martedì 9 settembre 2014

Lo Squalo quarant’anni dopo - Rubrus


 
Dopo quarant’anni (1974) dalla sua uscita, mi sono letto il romanzo di Peter Benchley da cui l’omonimo e celeberrimo film di Spielberg.
Come spesso accade, tra libro e film c’è qualche differenza.
Nel libro, infatti, la moglie dello sceriffo Brody – un personaggio in generale più importante di quanto non sia nel film – è una donna insoddisfatta della sua vita nel ristretto ambiente dell’isola e che un po’ rimpiange il bel mondo da cui veniva; ha quindi un’avventura di una notte con Hooper, il biologo marino, che è il fratello minore di una sua vecchia fiamma.

Brody sospetterà qualcosa, ma senza mai averne la certezza – e forse senza volerla avere.
Hooper, a differenza che nel film, morirà ucciso dal pesce, che riuscirà a divorarlo dopo aver sfondato la gabbia antisqualo (come accade anche nella pellicola).
La fine dell’animale è meno spettacolare – non esploderà dopo che Brody ha fatto esplodere una bombola di ossigeno ingoiata dalla bestia, ma ucciso ad arpionato – comunque dopo aver divorato Quint, il pescatore.
Ci sono altre differenze, ma di poco conto (per esempio il bambino sul materassino viene divorato) e soprattutto manca una scena che nel film, invece, è, a mio parere, molto importante.

Nella pellicola, prima dell’ultimo assalto da parte del pesce, Brody, Quint e Hooper sono sulla barca. È notte, e, dopo aver fraternizzato un po’ (c’è stato qualche momento di tensione, tra i tre) Brody chiede a Quint perché il marinaio si rifiuti di indossare il salvagente.

A questo punto il pescatore racconta che, anni prima, aveva portato all’Enola Gay la bomba atomica che l’aereo avrebbe poi sganciato su Hiroshima. Durante il ritorno, narra sempre Quint, la nave aveva fatto naufragio, ma, poiché la missione era segreta, nessuno sapeva quale fosse la rotta seguita. I naufraghi erano quindi rimasti per giorni sperduti nel mezzo dell’oceano e, durante l’attesa di un salvataggio che non arrivava, ad uno ad uno erano stati quasi tutti divorati dagli squali. Quint è appunto uno dei pochi superstiti. Comunque, conclude, avevano portato la bomba.

Mi sono fatto due considerazioni sul perché di queste differenze.
La prima è che presentare una moglie che tradisce avrebbe potuto rendere il film meno accattivante per un certo tipo di pubblico un po’ moralista.

La seconda è che, credo, Steven Spielberg, Robert Shaw (l’attore che interpreta Quint: pare che abbia contribuito non poco alla sceneggiatura) e John Milius (sceneggiatore di film come il secondo “Callahagan”, “Apolcalypse now” e regista di “Un mercoledì da leoni" e “Conan il barbaro”) colsero meglio dello scrittore (che non riuscì a ripetere il successo ottenuto con “Lo Squalo”) le capacità mitopoietiche della storia.
Alcune sono abbastanza evidenti e almeno un paio sono evidentemente meta letterarie (lo squalo è bianco e la caccia dura tre giorni, come accade in “Moby Dick”), ma nella stesura del film si è andati più a fondo.
Spielberg ci tiene per tutto il primo tempo con la voglia di vedere il mostro, che arriva, sbrana e scompare, come le creature malefiche delle fiabe e con ciò vellica certe paure ancestrali – negli altri film non sarà così.
Soprattutto, però, con la scena che sopra ho narrato, e che nel libro non c’è, viene esplicitato, anche se magari non ce ne rendiamo conto, questo messaggio: “cosa volete che sia un piccolo squalo mangiatore di uomini di fronte alla follia distruttiva dell’Uomo, rappresentata dalla Bomba?”.

