esista di per sè, così come il metropolitanesimo, se non in relazione alla fruizione e ai suoi retaggi.
Un esempio: immaginiamo per un momento che gli Stati Uniti siano un’accozzaglia di galeotti, deportati, schiavi e reietti della vecchia Europa.
Immaginiamo che per questo non abbiano trasmesso alcun modello (politico, artistico eccetera) e, paradosso dei paradossi, immaginiamo che l’inglese non sia la lingua universalmente adottata che è, e che non sia affatto cool.
Immaginiamo invece che a farla da padrone sia il cirillico e compagnia.
La mia domanda è: una volta che abbiate immaginato tutto questo e io vi sottoponessi un testo americano, ovviamente tradotto in italiano, e vi capitasse di imbattervi 250 volte nel Ginger Ale, 300 volte nei pancake, o migliaia di volte in parole riportate in corsivo e non tradotte perché espressioni riconducibili allo slang, o a questo o quel regionalismo che nessuno conosce a parte gli autoctoni, cosa pensereste?
Non pensereste forse a queste caratterizzazioni come a limitazioni del testo e per l’autore tali da non permettergli più di tanto di saltare il fosso del circondario?
Ecco dunque che i fattori più condizionanti, per me, non stanno NEL testo, quanto piuttosto NEL contesto di partenza e IN quello di arrivo.
In ordine di: tendenza culturale (modelli), estensione del territorio e, di conseguenza, numero di fruitori, nonché storia del Paese.
Quanto più unitaria sarà la storia di uno Stato o di una confederazione di Stati, tanto meno influenti e parcellizzate saranno le caratteristiche linguistiche di ciascuna parte di esso, per quanto grande e per quanto multietnico sia.
Paradossalmente, fa meno fatica una nazione enorme come gli Stati uniti d’America, oppure il Canada, a rappresentare se stesso senza ridursi a macchietta, di quanto non facciamo noi, che per poter restituire anche solo parte del nostro retaggio culturale e storico, dobbiamo fare i conti con una fittissima rete di afferenze e parcellizzazioni.


Ora farò quest’altra operazione: farò l’esempio di alcuni testi metropolitani e metterò loro vicino storie italiane che potrebbero essere raccontate ma che se raccontate in un certo modo potrebbero essere fruite come provinciali, o marginali.

L.A. Confidential di Ellroy, primo esempio.
Leggendo questo libro il fruitore percepisce i legami di spazio, tempo e comunità in quanto caratterizzanti, ma nonostante questo li avverte
come “non circoscritti”, e “non idiomatici” quanto piuttosto “emblematici”.
Sinossi di L.A. Confidential: Los Angeles, primi anni cinquanta. Ellis utilizza i fatti del Natale di Sangue e del massacro del Nigt Owl come cornice e centro intorno a cui far ruotare la storia di tre poliziotti, Bud White, Jack Vincennes ed Ed Exley nella città dei divi e della polizia più efficiente del mondo. Ne emergerà un quadro sociale, politico e umano a dir poco disastroso.
Ecco una citazione:
« A certi uomini tocca il mondo intero, a certi altri un' ex prostituta e un viaggio in Arizona. Tu sei tra i primi, ma, mio Dio, non ti invidio il sangue che hai sulla coscienza »
(Lynn Bracken)

Con una sinossi come questa, accompagnata da una citazione come questa, nessun fruitore verrà sfiorato minimamente dal pensiero che il libro possa, in nessun momento e in nessuna forma, peccare di localismo o di provincialismo.

