martedì 30 settembre 2014

Lamarque Vivian - Galleria di Poeti Contemporanei - ovvero - Poeti del XXI° secolo dall' A alla Zeta


La poesia di Vivian Lamarque  e’ immediata e si comprende subito, poi pero’ ci resta attaccata addosso facendoci rimuginare sull’esistenza peculiare delle semplici cose, dove la nostra vita frettolosa inciampa.
La signora dell'ultima volta

L'ultima volta che la vide non sapeva che era l'ul-
tima volta che la vedeva.
Perchè?
Perchè queste cose non si sanno mai.
Allora non fu gentile quell'ultima volta?
Sì, ma non a sufficienza per l'eternità.

Vivian Lamarque è nata a Tesero (Trento) nel 1946. A nove mesi cambiò città e famiglia, a quattro anni perse il secondo padre, a dieci scoprì di avere due madri e scrisse le prime poesie. Dall'età di nove mesi vive a Milano, dove ha insegnato per molti anni. Ha lavorato come insegnante e tradotto Valéry, Baudelaire, Prévert, La Fontaine, Céline, Grimm e Wilde. Fa parte della Giuria Nazionale di Diaristica. Su Sette, inserto settimanale del Corriere della Sera, ha tenuto la rubrica Gentilmente, raccolta poi in volume da Rizzoli. La sua attività artistica è assai poliedrica: la sua prima raccolta poetica, Teresino, ha vinto nel 1980 il Premio Viareggio Opera Prima. Ha pubblicato poi Il Signore d'oro, Il Signore degli spaventati e Poesie dando del Lei. Del 1996 è Una quieta polvere. È autrice di 15 libri di fiabe e ha vinto il Premio Rodari (1997) e il Premio Andersen (2000). Ha una figlia e una nipote. Gran parte della sua produzione poetica è stata raccolta nell'Oscar Mondadori Poesie 1972-2002.


Il signore delle impronte

Nella luce del cielo alle diciassette di quella sera
le cose erano erano stagliate così bene oh ci
fosse stato quel signore a vederle con lei le
cose stagliate dell'universo.
Invece non c'era quel signore a vederle? era anda-
to via?
Sì, le strade avevano rubato i suoi passi, messo le
sue impronte in fila con le punte girate in là.


Il signore andato via

Era un signore andato via.
A lei qui rimasta tantissimo mancava.
La traccia da lui lasciata segnava ovunque
intorno a lei l’aria.
Come un quadro spostato
per sempre segna la parete.

La signora non gelosa

Una signora che stava diventando gelosa non lo
diventò.
Nemmeno un po'?
Sì un po' sì, ma pochissimo, come un solletico al
contrario che invece di far ridere manca poco
a piangere.


MINIERA

corri nell'ansietà, nella luce del nascere
la tua visione, l'ascolto del mondo,
in profondità, in discesa ardita
là dove la china è più scoscesa, prossima
al salto, al dirupo:
sii l'aquila, dal becco occhiuto, la forza vigilante
sii l'etere, la leggerezza d'essere, implume, l'infanzia
il gioco tenero del tuo bambino, sii l'acqua
che spazza il porto salata, e l'aria che respiri, quando
l'onda
è passata, sii ad ogni istante vera, più della pietra
dura col tempo, sii scura miniera agli altrui sogni
sii oltre la caduta, là dove più esile è la luce
e ancora tenti.


Cicatrici
Con gli anni i miei amici
sono diventati tutti ricamati
puntini metallici precisi, delicati,
li hanno qua e là cuciti e ricuciti,
chi all’addome, alla gola,
chi al ventre, agli occhi, alla mano,
chi sul petto, proprio dove sotto
gli batte il cuore.
Al mare, alla bella luce del sole,
come risplendono le care cicatrici
dei miei amici.

A vacanza conclusa
A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita:
sarà così sarà così
lasciare la vita?

Alla Luna
Oh essere anche noi la luna di qualcuno!
Noi che guardiamo
essere guardati, luccicare
sembrare da lontano
la candida luna
che non siamo.

Alla luna II
Disabitata la luna?
Ma è lei il suo bianco abitante.
Condomina e casa
abitante e abitata
inquilina pallida
finestrella e affacciata.

