mercoledì 27 agosto 2014

UNA LINEA SOTTILE - Sara - narrativa

C’era un solco più profondo della ragione, più insidioso. Era la fede. Questo pensava Mario mentre guardava Agnese che pregava piano, le dita sottili contratte nel gesto di srotolare un rosario bianco, le labbra carnose sussurrare impercettibili parole, sempre le stesse, impietose della sua riluttanza. Da dove  veniva la fede, quella forma estrema di gratitudine e speranza, di arrendevolezza e coraggio, di compiacimento per un potere inspiegabile e incongruente che ci governa.

La fede era un bisogno, un’eredità o soltanto un furto, l’appropriarsi di certezze che non ci appartengono, di forze che non ci appartengono, di progetti e futuro che non ci appartengono.  Anche Mario aveva avuto quell’eredità ma l’aveva dilapidata, con l’esercizio della ragione, con l’esperienza del dolore.  “Prega con me”,  gli aveva detto supplicante Agnese  e lui l’aveva schiaffeggiata con gli occhi, con uno sguardo cattivo e misero si era alzato senza dire una parola.






La osservava ora dalla poltrona azzurra. Era così forte Agnese nelle sue certezze infrangibili, così grande nel suo corpo esile e minuto. Lo guardava mentre pregava non sapendo di infondere in lui quel senso di  livore, di rivalsa, una smania di contraddizione per quella fiducia sterile e ingiustificata che lei indossava con tanta naturalezza nelle sue mani incrociate, nel suo silenzio sacro.  Bussarono alla porta.
“Ragazzi siete pronti?”
“Sì papà, arriviamo”
Agnese scese dal letto, infilò il rosario nel cassetto del comodino e s’infilò le scarpe.
“Dai Mario sbrigati, è tardi”, disse al fratello, poi gli si avvicinò e lo baciò sulla guancia. Mario posò una mano lì dove la bocca di Agnese si era fermata e la mantenne ferma per un po’. Poi si alzò, afferrò la giacca e uscì con sua sorella. Il tragitto in macchina fu riempito da conversazioni  tra Agnese e il padre che a Mario sembrarono insopportabili. Il regalo da fare a Rita per il suo compleanno, l’esame di Agnese che si avvicinava, l’orologio rotto da fare aggiustare. Sciocchezze accatastate pur di non parlare di lei, pur di  non pronunciare il suo nome, per annientarla ancora di più, se mai fosse stato possibile. E lei li aspettava tutti lì, immobile. Il parcheggio del cimitero era semivuoto. Agnese comprò dei fiori di campo prima di entrare, li scelse con cura, uno per uno, prese i più belli, i più colorati, i più freschi. Li radunò in una mano e li guardò soddisfatta. C’era una luce che le illuminava il viso che sembrava avere una provenienza sconosciuta, un’origine incerta.
“Mario entri con noi?”
Mario non disse nulla e andò a sedersi su un angolo di prato di fronte l’entrata del cimitero. Agnese e il  padre attesero qualche secondo, poi  s’incamminarono senza di lui. Mario li guardò da lontano camminare vicini, a passi lenti come in processione verso il luogo noto ormai da tre anni, sconosciuto per lui che si era sempre rifiutato di entrare. Perfino il giorno del funerale tra i bisbigli della gente aveva atteso fuori l’uscita delle persone, di Agnese, di suo padre, di