mercoledì 9 luglio 2014

SIDDHARTA (38) - Pensieri cinici quotidiani


A) – Pronome personale.
Spesso noi crediamo di essere unici ed irripetibili.
Donde l’uso smodato del pronome personale Io, col quale intendiamo posizionarci al centro del mondo e dell’universo.
In realtà non siamo altro che la fusione genetica dei DNA genitoriali.
Quindi niente di originario ed esclusivo, ma semplice ripetizione generazionale di un pregresso.
Riandando così alla notte dei tempi, solo prodotto di un unico ceppo primordiale.

B) – La beatitudine.
Altre volte ho avuto occasione di ribadire la mia posizione agnostica in tema di soprannaturale.
Dopo l’indigestione di una certa parte religiosa minacciosa e codina che per decenni aveva pesantemente condizionato il mio samsara ( vita terrena ) con minacce di dolore, sofferenza e punizioni, ecco, dicevo, ho buttato a mare tutto l’armamentario soprannaturale e di colpo sono entrato in un mondo interiore di tranquillità e beatitudine ( nirvana ).
Ma non per pochi istanti meditativi alla volta, bensì per tutto il resto della vita concessami da allora.
Sì, io sono convinto che sia del tutto inutile preoccuparsi in terra di un dio e della sua corte che dopo averci creato ci ha abbandonato ad un destino di nascita-vita-morte da perfetto padre disamorato e snaturato.
Già Epicuro col suo tetrafarmaco aveva invitato a non preoccuparsi degli dei, in tutto affaccendati nella loro egoistica beatitudine.
Seguiamo allora la via dell’imperturbabilità mediante la progressiva rinuncia ai desideri che ci schiavizzano psicologicamente e materialmente.
Dando così ragione anche al sommo frigio Epitteto.
La mia quarta età è il periodo d’oro per queste cose, quando più chiara e serena si fa la visione e l’attesa del nulla, del nostro sciogliere nell’infinito.
Comunque per chi non la pensasse come me, segnalo il film francese ( 2013 ) < L’amore inatteso > di Anne Giafferi, tratto dal romanzo best seller   < Catholique anonyme > di Thierry Bizot.
Un avvocato non credente che s’avvicina per caso alla religione cattolica, un amore quindi non per una donna ma per il Signore.

C) – Matematica umanistica.
Molti sono portati a pensare che la matematica sia un linguaggio di soli numeri.
Niente di più sbagliato.
Anzi il simbolismo letterale è di molto più usato, con speciale predilezione per l’alfabeto greco.
In altre parole la matematica parla soprattutto in modo letterario!
Tant’è che v’è chi ritiene che gli studi matematici debbano rientrare tra le discipline umanistiche.
Con grande gioia di Benedetto Croce, qualora ancora vivesse, per il quale ( 1908 ) << Gli uomini di scienza ( e quindi i matematici, n.d.r. ) sono l’incarnazione della barbarie mentale… >>.

SIDDHARTA
12.7.2014

           



A - L’imbianchino.
L’ebreo Gesù, nato dall’ebrea Maria ingravidata dal dio ebreo Jahvè, il vecchio padre putativo Giuseppe ebreo pure lui: una bella famiglia...
Non c’è che dire, il cristianesimo semita alla conquista del mondo religioso assieme all’Islàm, anch’esso semitico.
Taluno ha detto che se l’imbianchino viennese si fosse alleato con la diaspora ebrea padrona delle leve economiche mondiali, anziché combatterla, avrebbe finito di certo per fondare l’impero nazista del secondo millennio…

B) – Il Faraone.

L’ebreo Sigmund Freud, padre della psicanalisi, nell’ultima  sua opera  < L’uomo Mosè e la religione monoteista > ( 1937-39 ) sostiene che Mosè non fosse ebreo, ma un principe/sacerdote egizio fuggito coi Leviti alla morte del Faraone monoteista Akhenaton  ( 1333 a.C. ) per salvarsi la ghirba dalla casta inferocita dei sacerdoti politeisti irriducibili, che l’aspettavano al varco...

