venerdì 20 giugno 2014

L'AGGIUSTATUTTO - Rubrus - narrativa

Viaggiava per la Padania da prima che qualcuno cominciasse a chiamarla così.
Dalle nostre parti capitava d’estate e, quando il suo camioncino scassato appariva nell’aria tremolante sopra le strade secondarie, sembrava uscisse da un miraggio.

Aveva un nome, naturalmente, ma nessuno se lo ricordava. Lo chiamavano con mille soprannomi, tutti corretti e nessuno esatto: trovarobe, ombrellaio, rigattiere, straccivendolo, arrotino, robivecchi aggiustatutto e molti altri ancora.


Per qualche tempo, tra la fine degli ’80 ed i primi dei ’90, noi ragazzi lo chiamavano Leland Gaunt, come il personaggio di quel libro da cui era stato tratto il film con Max Von Sydow. Eravamo ingiusti, ovviamente: i ragazzi lo sono spesso. Durò poco, comunque, e lui non lo seppe mai.
Tutti pensavano che fosse un po’ matto. Non tanto, solo un po’. Quando esplose la moda del vintage ed il vecchio Baldrighi trovò il suo macinacaffè nella bottega di un antiquario venduto a dodici volte il suo valore, si diffuse la voce che il vecchio vagabondo era, in realtà, un furbacchione e che, presto, avrebbe abbandonato il vecchio camioncino Fiat per andare in giro con una Mercedes.
Lui, invece, anno dopo anno, andava a zonzo sempre con quel vecchio catorcio che Dio solo sapeva come potesse superare le revisioni.
Un giorno, il vecchio Bertoldi dichiarò che lo zingaro (lo chiamavano anche così, a volte, anche se zingaro non era) era tocco e la discussione finì lì.
Pazzo o no, ogni anno, nel pieno dell’estate, lui riappariva.
Io lo stavo aspettando appoggiato al muro grigiastro della vecchia casa appena fuori dal paese.
Accanto a me stavano quattro cianfrusaglie raccolte nell’appartamento alle mie spalle, che ora se ne stava vuoto, fresco ed ombroso.
Di fronte a me un gruppo di ragazzi giocava a pallone, urlando in una lingua venuta dall’altra parte del Mediterraneo, o forse ancora più in là.
Io stavo attento che non colpissero il giradischi ormai rotto, o la radio anni trenta, o la cucina economica smontata pezzo per pezzo e sparpagliata sull’aia come una scultura postmoderna.
Nel frattempo, masticavo un filo d’erba, sudavo profusamente e leggevo sul cellulare che il Gqualcosa (G8? G20? Boh) asseriva che, probabilmente, con l’autunno sarebbe cominciata una ripresina.
Non avevo nessuna ragione e nessun elemento concreto per essere sicuro che il robivecchi sarebbe riapparso: erano passati quindici anni dall’ultima volta che l’avevo visto e, in quindici anni, erano cambiate un sacco di cose. Anche troppe.
Lo aspettavo lo stesso, però, forse perché avevo bisogno di sapere se era vero che certe cose non cambiano mai.
E lui apparve.
Lo vidi esattamente dove mi ero aspettato di vederlo: sulla provinciale che portava in paese nella canicola del primo pomeriggio. Il camioncino, d’un rosso stinto come un papavero sbiadito, caracollava sull’asfalto come se, a trainarlo, ci fosse un invisibile cavallo bolso.
Uscii dalla sottile ombra gettata dal muro (e, se prima sudavo, quando il sole mi colpì ebbi l’impressione di evaporare nell’aria rovente) ed agitai un braccio.
Il camioncino tossì, sputò, scatarrò, cigolò (come se, dentro, davvero, non ci fossero ingranaggi, ma viscere dolenti di un qualche strano animale), accostò, s’immise nell’aia ed infine si fermò.
La portiera rimase chiusa per qualche secondo, con diffidenza, simile ad un ponte levatoio custodito da un castellano sospettoso, infine si spalancò per far scendere l’uomo.