Il film cambia sottotesto, insomma.
Nel libro, lo squalo è elemento perturbante il milieu della famiglia americana (l’arrivo del pesce causa l’arrivo di Hooper e dà ad Ellen Brody l’occasione della scappatella) e l’economia di Amityville (non diciamo che la Bestia è arrivata nella “villa dell’amicizia” sennò addio turisti).
Nel film, lo squalo rimane fonte di disturbo per l’economia della città, ma diventa – e non a caso dopo che la barca è salpata e il gruppo di cacciatori si trova a tu per tu con l’Oceano – il mostro che ci costringe ad interrogarci sulla nostra stessa mostruosità.
Non è insomma solo la storia di Quint (il quale acquista, attraverso il suo vissuto, uno spessore che nel romanzo non è altrettanto pieno) che si confronta con lo squalo, dunque con la forza distruttiva della natura, ma la nostra storia.
Il fatto che, alla fine, Quint muoia sbranato dopo aver affrontato (in un certo senso “ad armi pari” visto che si rifiuta di indossare il salvagente) la Bestia mi richiama alla mente la buona cara vecchia hybris.
L’equilibrio, tuttavia, viene ricomposto – di nuovo solo nel film e non nel libro – informandoci che Brody ha superato la paura dell’acqua. Ancora una volta, lo schema proprio della fiaba: la catarsi attraverso la lotta (non credo sia solo un ottimismo della volontà ingenuamente americano, insomma, ma il ricorso a uno schema più archetipico).
Per chiudere, temi universali che stanno dietro tutte le buone storie – il cui successo non è altro, a ben guardare, che dimostrazione di validità.





12 commenti:

  1. Disamina precisa e centrata che mi trova d’accordo su tutti i fronti.
    Vorrei spendere una parola per uno spunto di riflessione scaturito da questa analisi: adattamento di un tema e conseguenti successive modifiche in Spielberg.
    Alcuni dei temi affrontati nello Squalo, erano già emersi quando il giovane regista aveva fatto suo un racconto di R. Matheson, Duel e ne aveva ricavato uno dei primi lungometraggi per la tv.
    Il film, realizzato con un budget ridottissimo, è poi diventato un cult.
    In Duel l’uomo (che non a caso si chiama David) qualunque diventa oggetto dell’accanimento di un camionista che prende ad inseguirlo senza alcun apparente motivo.
    Inizia così una caccia all’uomo kafkiana che angoscia non solo per la disparità ‘fisica’ dei due contendenti (macchina-tir), ma proprio per l’irragionevolezza e l’assenza di movente che innesca la lotta.
    Quel film rimane più fedele al racconto originale di quanto non accada ne ‘Lo Squalo’, dove le ‘modifiche’ al tessuto narrativo originale riflettono certamente una maturazione e consapevolizzazione, da parte del regista, di quella che è la sua ‘poetica’.

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  2. Quello di Matheson è un racconto che si avvale di una prosa molto più scarna e fattuale da parte dello scrittore - Matheson è straordinariamente "non ammiccante" "non evocativo" "non poetico" - e uno Spielberg forse ancora non abbastanza audace gli è rimasto più fedele di quanto non accadrà col romanzo di Benchley . Le dinamiche sono le stesse dello "squalo" - il mostro la "bestia" (in "Duel" di metallo) arriva e colpisce con la forza di una maledizione biblica, ancestrale. Che cosa ha fatto Weaver (non ricordo il nome del protagonista, quindi mi riferisco all'attore) per attirare su di sè l'ira degli dei? nulla. Un sorpasso.
    Qualcosa che facciamo tutti, ma Matheson ci bisbiglia all'orecchio solleticando paure che non sappiamo forse neppure di avere "oh sì, fai bene a stare attento: può essere pericoloso, non immagini quanto... lascia che, a questo proposito, ti racconti una storia".
    Come tutti i racconti che parlano della paura della morte che ci può prendere all'improvviso, la pellicola mette quindi in scena i nostri peggiori timori.
    C'è però un segnale, nel libro, che nel film non appare: poco prima dell'incontro col camion, David vede un cartello: "Vendesi esche per sriscianti notturni". E' un nome che, seppure non pacchianamente spaventoso, inquieta. E il protagonista si chiede "ma che cosa diavolo saranno questi striscianti notturni?". Non lo sapremo mai, perchè di lì a poco c'è il sorpasso (a latere: sulla funzione del sorpasso nel cinema vedi anche alla voce Dino Risi) e quel che ne segue.
    Il cartello ha un'altra funzione: ci dice: "attenzione, stai viaggiando su sentieri selvaggi, dove tutto può accadere. Stai viaggiano (Matheson aveva ben in mente la serie) ai confini della realtà".
    La mente razionale non se ne accorge, ma il subconscio sì. E inizia a fare il suo lavoro.