C) – Litigiosità.
 Secondo la Bibbia, Abele e Caino in rivolta col Padreterno litigarono a morte tra loro.
Cristianesimo e Islàm, anch’essi in discordia insanabile tra di loro e col padre Jahvè.
Cosa mai aspettarsi da tali vicende?
In tutto questo ci vedo l’intera miseria umana, che non contenta di ingannarci s’inventa mille lacci per aggravare le nostre sofferenze terrene.

SIDDHARTA
10.7.2014          


A) – Il bilancio preventivo.
Il bilancio annuale dell’Ente riportava puntualmente la posta di un lascito testamentario di un certo ammontare.
Incuriosito, chiesi alla Ragioneria il perché di quel cespite.
Tutti caddero dalle nuvole: dai tempi biblici l’entrata veniva ripetuta senza che se ne sapesse il perché.
Nol credereste, ma sudai le proverbiali sette camicie per farlo cassare: potenza della burocrazia ottusa…

B) – Autopubblicazione.

L’era digitale è la rivoluzione globale dell’era postmoderna.
Oggi sta suonando la marcia funebre per il cartaceo librario, l’editore, il distributore ed il libraio vecchia maniera.
Il filone commerciale apre ormai all’autopubblicazione in rete, che negli U.S.A. è cresciuta del 60% nel 2013.
Pari a decine di migliaia di libri ed autori.
La domanda è: col tempo ci saranno abbastanza lettori per tutta questa valanga di testi digitali?

C) – I bambini e le donne.
Secondo una certa teoria filosofico-antropologica, i maschietti fin da neonati hanno come riferimento principale la loro mamma.
Una volta cresciuti, pretendono che la compagna di vita o occasionale incarni il ricordo materno.
Il che per lo più è impossibile.
Di qui l’incapacità del maschio adulto a comprendere poi le donne.
Ma forse questa posizione pseudoscientifica potrebbe  lasciare il  tempo che trova, perché l’incomprensione resta ( e forse ancor più profonda ) anche quando non vi sia mai stata una figura materna di riferimento.

SIDDHARTA

8.7.2014


A) – Il mito della caverna.

 E’ quello famoso che Platone racconta nel libro 7° della Repubblica.
Gli uomini sono incatenati nel fondo di una caverna buia, e vedono solo ombre proiettate dal fuoco alle spalle sulla parete davanti a loro, e pensano che quella sia la realtà.
Poi uno si libera, esce e scopre la luce del sole e il vasto mondo.
Ancor oggi noi tutti siamo in fondo ad una caverna, incatenati alla nostra ignoranza, ai pregiudizi, perché i nostri deboli sensi ci mostrano solo ombre.
Ad esempio diamo fiducia elettorale senza sapere dei tanti delinquenti ivi mimetizzati.
Noi stessi picchiati di letteratura, in web ci facciamo reciprocamente un’immagine fittizia sulla persona, certamente non rispondente alla realtà…

B) – Per chi non lo sapesse.

Assiri, babilonesi, fenici, greci e romani scrivevano su terracotta, papiro o pergamena.
Poi nel 100 d.C. i cinesi inventarono la carta, che passò in Corea, Giappone e attraverso la via della seta in Arabia, Spagna, invadendo l’Europa.
Nel 1100 in Sicilia, in Italia nel 1235, in Francia nel 1348, in Inghilterra nel 1494, in Russia nel 1576.
La carta è fatta di fibre di cellulosa macerata che asciugandosi aderiscono strettamente le une alle altre, compattandosi < miracolosamente >, mantenendo la porosità.
La cosa stupefacente è che le fibre di cellulosa sono le uniche in natura che autoaderiscono ( così almeno dicono gli espertoni… ).

C) – Follia.
L’immaginazione poetica è una presenza folle del nostro intelletto.

SIDDHARTA

5.7.2014

21 commenti:

  1. Cose che differenza l’uomo dà gli ANIMALI.

    Da persona ignorante mi sono posto spesso questà domanda e questa è la risposta che mi è venuta
    Il Regno ANIMALE si differenza dal nostro mondo perché privo d’ipocrisia egoismo e sete di onnipotenza.

    Nel MONDO degli UMANI chi comanda sottomette il POPOLO.

    Questo nel regno ANIMALE non succede è il capo branco che si espone ha difesa del suo branco.