Lo stesso potrebbe NON accadere se io volessi fare la medesima operazione di denuncia(corruzione di una città, di una cultura e, più nello specifico, degenerazione e abuso delle forze deputate a rappresentarla) e pensassi di sostituire il massacro del Nigt Owl con il massacro di Federico Aldrovandi,Los Angeles con Ferrara, Bud White, Jack Vincennes ed Ed Exley con Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto.
La vicenda, per chi non la conoscesse, è questa: Il diciottenne Federico Aldrovandi, di ritorno da una serata al Link (locale di Bologna), viene scaricato dagli amici a pochi isolati da casa propria (a Ferrara).
Sta camminando, solo, quando s’imbatte nella pattuglia Alfa tre, con a bordo gli agenti Enzo Pontani e Luca Pollastri. Questi ultimi dichiareranno che Aldrovandi era in evidente stato di agitazione.
Invasato dall’abuso di stupefacenti, li avrebbe aggrediti a colpi di karate, costringendoli a chiedere in rinforzo l’intervento della pattuglia Alfa due, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto.
I quattro poliziotti(quattro) riescono ad avere ragione della follia del giovane Aldrovandi, ma nel corso della colluttazione il ragazzo va in arresto cardiaco e poi muore.
La famiglia viene avvertita solo alle undici del mattino, quasi cinque ore dopo la constatazione del decesso.
In prima battuta, il rapporto delle ambulanze giunte sul posto riferiscono quanto segue: “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena [...] era incosciente e non rispondeva”. L'intervento si concluse, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte del giovane, per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.
Nessun accenno al fatto che il ragazzo presentava lo scroto sfondato a suon di calci.
Spero sappiate degli altri innumerevoli casi di morte violenta avvenuti negli ultimi anni in Italia a seguito di scontri fra civili e polizia, e di cui questo è il più emblematico(escludendo i fatti di Genova) per via delle condizioni iniziali : Aldrovandi non è un ultras, non è un dissidente politico, non è un delinquente recidivo. È solo e per giunta a piedi.
Per la cronaca, i quattro poliziotti, poi imputati, sono stati condannati dalla Corte di Cassazione a tre anni e sei mesi di detenzione per "eccesso colposo in nell'uso legittimo delle armi" di cui tre abbonati grazie all’indulto.

Tornando a quello che qui interessa, per raccontare la storia di Federico, con la precisa intenzione di identificare un problema che è italiano, non credo che si potrebbe prescindere da quella caratterizzazione di tempo, spazio e linguaggio che deve restituire il contesto senza limitare con questo il portato sovranazionale e sovra culturale dei fatti accaduti.
In poche parole, un testo che risponda del territorio, lo identifichi e lo renda riconoscibile senza rimanerne soffocato.
Ma il nostro tempo, il nostro spazio e il nostro linguaggio suonano paradossalmente  inadatti per questo tipo di storia e quasi ridicoli.
Un esempio su cui riflettere: ci sono generi letterari che per antonomasia sono massificati verso questa o quella cultura.
Detta così sembra tendenziosa, ma se penso ad un noir e voglio schivare il bollino “provincialismo” devo evitare quei regionalismi tipicamente italiani a meno che io stesso, per mia stessa scelta, non abbia deciso di giocare sul patto convenuto trasformando ciò che viene visto come un limite in “tratto distintivo”. È il caso di Camilleri con Montalbano, o di buona parte della produzione del Gruppo 13.
Oppure dovrei aggirare il paradosso sfruttando le tematiche che la fruizione vive come sovranazionali: le mafie, la corruzione politica, i rapimenti, gli anni di piombo (per fare alcuni esempi).
In questi casi qui, l’abuso di gergale, l’iperbole iconografica che porta a una stilizzazione (e quindi appiattimento) di certa italianità non viene più recepita come sintomo di un provincialismo, quanto come tratto distintivo di una sottocultura.
Eppure sfido chiunque di voi a dirmi, mano sul cuore, di aver letto tutto Gomorra senza mai perdere una fetta di senso, o di aver visto il film capendo esattamente TUTTO quello che dicevano.
Questo per dire che non è la difficoltà linguistica in sé (dialetto, slang eccetera), né la spazializzazione (il paese piuttosto che la città) a definire il provincialismo, bensì l’orientamento della ricezione e l’omologazione e massificazione di singole specificità.

Altro esempio: romanzo di formazione che si sviluppa attraverso il viaggio, caso esemplare(tre milioni di copie vendute) On the road, di J. Kerouac.
On the Road, scritto in cinque parti e sotto forma di episodi, racconta le vicende di Sal Paradise , Dean Moriarty e più in generale il retaggio di una generazione di giovani, in viaggio in autobus o in autostop su tutto il territorio americano, da New York a Chicago, Denver, san Francisco, Pittsburg e così via.

