martedì 10 giugno 2014

Mezzo miliardo in una borsa - Renato Olivieri - Racconti italiani del novecento


Renato Olivieri è deceduto l’anno scorso a Milano, sua città d’adozione e dove si muove il suo celebre commissario Ambrosio, un omone dall’aspetto ruvido come il francese Lino Ventura (Il caso Kodra), interpretato poi magistralmente al cinema da Ugo Tognazzi per la regia di Sergio Corbucci. La caratteristica dei suoi romanzi sono le atmosfere uggiose e malinconiche milanesi e la figura un po’ triste del poliziotto introverso, amante del bello e conoscitore d’arte.
Questo racconto, inserito nella sezione “thriller” de’ “Racconti Italiani del Novecento” Einaudi scuola, mantiene la suspense costruendo la trama intorno al “segreto”. Manca pertanto il cadavere e se sia possibile o meno scrivere un giallo senza delitto è ancora oggi argomento di dibattito, ma a qualunque sottogenere si voglia accreditare il pezzo, resta il fatto che storie scritte in modo semplice e pulito come questa, nel web, se ne leggono ahimè, sempre meno.


Mezzo miliardo in una borsa

- Perché non ci ha avvertiti subito e ha aspettato tanto tempo?
Teneva la testa bassa e ricordava ad Ambrosio una ragazzina un po' discola sgridata dal padre.
- Lo so bene, è la solita storia, le avranno detto di non avvertire la polizia.
Lei mosse la testa, alzò gli occhi azzurri che davano al suo volto un che di infantile, anche se le forme del corpo erano appariscenti, e la voce restava sui toni bassi, una voce da fumatrice senza ritegno, e infatti teneva tra l'indice e il medio una Marlboro che aspirava in silenzio con una sorta di godimento che accentuò in Ambrosio il proposito, mai messo in pratica, di smetterla una buona volta di fumare.
- Suo marito manca da casa esattamente da giovedì scorso. Dico bene? - e intanto guardava il calendario e segnava la data su un taccuino che teneva sempre a portata di mano.
- Doveva rientrare venerdì sera - disse la donna - invece non è tornato a casa neppure sabato, come avevo supposto.
- Che cosa pensava fosse accaduto?
- Di questi tempi è facile che i nostri programmi vengano sconvolti da scioperi improvvisi, da contrattempi vari, da appuntamenti rimandati. Non era la prima volta che Eugenio tardava a rientrare.
- Da quanti anni siete sposati?
- Sei. Però... non siamo sposati-. Schiacciò il mozzicone della sigaretta nel posacenere e Ambrosio pensò che il gesto denotava ansia e anche una certa dose di risolutezza.
- Stiamo insieme da sei anni, da quando cioè Eugenio ha lasciato la sua casa di via Ariberto ed è venuto ad abitare con me.
- Sua moglie ha avuto qualcosa da ridire? - chiese Ambrosio, cercando di apparire del tutto sprovvisto d'ironia.
- Lei lo tormentava da anni, continuava a lamentarsi che guadagnava poco, che avevano i soldi contati, che doveva accontentarsi di girare in autobus, lei che era figlia di un proprietario terriero, sia pure depauperato dalle vicende belliche, e suo padre possedeva un'automobile già nel 1929. Una donna detestabile.
- Dunque Eugenio era venuto a stare con lei in via Vivaio.
- No, non in via Vivaio, allora abitavo ancora in via Ponzio, vicino alla piscina. È stato dopo, con i primi soldi che abbiamo guadagnato insieme, che decidemmo di comprare un appartamento in centro. Tre anni fa, per l'esattezza.
- Lavoravate insieme... scusi, signora, ma che cosa facevate?
- È semplice, commissario. Io sono una donna che possiede un certo, come posso dire?, un certo estro, ho avuto sempre la mania delle case, cosi ho frequentato un corso di arti applicate, mi sono diplomata, ho lavorato con una società immobiliare. Loro volevano che certi appartamenti da vendere fossero presentati ai potenziali clienti in una maniera adeguata... cioè con la moquette giusta, la cucina già allestita, il caminetto, insomma con tutte quelle cose che fanno impazzire le signore, e cosi poi l'affare si combina meglio. Ha capito, commissario?
- Per tornare a noi: che cosa facevate insieme lei ed Eugenio? Che tipo di lavoro?
