venerdì 27 giugno 2014

Eroi del mare - Augusto Beneneglio


Gianfranco Gazzana Priaroggia



Con il mare dentro


1.       Un gigante milanese
Gianfranco Gazzana-Priaroggia  era un giovane milanese  di buona famiglia, nato nel 1912 ,altissimo, un gigante, con il suo metro e novantatré centimetri,  uno   che aveva il “mare dentro “ , e infatti morì , a soli trentuno anni , inabissandosi col suo sommergibile , il glorioso  Da Vinci  e i suoi “ragazzi”, i sessantasei uomini  d’equipaggio rinchiusi in  quella scatola di sardine , (cinquanta metri di scafo ) , sperduta nell’immenso Oceano Atlantico, di cui non si sa neanche bene come andarono le cose, poiché le uniche fonti sono quelle inglesi, fornite a guerra finita. Quel che è certo che Gazzana morì   dopo aver combattuto mille battaglie e aver affondato piroscafi,  petroliere, navi da guerra nemiche , per circa 102 tonnellate di stazza lorda , in tutti i mari del mondo , dall’Atlantico all’Oceano Indiano , dove in undici giorni , dall’11 al 21 aprile 1943 , affondò , da solo, cinque navi.


 Nel suo diario segreto ci parla dell’onda che può velare una mina magnetica in attesa nel profondo in segreto agguato che una misteriosa attrazione la faccia esplodere ; dell’occhio di cristallo del periscopio che veglia a fior d’onda in vetta all’asta che sporge dall’acqua quasi invisibile come un rametto abbandonato dalla corrente, o della camera di manovra, il sacrario meccanico, il cuore del sommergibile in immersione; il cuore di una scatola blindata dove i congegni brillano nella luce elettrica del freddo e nitido lucore degli strumenti chirurgici e delle camere operatorie. E infine ci parla dell’emersione. “Quota emersione”, “Apri il portello”, il sommergibile che si stappa come una bottiglia di spumante, è il momento tanto atteso, il più bello e dolce, con il vento che si ingolfa nel boccaporto, l’elica della pressione che sfoga verso l’alto come la spuma , e sospinge lieve su, su verso il limpido occhio del cielo. Gli uomini che si stagliano in audaci prospettive verticali, come statue che respirano a pieni polmoni nell’onda del vento. E l’Atlantico che ci accoglie sonante e verde, piumato di spume, con la sua lunga, possente carezza”. 


2.       Missioni impossibili
Gazzana morì in mare, o meglio sul fondo del mare, perché quello era il suo destino, non poteva esimersi, e del resto Gianfranco non avrebbe desiderato una morte diversa da quella.  Ecco l’istante che si eterna, ecco risuonare la voce rauca del clacson per annunciare l’allarme, ecco fermarsi tutte le porte stagne, e il sommergibile diventare una successione di scatole, di cellette d’acciaio, ognuna fornita dei suoi lucidi congegni e dei suoi uomini addetti. E poi il fischio della “immersione rapida”, lacerante e sinistro, come il grido nel silenzio di un bosco, l’annuncio di guai. Si affonda nell’abisso, il sommergibile scocca come una freccia e non accenna a fermarsi. Giù, giù, sempre più in fondo, il sommergibile non si arresta nella corsa fatale verso l’annientamento. Gli uomini immoti in un silenzio terribile, in un’ansia senza parole, mentre di minuto in minuto il mare grava come un abbraccio mortale.
Gazzana era uno nato per le grandi imprese , le  “mission impossible”, capace come fu di sfilare tra le bombe e i gorghi vorticosi d’ignote correnti sottomarine, capace di carezze sublimi con quella sua manona d’acciaio, o di  corteggiare una notte atlantica , bella e profonda, su un mare oscuro , minaccioso , impalpabile, illune,  senza tradire mai le sue emozioni; di protrarre una missione ogni oltre limite umano , mentre i marinai lo guardavano e lo studiavano silenziosi in ogni gesto, in ogni parola, in ogni espressione , e gli stilavano seduta stante le “note caratteristiche” più importanti, quelle che davvero contano . Allora stare tre mesi filati a bordo di un sommergibile, entro la campana verde dell’acqua dove la vita si blocca e si fonde in tutt’uno con quel pesce di ferro,  era qualcosa d’impensabile , considerato che quei nostri sommergibili erano  assolutamente inadatti a stare in immersione, per via di un mucchio di difetti di costruzione nei condotti d’aria , con esalazioni di gas talora letali . Ma lui , facendo saldo blocco con tutto l’equipaggio, dove ciascuno ha il suo posto, il suo compito , il suo congegno, il suo volantino, il suo manometro, il suo quadrante , e nessuno può spostarsi dal suo posto ,  ci  rimase  qualcosa  come novantatré giorni filati , superando millanta et ultra  difficoltà, affondando un mucchio di navi nemiche ,  e stabilendo primati a iosa,  uno dietro l’altro (  durata di una singola missione,  affondamento in una sola missione di 6 navi, - 5 grossi piroscafi e una petroliera, -  per complessive 57.831 tonnellate di stazza ; e infine primato assoluto , in tonnellate di stazza , di naviglio nemico affondato da un singolo  sommergibile)


