giovedì 10 luglio 2014

Fine Stagione - Rubrus - Racconto

Ray Roberts guardò il tascabile: un mostro umanoide, dalla pelle verde e squamosa e dalla testa vagamente rettiliana, irta di corna, lo fissava minaccioso dalla copertina. Sullo sfondo, le rovine di una città avveniristica sotto un cielo rossastro, striato dal fumo degli incendi. L'illustrazione era iscritta in un cerchio, ma una zampa della creatura usciva dalla circonferenza in un'illusione di movimento.
Roberts piegò il libro a cilindro e fece scorrere le pagine ascoltando il fruscio rapido della carta.


Chissà quanto sarebbe durato. Il retro era macchiato e giallastro, con tracce di bruciature e di umidità; molte pagine, scollate, sporgevano ribelli, come ansiose di volare altrove.
I primi a svanire erano stati gli scritti sul web e sui computer, cancellati dallo spegnimento della rete e dal rapido, inarrestabile smagnetizzarsi dei server e dei dischi fissi, poi era toccato a quelli su nastro e pellicola. La carta sarebbe durata di più anche se, ovviamente, le pergamene sarebbero sopravvissute per un bel pezzo ai paperback. Le ultime a morire sarebbero state le iscrizioni su pietra. 
«Cosa ne pensi, Lil, i primi scritti dell'umanità saranno gli ultimi a scomparire?».
La figura femminile seduta sulla sdraio accanto a lui rispose con un dolce, metallico, «Sì, caro».
Roberts si voltò verso di lei. Si stava guastando più rapidamente del previsto. La sabbia si infilava nelle fessure, nei circuiti, negli ingranaggi. Se avesse avuto dei ricambi a disposizione sarebbe stato diverso. 
«Credi che dovrei accendere l'insegna, collaudare la giostra, lucidare la cucina, dare una sistemata agli ombrelloni e tutto il resto, vero? Beh, forse hai ragione. Forse quest'anno i turisti arriveranno. Certo, l'anno scorso non sono venuti, e neanche quello prima e neppure quello prima ancora, da che mi ricordo, però forse quest'anno verranno, vero?».
«Sì caro». Di nuovo quello sfrigolio elettrico. Un'onda più alta delle altre si abbatté sul bagnasciuga e una folata sollevò un mulinello di sabbia coprendo i piedi di Lil. Uno era quasi sommerso, come per delle sabbiature.
L'ultimo modello di androide empatico. Eve – 2047 era il nome esatto, anche se Roberts aveva deciso di chiamarla “Lil”. Non ce n'erano molti, da quelle parti, e la gente avrebbe fatto la fila per vederlo. I primi anni era andata così, effettivamente.
«Può darsi che vengano a fine stagione, però. Sai, i prezzi».
«Sì, caro».
Era in modalità “assenso perenne”, l'opzione di  funzionamento meno dispendiosa in termini energetici; il sistema centrale l'aveva attivata in automatico, prima di andare esso stesso in standby, in attesa di una manutenzione che non sarebbe stata eseguita mai più.
Un tempo non era così. Lil poteva contare su 27 espressioni facciali diverse che si attivavano a seconda dell'inflessione di voce dell'interlocutore. Adesso era regredita ad uno stadio più primitivo, come quelle vecchie bambole che, se si premeva un bottone sulla schiena o si tirava una cordicella, pronunciavano frasi preregistrate. 
Roberts le batté una mano sul ginocchio, incurante del fatto che il sistema di termoregolazione era andato in corto e la plastica che la rivestiva era a temperatura ambiente. Cercò di ricordare l'esatta sensazione che dava toccare un vero corpo umano (a parte il proprio) ma non ci riuscì del tutto.
Esisteva anche il modello “Ninfomane insaziabile”, naturalmente, ma lui non l'aveva voluto. Non era solo una questione morale. Il fatto era che, secondo lui, qualunque cosa avesse a che fare anche lontanamente con la riproduzione e la perpetuazione della specie sarebbe stata ignorata. Diamine, anche solo pensarci sarebbe stato doloroso.
Ascoltò lo stridere dei gabbiani e il suono della risacca. Chiuse gli occhi e, per un istante, si convinse che, se il suo udito si fosse fatto anche solo un po' più fine, o il silenzio più profondo, avrebbe potuto udire i suoni prodotti dai pesci sotto la superficie scintillante del mare. 
