venerdì 12 settembre 2014

Intorno al fuoco - Rubrus - narrativa


«Attenta agli striscianti notturni».
Udimmo i passi di Barbara frusciare tra l’erba, poi fermarsi.
«Che roba è?» chiese dal buio.
Roberto esitò, agitando con uno stecco la brace del fuoco morente.
«Vanno in giro di notte. Si orientano col calore del corpo. Non li senti finché non ti mordono».




Ci sembrò che sogghignasse, ma poteva essere un gioco di luci ed ombre creato dal riverbero delle fiamme.
Seguì un lungo silenzio, poi udimmo i passi di Barbara avvicinarsi.
Massimo si spostò e lei fu costretta a sedersi accanto a Roberto. Gli lanciò uno sguardo astioso e gli occhiali di lui le restituirono uno scintillio indifferente.
«Dove eravamo rimasti?» chiese Roberto.
Eravamo seduti tutti e sette intorno al fuoco e ci raccontavamo storie del terrore. O meglio, Roberto raccontava e noi ascoltavamo.
«Il tipo tira su la tipa che fa l’autostop. Sta piovendo» disse Luigi.
«Ah, già» confermò Roberto bevendo un sorso d’acqua. Non che ne avesse bisogno, lo sapevamo tutti: gli serviva per creare la suspence.
Era un trucco del cavolo, ma era un trucco che funzionava, cribbio se funzionava.
Quella storia, ad esempio, quella dell’autostoppista; l’avevamo sentita tutti, almeno una dozzina di volte, ma non così, non raccontata da Roberto. Non era la stessa cosa.
Non chiedetemi di spiegarvi perché. Non dipendeva solo dalla storia o da quei trucchetti da quattro soldi come tenere le parti più spaventose alla fine, quando la luce del fuoco sembrava spegnersi e la notte era uno straccio gelido che si appoggiava sulla schiena.
Era talento, credo. Una specie di potere.
«Beh – riprese Roberto – il tizio tira su la ragazza, e l’aria gelata entra con lei nella macchina. La ragazza indossa un vestito leggero e non ha senso perché fuori fa un freddo boia: i vetri della macchina si appannano ed il fiato si condensa. Il ragazzo allunga la mano verso di lei – ha delle belle gambe, sapete? – ma subito la ritira perché è come se l’avesse messa nel congelatore. E forse non è solo aria fredda quella che è entrata nell’auto…».
«Che cavolo sono questi striscianti notturni?» chiese Barbara.
Roberto si girò verso di lei con un mezzo sorriso. «Stavo raccontando una storia» disse.
«Che cavolo sono» insisté lei.
«Già – intervenne Daniele – che cavolo sono?». Roberto gettò altra legna tra le fiamme.
«Non lo so – disse abbassando la voce – non ne so molto. Ho sentito qualche vecchia parlarne, giù, in paese. So solo che… beh, uno di quelli ti morde e tu rimani… paralizzato. Poi arrivano gli altri».
Attese che le scintille sprizzassero, come se, per continuare, avesse bisogno di luce, poi riprese: «Ti entrano dentro, a mucchi. Tu sei vivo, ma sono loro che comandano il tuo corpo. Ti… posseggono… come in quel film… “L’Esorcista”, sapete…». Tacque.
Si guardò in giro, come per cercare altra legna, ma non ce n’era più e tutti lo sapevamo. E anche lui.
Si strinse nelle spalle. «Solo che è diverso. Niente vomito di zuppa di piselli e altre schifezze. Gli altri se ne accorgono dalla voce… a volte. Altre volte è troppo tardi».
Tacque. «Ma c’è un rimedio» concluse.
Una folata più forte delle altre abbassò le fiamme del fuoco e corse per i campi. Alcuni steli si piegarono fino a sfiorarci la schiena.
«Quale?» chiese Barbara.
Roberto si voltò verso di lei. Stavolta sorrideva davvero.
«La legna è finita. C’è solo un mucchietto di sterpi, messo ad asciugare accanto all’orto. Ti spiace andare a prenderlo?».
A volte Roberto sapeva essere un gran bastardo.
«Beh – disse – qualcuno dovrebbe fare il cavaliere. Dopotutto è una ragazza».
Barbara si alzò con un gesto stizzito, mentre ognuno di noi chinava la testa. Se ne stette lì, in piedi, mentre noi avvertivamo il suo sguardo, poi si allontanò nelle tenebre e, stavolta, i suoi passi si persero a poco a poco.
«Penso che dovremmo aspettare un po’, non credete?» chiese Roberto.
Nessuno rispose e lui estrasse un chewingum e prese a masticarlo, lentamente, diffondendo un lieve aroma di menta.
Ci volevano cinque minuti per raggiungere l’orto, raccogliere la legna e tornare.
La luce di un lampione illuminava un tratto della strada, ma tutto il resto era al buio. E cinque minuti erano lunghi.
Abitavo in paese da quando ero nato e non avevo mai sentito parlare degli striscianti notturni, né avevo sentito qualcuno che ne parlasse.
Certo non poteva averne sentito parlare Roberto, che, in paese, passava solo le vacanze estive.
Insomma, sapevamo tutti che gli striscianti notturni se li era inventati Roberto quella sera stessa e che Barbara, anche se aveva detto ai suoi che sarebbe rimasta con noi, aveva altri progetti. Più precisamente, raggiungere Marco che l’aspettava in piazza.
Sapevamo pure che, a Roberto, tutto ciò non andava a genio e che la strada per raggiungere il paese era lunga. E quasi tutta al buio.
Infine, sapevamo che nessuno di noi si sarebbe avventurato nell’oscurità fino all’orto. Non senza conoscere il rimedio contro gli striscianti notturni.
Era una questione di potere, credo.
Qualcosa aveva il potere di costringere Barbara a farsi due chilometri a piedi per raggiungere il paese rischiando le sberle di suo padre e qualcos’altro aveva il potere di inchiodarla lì – lei e tutti noi – perché non era saggio avventurarsi nel buio senza le giuste precauzioni.
Adesso non venite a dirmi che erano solo invenzioni di un ragazzo dalla fantasia troppo sfrenata. Sono fesserie e lo sapete anche voi, così come l’hanno sempre saputo tutti coloro che, nel corso di centinaia di anni (o migliaia, o milioni), si sono radunati intorno al fuoco.
Forse gli striscianti notturni esistevano solo nelle nostre teste, forse erano sempre esistiti e nessuno se n’era mai accorto, forse non erano esistiti fino a quella sera. Questi sono dettagli.
Quello che contava era il potere e anche le parole hanno un potere. Parole per fare uscire dalle tenebre gli striscianti notturni e parole per ricacciarceli dentro.
O forse bastava un po’ di luce. Barbara avrebbe portato un po’ di legna, l’avrebbe buttata sul fuoco e le fiamme avrebbero cacciato il buio. Allora avremmo riso – di quel riso nervoso che conoscevamo così bene – e ci saremmo sentiti stupidi. Ma sarebbe stato bello sentirsi stupidi.
Udimmo i passi di Barbara tra l’erba. Si avvicinava lentamente, per non far cadere gli sterpi.
Raggiunse l’anello formato dalle nostre schiene e si fermò.
«Ho portato la legna» disse.