    Se prendessimo esempio dalla NATURA il MONDO Sarebbe migliore.

    Se chi comanda dovesse battersi personalmente per il POPOLO
    come per incanto scoppierebbe la PACE nel MONDO.( VITTORIO .A)

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  2. Caverna] Amicus Plato sed magis amica veritas. La differenza tra Platone e gran parte del pensiero moderno è che Platone riteneva che vi fosse da qualche parte (iperuranio et similia) una sede della verità, raggiungibile, oltre che con la ragione e insieme alla ragione, con la mistica. Oggi si dubita della esistenza o della conoscibilità o della praticabilità della verità (corrente di pensiero rappresentata, nel mondo greco antico, dagli scettici).
    Capibranco] nei mammiferi (ma on solo) è molto diffuso, da parte dei capibranco, l'infanticidio. Il capobranco uccide i figli del precedente capobranco onde potersi accoppiare con la femmina ed assicurare la sopravvivenza solo della propria discendenza. Il comportamento è ampiamente studiato e documentato, oltre che tra i leoni, tra le scimmie, in specie babbuini e scimpanzè, i nostri parenti più prossimi.

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  3. Autopubblicazione

    Oggi che autoprodursi un libro cartaceo o digitale che sia è diventato facilissimo, è quasi impossibile farsi leggere. Se ti impegni nella propaganda del tuo prodotto è probabile che tu riesca a piazzare qualche dozzina di copie, ma la gratificazione maggiore resta nel vedere il proprio nome sulla copertina.
    Il self publishing se praticato con accortezza, per soddisfazione personale e si riduce a poche copie da distribuire gratis tra gli amici invece può riservare soddisfazioni.
    In fondo perchè no? Costa pochissimo e fa contenti tutti, anche ai posteri. :-)

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  4. a] ci credo, ci credo,
    b] c'è una differenza notevole, per non dire abissale, tra pubblicazione ed autopubblicazione. Nella pubblicazione il fruitore è il pubblico e la merce è libro (carta o ebook poco conta, sotto questo profilo). Nell'autopubblicazione il fruitore è l'autore e la merce è l'autogratificazione dell'autore stesso.
    In sè e per sè, non c'è nulla di male nè nella prima, nè nella seconda attività. Io però, quando qualcuno mi dice "mi sono autopubblicato un libro" (magari rivolgendosi alla Editoria a Pagamento) rammento certe terrificanti serate a vedere le diapositive o i filmini delle vacanze...

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    1. A pagamento o meno la merce è merce e poi bisogna venderla.
      Quando hai scritto un libro hai fatto soltanto il 30% del lavoro, il 70% è assorbito dalla promozione. Insomma chi si sbatte per vendere, l'autore o la casa editrice?. Oggi tutte e due, puoi essere bravo a scrivere quanto vuoi, ma se non ti dai da fare la merce, data la grande quantità sul mercato, resta invenduta
      La differenza è tutta qui, chi si sbatte per vendere la maledetta copia?
      Se nessuno te la promuove la tua bella copertina, resta in vetrina per fare catalogo e non serve a una mazza. Hai solo la soddisfazione di dire non ho pagato nulla.
      In ogni caso io parlavo soltanto di pochissime copie cartacee da regalare senza spaccare i maroni a nessuno. In questo caso il self publishing è una bella comodità. Gli eBook è un discorso a parte perchè il mercato è piccolissimo e già inflazionato e ci sta pure chi te li commercializza gratis

