martedì 16 settembre 2014

Lettere a un giovane poeta (1903) - Rainer Maria Rilke


 «Chiedetevi nell'ora più silenziosa della notte: devo scrivere? Scavate dentro di voi per una risposta profonda. E se la risposta sarà affermativa, allora fondate la vostra vita sulla base di questa necessità». 

E’ una lettera che gronda saggezza, intelligenza e grandezza d’animo, leggo in un commento trovato sul web dove il lettore si domanda giustamente se la ricetta di Rilke sia ancora valida dal punto di vista sociale o non sia invece condizionata da un romanticismo dei bei tempi andati […]Oggi, con centinaia di migliaia di persone ormai perfettamente in grado di seguire le indicazioni di Rilke, il consiglio andrebbe forse addirittura ribaltato in “creati le relazioni ed entra subito nel gioco, se poi l’arte dovesse davvero arrivare, tanto meglio”.
Il dubbio è legittimo e il riconoscimento del valore artistico da parte del pubblico è quasi sempre decisivo, ma talvolta il successo è effimero e non di rado a questo segue il silenzio e l’oblio. Il messaggio di Rilke, quindi, è ancora attuale e in questo epistolario, destinato al giovane poeta Kappus e scritto tra il 1903 e il 1908, ci sono importantissime argomentazioni riguardo la natura della poesia e della prosa,il ruolo dello scrittore e il significato della vita, ma soprattutto il modo in cui un poeta deve approcciarsi ai propri versi, lasciandoli cantare e ascoltandoli come se fossero versi di qualcun altro.
In fondo questo non è altro che un invito alla modestia, alla semplicità nel porgersi senza pretese, nel mostrare i propri sentimenti senza vergogna. Che cosa spinga poi un uomo a mettere in piazza i propri sentimenti... be', questo è un altro argomento interessante, che sarà oggetto di una prossima discussione.
(frame)


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-29584>

Parigi,17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.
Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.
Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke


Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)

3 commenti:

  1. Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda.
    Tanto i pareri degli altri non ci interessano.
    Ognuno di noi va per la sua strada imperterrito, sicuro del proprio valore.
    Superbia? Macchè, il fatto si è che non siamo circondati da giganti.
    Presunzione? Forse: visto che non ci rassegnamo a tenere le nostre carte in un cassetto per almeno nove anni.
    Come suggeriva Orazio...
    Siddharta.

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    1. Come diceva Orazio? Nove anni? Ah be', allora ho ancora tempo prima di dare alle stampe i miei capolavori.
      Che vuoi fare Sid, questi sono tormentoni da salotto che però non fanno male a nessuno.
      Ognuno dice la sua e tutti vanno a casa con la stessa opinione di prima. E’ il web che ha stravolto le regole. Adesso la gente non tiene nel cassetto nemmeno il caro diario. Spiffera tutto ai quattro venti, anziane signore mostrano il culetto di mezzo secolo fa, gli ometti espongono il meglio della mercanzia, e il tutto in una perenne atmosfera da circo.
      Il proliferare dei siti letterari è la dimostrazione che la poesia ed anche la prosa stanno diventando una pratica diffusa, una faccenda di largo consumo, non più ristretta a una piccola cerchia di privilegiati. E' normale che il livello generale si abbassi, infatti non è più necessario possedere una grande cultura per imbastire versi e romanzi. Tutto questo è un bene o un male? Non so, non ho le idee molto chiare in proposito, di certo se faccio l’esame di coscienza dovrei essere molto grato a questo sistema che permette anche un semplice appassionato lettore come me, di discutere di argomenti così importanti. Forse in nome della modestia dovrei limitarmi a parlare di calcio e di politica, argomenti in cui tutti sono maestri. Non so, è da un po’ che ci penso e il timore di essere un imbrattatore del web qualche volta dico la verità, mi viene.

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    2. Ma si, divaghiamoci. :-) Se prendessimo le chiacchere sul web come una volta si prendevano i conversari dei salotti... cioè ognuno mostri la sua personalità dicendo la sua... ragione intendo, poi, ognuno rimanga pure della propria opinione. Intanto la serata è trascorsa.
      Scrivere poesie e prosa , invece, dovrebbe richiedere maggiore impegno; ma in fondo è il lettore che ne determina il valore: tanti lettori, tanto valore. Semplice, no?
      No, forse non è così semplice, bisogna anche vedere il livello culturale del lettore.
      Insomma, é proprio una questione di lana caprina.

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