sua madre che non uscì mai. Eppure lei non era lì, dove tutti continuavano a cercarla, dove posavano fiori, dove accendevano candele. Lei non era lì né altrove, e lui lo sapeva, lei non era semplicemente che ricordo ormai, una musica portatile che sfugge allo spazio, a quel marmo dove volevano imprigionarla a tutti i costi, perché le persone hanno bisogno di certezze e le certezze sono spazi tangibili, luoghi controllabili e manovrabili, luoghi in cui ritrovarsi per non essere soli. Mario prese uno specchio dalla tasca dei jeans e si guardò. Sua madre era il suo naso, il suo mento, era lì nei suoi lineamenti, così avidamente attaccata all’ espressione cupa di lui, alle sue lacrime, alla sua vita. Mario invidiava Agnese per la sua grazia nell’accettazione di quel vuoto, il padre per la sua mansuetudine, li invidiava per la loro fragile memoria, per la loro vigliaccheria confusa in quella verità non identificata che chiamavano fede con cui avevano guarito la rabbia che invece governava lui, che lo assoggettava ormai da tre anni.   Giugno brillava nei campi di grano lì intorno, e all’orizzonte era netta e sottile la linea di demarcazione tra la terra e il cielo, un’unica dimensione spaccata in due, proprio come si sentiva lui, spaccato in due dalla guerra che il dolore un giorno ti fa scoppiare dentro. E quel giorno resta su tutti come un biglietto custodito per sempre, con un messaggio da non dimenticare, e una firma impressa e indelebile. Mario guardò l’orologio, era quasi mezzogiorno. Si alzò e cominciò a camminare allontanandosi dal cimitero. Il sole era  forte tanto da fargli stringere gli occhi mentre avanzava a passi svelti verso una casa poco oltre il primo campo di grano. Una macchina gli si accostò all’improvviso
“Vuole un passaggio ragazzo?”
Agnese lo guardava divertita, sporgendo la testa dal finestrino. Mario entrò in macchina contrariato
“Quanto ci è voluto per dire due preghiere” disse seccamente guardando nello specchietto retrovisore gli occhi di suo padre che lo fissavano. Si guardarono lui e il padre per qualche istante, poi Agnese si voltò verso Mario e gli diede un biglietto con un cioccolatino. Era la consuetudine messa in atto dalla madre quando era in vita. Regalare ogni giorno ai figli il necessario per saziare il corpo e l’anima. Un cioccolatino e un biglietto con una frase, una frase per giorno. Da quando lei era morta Agnese aveva continuato quella tradizione domestica con amore verso il fratello minore, con uno spirito di dedizione che da tre anni a quella parte non aveva mai visto un’interruzione, neanche una.
“Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” disse Mario leggendo a voce alta il biglietto, rimase in silenzio osservandolo e con gli occhi fissi su quel pezzo di carta scartò il cioccolatino e lo mangiò. Agnese gli sorrise e lui ricambiò tirandole una ciocca di capelli scappata via dalla coda.
“Quando ti taglierai i capelli pregherò con te”, le disse Mario afferrandole una mano. Agnese guardò le loro mani unite, accarezzò la mano del fratello e gli disse sottovoce:
”Lo stai già facendo”.