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  5. Hai centrato il punto, caro padrone di casa. "chi si sbatte per vendere la maledetta copia" dovrebbe essere l'editore il cui mestiere è trovare un testo che possa essere gradito al pubblico. In base a questa convinzione, investe. Quello dovrebbe essere il suo rischio di impresa. Invece spesso il rischio di impresa viene traslato sull'autore che diventa una sorta di socio atipico e quasi sempre non remunerato dell'editore. Se poi l'editore è sufficientemente canagliesco, vende tutti i libri all'autore con la scusa del "se tu non credi in te stesso..." o altre banalità equipollenti. A questo punto l'editore si è fatto la sua giornata e il rischio è tutto dell'autore.
    Lungi da me il pensare all'autore come un tale che se ne sta nella sua torre d'avorio a scrivere il capolavoro. E' solo adesione al buon vecchio adagio "ofeleè fa el tò mesteè". L'editore faccia l'editore e l'autore scriva.
    Se il bene cercato dall'autore è la autogratificazione, ripeto, il discorso è diverso. Allora ti posso anche stampare l'edizione in filigrana, se ti fa piacere.
    Tutti ci possiamo autopubblicare, che male c'è? Però l'editoria è altro. Ed è la confusione tra i due piani - fatta ad arte, molto spesso, da personaggi senza scrupoli - che non mi soddisfa per niente. E, per inciso, il fenomeno non è certo legato all'editoria, ma si ritrova, tal quale, nel campo della pittura, della musica ecc.

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    1. E qui sta il punto sul quale da sempre insisto.
      Pubblicazione e gratuità dovrebbero essere le stelle polari di ogni Autore, di questi tempi.
      Quindi non ricerca dell'attenzione del prossimo per autogratificazione narcisistica e/o ritorno economico, ma per diffondere idee, sapere e cultura per la crescita intellettuale e morale della collettività.
      Un pò come stiamo facendo noi, nel nostro piccolo.
      Sid

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    2. All'inizio della mia avventura poetica, chiesi ad ad amico editore di pubblicarmi un libro di poesie...al che lui mi rispose: Le poesie, interessano ad un pubblico che va al massimo del 10%. A me interessa il rimanente pubblico del 90%. Per di più, il libro di poesie lo compra per la maggior parte un altro poeta, per il solo gusto di "confrontarsi". E fu così che dopo aver pubblicato a mie spese solo due libri da solo ed un altro con altri due miei amici poeti, ho smesso di farlo. Ora, li pubblico direttamente in Facebook gratuitamente per il piacere di chi li vuole leggere.

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    3. Don Pietro, un grande applauso a quel che dici.
      Sembriamo due fratelli siamesi letterariamente parlando.
      La cultura ed il sapere devono essere liberi, alla portata di tutti subito e al meglio, senza copyright ed altre diavolerie limitative o recinti di sorta.
      Il web ci dà questa eccezionale opportunità.
      Sid

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  6. io] in alcune lingue, come l'inglese, il pronome "io" si scrive con la maiuscola. In altre, come il tedesco (ma prima della riforma del '96), a volere la maiuscola era il "tu".

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  7. Serenella Tozzi15 luglio 2014 13:32

    Caro Sid, ti riporto il mio pensiero su queste tue ultime riflessioni, come già ho avuto modo di esporti su fb.

    Eppure, Sid, sul pronome personale, parafrasando mi fai pensare che:
    "Ognuno è solo sulla terra, trafitto da un raggio di sole... il proprio io".
    Io non sono nulla per il mondo intero, ma per me sono la persona più importante, naturalmente escludendo i casi patologici.
    In fondo deriviamo, si, da una ripetizione generazionale, ma siamo unici e irripetibili per il bagaglio di esperienze vissute che ci portano a quell'unicità: per questo siamo preziosi.
    In natura due cose uguali non esistono: l'eguaglianza, così come la costanza, l'uniformità, il tutto, il niente, il mai, il sempre, sono categorie del pensiero umano, ma in natura non c'è nulla di tutto ciò.

    In quanto ad essere agnostici, mi trovi d'accordo, si vive meglio.
    Ho sempre avuto una grande ammirazione sia per Epicuro sia per Lucrezio, che ce lo ha fatto conoscere (e che, secondo me, ha aggiunto molto del suo, in quanto di Epicuro non ci è "stato fatto giungere" gran ché).
    Il film "L'amore inatteso" non lo conosco e non posso dare un giudizio, vedrò di trovarlo.

    Per quanto riguarda la matematica umanistica non so che dirti; io ritengo la matematica uno strumento di rappresentazione e di indagine... che, come tutte le discipline, può avere risvolti filosofici.
    Soprattutto penso che la matematica serva a ricercare il quantum nei fenomeni, a misurare ciò che osserviamo.