- Semplice: trovavamo vecchie soffitte, alloggetti scombinati in case di ringhiera, vecchie topaie da quattro soldi, li facevamo ristrutturare, li rinfrescavamo, sceglievamo con accortezza alcuni accessori che impressionano la gente, e infine li vendevamo.
- Che cos'erano questi... accessori?
- Le luci incassate, il videocitofono, l'impianto elettrico con il salvavita, un vaso di azalee sul balcone della cucina.
- Occorrevano dei soldi, suppongo, per comprare gli alloggi da sistemare.
- In principio ci siamo arrangiati.
- In che senso?
- Abbiamo chiesto dei prestiti alla banca, avevo qualche risparmio, ed Eugenio...
- Eugenio?
- ...all'inizio aveva chiesto qualcosa alla moglie, che possedeva ancora qualche terreno qui vicino, a Lodi, con la scusa che voleva abbandonare l'impiego poco remunerativo e darsi agli affari, senza dirle però che lavorava con me, si capisce.
- Come mai?
- Era gelosa, la vecchia gallina -. Lo diceva con astio; come se trovasse assurdo che una moglie avesse qualcosa da ridire se lei, donna di gusto, le sottraeva il marito.
- Tuttavia Eugenio, ottenuto il prestito dalla moglie, si mise con lei.
- Non subito, dopo qualche tempo, quando cominciammo a guadagnare e quando riuscimmo a pagare i primi debiti, quello con Luisa, soprattutto.
- Luisa?
- La moglie di Eugenio. Insomma, dopo un paio di anni, avevamo da parte una bella sommetta. In pratica raddoppiavamo il valore degli immobili. Erano anche tempi buoni, e poi quello che contava era lo spettacolo, la gente non ha immaginazione.
- Lo spettacolo?
- Si, commissario; quando lei entra in una casa e la vede sporca, con i soffitti grigi, i pavimenti di mattonelle vecchie, con ignobili croste alle pareti, il vasetto con il ramo di ulivo sulla credenza, che cosa prova? Smarrimento, malinconia, non le pare? Se invece le pareti sono luminose, i pavimenti brillano, si sente un buon odore di vernice, le maniglie delle porte sono solide e le porte chiudono come quelle di una Rolls Royce, allora... allora le viene voglia, una voglia insopprimibile di averla, quella casa. Non ho ragione, commissario?
Ambrosio fu costretto a dire di sì, e si convinse inoltre che la signora aveva una qualità abbastanza rara: quella di saper vendere, una vera autentica imbonitrice, si disse, osservandola con maggiore attenzione,
- Che cosa accadde quando Eugenio abbandonò la moglie?
- Luisa cominciò a tempestarlo di telegrammi.
- Telegrammi?
- Non è assurdo? Da principio telegrammi patetici.
Medico diagnosticato grave affezione renale stop entro ospedale riguarda stop attendo tua visita. Oppure: Situazione economica insostenibile stop occorronomi soldi
al più presto stop indispensabile vederci domani, e via discorrendo. Una vera tortura, commissario. Finita l'era dei telegrammi è cominciata quella delle lettere anonime condite di minacce non tanto velate.
- Scusi, ma se erano anonime come facevate a stabilire che provenivano tassativamente da lei, che Luisa era cioè la vera mittente di quelle missive?
La donna sorrise accendendosi un'altra sigaretta.
- Sa che cosa dicevano quelle lettere? Frasi di questo genere:
Sarai punito per i tuoi peccati. Ma non solo dal Padreterno, anche dalla Tributaria.
Tacque e si passò una mano sui capelli che aveva lunghi, di un castano scuro.
- Mi dica, adesso: la prima telefonata dopo la scomparsa di Eugenio, quando l'ha ricevuta?
- Domenica mattina, alle nove e un quarto.
- La voce?
- Mi è parsa la voce di una donna giovane che mi ha detto di non temere, Eugenio stava bene, e che avrei avuto presto altre sue notizie. Ho tentato di sapere qualcosa di più, ma la comunicazione è stata interrotta!
- E poi, quando le hanno telefonato?
- Ventiquattro ore più tardi, il lunedì mattina. Però questa volta è stato un uomo a dirmi che Eugenio stava bene e che se lo rivolevo vivo e vegeto non dovevo avvertire la polizia e dovevo preparare una certa sommetta. Disse proprio cosi: sommetta.
- Quanto? - chiese Ambrosio, fissandola.
-Cinquecento milioni.
- Mezzo miliardo - ripeté Ambrosio, come fosse soprappensiero.
- Si, un bel problema. In banca avevamo duecento milioni, più o meno... poi c'erano circa duecento milioni che dovevo incassare da un cliente cui avevo venduto un appartamento di tré locali al Vigentino...