C’è un mio amico che è gay, attivista di Atlantide e con un passato a dir poco burrascoso. Se qualche autore bravo mettesse a disposizione la propria penna per raccontare la sua storia e, più in generale, la storia del movimento politico e artistico di cui fa parte, dovrebbe descrivere il viaggio in autostop e con vari altri mezzi(tra cui i piedi) da Polignano a Mare (Puglia) a Sulmona, Pescara, Quattro Case, Todi, Roma, Pomarance, Castel fiorentino, Firenze, Rimini, Castelfranco Emilia e, ultima ma non ultima Bologna.
Ci scommetto che, per quanto intensa sia l’ideologia e la poetica che sottende a queste tappe, nessuno dei fruitori riuscirà ad evitare(persino prima di leggere la storia) un atteggiamento in parte paternalistico e in parte riduttivo (in senso bonario) che gli deriva dal preconcetto sulle tappe citate, in parte da quello sull’eventuale ideologia sottesa.
Ergo, qualsiasi Storia Italiana sulla Strada, fosse pure quella di Dante Alighieri in mezzo agli scontri tra guelfi e ghibellini, farà sorridere con affetto.
E infatti, sto pensando alla cinematografia adesso, un Salvatores ha de localizzato in Puerto Escondido, oppure Papaleo, in Basilicata Coast to coast, ha preventivamente ironizzato: « La Basilicata esiste, è un po' come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi. »


Ritornando al primo esempio, è interessante vedere come questo “effetto straniamento” sia supportato dai markers linguistici.
Cioè: Ellroy usa lo slang per caratterizzare i tratti salienti di una collettività, e non importa se parliamo di milioni di abitanti o di centomila, l’operazione metonimica è la stessa.
Eppure al fruitore non suona provinciale.

Ora leggete invece questo:

"... l'abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so... È mezzo morto". È uno stralcio della frase detta da uno dei quattro imputati( i quattro poliziotti) e presente nella registrazione della chiamata che fecero in centrale quando si accorsero che Aldrovandi era in arresto cardiaco.

Bastonato di brutto.
Se bastonato è un termine universale e universalmente condivisibile per indicare un’azione (il verbo trova il suo corrispondente in tutte le lingue conosciute) quel “di brutto” che fa svoltare la frase in quanto accrescitivo della violenza del gesto compiuto e risalta ancor di più grazie a quel non so… non trova un’esatta corrispondenza. È un tipico uso gergale.

Se anziché usare la frase proveniente dalle registrazioni avessi scritto:
l’abbiamo bastonato violentemente. Adesso è svenuto , non so… E’ mezzo morto

Avrei facilitato il lavoro di un traduttore, evitandogli la fatica di trovare un corrispettivo del gergale “di brutto”, ma avrei assecondato tre debiti:
-uno in ordine alle caratteristiche del soggetto parlante
-uno in ordine alle caratteristiche del contesto
-uno in ordine al peso e al significato della storia che voglio riportare

Nel caso della storia di Aldrovandi, l’alienazione del gergale, unitamente alla delocalizzazione (no Ferrara, no Bologna) mi garantirebbe la green card dell’antiprovincialismo.
Cosa che paradossalmente andrebbe invertita se il pestaggio di Aldrovandi fosse riconducibile ad un atto mafioso.
Problema che Ellroy non si porrebbe neppure, se Aldrovandi fosse Rodney King e Ferrara fosse Los Angeles.
Ma questo per me non ha niente a che vedere col fatto che Los Angeles è una città.