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    1. Una cara Amica di Fb così mi scrive sullo stesso testo dei Pensieri:
      * Lisa Manelli: Primo punto: appunto perché siamo il combinarsi di geni materni e paterni con modificazioni dipendenti dall'ambiente e questo vale anche per i gemelli omozigoti noi siamo unici ed irripetibili. Talvolta mi vien anche da dire: meno male! Non c'è un essere uguale e identico ad un altro. Siamo simili. Noi ci distinguiamo da un animale-bestia perché siamo umani e così gli animali si distinguono fra loro. Ma ciò che fondamentalmente ci distingue dall'animale più evoluto è la coscienza di sé e il fatto che, tranne alcune scimmie antropomorfe siamo gli unici a riconoscere la nostra immagine allo specchio. Il Signore Dio ci ha creato, è chiaro non nel modo che la Bibbia riporta, nei famosi sette giorni ecc. ma non ci ha creato e abbandonato al nostro destino. Dio sa tutto è vero, noi siamo nel disegno divino ma, anche se la cosa può sembrare folle Dio ci ha donato il libero arbitrio. Ci ha lasciati liberi di poter sbagliare. Certo risulta molto ostico capire come si concilia il libero arbitrio con il fatto che noi facciamo parte di un disegno divino. Su questo si potrebbe parlare una vita e una miriade di libri sono stati scritti. Ma, mi domando, Serve a qualcosa sapere questo? Io preferisco fermarmi non tanto sul Vecchio Testamento ma sul Nuovo dove la parola chiave di tutto è: Amore. Allora se Dio è Amore e Gesù è venuto a darci solo Amore, allora tutto il resto è filosofia. Puntualizzo che io amo la filosofia e mi piace parlarne ma purtroppo mi fermo davanti a cose che mi possono sembrare assurde ora ma che magari capirò più in là. Non ricordo chi aveva fatto questo paragone ma lo riporto lo stesso. Il fatto che esiste un disegno divino può essere paragonato ad uno splendido tappeto con un disegnato tessuto sopra. Ma se noi lo solleviamo, vedremo sicuramente il rovescio con i nodi ecc. Ebbene quelle sono le cose che a noi appaiono assurde perché non ci è dato di vedere il dritto del tappeto. Comunque il credere a un Dio è qualcosa che ha a che fare solo con la fede. O uno c'è l'ha o non ce l'ha. Ed è poi vero che, in fondo tutte le religioni hanno degli archetipi comuni su cui si sono create le varianti.
      Al che così ho replicato ( la qual cosa estendo anche a te, mia carissima):
      **Epitteto Eubulide: Cara Lisa, non sai quanto piacere e soddisfazione provo nel constatare la tua partecipazione al dibattito dei Pensieri.
      Le tue osservazioni sono stringenti e danno l'imput a tante altre considerazioni.
      E' bello constatare come tutti noi abbiamo un nostro modo di pensare autonomo, senza necessità di appoggiarci a quello più comodo degli altri.
      Il solo < mi piace > non serve a niente: dobbiamo gridare le nostre idee, in libertà e rispetto di quelle degli altri.
      Un modo principe per diffondere cultura e sapere.
      Un abbraccio fraterno, Epitteto.

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    2. Teresa Frasca:
      Beh...sono in disaccordo: Dio non ci ha abbandonato, ma ci ha donato i beni più preziosi, gli stessi che Lo identificano e che, per questo possiamo fregiarci del titolo di "figli di Dio": la LIBERTA' di scegliere fra il bene ed il male, il PENSIERO che ci differenzia dalle bestie e la VOLONTA' per attuare qualsiasi ns scelta. Dio ci ha creato Liberi.

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    3. Tutte posizioni rispettabilissime, per carità però mi sembrava più interessante la domanda insita nel tuo pensiero.

      Talvolta ho anch'io ho il sospetto che essere agnostici sia un atteggiamento di comodo e rinunciatario. Ma credo sia ancora un retaggio, una tara dell'insegnamento cristiano che premia la sofferenza, condanna gli agi e invita alla penitenza. In fondo se fosse facile guadagnarsi il paradiso, ammesso che ci sia, a che servirebbe il libero arbitrio?