Rimase così a lungo, godendosi il calore sulla pelle e il sapore salmastro sulle labbra, poi guardò ancora il libro che teneva in mano.
«Alieni, meteoriti, catastrofi planetarie, epidemie... non ha indovinato nessuno, vero?».
Lil non ripose e Roberts ripeté la domanda a voce più alta. Stavolta il “sì caro” venne pronunciato in un modo che, per quanto dolce, difficilmente avrebbe potuto essere detto umano.
Era stato il campo magnetico artificiale. L'immensa quantità di onde in cui l'umanità si era volontariamente immersa negli ultimi duecento anni. Radio, Tv, macchine. E, ovviamente, cellulari, reti wireless.
«Ho letto che l'ultimo bambino è nato in Cina nel 2039. Ora dovrebbe avere sessant'anni... se è ancora vivo». Si voltò verso Lil. «Non è così?».
«Sì, caro».
No, niente di umano, decisamente. L'umanità apparteneva al passato.
«Sterilità di massa, prodotta da una mutazione genetica generata dall'abnorme campo elettromagnetico artificiale» proseguì a bassa voce. «Non credo che l'ultimo bambino al mondo sia stato un cinese. Magari qualche indio dell'Amazzonia, o qualche beduino. Da quelle parti il campo doveva essere meno intenso». Non aveva formulato la frase in modo interrogativo e Lil non rispose.
Il mare continuava a mormorare, il vento a soffiare e i gabbiani a stridere e neanche quella era una risposta. O, se lo era, lui non sapeva comprenderla.
La mutazione genetica sembrava contraddire tutte le leggi dell'evoluzione. I geni erano programmati per riprodursi all'infinito e le mutazioni inutili a questo scopo venivano eliminate ma...
«Ma questa si è dimostrata dominante. Se uno dei genitori era sterile, allora anche il figlio lo era. Nessuna forma di fecondazione artificiale è servita a niente. I bambini concepiti in provetta nascevano sterili. Anche la clonazione è stata inutile: tutti i cloni perdevano la capacità riproduttiva prima di raggiungere la maturità sessuale. È stato come se madre natura avesse attivato un meccanismo di autodistruzione. Alla fine abbiamo lasciato perdere. Oh beh, gli ultimi anni non sono stati poi così male, vero?»
Quando Lil rispose, il “sì caro” apparve faticoso, quasi un rantolo, tuttavia, anche se l'androide stava morendo, dalla sua espressione nulla traspariva.
Gli ultimi anni, gli anni delle Ultime Generazioni, come le chiamavano, erano stati una specie di enorme, colossale vacanza. Un'universale gita di pensionati decisi a spassarsela finché la salute lo permetteva.
Era stato senz'altro meglio così. Alla fine l'umanità aveva smentito i profeti di sventura, i quali asserivano che gli ultimi anni sarebbero stati impiegati per regolare vecchi conti a suon di bombe nucleari.
Certo, qualche guerricciola c'era stata, ma, nel complesso, gli uomini avevano deciso che non era il caso di prendersela. E poi la guerra era roba per gente giovane, con la prospettiva di lasciare una discendenza.
Per questo Roberts aveva comprato i bagni e la spiaggia.
Negli ultimi vent'anni, torme di gitanti erano venuti a trovarlo ogni estate a godersi i suoi innocui, infantili divertimenti. Nuotavano senza allontanarsi dalla costa, salivano sui pattini e sulle giostre, passeggiavano sul lungomare mangiando il gelato. Lil, in quei giorni, era la star della spiaggia, con le sue 27 espressioni facciali diverse: i turisti facevano la fila per vederla. Solo un paio ci aveva provato con lei ed era un numero straordinariamente basso se si considerava quanto importante si pensava che fosse l'istinto di perpetuare la specie e quanto quell'istinto fosse frustrato. Tutti gli altri si accontentavano di parlarle, prorompendo in puerili esclamazioni di gioia alle sue risposte. I più felici erano quelli con qualche forma di demenza senile e, specie negli ultimi tempi, erano parecchi. Roberts aveva tirato su un bel po' di quattrini, anche se poi aveva smesso perché non aveva più senso accumulare denaro. Tutto quello che desiderava era starsene in pace con un libro sulla spiaggia a godersi il sole senza troppi pensieri per il domani, soprattutto perché non c'erano più molti domani cui pensare. 