IL SIGNORE D'ORO
Era un signore d'oro. Un signore d'oro fino, zecchino.
Per il suo carattere duttile e malleabile, per il suo caldo dorato
colore, per il luccichio dei suoi occhi, era un signore molto
ricercato.
I corsi dei fiumi venivano deviati, i fondali scandagliati e setacciati,
ma i signori che affioravano brillavano poco, erano signori
pallidi, opachi, non erano d'oro vero, erano signori falsi.
Non avevano aurifere vene?
No, le loro lente vene scorrevano quasi del tutto essiccate in
direzione dei loro minuscoli cuori, a fatica.
E dov'era il signore d'oro vero?
Lontano, in una casa assolata, pigro e paziente, aspettando di
essere trovato, in un angolino, il signore d'oro luccicava.

IL SIGNORE NELL'ARIA
Alle ore venti ognuno tornava alla sua casa.
Non avevano una stessa casa?
No, ma nell'aria sì.
Nell'aria?
Sì, a destra e a sinistra nel mezzo dell'aria avevano una stessa
casa. Con le porte e le finestre gli uccelli le cene le voci e il riposo.
Non i colori?
Sì, colori splendenti erano appesi nei quadri nell'aria della casa.


REGALI DI NATALE

Per Natale ti faccio i seguenti regali due punti
caramelle svizzere per quando hai la tosse forte da far paura
che non mangerai mai
filtri per quando fumi che butterai dalla finestra
un bicchiere piccolo per bere di meno figuriamoci
dei gettoni per telefonarmi una sera da un bar
una bugia di terracotta per quando avremo buio
una piccola spada perchè sei il mio amore pericoloso
e poi anche un pezzetto di me quale vuoi?


font:
http://sprimacciacuscini.blogspot.it/2008/07/poesie-1972-2002-di-vivian-lamarque.html







11 commenti:

  1. La mia preferita è A vacanza conclusa, non è la prima volta che la pubblico qui dentro, ma mi lascia sempre di sasso. Se uno ci pensa bene è fulminante, anche se ho un'altro concetto della poesia. Insomma mi sembra un pensiero profondo quanto si vuole ma..., e il fatto che la critica ufficiale dica il contrario, la cosa mi confonde ancora di più le idee.

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    1. Serenella Tozzi1 ottobre 2014 16:03

      Anche se non si può negare un certo afflato poetico nelle sue opere, sono anch'io un po' perplessa e condivido il tuo pensiero sul concetto di poesia. Fra queste pubblicate mi attrae "Il signore nell'aria": mi sembra un respiro poetico dedicato a tutte le infanzie nel tempo e nello spazio.
      I bimbi che rientrano a casa con negli occhi e nel cuore i felici eccitanti ricordi della giornata appena trascorsa (non accade così per tutti, certo, ma dovrebbe).

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  2. Quando l'ortografia viene ghigliottinata, non c'è niente da fare: mi impunto come i muli.
    Don Pietro Zurlo ha ragione: se tutti scrivessimo come ci pare, il linguaggio diverrebbe una babele, irricevibile culturalmente.
    Qui c'è poi l'aggravante autobiografica.
    Come insegnante nella vita professionale, niente niente che sia stata corresponsabile dell'abbrutimento scolastico di più generazioni, quali adesso ce le troviamo tra i piedi?
    La profondità di pensiero, si dice.
    Ma bisogna anche saperla esprimere acconciamente, perdinci: la signora, prima di guardare le cicatrici degli amici, si guardi le proprie così profonde...
    Siddharta

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    1. Per correttezza devo dire che nella prima e seconda poesia dopo la biografia, c'erano degli errori dovuti a un errato copia incolla. Me ne scuso, ma non ho sempre la possibilità di controllare con il testo ufficiale. Il panorama della poesia oggi è questo, insomma questo è quanto passa il convento.
      O ci si accontenta oppure si è liberi di indignarsi e di criticare, siamo qui per questo.



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    2. Io consiglio sempre prudenza nei giudizi, quando l'autore non è presente e non può difendersi, anche sui sentimenti altrui, mi terrei in campana. Sull'ortografia e sulla punteggiatura hai tutto il diritto di indignarti.

      Sulla faccenda Don Pietro non ne voglio più discutere, ho già spiegato la differenza che esiste tra poesia in lingua e la poesia dialettale e non sono riuscito a farmi capire, pertanto lo ritengo un discorso chiuso.