      Vorrei far presente che gli etologi hanno dimostrato che non siamo i soli a riconoscere la propria immagine nello specchio. Lo sanno fare i babbuini e i delfini, anche se questo non significa avere la coscienza di sè. Ma l'unicità dell'uomo e la sua origine divina è una cosetta non facile da sostenere.

      In ogni caso ho divagato ma la domanda era: E' più facile e più comodo vivere una vita da ateo, da agnostico, oppure da credente? Quale tra queste posizioni è la più comoda? Be' secondo me l'agnosticismo dà meno preoccupazioni, anzi, il tipo forte te le toglie proprio del tutto. Ti esonera persino dal porti il problema, meglio di così !?

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    4. Be', l'agnosticismo "debole" è tutt'altro che rinunciatario, anzi, ponendo al centro "la domanda", più che la risposta, stimola la riflessione, cui attribuisce valore centrale.
      Viceversa, quello "forte" mi sembra una sciocchezza presuntuosa (siccome non so rispondere, allora non chiedo) Sarebbe come dire "se mi viene la polmonite non mi curo, tanto di qualcosa si deve morire".
      Mi verrebbe da dire "amico mio, siccome è certo che avrai lutti, disgrazie, malattie, seccature, guai a non finire, fai una bella cosa: quando sei certo di essere felice, ammazzati, perchè tanto non starai mai meglio di così... però devi essere certo di avere raggiunto la felicità massima, e quindi devi porti la domanda. Se non sai rispondere, ammazzati subito, perchè tanto l'attesa di qualcosa che non sai cosa sia è una sciocchezza. Se invece hai qualche dubbio... be'... non sperare che te lo risolva io. Datti da fare".

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  8. Il mio pensiero sul punto è il seguente: l'ateismo è una fede anch'esso (io credo che non), mentre l'agnosticismo, anche se si distingue tra agnosticismo debole (non so, ma porsi la domanda ha senso) e forte (non so e non ha neppure senso porsi la domanda), mi pare l'opzione più razionale (anche se l'agnosticismo forte non mi convince per niente). La fede, poi in quanto situazione esperienziale, più che cognitiva, mi pare essenzialmente una questione di gratia, benchè non condivida la "sola fides" di certe visioni protestanti o legate a filo doppio ad un'esperienza di conversione.

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  9. Serenella Tozzi16 luglio 2014 16:53

    Si, certo, la fede è uno stato di grazia perché dà certezze (ma porta spesso all'intolleranza). Essere agnostici, invece, significa non sapere e, quindi, riconoscere di non essere in grado di giudicare e di prendere posizioni.
    La libertà di pensiero è certamente segno di civiltà, per questo occorre sempre rispettare il convincimento altrui e lasciare che ogni persona possa conformarsi al proprio. D'altra parte è sempre valido ripetersi che "la mia libertà finisce là dove inizia la tua".
    Purtroppo, troppo spesso, in nome di chissà quale Verità, si vuole imporre agli altri il proprio di pensiero.

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  10. Serenella Tozzi16 luglio 2014 16:54

    Si, certo, la fede è uno stato di grazia perché dà certezze (ma porta spesso all'intolleranza). Essere agnostici, invece, significa non sapere e, quindi, riconoscere di non essere in grado di giudicare e di prendere posizioni.
    La libertà di pensiero è certamente segno di civiltà, per questo occorre sempre rispettare il convincimento altrui e lasciare che ogni persona possa conformarsi al proprio. D'altra parte è sempre valido ripetersi che "la mia libertà finisce là dove inizia la tua".
    Purtroppo, troppo spesso, in nome di chissà quale Verità, si vuole imporre agli altri il proprio di pensiero.

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  11. Per vederla con uno spirito lieve, ma spero non stupido, la gratia è, per definizione, gratis. Se il prezzo di una fede lo paga qualcun altro (che ha una fede diversa, o non ce l'ha) allora non è gratis e non è gratia.

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    1. Serenella Tozzi16 luglio 2014 21:39

      E' proprio così.
      La fede è uno stato di grazia per chi la possiede, non certo per chi gli sta intorno. :-)

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  12. Mah... anche lì dipende. Se la tua fede ti porta a far del bene al prossimo senza contropartita allora è una fortuna. Il fatto è, ripeto, che è stato esperienziale, più che cognitivo o teorico.

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