- Fanno quattrocento milioni.
- Penso di vendere tre quadri che valgono circa una sessantina di milioni...
- Che quadri? - chiese Ambrosio incuriosito.
Lei lo guardò, pareva sorpresa: - Un quadro di Cassinari, dei girasoli di Merlotti, una montagna di Sironi, che avevo comprato con i miei primi guadagni; ma i quadri, per venderli bene, hanno bisogno di tempi lunghi, lei lo sa meglio di me.
- Mancano dunque un centinaio di milioni disse Ambrosio.
- Chiederò un prestito alla banca, non so ancora bene... potrei vendere l'appartamento di via Vivaio, vale parecchio, ma... come faccio con così poco tempo davanti?
- Mi racconti con calma che cosa è accaduto martedì, e poi mercoledì e giovedì. Oggi è venerdì, signora, ed Eugenio manca da casa da otto giorni.
- Martedì non ha telefonato nessuno, non sono riuscita a dormire. Tutta la notte sveglia con l'idea che avrebbero chiamato, invece... la mattina sono stata in banca e ho raccolto la somma in biglietti da cinquantamila, poi ho telefonato al cliente che mi ha promesso la somma pattuita per... per oggi pomeriggio, sempre in biglietti da cinquantamila, poi ho parlato con un mercante di quadri che conosco e che è disposto, tenendosi i quadri in garanzia, a darmi una cinquantina di milioni. Mercoledì ha telefonato la donna e mi ha chiesto a che punto stavano le cose. Le ho ripetuto che la somma non era facile da racimolare, avevo bisogno di qualche altro giorno e che... lei ha abbassato il telefono, lasciandomi li come un'allocca, commissario, finché ieri mattina ha chiamato Eugenio... si, Eugenio... con una voce bassa, come se parlasse dal fondo di un pozzo. Non so, una voce strana, mi ha detto soltanto: fai quello che ti hanno ordinato, per carità, metti tutto in una borsa da viaggio, quella di tela. Fai come vogliono loro.
- E poi? - chiese Ambrosio, pensando che era il caso ormai di accendersi una sigaretta. Lei non disse nulla, pareva distratta.
- La casa di via Vivaio è sua?
- Si, è intestata a me, perché è stata comprata in gran parte con i soldi dell'alloggio di via Ponzio.
- Si vende facilmente una casa in via Vivaio?
- Il posto è splendido, al centro di Milano, a due passi da corso Venezia, vale molto, nonostante sia un appartamento di tre locali.
- Ha avuto l'idea di venderlo sul serio? - chiese Ambrosio accendendosi la sigaretta. Guardò la sigaretta e guardò lei, la signora, che si era tolta l'impermeabile e indossava un tailleur di lana leggera blu con una spilla sul risvolto della giacca a forma di ancora, che brillava quando lei si voltava verso la finestra e cercava il posacenere, che Ambrosio spostò verso il centro della scrivania in modo fosse più comodo per tutti e due.
- Sarò sincera: ho qualche dubbio al riguardo. Preferirei farcela senza doverlo vendere, ha capito? In fondo è la cosa cui tengo di più. È mio. È fatto come desideravo io. Un gioiello, le dico, un piccolo gioiello.
- Dopo la telefonata di Eugenio, che cosa è accaduto?
- Ecco, lui ha chiamato la mattina, subito dopo le nove, come al solito. Alle sette di sera ho avuto la telefonata dell'uomo che mi ha convinta a prendere una decisione... definitiva, cioè a... - si passò una mano sulla fronte, chiuse per un attimo gli occhi e sospirando prosegui: - ...a chiamare lei, commissario, a raccontarle tutto, a chiederle aiuto, consiglio.
- Che cosa le ha detto quell'uomo? Su, non abbia timore, mi deve dire ogni particolare, anche il più piccolo dettaglio.
- Si - mormorò lei. - Mi ha detto di mettere in una borsa di tela l'intera somma in banconote da cinquantamila, di andare in un bar di via Anfossi, e di aspettare li.
- Quando?
- Domani mattina, alle nove.
- Le hanno detto che cosa avrebbero fatto a lui, a Eugenio, se non avesse obbedito?
- No, commissario. Ma credo che lo uccideranno.
- Lo crede sul serio?
- Si. O meglio, a dirle tutta la verità, ho sempre pensato che si sarebbero accontentati anche di una somma inferiore a quella che mi hanno chiesto.
- Perché non ha dato loro i quattrocento milioni che poteva raccogliere con facilità, senza troppi problemi, voglio dire, e basta. La polizia non sapeva niente, Eugenio tornava a casa e...