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    3. Ma caro Franco...a parte qualche parola non più usata attualmente, che a volte i poeti inseriscono per compiacere la metrica, i CAMPANI, capiscono molto bene la lingua Napoletana. E' nello scriverla che peccano di superficialità ed è qui che bisogna insistere e fargli capire che non bisogna scrivere ognuno per conto suo ma che esistono delle regole ben precise. La stessa cosa dicasi per quanto riguarda lo scrivere in ITALIANO. Se non è corretto, non è più italiano ma scrittura "maccheronica".

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    4. La scrittrice di cui trattasi è stata edita più volte e quindi non si tratta più di un fatto privato.
      Quando si pubblica erga omnes si devono accettare i pro e i contro.
      Il mio appunto sulla professionalità scolastica della Lamarque è del tutto ironico.
      So per certo che lei conosce bene l'italiano, ma un conto è predicare bene, un altro razzolare male...
      Chè i critici di professione dovrebbero essere tutti denunciati legalmente per eventuali giudizi negativi?
      Sid

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    5. Anche il mio era un modo di dire, tu puoi dire quello che vuoi senza conseguenze. Ci mancherebbe altro ;.)

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  3. Ma certo Pietro,
    tu hai ragione, la tua non è una pretesa assurda: chi scrive in NAPOLETANO deve uniformarsi alle regole grammaticali canoniche, anche se mettere tutti d’accordo non dev’essere cosa molto semplice; i comitati, le associazioni più o meno libere per la salvaguardia e la diffusione degli idiomi locali, hanno proprio questo compito ingrato. Di conseguenza anche chi scrive in ITAGLIANO, non può fare come gli pare, la grammatica va rispettata. E su questo penso saremmo quasi tutti d’accordo. Uso il condizionale perché c’è sempre qualche intellettuale che si prende delle licenze poetiche, ma non è il mio caso.
    Adesso veniamo ai dialetti. Ogni borgo, ogni comunità anche piccola ha il suo dialetto, anche su questo non ci piove, e gli “abitanti del villaggio” hanno tutto il diritto di parlarlo, di difenderlo e di usarlo per scrivere le loro brave poesiole, e volendo anche la lista della spesa, insomma tutto ciò che gli pare. Pertanto io non vedo in questa “Babele di linguaggi” una baraonda fastidiosa da eliminare, una sciagura, bensì una ricchezza da difendere. Giusto o sbagliato che sia io la penso così.
    Il sottoscritto, indegnamente ma tanto per fare un esempio, ama scrivere talvolta poesiole nel suo dialetto lombardo milanese. Da noi si dice meneghino arioso. E cosa dovrei fare secondo voi, smettere di scrivere oppure studiare il Carlo Porta? E perché mai di grazia? A me basta il mio linguaggio e non pretendo che gli altri mi capiscano, per questo metto sempre la traduzione. Certo non le spaccio come poesie in milanese, mi dichiaro un lombardo e se non basta fornisco anche la provenienza.
    Se questo vuol dire scrivere come si pare, allora puoi dire tranquillamente che il frame scrive come cavolo gli pare. Se ti riferisci al mio italiano, non sbaglieresti lo stesso.  Molto spesso scrivo come mi pare, so di procurare delle fitte al fegato del Maestro, ma è una piccola rivincita alle sue bacchettate dai scherzo, spero si sia capito.

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  4. Alla fine pare che ci siamo rincontrati sulla stessa strada...via così, appassionatamente.

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  5. A giudicare dalle note biografiche di Lamarque Vivian, siamo di fronte ad una persona di cultura e quindi la mancanza di punteggiatura o l'asimmetricità del verso sono riconducibili ad una sua scelta personale, ad un suo modo di concepire la poesia. Non mi soffermerei più di tanto su questo punto ( ho letto, in poesia, cose di gran lunga peggiori da parte dei cosiddetti "moderni"). Soffermiamoci sui contenuti poetici, che sono, a mio avviso, notevoli. Le sue poesie mi sono piaciute quasi tutte. In particolare, come Franco, sono rimasto letteralmente colpito dalla sua: " A vacanza Conclusa" che fotografa in pochi versi la nostra esistenza destinata a finire. Insomma un incontro che mi ha lasciato delle sensazioni molto positive.

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