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  3. I retroscena dei film talvolta sono altrettanto interessanti quanto la pellicola e il romanzo da cui è tratto. Davvero interessante, anche se non ho mai apprezzato fino in fondo Lo squalo, e ancora meno tutti quelli che sono usciti di seguito.Mentre ricordo con angoscia Duel. Quello sì che mette la strizza. In ogni caso stiamo parlando di film considerati cult, piaccia o non piaccia il genere. Il riferimento all'Enola Gay una chicca, Bravo bravo.

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  4. Vero, la prosa asciutta di Matheson puo' aver contenuto certa prosopopea Spielberghiana, ma io credo che conti anche il fatto che il budget per Duel era ridotto ai minimi termini. Praticamente camera a mano e buoni pasto.
    Diciamo che se anche avesse voluto andare fuori dal selciato del racconto originale non avrebbe potuto spingersi tanto in la'. E comunque, che la sua sia stata una scelta voluta o indotta, va riconosciuto un valore intrinseco al film, al netto del racconto a cui si ispira. Quanto al dettaglio degli striscianti e' vero e ti cito Lovecraft : « Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto. » Il fatto che non venga mai spiegato che diavolo siano questi "striscianti", il modo in cui Matheson piazza questo dettaglio un attimo prima di 'mettere in scena' evento scatenante di tutta la successiva azione narrativa, dimostra quanto egli sapesse padroneggiare il mezzo(scrittura) per raggiungere il fine: emotivo e contenutistico.
    Il dettaglio e' un anticipatore-amplificatore che in un racconto di suspense e 'paura' supplisce all'assenza di immagini e suoni (di cui invece il cinema si avvale).
    In piu' e' un veicolatore di significati nel sottotesto narrativo. Della serie che gli striscianti, oltre al potere evocativo del 'nome in se' ' se non ricordo male compaiono anche nel citato Lovercraft (ma questa e' piu' una domanda di conferma rivolta a te, Rub, che non un'affermazione) eppoi pure tu li hai usati in un racconto che ho letto.
    E tra le altre cose se per caso qualcuno (di quelli che ha letto il racconto di Matheson) fosse stato preso da bisogno di sapere (non tanto per soddisfare la curiositas di cui parla Cicerone, quanto per arginare quella 'paura dell'ignoto' di cui parla Lovecraft) e avesse fatto una ricerca, avrebbe sicuramente scoperto che sotto la voce striscianti vengono iscritte diverse varieta' d'insetti (non me ne volere, sono le due di notte e non andro' a vedere quali) che -se non ricordo male- sono tutti brutti, notturni e dotati di un tot di zampette pelose (infatti non mi ricordo perche' li dicono 'striscianti').
    Comunque, roba da bestiario medioevale. L'elemento strisciante e' una chicca che fa la differenza, sia come costruzione (al netto della disparita' dei linguaggi) sia come riferimento analogico ai contenuti espressi.