Negli ultimi tempi i turisti erano diventati sempre di meno, e sempre più vecchi. Non davano molti grattacapi. Negli ultimi tre anni non s'era visto nessuno... o erano quattro?
«Ma magari quest'anno verranno a fine stagione, quando i prezzi sono più bassi» disse ad alta voce senza curarsi se Lil aveva risposto o no.
Sfogliò di nuovo il libro. Era un romanzo di fantascienza e parlava di una duplice invasione dallo spazio. Gli extraterrestri si contendevano il pianeta e gli umani si alleavano ora all'una ora all'altra delle razze aliene, cercando di sopravvivere. Non era male, ma era soprattutto il racconto breve che stava in fondo – evidentemente l'editore aveva deciso che il libro doveva avere un certo numero di pagine – ad essere... profetico.
Roberts storse la bocca in una smorfia amara. La fine del mondo... non esageriamo. Era solo la fine dell'umanità e non era neanche spettacolare. 
Aguzzò la vista, osservando il mare che ondeggiava indifferente nella luce intensa del tardo pomeriggio. A un certo punto gli parve di vedere qualcosa saltare in superficie e subito tuffarsi, forse un delfino: erano più numerosi, ultimamente. La mutazione colpiva solo gli esseri umani e, in misura minore, gli scimpanzé bonobo, ma quelli sarebbero sopravvissuti.
«Eh sì, pare che il mondo andrà avanti senza di noi, non credi, Lil?»
«Sì... ca... ro».
Si stava guastando, sì. O forse stava solo invecchiando. Come tutto il resto, d'altronde.
Non c'erano più pezzi di ricambio. Per trovarli si doveva andare in città, ma i collegamenti erano cessati da un pezzo e lui non aveva mezzi di trasporto. Quanto al paese vicino... c'era andato l'inverno precedente e l'aveva trovato deserto. Era un posto per turisti e case, ristoranti ed alberghi erano chiusi, le imposte decentemente serrate in attesa di un'estate che non avrebbero mai visto. Aveva gironzolato qua e là ed era entrato in una libreria. Le tempeste invernali avevano abbattuto un albero che, cadendo, aveva sfondato la vetrata, lasciando penetrare il vento e la pioggia. Roberts aveva scavalcato il basso muretto, stando bene attento a evitare i cocci, e aveva preso qualche volume, tra cui quello che reggeva. Curiosamente, era rimasto sorpreso e deluso dal non trovare le novità della stagione e forse quella la ragione per cui non aveva più messo piede in paese. Sarebbe stato troppo... definitivo.
«Ma io credo che quest'anno i turisti torneranno. Ne sono sicuro. Tu no, Lil? ».
«…s...ì... c..a..r...o».
Afferrò il libro e andò alle ultime righe.
Era stato uno scrittore un tempo, per questo continuava a leggerle e rileggerle. Gli sembrava che celassero un significato profondo, un messaggio apposta per lui. Era stagione morta, e tutto chiudeva.
Era qualcosa che doveva capire? Qualcosa che doveva scrivere? E per chi?
Ma no... non poteva toccare a lui dire le ultime parole, quelle che davano senso a tutto quanto. Ci doveva per forza essere qualcun altro da qualche parte e sarebbe stato compito suo. Ray Roberts doveva solo accendere l'insegna, collaudare la giostra, lucidare la cucina, dare una sistemata agli ombrelloni e tutto il resto.
Perché, quest'anno, i turisti sarebbero arrivati.
«Sì, verranno. Vero, Lil? ».
La figura femminile non rispose. Le onde si frangevano sulla battigia, la brezza soffiava sollevando un po' di sabbia, i pesci nuotavano e i gabbiani stridevano.
«Sì Lil, lo credo anche io. Posso prendermela comoda. I turisti arriveranno a fine stagione, quando i prezzi sono più bassi».
Ray Roberts chiuse gli occhi, godendosi il calore, il silenzio e l'aria salmastra.
Il libro gli scivolò dalle dita e cadde nella sabbia, il vento che girava e rigirava le pagine.