Dietro di noi – ma me n’ero accorto solo ora – i ragazzi avevano smesso di giocare.
Lui era come lo ricordavo, quasi il vivere tra oggetti di seconda, terza mano ed anche più, gli avesse anticipato l’anzianità, ma gli avesse risparmiato la vecchiaia… ma forse dipendeva dal fatto che, l’ultima volta che lo avevo visto, ero ancora un ragazzo e i giovani distribuiscono la qualifica di “vecchio” con grande generosità.
Indossava un paio di pantaloni da lavoro, una camicia a scacchi che, nonostante il caldo bestiale, sembrava di flanella ed un cappello “fedora”. All’ombra della tesa due occhi nerissimi saettavano qua e là come se volessero volare fuori dal viso grinzoso.
«Salve – dissi, incerto se stendere la mano – è lei che svuota le cantine?».
«Trovo robe, le porto via e qualche volta le aggiusto» rispose lui in un miscuglio di cadenze che ricordavo bene e che racchiudeva tutti le inflessioni della pianura, come se l’uomo parlasse tutti i dialetti e nessuno.
Senza attendere risposta – dopotutto, non avevo teso la mano – mi passò a fianco e prese ad esaminare con aria professionale gli oggetti sparsi sull’aia.
«Posso darle trecento euro» valutò dopo qualche attimo di silenzio pensieroso.
«Solo?».
«Quell’affare non funziona più – disse indicando il giradischi – e nemmeno la radio. Potrei ricavarci più di trecento euro, è vero, ma i pezzi della cucina non li vuole più nessuno e, se devo pensare a smaltirli, avrò un bel po’ di spese. Così andiamo in pari».
Sospirai e misi mano al portafogli. Ero certo che avrebbe ricavato molto dalla vendita della radio e del giradischi, mentre magari avrebbe abbandonato i pezzi della cucina nel primo campo che incontrava, ma non avevo voglia di contrattare: faceva troppo caldo e si stava facendo tardi. Era tardi già da un pezzo, ormai. Per un sacco di cose.
«L’ho riconosciuta sa? – disse l’uomo all’improvviso – l’ultima volta che ci siamo visti lei e i suoi amici mi avete legato dietro al camion una fila di lattine, come si faceva una volta ai matrimoni».
Sobbalzai. Improvvisamente avevo ricordato. Come avevo potuto dimenticarlo?.
«Ragazzate» dissi. Era quasi impossibile diventare ancora più rosso e ancora più sudato di quanto non fossi, ma sentivo che in quel momento le mie ghiandole facevano il possibile per riuscirci.
«Già – rispose lui – ragazzate. Roba buona per ammazzare la noia nelle giornate d’estate. Il più delle volte è così». Allungò la mano e prese i soldi con un tocco sorprendentemente lieve. «Qualche volta, però, non lo è per niente. Lo sapeva che il figlio del Merlini, qualche anno dopo, si è messo a buttare i sassi dal cavalcavia?».
Lo sapevo, ovviamente (alle volte le voci del paese arrivavano fino in città, come rondini smarrite), ma negai.
«Cresceva storto, quello. Lo si capiva subito. Roba che non si può accomodare».
Così dicendo sollevò il telo blu del camioncino, tenuto stretto con funi assicurate al pianale.
Era come guardare dentro il laboratorio di un alchimista. Vidi una specchiera, un divano, un pezzo di un grammofono, sedie di paglia, ritratti in seppia, stampe, libri, tappeti, stoviglie, macchine da cucire, un materasso, un cavallo a dondolo, e, dietro, sagome, spigoli, superfici, forme, ombre di altri oggetti che era impossibile distinguere, come se lo spazio dentro il camion fosse più vasto di quanto si potesse immaginare, l’ingresso di una grotta perduta in lontananze che nessuno mai avrebbe esplorato.