21 commenti:

  1. Brevissimamente: provincialismo secondo me è quando un testo parte dalla rappresentazione di una realtà circoscritta e rimane lì, facendo del proprio "essere circoscritto" il proprio vanto, la propria forza e la propria ragion d'essere.
    Nel "rimanere lì" vedo il primo difetto (strutturale), almeno secondo me: il testo non parla al lettore che non appartenga a quell'ambiente.
    Nel fatto che il testo voglia "rimanere lì" vedo il secondo difetto - più grave. Il testo se ne infischia del fatto che il lettore non appartenga all'ambiente descritto. Non gli interessa destare nessun interesse, nessuna reazione, neanche di rifuito. Gli basta parlare a quelli che stanno già in quell'hortus conclusus e se ne fa vanto. Insomma, è autoreferenziale rispetto a quella comunità dalla quale parte, nella quale è narrato, alla quale è diretto.
    Ma la letteratura è parlare agli altri.
    In relazione ai requisiti elencati, penso che alcuni siano accidentali, altri sostanziali.
    Sostanziali sono lo spazio, la lingua, la poetica, la strumentalizzazione delle sottoculture. Accidentali gli altri. Quasi sempre ci sono, ma secondo me, paradossalmente, potrebbero anche non esserci.
    Quanto alla letteratura americana, non ne avvertiamo e non la avvertiamo come provinciale (be', mica sempre) perché in una certa misura, dal dopoguerra in poi, quella americana è la nostra provincia.

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  2. La mia intenzione non era infatti rivolta alla smentita di questo o quel criterio di giudizio di cosa possa o non possa definirsi provinciale, bensì ad un approfondimento che sentivo il bisogno di esternare e che ho solo abbozzato. E' una piega della faccenda di cui si potrebbe parlare in molti altri modi, tirando fuori, per esempio, l'influenza della fruizione sull'orientamento del mercato. I massmediologi assoldati da Hitler, durante il regime nazista, si resero conto che non esisteva un condizionamento unidirezionale, quanto piuttosto bidirezionale. E' sempre la fruizione che opera una scelta. Che questa scelta possa essere influenzata sì, indotta no. Applicando il concetto al provincialismo quindi, non è il provincialismo che stabilisce a priori i propri canoni di riconoscibilità, quanto piuttosto colui che lo percepisce e sempre in relazione a qualcos'altro. Da lì in poi il meccanismo che si innesca è quello del mercato. Un esempio forte e recente in letteratura è la faccenda della Generazione Cannibale (anni novanta).
    Negli Stati Uniti erano usciti Coupland(generazione x), e, soprattutto Ellis con Meno di zero. Poi altri. La critica indica in loro gli epigoni di una corrente artistica-culturale in cui la fruizione( fascia di target 20-35) si riconosce appieno e sotto tutti i punti di vista (tematico, esistenziale e linguistico). Il mercato cavalca l'onda su tutti i fronti (dal punto di vista musicale I Nirvana sono un'altra faccia di questa medaglia). L'onda arriva oltreoceano . Nel '96 in Italia esce l'antologia Gioventù Cannibale, e i media presero a definire "Cannibali" un gruppo di giovani scrittori accomunati da tematiche e influenze, raggruppandoli sotto un movimento "generazione cannibale" mai riconosciuto dagli stessi. Per citarne alcuni: Nove, Santacroce, Scarpa, Brizzi e Ammaniti. Parlando dell'antologia, Luttazzi disse che in molti la criticavano perchè la ritenevano una letteratura lontana dalla realtà italiana, con uno stile (tendente al pulp) estraneo al sostrato del paese e influenzato dalle tendenze culturali esterne. Poi, dice Luttazzi, accaddero i fatti di Novi Ligure, dei Satanisti Lombardi e quelli del killer ligure. E critici come il Guglielmi smisero di dire che i Cannibali erano fuori contesto. Comunque stessero le cose, l'operazione di mercato qui è evidente,ma se a suo tempo, l'operazione è riuscita, è perchè la fruizione ha "creato" l'orientamento(domanda) e l'editoria ha prontamente risposto (offerta). Se così non fosse stato, non ci sarebbe stata nessuna etichettatura e nessun stilema riconoscibile e accomunante. Anche perchè, se si guarda ai testi, Brizzi è una cosa, Novi un'altra, Santacroce un'altra ancora. Questo era l'orientamento delle note, il suo intento.