- Perché ho avuto paura, che forse quattrocento milioni non bastavano, quelli se li sarebbero tenuti e non avrebbero liberato Eugenio; magari per punirmi avrebbero aumentato le loro pretese, cosi avrei dovu-to vendere il mio appartamento di via Vivaio, i quadri e... - si toccò l'anello che teneva all'anulare sinistro al posto della vera, era uno zaffiro piuttosto appariscente.
- Sa che cosa faremo? - disse Ambrosio.
Lei scosse la testa. - Domattina lei andrà con la borsa in quel bar.
- E poi?
- Farà esattamente ciò che le diranno. Esattamente. Siamo intesi?
- Che cosa metto nella borsa?
- Quello che riesce a trovare.
- Anche quattrocentocinquanta milioni?
- Anche.
- Va bene - disse la donna, accendendosi un'altra sigaretta. L'ancora sul risvolto del tailleur poteva valere, se i rubini erano autentici, almeno alcuni milioni, calcolò con senso pratico Ambrosio, cioè il dito mignolo del povero Eugenio.
Era una mattina di primavera, con un cielo senza nuvole salvo, in alto, alcuni cirri, come li chiamano i meteorologi, e c'era sentore di erba perché nel parco vicino - con la Palazzina liberty - alcuni giardinieri sistemavano a nuovo i prati, e Ambrosio aveva voglia di un caffè, un po' abbondante, e di una brioche con la marmellata di albicocche. Cosi entrò nel bar - che era anche tabaccheria - luminoso, pulito, le vetrinette piene di accendini d'oro e d'argento, piacevoli da guardare, le forme studiate con astuzia da stilisti che avevano, pensò Ambrosio, gli stessi concetti della signora quando trasformava le vecchie soffitte per i suoi clienti.
La signora era seduta a un tavolino, leggeva il giornale, beveva a piccoli sorsi un tè al limone.
Alle nove e cinque minuti squillò il telefono del bar e la signora fu chiamata dal proprietario, che aveva un'aria distinta, e indossava sotto la giacca fumo di Londra un gilet da gentleman.
La signora ascoltò per meno di un minuto quel che le dicevano al telefono, pagò il conto, usci dal locale con il suo impermeabile chiaro, e salì su un'auto di piccola cilindrata, color acciaio, che aveva posteggiato in via Anfossi, accanto a una scuola materna.
Inutile aggiungere che il commissario la segui. E che un'altra automobile segui il commissario.
La basilica di San Nazaro, in corso di Porta Romana, aveva una solennità serena. Ambrosio ricordava una messa di mezzanotte, tanti anni prima, quando aveva ancora qualche piccola illusione per la testa.
La signora posteggiò l'auto accanto all'abside della chiesa, e anche Ambrosio, un poco più in là.
Lei entrò da una porta secondaria. Una coppia di giovani, che parevano in procinto di sposarsi, entrarono subito dopo, ridendo, come sanno ridere quelli che hanno davanti a loro anni e anni di vita, suppongono, senza troppi guai.
La signora rimase in San Nazaro tre minuti. Il tempo di avvicinarsi alla navata di sinistra, di sedersi su una panca per dire una preghiera, di farsi il segno della croce, e di incamminarsi verso la porta principale che ha una specie di atrio a cupola con le urne dei beati, in alto, verso la luce. Usci nel sole di marzo, tra il rumore del traffico che, all'improvviso, si era fatto fastidioso dopo quella straordinaria pace, che sapeva dare anche ai non credenti un certo sollievo.
I due giovani, che si tenevano per mano, in fondo alla chiesa, e si sussurravano all'orecchio parole d'amore, almeno pareva, si alzarono di scatto e corsero rapidi verso la suorina che aveva afferrato la borsa di tela blu e che stava allontanandosi dall'uscita secondaria.
La suorina era sposata da quindici anni.
Sposata in chiesa con Eugenio Dolcemascolo, di anni 43, impiegato di avvenire incerto, e abbandonata per passione amorosa di un'altra donna. Ma, dopo sei anni di relazione intensa, il Dolcemascolo - avrebbe scritto l'ispettore De Luca sul rapporto - pentito di tutto, anche di dover lavorare, a suo dire, come uno "schiavo", si era infine accordato con la moglie per raccogliere la somma di cinquecento milioni, bastevoli per rifarsi insieme una vita, più congeniale alla sua indolenza senza rimedio, nelle lontanissime isole Marchesi, in mezzo all'oceano Pacifico.