Pensai a quell’uomo che viaggiava senza posa con quel carico, comparendo là dove l’occhio poteva arrivare e scomparendo là dove non arrivava più. Pensai alla doppia, tripla vita di tutti quegli oggetti: la tromba di un grammofono che diventava un paralume, un catino di zinco che diventava una fioriera, il cassone di una radio che si trovava ad ospitare, magari, lo schermo di un computer. Pensai all’aggiustatutto come ad una sorta di bizzarro demiurgo che ridava a quegli oggetti una vita, in una specie di versione riveduta e corretta della ruota del karma, destinata a far girare e rigirare per l'eternità le piccole cose di pessimo gusto.
«So cosa sta pensando – disse l’uomo – a come sarebbe vivere come me. Anzi, forse sta pensando persino che le piacerebbe vivere come me».
Sobbalzai ancora. Non sapevo che stavo pensandolo… ma lo stavo facendo.
Per un attimo mi chiesi se davvero, oltre che un po’ matto, quell’uomo fosse anche un po’ stregone.
«Non durerebbe due giorni» affermò. «Tempo qualche ora e quell’affare – indicò il cellulare – si metterebbe a cantare come un passero accecato. Lei non risponderebbe… all’inizio. Ma poi lo farebbe. Lo fate tutti, prima o poi».
Intanto caricava i pezzi della stufa sul camion. Non sembrava neppure sudare.
«E anche se buttasse via quell’aggeggio – proseguì – (e questo la renderebbe diverso dalla maggior parte degli altri) comincerebbe a lamentarsi del caldo, del freddo, dell’umidità, del sedile scomodo…. Tirerebbe tutt’al più una settimana».
Si fermò e mi guardò dritto in faccia. «Sta sbaraccando, vero? Sta chiudendo casa».
Annuii. «Era la casa dei miei» risposi. Intanto, mi ero ritirato all’ombra, ma non per il caldo (d’improvviso, da oriente, si era levato quel vento carico d’ozono che, come ricordavo dall’infanzia, annuncia i temporali). L’avevo fatto come per nascondermi.
«Lasci perdere, dia retta a me. Quanti anni ha? Trentanove? Quaranta? Sapesse quanti ne incontro di quelli come lei. Ve lo si legge in faccia. Arrivate a quell’età, vi accorgete che le cose non sono andate come speravate e pensate di poter aggiustare quello che si è rotto». Cominciò a chiudere il telo nascondendo il contenuto del camion come un sipario che si abbassa o una palpebra che si chiude. «Beh, non è facile aggiustare le cose, non è facile per niente. Non si è accorto che nessuno lo fa più, ormai? Ho dovuto persino dar via la mia vecchia mola d’arrotino e mi è dispiaciuto davvero tanto. Oggi comprate le robe, non le curate, non le usate, le fate diventar vecchie e le buttate via prima del tempo per prenderne delle altre. Non possedete le cose, ne siete posseduti».
Aprì la portiera e rimase lì, col piede sul predellino, mentre qualche folata rabbiosa cominciava a spazzare il cortile.
«Non si aggiusta più niente, ormai – ripeté – Case, macchine, ombrelli, scarpe, vite. Nessuno accomoda più niente».
Salì sul camion e mise in moto. Il catorcio rantolò, strepitò, sbuffò, borbottò ed alla fine, con un rombo continuo, sussultorio e scoppiettante, si dichiarò pronto a mettersi in marcia. 
«Nessuno sa più accomodare niente – affermò per la terza volta – mi domando solo che cosa succederà quando finiranno i ricambi… o quelli che sanno fare le riparazioni».
Senza dir altro, ma salutandomi appena con la mano, fece retromarcia e si immise sulla strada, dirigendosi verso il paese. Lo guardai scomparire dietro una curva.
Il cellulare mi avvisò che le borse erano in rialzo, trainate dai titoli bancari.