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  3. Serenella Tozzi28 maggio 2014 12:14

    Non ho ancora letto il tuo racconto, per motivi tecnici (ho internet che va e viene e si interrompe per ore facendomi perdere il filo), Claudia, però, anche intervenengo così alla cieca, in linea generale leggendo la risposta di Rubrus mi trovo molto in sintonia col suo pensiero.
    Anch'io ritengo che il provincialismo non sarebbe di per sé limitativo se contenesse intrinsecamente validi motivi di attrattiva e di interesse, altro se si beasse della sua peculiarità locale ma non coinvolgente in emozioni e sentimenti sentiti universalmente (mi viene da pensare a Fontamara di Silone; Cristo si è fermato a Eboli di Levi, ad esempio).
    In conclusione è il lettore che determina il successo di un'opera in maniera reale e duratura, al di là delle mode temporanee, e questo avverrà solo se lo stesso lettore sarà emotivamente o culturalmente coinvolto.

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  4. Stiamo tutti dicendo la stessa cosa a questo punto, io credo.
    E non ti preoccupare di leggere il mio racconto, ho scritto 'sto papiro proprio perchè tenevo tantissimo a rimarcare l'importanza di certi nostri autori.
    Il fatto che abbiano avuto più o meno successo non ha sempre a che vedere con la loro lingua e con l'utilizzo che ne fanno, quanto piuttosto con una serie di condizioni e fattori di cui non si può non tenere conto. C'è chi scrive la cosa giusta al momento giusto e chi sbaglia i tempi, anticipandoli. La fruizione decide.
    E bolla.
    Ma la fruizione è influenzata eccetera eccetera eccetera.
    Questo non c'entra con il raccontino che ho scritto e che è solo quello che è.
    Besitos

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  5. Mi sa che di questo passo rischiamo di complicare le cose senza fare chiarezza. Non ho niente da obbiettare sulle vostre dotte argomentazioni, ma forse sarebbe stato meglio affrontare il problema con più semplicità.
    Credevo di sapere, anche se in modo approssimato, cosa si intendesse per localismo e provincialismo. Del resto tutta la nostra letteratura, salvo qualche rara eccezione, e le manifestazioni artistiche in genere, sono sempre state accusate di non aver prodotto opere di valore universale.
    Io comincerei a suddividere le opere in esportabili e non. Piuttosto che in provinciali e metropolitane.
    Don Camillo lo potete far vedere una volta al mese e tutti lo guardano, ma all’estero ha sempre avuto poca presa. Tanto per fare un esempio del menga.
    Recentemente ho riletto i racconti di Dublino di Joyce, tanto per fare un’altro esempio terra terra, qualcuno potrebbe spiegarmi perché queste cronache di vita provinciale, (ché Dublino in quel periodo non era certo da considerarsi una metropoli), non vengono tacciate di localismo, di provincialismo, mentre i racconti romani di Moravia all’estero non se li caca nessuno? Che le Novelle di Verga sono forse famose al mondo? Non mi risulta. Forse perché Joyce scriveva meglio di Moravia e di Verga? Può darsi, ma non ne sono sicuro! Anche il neorealismo italiano aveva subito questo genere di critiche, poi gli americani hanno deciso che le nostre storielle di fame e miserie fossero da considerare di alto valore artistico e abbiamo ottenuto il consenso mondiale. Tuttavia noi siamo rimasti quelli di prima e la nostra esterofilia è il sintomo più evidente del nostro provincialismo. Anche certi atteggiamenti snob nei confronti della provincia alimentano questa differenze, che secondo me non hanno ragione di esistere.
    Mi dispiace di non poter dare un contributo più sostanziale alla discussione, ma se mi posso permettere, è la qualità della scrittura a fare la differenza in un racconto, perché i valori, quelli universali almeno, come l’amore, l’odio, la fame, la carità eccetera, sono eguali sia nella bassa Padania, che nel centro di Manhattan.