13 commenti:

  1. NDA: le parole che il protagonista legge sono l'ultima riga di un breve e bellissimo racconto di Robert Sheckley, dal titolo, appunto, “Stagione Morta”. Lessi il racconto più di venticinque anni fa su un malconcio “Urania” - gli appassionati non avranno faticato a riconoscere la veste grafica della copertina. Come descritto nel mio racconto, “Stagione morta” era in appendice al libro che, in realtà, era costituito da un romanzo più lungo. Dopo tanto tempo, non ricordo di cosa parlasse il romanzo (anche se sono certo di aver letto un “Urania” in cui il romanzo principale aveva esattamente la trama che accenno qui sopra), né ricordo quale fosse la copertina (quella che utilizzo qui è inventata, anche se nella mia testa è proprio come quelle disegnate da Karel Thole) ma il racconto lo rammento benissimo. Dopo molto tempo e molti smantellamenti e traslochi quel libro è andato perduto, ma non nella mia mente. Che mi crediate o no, per anni ho cercato di scrivere un racconto che ne riproducesse l'atmosfera. Spero di esserci riuscito, almeno un po', benché sia certo che Sheckley sia stato infinitamente più bravo ed originale di me.
    “Stagione morta” è il titolo anche di un altro racconto, parimenti fascinoso, di Ray Bradbury e, nel mio brano, c’è un po’ anche di quello del buon Ray. Essendo incluso nella nota raccolta “Cronache Marziane”, il testo di Bradbury è di più facile reperibilità (anche se nella mia mente e nel mio cuore soffre del non trascurabile handicap di essere stato letto per secondo). Ovviamente non potevo mettermi in lizza anche io e scrivere un terzo racconto con lo stesso titolo. Sarebbe stato troppo e non posso certo permettermi di competere con gli altri autori. Una curiosità: “Cronache Marziane” è stato composto tra il 1946 ed il 1950, ma la “Stagione Morta” di Bradbury si svolge nel novembre del 2005. Come dire “c'era una volta il futuro”.

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  2. Serenella Tozzi10 luglio 2014 23:09

    Interessanti i tuoi riferimenti alle edizioni Urania e ai due racconti proposti in date diverse. Se avessi letto per primo "Cronache Marziane" la tua preferenza sarebbe stata la stessa?

    In quanto al tuo racconto godibilissimo, mi hai trascinata accanto a Roberts e Lil con le tue descrizioni. La visione mi sembra quella tipica degli anni cinquanta, ma certo il nostro presente non si presta ad interpretazioni ottimistiche future e la visione angosciante mi sembra un'estrapolazione con proiezioni profetiche pertinenti.
    D'altronde l'ho sempre detto io: "Attenti che la natura è una madre matrigna pronta, quanto prima, a darci una bella sberla".


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  3. Bella domanda. In realtà sono racconti abbastanza diversi, seppure "crepuscolari" tutti e due. Comunque, più che una preferenza è un attaccamento emotivo. La SF di un tempo è quella che preferisco. Dal cyberpunk in poi l'ho persa per strada.