9 commenti:

  1. Comincio dalla risposta alla domanda (secondo me, sciocca) nella premessa.
    Qui di delitti ne sono ipotizzati due (rapimento ed estorsione) e ce n'è un almeno terzo (truffa ed estorsione).
    Quindi non è possibile scrivere un giallo senza delitti.
    A meno che non si intendano per "delitti" solo i delitti contro la persona, se non addirittura il solo omicidio - e questa è affermazione così sconclusionata che si commenta da sè.
    Il fatto è che, secondo me, prima di parlare di gialli, o di scriverne, si dovrebbe conoscere almeno i rudimenti del codice penale e delle procedure di polizia. Non è necessario essere esperti, ma un pochino di praticaccia non guasterebbe.
    Proseguo con la premessa, che (non so chi l'abbia scritta) a me pare una stucchevole laudatio temporis acti, smentibile con un semplice giro, magari solo virtuale, in libreria.
    Di gialli all'inglese - accanto ai thriller, ai noir o alle altre sottospecie di gialli in cui gli appassionati, spesso un po' ridicolmente, si divertono a catalogare il genere (ma in fondo non fanno male a nessuno e quindi lo facciano, anzi potrebbe persino aiutare l'analisi del testo) - ce n'è a vagonate.
    Qualche nome? - i primi tra che mi vengano in mente, perché sono gli ultimi che ho letto - Henning Mankell, Ellis Peters (che, prima di Eco, ideò un frate detective). Marco Malvaldi, Elizabeth George, Ben Pastor (in cui il detective è un ufficiale della Wehrmacht, ispirato alla figura di Von Stauffenberg), Danila Comastri Montanari (e il suo Publio Aurelio Stazio, senatore detective dei tempi dell'imperatore Claudio), il giovane autore milanese contemporaneo (classe 1981) Giorgio Fontana... eccetera ecceterorum.
    Ci sono eccome (poi uno li può trovare anche noiosi, ma è un altro discorso che non è il caso di affrontare qui). Basta cercarli e non è neanche difficile.
    Solo che è più facile "ah i miei tempi andati" e rifiutarsi di leggere il presente.

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    1. Nella premessa si parlava di mancanza di "cadavere", mi sembrava chiaro a che genere di delitto ci si riferisse.
      Poi ci andrei un po' con calma a definire sciocca la domanda, a tale proposito sono in atto dibattiti condotti da persone molto più qualificate di me. Te ne faccio un esempio, lo dico per la platea, tu sei al di sopra di queste quisquilie. Può esistere un giallo senza delitto? http://www.qui-libri.it/puo-esistere-un-giallo-senza-delitto-s-bedini/
      Inoltre non capisco a chi rivolgi l'invito di farsi un giretto nelle librerie prima di aprire bocca, dal momento che tutto ciò che appare qui dentro senza firma è di mia competenza. Se mi vuoi dare dell’incompetente, fallo tranquillamente, io posso anche essermi sbagliato, però parliamone pure, ma non con questo tono, non mi sembra il caso di scaldarsi tanto.
      In secondo luogo ti sei speso completamente sulla premessa senza degnare il racconto di una sola considerazione. Come mai tanto fervore?