L’incupirsi della luce, a oriente, mi avvisò che si stava avvicinando il temporale.  

9 commenti:

  1. Serenella Tozzi20 giugno 2014 16:29

    Un bel racconto.
    Mi è piaciuto molto per la sua semplicità descrittiva ed esauriente che lascia spazio alle riflessioni.
    Hai saputo scrivere con garbo dell'alienazione umana; ed è anche vero che si compra solo per possedere, ma in realtà si è posseduti. Un saggio pensatore questo Aggiustatutto o altro nome.

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    1. Ti ringrazio. E, come vedi, non è un noir (anche se non è molto allegro...:-)

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  2. Ciumbia! Che filosofo questo rigattiere o trovarobe...

    A parte l'allegoria ben giocata, il racconto ha una forte carica emotiva.
    La nostalgia è come il colesterolo, c'è quella buona e quella cattiva, direi che come in questo caso, quando diventa strumento di riflessione, non è mai un lamento fine a se stesso.

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    1. Il mio cardiologo, cocciuto, dice che non esiste nessun colesterolo buono, che son tutte balle...
      Chissà chi ha ragione...
      Sid

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    2. C'è persino chi sostiene che la faccenda del colesterolo sia una grande montatura, dietro la quale si nascondano una montagna di interessi. Nel dubbio prendo la pillola. Contro quale dei due però non è dato a sapere.

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    3. Be', un po' di colesterolo ci vuole. Il problema, come sempre, è l'eccesso che, a sua volta, è relativo in proporzione alle condizioni del soggetto in un determinato momento.

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  3. "Quando si parla del passato, diventiamo tutti romanzieri", si sa. Meglio volare bassi, quindi. O metterci qualcosa che non sia semplice laudatio temporis acti.

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  4. Un poco alla volta, da quando frequento internet, mi sto abituando alla lettura dei racconti.
    Ancora trovo difficoltà, attesa la mia consuetudine alla saggistica da lunghi decenni.
    Perchè quivi le parole sono soppesate, i discorsi concettosi, il clima pesante...
    Le short story invece entrano nei dettagli, si dilungano, girano attorno alle parole, ti inchiodano in pedisseque descrizioni.
    Talora mi chiedo che importanza possano avere il colore dei capelli, degli occhi, della pelle, la scriminatura a dx o a sx, e via dicendo.
    Invece pare che nella novellistica ciò sia basilare.
    Entrando nel discorso e fatte salve tutte le mie riserve di vecchio barboso, mi trovo ora in debito di commento.
    Lo svuota cantine c'era anche ai miei tempi, quelli di guerra, solo che allora non c'era niente da svuotare.
    L'impegno bellico ingoiava tutto, s'era in autarchia, ogni cosa era pregiata e doveva durare a lungo.
    Quindi la raccolta si limitava alle pelli di coniglio, alle trecce tagliate alle bambine, agli stracci.
    Nelle pause si aggiustavano ombrelli e si arrotavano lame senza filo.
    Poi nel dopoguerra la svolta: il rigattiere raccoglieva soprattutto scarti ferrosi.
    Dalle mie parti Luigi Lucchini, quello delle ferriere e della presidenza di Confindustria, nel 1945 era partito proprio con un camioncino scassato caricando scarti di ferro.
    Arricchendosi e diventando capitano d'industria.
    Ricordo che un ingegnere mi sorprese dicendomi che il ferro usato ha una resa migliore di quello estrattivo perchè già lavorato.
    Ritornando a bomba, l'unica perplessità sulla lettura proposta riguarderebbe proprio l'eloquio del robivecchi, verosimilmente poco acculturato.
    Ma che qui parla con cognizione di causa, con una saggezza ed una lungimiranza di stile filosofico.
    Certo, ci può stare, epperò il suo dire me lo sarei immaginato più approssimativo, rozzo, come usa dalle mie parti chi è a corto di scuola.
    Comunque la penna scorre gradevole, senza inciampi, nei tempi giusti, attenta alle regole scolastiche.
    Un lavoro di pregio, insomma.
    Siddharta

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  5. eh, sollevi due problemi che meriterebbero una lunga discussione
    a) l'importanza delle descrizioni nel testo narrativo (la mia opinione è: se sono lì per bellezza è meglio lasciarle perdere, se invece servono a creare atmosfera, anche attraverso il correlativo oggettivo o a far capire senza spiegare, allora è discorso anche molto diverso).
    b) in che misura il modo di raccontare deve risentire del punto di vista dal quale viene raccontata la storia. Esempio: se racconto dal punto di vista di un gruppo di ragazzotti di una periferia degradata, devo infarcire il racconto di parolacce ed espressioni dialettali, impoverendolo del resto? La mia opinione è che, anche a costo di sacrificare un po' la verosimiglianza, oltre un certo punto di immedesimazione autore / personaggio non si debba andare. Del resto, intelligenza e cultura non sempre viaggiano appaiate. Il mio robivecchi, considerato anche che la pratica val più che la grammatica, potrebbe essere intelligente, anzi lo è, ma non troppo istruito.

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