7 commenti:

  1. La fede, la rassegnazione cristiana e il mistero della morte. Mi pare siano questi i temi importanti che emergono da questo bel racconto intenso. Si potrebbero fare molte considerazioni su questi temi, mi piacerebbe però sentire altri prima di me. Per il momento ti lascio queste considerazioni del tutto personali sulla “rassegnazione”, tema spinoso e controverso.
    -La differenza tra la rassegnazione stoica e quella cristiana è che, mentre nello stoicismo il decreto del destino, ossia il fato, secondo la religione romana, ha il carattere della necessità ferrea, mentre nel cristianesimo è espressione saggia di un Dio d’amore, libero, giusto e misericordioso. Insomma lo stoico accoglie con rassegnazione anche senza prospettive di “salvezza”.-
    Però di fronte a tante tragedie è facile tentennare, anche se si è in possesso di una fede incrollabile. E qui di solito entra in ballo la preghiera, come conforto e panacea per tutti i mali. Mamma mia quanta carne sul fuoco sei riuscita a mettere in questo breve racconto, complimenti.

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  2. Per costituzione sono uno che non ha un briciolo di fede religiosa - per quanto a volte lo vorrei sopra ogni cosa, poichè penso che riuscire a credere ciecamente abbia già in sé qualcosa di salvifico, e non mi sembra poco. Il racconto, che trovo davvero ben scritto, parla sicuramente di fede, ma parla anche di abbandono, e in certa misura di tradimento. Nell'ottica che la sofferenza è quella di resta - e non quella di chi muore - trovo che Mario incarni molto bene entrambe le condizioni: quella di un figlio che vive l'abbandono di una madre come un tradimento appunto, un sentimento che fatica ad elaborare perché estraneo ai dogmi cattolici. o forse per semplice egoismo. ma non è a volte anche l'egoismo, mi domando, una faccia dell'amore? ma è solo una chiave di lettura, certamente non l'unica.
    poi cosa. come ho detto trovo che sia davvero un buon racconto, scritto con tutti i crismi, tanto per restare in tema. non sbanda, resta in carreggiata, brava l'autrice. se posso permettermi un appunto, ma si tratta solo di gusto personale, avrei fatto a meno delle due righe finali, che trovo un pochino fuori tono, e mi sarei fermato alla citazione di Baise Pascal. Ma ripeto, è solo gusto.
    Brava brava.

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  3. In questo momento sono un po' di corsa, sto per partire ma ci tenevo a ringraziarvi intanto per il tempo speso, tornerò per parlare più a fondo. Grazie Uriah e grazie Franco, un abbraccio :-)

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  4. Serenella Tozzi28 agosto 2014 16:33

    Ottimo racconto, è condotto con mano lieve a sfiorare sentimenti profondi.
    Il dolore è forse arrivato troppo presto per il ragazzo, e Mario non sa accettarlo. Da qui il rancore verso la sorella ed il padre che, invece, manifestano una certa tranquillità, dovuta alla loro fede profonda, e sembrano ben adattarsi alla perdita luttuosa.
    Hai scritto davvero una bella pagina, Sara, e hai saputo corredarla di descrizioni fatte di pennellate di colori ben messi, come quando descrivi l'attesa di Mario davanti al cimitero.
    Brava.

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  5. Un inno all'irrazionalità.
    Di Là non c'è niente, qui siamo soli come del resto l'Universo, accomunati dalla sorte di tutti gli esseri viventi e delle cose inanimate.
    Il Sole con i suoi 5.000 miliardi di anni è un signore di mezz'età: tra altri 5.000 miliardi di anni anni scomparirà aspirando anche la Terra...
    Cosa mai allora andiamo cercando?
    Agnese doveva essere sottoposta dal fratello ad un corso rapido di conversione alla
    verità...
    La Fede: una parola scandalosa che scatena violenza e di cui occorre avere paura.
    Milioni di morti in suo nome sotto tutte le latitudini, ed ancor più ce ne saranno nel tempo.
    Basti dire che le religioni, coi loro vari cappellani sul campo, benedicono tutte le armi e gli armati che vanno ad uccidere senza pietà ( magari torturando e sgozzando come da noi in passato ).
    La vera fede non consiste in vuote preghiere ma in opere di bene.
    A proposito: mia nuora avvocato sente le Voci, come Giovanna d'Arco ed altri.
    Dice che sarebbe sorpresa se fosse stata prescelta dall'Alto!
    Io le ho consigliato un rapido E.E.G. dedicato che le farebbe mutare consiglio...
    Infine: bravissima nel raccontare a briglia sciolta.
    Siddharta.

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  6. Sid... chi crede nella "verità" ha fede, ergo il fratello, per come interpreti tu lo scritto, è assolutamente uguale ad un gesuita dei bei tempi andati.
    In realtà io credo che il racconto esprima in maniera netta un meccanismo piuttosto comunque ossia "il dio dell'assenza", vale a dire: nella vita del personaggio si crea un vuoto determinato dalla morte della madre. Mentre per i familiari questo vuoto è in qualche modo riempito da una credenza religiosa, per lui no e la drammaticità di questa assenza è a poco poco riempita - attraverso il ricordo dell'affetto oggettivizzato in cose e comportamenti - da un sentimento religioso, almeno in senso lato.
    Non sono d'accordo (ogn tanto mi capita) con Uriah perchè le due righe finali sono un po' come le famose battute dei Promessi Sposi :tra l'Innominato e il Cardinale "dio, dio dio, se lo vedessi se lo sentissi / chi più di voi ce l'ha vicino?".
    Personalmente ho una concezione della fede meno "sentimentale" e spero che esista e resista anche al di là delle assenze. Ma va bene così.

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