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  6. Non volevo complicare, volevo dire delle cose in più.
    Amo Verga, per inciso, e se non li avete mai letti suggerisco La Lupa e Rosso Malpelo.
    In generale tutte le novelle.
    Joyce è stato scelto come rappresentante e portavoce del nuovo modo di scrivere e intendere il romanzo. Questo non vuol dire nulla più di quello che ho detto. Non discuto sul valore di quello che ha scritto, ma sulla sua fortuna e durata.
    Per Verga purtroppo credo c'entri la rivoluzione industriale, la neonata classe proletaria e gli intellettuali che di essa diventarono portavoce: Zola i realisti e la Francia erano una risposta più immediata, appetibile e appagante.
    Sul valore della scrittura come paradigma estetico sono d'accordo. Sul valore della scrittura come paradigma economico (fortuna sul mercato) dipende da tutti quei fattori oggetto di questa discussione. Una cosa è certa: se un'opera vale davvero, è quasi certo che prima o poi il mercato se ne accorgerà e la farà sua. Purtroppo non sempre succede che ci sia contemporaneità tra produzione e riconoscimento. Questo in tutti i campi, ma c'est la vie.
    Ps. A me Verga piace più di Zola (tiè ai francesi tiè).
    Sto scherzando, naturalmente.

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    1. Serenella Tozzi28 maggio 2014 13:33

      Ahah! Brava Claudia.

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  7. Non sono i valori o i sentimenti che fanno l'universalità. Sono concetti troppo astratti per una faccenda concreta come lo scrivere. E credo non conti neppure come scrivi, in prima battuta. In prima fila ritengo che venga come vivi (rectius come i personaggi vivono) certe esperienze. Come le racconti viene di conseguenza perchè, per me, rem tene verba sequentur.


    Racconto un aneddoto riportato da un cantautore milanese di qualche anno fa che, secondo me, è un ottimo esempio di racconto non provincialista ma di ambientazione circoscritta e che risponde in pieno ai canoni che hai individuato.

    Milano, dopo la guerra.
    Il protagonista è un ragazzino e gioca coi suoi amichetti tra le macerie del conflitto appena finito e i materiali ammassati per la città che si sta per costruire.
    I ragazzi sono soliti trovarsi sempre al solito posto, alla stessa ora. Non ci sono cellulari e altre diavolerie, ma la gente riesce a essere puntuale lo stesso, forse di più che oggi.
    Quel giorno, il ragazzino trova i suoi compagni già sul posto, silenziosi, con aria assorta, come pronti a chissà quale impresa. Nessuno parla, nessuno gioca.
    Si rivolge al capo del gruppo, il più grande. "Se giugum?" gli fa. "A che cosa giochiamo?".
    "Incoeu giugum no. Incoeu andemm in Texas" dice il capo. "Oggi non giochiamo. Oggi andiamo in Texas".
    Poi, come una manipolo di soldati, o di partigiani, o quel che volete, partono. In fila, disciplinati, in silenzio. La guerra è finita da poco e sanno come si fa.
    Arrivano alla fermata del tram. Aspettano. Alla fine il tram arriva. Una di quelle vecchie vetture, classe 1928, come se ne vedono ancora oggi, a Milano.
    Salgono, pagano il biglietto, si siedono composti.
    E partono verso il Texas.
    Sfila la città bombardata, quella che sta sorgendo, gli spazi vuoti che aspettano solo di essere riempiti da qualcosa. Cosa, si vedrà.
    A un cenno del capo, scendono.
    Sono in periferia. Più campi che case. E capannoni, magazzini, magazzini, capannoni.
    Arrivano in uno di questi. Un cortile ampio, pieno di casse pronte ad arrivare e partire e, si capisce, di movimento, anche se in quel momento non ce n'è molto, forse perchè è pomeriggio e il grosso del lavoro è già stato sbrigato.
    E' la sede della Bonelli, che stampa "Tex Willer", il fumetto.
    "Ecco", fa il capo "Ch' es chi l'è el Texas". "E' il Texas, questo"
    Ed è vero.

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    1. Serenella Tozzi28 maggio 2014 15:08

      Bello questo episodio.