La sua voce era roca, piena di terra.

8 commenti:

  1. Un racconto leggero da caminetto d'inverno, di sera, con le ombre danzanti per le lingue di fuoco.
    Gradevole, ben costruito, senza pretese shoccanti.
    Con spazi digressivi che spezzano utilmente il racconto, aumentando curiosità e suspence.
    Per i miei gusti:
    - eviterei di raddoppiare l'aggettivo così a breve < straccio gelido > - < aria gelida >;
    - preferirei < cheving-gum >;
    - sostituirei < fuoco brillasse > con < Attese che il fuoco attizzato sprizzasse scintille >.
    In conclusione, un buon testo.
    Siddharta

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    1. La vista mi tradisce: corrige in < chewing- gum > ( supra ).

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  2. via la maledetta ripetizione e dentro le scintille.
    Chewingum lo lascerei perchè i'itangliano non mi piace: o "gomma da masticare" o, appunto "chewingum" - to chew, masticare, anche se noi, sbagliando, lo leggiamo pronunciando "v" la "w" da cui la grafia suggerita.
    Grazie e soprattutto grazie di aver scovato la ripetizione: non ne faccio una malattia, ma se posso evitarle...

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    1. Avrai capito che intendevo < chewin-gum >, dalla mia correzione.
      Perchè lo preferisco col trattino?
      Perchè così anche il vocabolario d'italiano, sul quale ormai mi sono appiattito da decenni...
      Comunque nella parlata verbale e scritta corrente forse è meglio come hai scelto tu.
      Sid

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    2. Caro Rubrus, altrove ho precisato che, quando scrivo una poesia, mi tormento nella scelta anche di un solo lemma perchè risponda appieno al mio pensiero.
      L'altra notte mi sono tormentato sul tuo fuoco e mi si è stampato in mente un'ulteriore aggiustamento, e cioè: < Attizzò il fuoco facendone sprizzare scintille >.
      Vedi tu se non sono un poco fuori di testa...
      Mi metto a ripensare anche i testi di altri Autori!
      Ma tu non ci badare...
      Ciao,Sid.

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  3. ahahha e invece fai benissimo perchè non l'avevo capito. Beh... ho controllato e direi che la forma senza trattino è prevalente, in rete. Si trova anche staccato: "chewing gum" ma senza trattino. Oh beh in incerto libertas... e grazie dell'attenzione! Ciao.

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  4. Da ragazzi ci si autosuggestionava anche con storie di questo genere. Io per esempio avevo paura a scendere in cantina di sera... e mi veniva in mente di tutto, altro che gli striscianti notturni.
    E se la smettessimo di chiamare la gomma americana con quel orrendo nome?
    Ma perchè " cicca" o "gomma" non sarebbe meglio?

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  5. perchè "cicca" è anche quella di sigaretta e "gomma" è il materiale, non la funzione. Ai tempi in cui le parole straniere erano bandite per legge (un'esagerazione) la si sarebbe detta "mastigomma".
    In realtà credo che tutti abbiamo provato simili esperienze - è vietato essere originali in questo tipo di racconto - e questo racconto è molto autobiografico.
    Io sentii - come molti altri - la storia dell'autostoppista fantasma proprio nel modo descritto dal racconto e, alla stessa maniera, ascoltai molte e molte altre storie. Da quelle più spaventose, poi, ero stregato (ma sono poche quelle non spaventose, vero?). Poi scoprii che raccontare era molto più divertente che ascoltare. Raccontare e magari verificare con qualche esperimento che effetto avevano i racconti.

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