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  2. Be', no, un momento. Se mi parli di giallo senza cadavere è un discorso, ma se mi parli di giallo senza delitto è un altro.
    La domanda della premessa che ho aspramente criticato (e che critico) è ed era testualmente, " se sia possibile o meno scrivere un giallo senza delitto ".
    Come direbbe Max Catalano, tutti gli omicidi sono delitti, ma non tutti i delitti sono omicidi.
    Se mi dici che il giallo non richiede necessariamente un cadavere sono quindi d'accordo (ma mi pareva di averlo detto) . Se mi dici che il giallo non richiede un delitto, be' allora dissento.
    Sappiamo tutti, ma proprio tutti, che ci sono molti, moltissimi delitti non di sangue (e a maggiore ragione senza cadaveri). Come è possibile attribuire credito a un'opinione che di delitti vuol parlare e ignora (o vuole ignorare) questa basilare nozione? è come se volessi parlare di medicina e confondessi virus e batteri.
    Ho letto l'articolo e ho trovato quest'altra scoperta "come è possibile distinguere un giallo da un romanzo".
    Ergo l'autore dell'articolo pensa che un giallo non sia un romanzo.
    E non basta
    Leggiamo "il fattore intorno al quale si costruisce la trama di un giallo è il “segreto”.
    Ma se la premessa è giusta allora perchè distinguere tra segreto e segreto, tra casi in cui il segreto è l'identità dell'assassino e gli altri casi?
    Se il segreto è l'identità dell'assassino abbiamo un giallo, quindi un non romanzo, altrimenti un romanzo?
    E ancora, per la proprietà transitiva: se un giallo si connota perchè ruota attorno a un segreto e un giallo non è un romanzo, allora tutti i libri che ruotano attorno a un segreto non sono romanzi.
    Insomma, quell'articolo è pieno di confusioni e contraddizioni tecniche, terminologiche e logiche che non posso accettare da chi si dica critico letterario.

    E veniamo al secondo aspetto.

    Non è affatto vero - ripeto - non è affatto vero - che i gialli moderni siano tutti un florilegio di stragi assortite. Di gialli assai poco truculenti ce n'è a bizzeffe. Ho fatto un elenco parziale, sta lì.
    Questo nell'articolo che ho letto non è affermato, a onor del vero. Forse c'è dopo, non lo so.
    In ogni caso l'affermazione è falsa.
    Quindi chi la fa propria (poi vengo al terzo aspetto, il "chi") o non si è adeguatamente documentato oppure si è documentato (ed è peggio).

    Segue

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  3. Terzo aspetto. Punto primo, critico l'opinione. Punto secondo, quando dico "non so", dico "non so". Non sto alludendo. Non so cioè se sia una tua opinione oppure della Bedini (immagino nel prosieguo dell'articolo). Non avrei problemi a dirti "hai torto", come tu non avresti problemi a dirlo a me.
    Detto questo, ritengo che gli autori che ho elencato dimostrino la falsità dell'affermazione circa la truculenza del giallo contemporaneo e sono pronto ad ascoltare smentite e prove contrarie.

    Quarto aspetto. La stessa affermazione di cui sopra può essere così intesa: ammesso e non concesso che ci siano gialli non sanguinolenti, non si leggono oggi scrittori così puliti, lindi scorrevoli, come Olivieri.
    Mah, anche qui, sebbene il discorso sia più sfumato e soggettivo, avrei da opinare. Sarebbe però come attraversare la "palude letteraria" di qualche post fa, ma nel senso opposto.
    Con questa premessa, dico che, a mio parere anche oggi abbiamo autori molto classicheggianti (penso che tutti, in Olivieri, sentiamo l'eco di Simenon) in campo "giallo", ma non mi dilungo ora per non diventare noioso. Per la stessa ragione (E anche perchè, devo dire, mi interessa meno), non affronto il tema web.