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    2. Il racconto sul texas è meraviglioso.
      Di una bellezza incredibile. Per me.
      Non dovresti cambiare una virgola. Dovresti metterci il titolo e metterlo in una delle raccolte. Questo è quello che penso.
      Con tutto il cuore.

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  8. C'è un piccolo problema. Come detto, non è un mio racconto. E' un aneddoto che ho sentito narrare in TV da un cantautore dialettale milanese. Lo ricordavo e l'ho scritto all'impronta. Non rammento, però, chi fosse il cantautore. Probabilmente, se lo postassi come "racconto", lo scoprirei perchè mi farebbe causa per plagio. Il ricordo è suo...

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    1. la scrittura è tua.
      basta che citi la fonte.
      Se il racconto appartenesse a me e trovassi qualcuno che lo scrive bene gliene sarei profondamente grata.

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  9. Credo che il cantautore fosse Nanni Svampa, ma non ci giurerei...

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  10. Marònna, non avrei mai creduto che due semplici paroline potessero scatenare tale diluvio di competenze.
    Siamo alla filosofia della letteratura, quasi una tesina di laurea.
    A questo punto sono sempre più convinto di quel sant'uomo di Mao che spediva gli intellettuali nelle miniere a riprendere contatto con la realtà...
    Siddharta

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  11. Odio la parola "intellettuali" con tutte le mie forze, ma penso che gli intellettuali dovranno mettersi a fare i minatori il giorno in cui i minatori sapranno fare gli intellettuali.

    Il fatto è che se si usa una parola la si deve sapere definire. Se no, meglio non usarla.

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    1. No, no, i minatori stanno bene dove stanno: per insegnare agli intellettuali cosa significa fare il minatore...
      Intellettuale, secondo il vocabolario: chi si dedica prevalentemente ad attività connesse con il sapere ed il pensiero, ha vasti interessi culturali, produce opere di tipo letterario, artistico, scientifico, ecc.
      Ecco perchè, se così, non bisogna vergognarsi di definirsi intellettuali, anzi è giusto andarne fieri.
      Concordo con te che non lo è chi ostenta una cultura apparente, distorta, fasulla...
      Sid

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  12. ehehe.. allora anche gli intellettuali stanno bene dove stanno per insegnare ai minatori cosa significa fare l'intellettuale.
    La mia irritazione verso la parola, comunque, deriva dal fatto che - a parte l'uso politico che ne è stato fatto e la spocchia che spesso si associa a questo uso - lascia intendere che "pensare" sia prerogativa di una certa elite.
    Pensare dovremmo pensare tutti. E' a cosa pensi, che fa la differenza e, soprattutto, cosa fai dopo aver pensato.

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    1. Ecco, in questo momento stiamo facendo i classici intellettuali spaparanzati alla scrivania, filosofeggiando allegramente.
      Mentre quelli stanno cavando carbone avvolti dal grisou, tutti neri in volto e stracchi, senza più la forza di andare dagli intellettuali ad imparare il dolce far niente...
      Non ci piace la miniera? Allora tutti nei campi a zappare, così smetteremo di parlare di erba caprina!
      A cosa pensiamo: molti, troppi a rubare, senza pensare alla galera che prima o poi...
      Ironica/mente, Sid.

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  13. oh avendo avuto un nonno minatore (tra le altre cose) che a dodici anni spingeva i carrelli nelle miniere tedesche credo di sapere abbastanza di cosa parlo. Ho ancora un pezzo di pirite sulla scrivania. Come promemoria, diciamo... o come proiettile :-)
    Simpatica/mente.

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  14. Serenella Tozzi30 maggio 2014 19:33

    In effetti sento più trasporto verso i minatori che verso gli intellettuali... a meno che non siano intellettuali contadini, quelli con la zappa, come una volta.

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  15. anch'io.
    sarà perchè ho sbadilato.
    Non carbone, che di miniera ne so quanto di astrofisica.
    paglia, fieno, truciolo e quello che sta nella paglia e nel truciolo.
    anche nel fieno, qualche volta. c'erano certi cavalli rincoglioniti che la facevano sul cibo ;)

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