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    1. E' vero, mostrare un cartello con la scritta "Nightcrawlers selling" (o com'era, non ho la versione inglese) al cinema sarebbe stato meno impressivo della strada deserta, lunga, apparentemente infinita, nel paesaggio sconfinato dell'Arizona. Linguaggi diversi.
      Ehm sì... gli striscianti notturni li ho usati anche io, in un racconto. Non mi pare però che HPL li menzioni.

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  5. "Striscianti" mi riporta alla mente il modo di dire "paura strisciante". D'altra parte la paura è un'emozione primaria che provano anche gli animali.
    La paura strisciante si insinua dentro di noi anche se non avvistiamo chiaramente il pericolo e, credo, sia la più pericolosa perché induce a reazioni incontrollate. Spesso, poi, si accosta all'avversione per piccoli animali del terreno, vermi, o altro, magari includendovi anche quelli che possiedono piccole zampette e non sono striscianti nel vero senso della parola.
    Forse il riferimento potrebbe derivare da questo. Mi viene da pensare a come classificherei il guidatore assassino, senz'altro "un verme".

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    1. Verme per la sopraffazione che esercita nei confronti del più piccolo (tir contro auto se non sbaglio).

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  6. eheh Matheson gioca anche sul nome del camionista "Keller" / "killer" però non è un verme, nel senso che non viene connotato per la sua viltà o la sua bassezza morale, quanto per la sua ferocia, la sua bestialità.
    Come lo squalo, ha la devastante, inspiegabile furia della natura scatenata, ma è - ci si suggerisce - umano. Da un lato meno archetipico, dall'altro più inquietante perchè più vicino a noi. Anche se Spielberg, non mostrandocelo mai, a parte forse un braccio, mette in dubbio anche la sua umanità, quasi il guidatore si fosse imbattuto in un dio dell'asfalto e, incautamente, lo avesse provocato.

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  7. Sull'argomento, un paio di ricordi d'un tempo.
    Se la memoria non mi tradisce, del libro ricordo solo il flash iniziale.
    Dove lui ( il capo della polizia locale ) minge nel gabinetto di casa e lei soppesa ( più o meno ) che < non s'era mai capacitata di come il marito riuscisse a trattenere così a lungo la pipì, per poi scaricarla così a lungo nel water domestico >...
    Direte, ma che bel particolare t'è rimasto nella crapa!
    Che volete, non ricordo altro.
    Secondo ricordo: in quell'anno ( 1975 ) scolaresche intere venivano dirottate al cinema di mattino, per vedere il film in questione.
    Cosa ci fosse di così educativo, me lo sto ancora chiedendo.
    Eh sì, anche ai miei tempi ci facevano andare a vedere il film su Giovanna d'Arco ( 1954, con la Ingrid Bergman ), ma allora si era in pieno cattolicesimo confessionale...
    Siddharta.

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  8. Ottima memoria. Non è la scena iniziale, ma c'è. Le scolaresche non le ho viste perchè ero troppo giovane, ma la domanda me la sarei posta anche io. Ecco, alle superiori sarebbe potuto venir fuori uno studio comparato col "Moby Dick" , ma oltre non riesco a ipotizzare. Comunque, ho visto scolaresche andare a vedere "Caruso Pascosky" con Nuti. ... mah.. Giovanna d'Arco ci può stare, però: guerra dei cent'anni, caccia alle streghe ecc... Ricordo che noi andammo a vedere "Gandhi" alle medie.

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    1. Ah, dimenticavo.
      Il film di Spielgerg non l'ho visto: m'era bastato il libro...
      Sid

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  9. il film scatenò vere e proprie fobie, se ben ricordo. Ogni anno, ancor oggi, non passa estate che non si parli del bravo squaletto di passaggio nei nostri mari. Sicuramente un'eco del fenomeno.
    Le api fanno molti più morti, però (e sì... c'è anche un film sulle api assassine "Swarm").
    Peraltro, si stanno estinguendo. Squali ed api.

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