    Venendo al testo, come è giusto, penso che Oliveri ricordi molto "Simenon". Il commissario ambrosiano mi pare ricordi molto il "metodo Maigret" consistente nell'immergersi nell'ambiente e nelle persone.
    Il racconto che sta sopra è composto quasi interamente di dialogo, ma osserverei anche come tutto sembra fuorchè un interrogatorio. C'è quasi una maieutica, un lasciare che sia la donna, raccontando, a fornire tutti gli elementi per la soluzione. Soluzione che passa (con metodo molto anti - holmesiano e anti - christiano, direi) attraverso le persone e i loro rapporti, più che attraverso i fatti scientificamente intesi. Questo perchè a commettere delitti (sottolineo "delitti", no omicidi) sono le persone. E oltretutto, se se parla di delitti veri, spesso i delitti maturano nell'ambiente familiare.
    Lo scioglimento della vicenda è tutto nelle fasi finali, narrate, non dialogate.
    Infine, noto come la storia sia breve. Come se, dopo Simenon, l'unico modo di narrare alla Simenon sia "distillare" l'autore francese, cogliendone gli elementi tipici ed essenziali.

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  4. Questo racconto, inserito nella sezione “thriller” de’ “Racconti Italiani del Novecento” Einaudi scuola, mantiene la suspense costruendo la trama intorno al “segreto”. Manca pertanto il cadavere e se sia possibile o meno scrivere un giallo senza delitto è ancora oggi argomento di dibattito, ma a qualunque sottogenere si voglia accreditare il pezzo, resta il fatto che storie scritte in modo semplice e pulito come questa, nel web, se ne leggono ahimè, sempre meno.
    Quando dicevo "senza delitto" era chiaro che intendessi senza cadavere. Per favore...

    Non pensavo che questo commentino potesse suscitare un tale dibattito.
    Io poi non mi sono mai spacciato per un critico letterario, esprimo delle opinioni da semplice lettore. Non ho mai affermato che i gialli di oggi siano tutti truculenti e violenti, ci sono però delle tendenze in questo senso, ciò non vuol, dire che dobbiamo tutti tornare a scrivere come Simenon ( anche se non sarebbe male).
    Ho capito cosa intendi e mi basta.
    IO tuttavia resto della mia opinione:
    "...storie scritte in modo semplice e pulito come questa, nel web, se ne leggono ahimè, sempre meno."
    E ribadisco nel WEB, che beninteso non rappresenta tutto il panorama letterario.

    Su tutto il resto poso essere anche d'accordo :-)

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  5. eheh.. ma sai perchè, secondo me? (e qui mi tocca far il Sid della situazione) perchè prevale la voglia di fare della narrativa "infuturata" cioè si adotta il principio, che si spaccia per nuovo, ma è vecchio e ricorrente, secondo il quale "è del poeta il fin la maraviglia" e lo si applica alla narrativa - non mancando di precisare che il "come" è più importante del "cosa" si racconta (e anche qui non sono d'accordo: ci vuole equilibrio, secondo me, ma per il momento tralascio).
    E' un criterio compositivo tipico delle epoche decadenti (ellenismo, barocco, decadentismo ecc).
    Io non faccio follie per questo criterio, però esiste.
    Domanda: in che misura il mezzo (web) condiziona il modo di scrivere?

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  6. in che misura il mezzo (web) condiziona il modo di scrivere?

    Ecco questa sì che è una domanda alla quale vale sempre la pena di cercare di dare una risposta. Giusto ieri sera ne parlavo con un amico, il quale mi aveva rivolto proprio questa domanda. Ma tu perchè scrivi? O meglio, scrivi per compiacere il pubblico oppure non ti fai condizionare e scrivi soltanto come e cosa ti piace. Sai, non è mai facile dare una risposta completamente sincera. L'ambizione è sempre quella di farsi leggere... Non voglio anticipare la mia risposta.
    Bè, perchè non la sviluppi e ci fai un articolo, io partecipo volentieri alla discussione, l'argomento è sempre attuale.

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  7. il post it di giugno, con discussione gradita, sarà basato sul seguente aforisma: "chi scrive solo per sè, tradisce il pubblico, chi scrive solo per il pubblico, tradisce se stesso".
    Per la cronaca, l'aforisma l'ho sentito citare in una serie TV: Criminal Minds. Non ricordo però chi ne sia l'autore.

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