3.       Abbracciato ai suoi marinai
Insomma, i risultati sono tali che fanno di Gazzana Priaroggia  il principe degli affondatori , un vero fuoriclasse ,  uno che aveva  la vocazione del guerriero di mare , ma anche  una resistenza disumana alla fatica e alla sofferenza  (figuratevi un gigante come lui  messo in una lattina in scatola ) , oltreché  un carattere d’acciaio . Era un fascio di nervi tesi che sapevano  però sciogliersi in momenti di grande  dolcezza , un asceta del mare , come Todaro , ma determinato e preciso , lucido  come Fecia di Cossato  ( che era stato suo Comandante a bordo del Tazzoli) , uno da atmosfere metafisiche , e sonni pieni d’allarmi e  di risonanze misteriose, ma sempre vicino a suoi ragazzi , molti di essi imberbi , di appena diciassette anni, a cui sapeva donare una pacca sulla spalla, un sorriso, uno sprone , una parola   d’incoraggiamento, un guardarsi negli occhi,  un mettere il cuore a nudo;  lui , “il vecchio” , neppure trentenne , e i suoi giovanissimi marinai , insieme per un comune progetto di riscatto, di dignità, d’amore per la Marina e la Patria . Potremmo dire che era “un comandante come amico” , soprattutto nei momenti più drammatici , quando un laccio di ferro sembrava serrare  il sommergibile in un amplesso di morte.  E  infatti quel funesto 23 maggio 1943 , diciassette giorni dopo che l’avevano promosso Capitano di Corvetta per meriti sul campo ( Il Capo di Stato Maggiore della Marina inviò il 6 maggio direttamente al sommergibile la comunicazione ) , a soli trent’anni,  ( un altro record ) ,  mentre rientravano alla base , Gianfranco morì  abbracciato ai suoi marinai , la migliore morte possibile , affondando nell’ Atlantico, a circa 300 miglia a Ovest di Capo Finisterre , che non è quello di  Leuca,  ma in Spagna. Il sommergibile non fu mai più ritrovato.
Stavolta il gabbiano verde-azzurro Da Vinci non sarebbe tornato a Bordeaux, sotto gli archi penduli della gru, sotto gli alti bordi delle navi grigie, con la torretta e il cannone e gli uomini schierati , in fila, con i volti tirati, le barbe dense sulle gote, gli occhi grandi e rossi, accesi dalla salsedine e dal vento, non sarebbe più riaffiorato dalle profondità siderali , o da un volo sui confini della sterminata frontiera atlantica,  dalle distanze di una vita d’esilio, quasi sovrumana, per riapprodare alla comune riva  terrena degli uomini.  Stavolta sarebbe rimasto là sul fondo, come un sacrario, una bara d’acciaio tra le attorte vegetazioni e le chiome dei coralli.  


1 commento:

  1. Serenella Tozzi27 giugno 2014 14:54

    Hai trovato le parole per farne poesia di questo resoconto di vita; una storia eroica di giovani che hanno saputo sacrificare la loro esistenza per un ideale di Patria.
    Molto commovente la descrizione del loro aspetto quando apparivano schierati all'approdo: pareva di vederli. Un bel tributo alla memoria, molto coinvolgente. Ti sono grata di questo.

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