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    1. Serenella Tozzi12 luglio 2014 14:01

      Vorrei aggiungere che le paure del periodo immediatamente post bellico erano legate a fattori umani come la guerra fredda (con una possibile ed esiziale conclusione nucleare) e il timore dello spazio, ancora ignoto, da cui si temevano invasioni di alieni ostili. Tra la fine degli anni quaranta e l'inizio dei sessanta il cinema e la letteratura sono stati invasi da storie basate su queste possibilità, come ben sai.
      Tuttavia, mi pare che attualmente la visione del futuro possa essere più ottimista, salvo che per lo sviluppo ecologico, compromesso da inquinamento, riscaldamento e, soprattutto, da un'inarrestabile ed abnorme aumento demografico; fattori, però, che sono nelle nostre mani.

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    2. No, non credo che oggi la visione del futuro sia più ottimista (ma ne ho parlato altrove e non sto a ripetermi) e neppure che possa esserlo. Le storie di invasione aliena, spesso, erano anche la sublimazione della paura dell'invasione / minaccia russa. Un esempio evidente è il film "la cosa" (di C. Niby, ma molto più probabilmente di H. Hawks, ben riproposto ed adattato, negli anni '80, da Carpenter), ma anche "L'invasione degli ultracorpi" anche questo riproposto negli anni seguenti adattato alle paure del periodo.

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  4. Buona l’atmosfera. Umanità che attende rassegnata e composta the last day. Manco la soddisfazione di una fine spettacolare, proprio una fine ingloriosa, Lo straniamento arriva efficace anche attraverso la laconica Lil che si spegne lentamente. Riuscita bene questa figura.

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  5. Non mi ricordo più come entrare, non importa.
    Ho letto un racconto, chiamala se vuoi archeologia, che lascia il segno. Mi hai fatto ritornare alle letture anni cinquanta, quando rubavo gli Urania a mio fratello, saranno stati malinconici, ma io li sentivo possibilisti, in fondo non dirmi che non ritrovi qualcosa nel King della Torre Nera.
    Elisa

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    1. SF Archeologica mi sta benissimo - era un po' l'atmosfera che volevo riprodurre - e, non ci crederai, ma la serie della Torre Nera è uno dei King che non ho letto - troppa fantasy per i miei gusti. Ho letto però l'introduzione alla saga. Molto interessante.

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  6. Quando leggo ( raramente... ) racconti di fantascienza come questo, resto sempre basito.
    Pensando all'immaginazione senza confini dell'uomo, che lo rende senz'altro qualcosa di speciale nell'universo.
    In fin dei conti il predire il futuro tecnologico ci lascia increduli dapprima, e poi convinti che il tutto avverrà.
    Una specie di pensiero laterale che consente di svincolarsi dalla logica e dalla ragione per approdare a possibili mondi del futuro, perchè no.
    Rubrus come Asimov?
    Mah, il < Potere > dovrebbe coltivare queste intelligenze che sono non solo fantasia ma sfida nel tempo al progresso dell'umanità.
    Ammirevol/mente, Siddharta.

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  7. Lusingatissimo. Molti scrittori di FS (Asimov e AC Clarcke, per esempio) erano anche scienziati e non di poco conto. Checchè se ne possa pensare, la SF "doc" richiede un certo rigore scientifico. Una delle ragioni per cui in Italia non si è sviluppata è proprio il nostro disprezzo per la cultura scientifica.

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    1. Mi hai tolto le parole di bocca.
      Croce e Gentile erano due pazzi umanisti, il secondo asservito al regime del tempo.
      Ne stiamo ancora pagando le conseguenze.
      Sid

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  8. Era stagione morta, e tutto chiudeva.

    Questa frase per me raccoglie in sè il clima crepuscolare del racconto. Preciso e di una malinconia dell'ineluttabile senza sbavature.
    Bravo Rub

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  9. Il racconto è nato da quella frase e ci è cresciuto intorno e, che ci crediate o no, erano anni che volevo scriverlo. Non dico che non possa essere scritto meglio. Solo che, a me, piace così.

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