mercoledì 15 ottobre 2014

Cambio turno - racconto (Rubrus)


«Serataccia, eh?».
L’uomo doveva essere il portiere di notte, quello che Guido non aveva mai incontrato.
Stava seduto al banchetto d’ingresso – era esagerato chiamarla “reception”, dato che si trattava di una pedana larga un paio di metri e alta uno e venti. Leggeva un libro e la sua faccia era vecchia e saggia come la pagina ingiallita che aveva davanti. La faccia di uno cui fa piacere raccontare qualcosa.
«È successo un casino» disse Guido «Un tale aveva alzato troppo il gomito e Alì non gli voleva dare più da bere. Il tale ha detto che i beduini come Alì, visto che rompono tanto con questa storia dell’alcool, avrebbero dovuto tornare ad abbeverare i cammelli».
«Un vero signore».
«Ma innocuo. Alì ha fatto finta di niente e quello è andato avanti a sbraitare per un po’. Alla fine, quando ha capito che Alì non gli dava corda, stava per lasciar perdere. Non sarebbe successo niente se non avesse sboccato addosso al tizio lì vicino. Ecco, quello non era innocuo».

«Bella rissa?».
Guido si strinse nelle spalle con troppa nonchalance perché non si capisse che quella era stata la sua prima, vera scazzottata e che stava solo cercando di darsi arie da duro. «Gli ordini erano di non chiamare la pula e non l’abbiamo fatto. Cristo.... mi toccherà portare la divisa in tintoria». Indicò una vistosa macchia marrone. «Crema al whisky» spiegò.
«Dovrebbero pagarti il conto».
«Puoi scommetterci che lo faranno, amico». Cercava ancora di darsi un tono spavaldo, ma lo shock stava venendo fuori e lo faceva barcollare un po’, come un uomo sull’autobus che non sa a quale fermata scendere.
«Bruno è uscito prima» osservò. Si capiva che aveva voglia di parlare d’altro. Forse era un modo per scaricare lo stress. Osservando la faccia perplessa del portiere, precisò, in modo aggressivo, come per acquistare sicurezza: «Il portiere di giorno».
L’altro chiuse il libro. Non usò nessun segnalibro né fece l’orecchio alla pagina. Magari era uno di quelli che si ricordano sempre esattamente a che punto hanno interrotto la lettura.
«Non gli piace stare qui quando fa buio» gettò un occhio oltre la bussola, verso la notte «è scuro, adesso».
Guido allungò il collo «Maledizione, non mi ero accorto che fosse così tardi. Devo essere rimasto in bagno a medicarmi più del previsto. Da bambino avevo paura del buio. Avevo persino una lucina nott... ».
S’interruppe, imbarazzato.
Il portiere sorrise.
«Non devi scusarti. La gente che si ferma qui ha voglia di parlare, di solito. E noi portieri di notte ascoltiamo. Come i preti. O i dottori. O quello che vuoi».
«E avete anche il segreto professionale?».
«Non è la peggior rissa che ho visto» disse il portiere. «Nel ’78 ci furono tre morti. Erano gli anni di piombo e quelli della Digos pensavano che dessimo camere ai terroristi. Noi non lo sapevamo, ma avevano ragione loro. Uno fu beccato mentre stava per uscire dalla porta, come un cliente qualunque, e per noi lo era. Sentì puzza di sbirro, tirò fuori la pistola e quelli lo fecero fuori proprio lì, all’ingresso. Lo riempirono di pallottole. Brutto affare. Ci toccò rifare la bussola. Da allora il vetro è antiproiettile».
Il portiere doveva avere colto qualcosa sul viso del ragazzo, perché sorrise ancora. «Ah, ma non è mica sempre così. La maggior parte del tempo non si fa niente. Si sta svegli e si aspetta l’alba. Qualche volta si parla con qualcuno».
«Si direbbe un lavoro noioso» indicò il libro «per questo leggi?».
Il portiere aprì il libro. Non lo sfogliò a lungo, come se sapesse esattamente dove si trovava il passo che cercava: “Voleva parlare e se avesse voluto tacere non si sarebbe potuto fermare… si capiva che non avrebbe abbandonato la bottiglia se non dopo essersi addormentato, una volta scesa la notte. Così si sarebbe comportato per tutto il resto della sua esistenza… non avreste mai potuto sapere come si fosse conciato così poiché, anche se ve lo avesse detto, non sarebbe stata la verità. Nella migliore delle ipotesi vi avrebbe fornito una versione deformata della verità, come lui la ricordava. Esiste un uomo melanconico come quello in tutti i bar del mondo”.
«Proprio così, amico» confermò Guido, pensoso, dopo un po’ «quel tizio l’ha detta proprio bene. È proprio come dice lui. Non avrei saputo dirlo meglio. Anzi, non avrei saputo vederlo meglio. E sì che è da un po’ che faccio il barman».
«Per questo leggo».
Guido si sedette sulla poltrona di fronte alla reception. Era stata rossa, un tempo, ma adesso aveva una tonalità marrone; la stoffa era consunta, con pelucchi che solleticavano la pelle nuda, e la forma era quella, indefinita, assunta dopo aver ospitato troppa gente diversa per troppo tempo. «Comunque, continua a sembrarmi un lavoro noioso. Notte, silenzio, gente che ti racconta i fatti suoi, giusto qualche rissa e qualche scoppiato ogni tanto» lo disse con una specie di ghigno, come se non ci credesse sul serio, ma volesse provocare un po’, tanto per stimolare una discussione.
La porta si aprì ed entrò un cliente. Guido l’aveva intravisto qualche volta. Un tipo scuro, aggrondato, che camminava sempre a testa bassa, come una lamiera resa storta da un paio di martellate fuori bersaglio.  L’uomo gettò a Guido un’occhiata distratta e salì le scale.
«A volta capita anche la possibilità di fare qualcosa» disse il portiere. Calcò la voce sulla parola “fare”. Guardava verso la bussola, come se la cosa da fare si trovasse là fuori.
«C’era la guerra. La linea gotica passava da queste parti, proprio sulle colline qui dietro. I tedeschi si stavano ritirando, ma tenevano ancora duro. C’era questo ragazzo. Un polacco. Il nome non l’ho mai saputo. Forse faceva parte di un’avanguardia e aveva perso il contatto con la pattuglia o forse avevano sbagliato a paracadutarlo. Sapeva dire solo due parole, in italiano. “Mamma mia”. Lo tenevamo nascosto, forse perché sapeva dire “mamma mia”. Mia moglie credeva ancora che nostro figlio potesse tornare dalla Russia. Aveva vent’anni. Nostro figlio, intendo, ma credo anche il polacco».  
Il portiere congiunse le dita delle mani, intrecciandole, e si ingobbì in avanti, come per una specie di preghiera.
«Una notte arriva il tedesco. Obersturmführer. Più o meno come dire “tenente”, delle SS, però. Arriva il tedesco e si mette lì, proprio dove stai tu. Tranquillo, come un cliente qualsiasi. Dice che sa che diamo asilo ai banditi. Dice che andrà al bar, si piglierà un goccio, poi uscirà e aspetterà dieci minuti. In totale, avremo dodici minuti per consegnargli i banditi. Poi entrerà lui a prenderli. Parlava bene l’italiano, il tedesco».
Il portiere sfregò i pollici l’uno contro l’altro, senza muovere le altre dita.
«Io ero qui, al mio solito. Il tedesco fa come dice. Va al bar. Chiede uno schnapps. Sa che non ce l’abbiamo e lo chiede apposta, allora prende una birra. Beve e esce, senza degnarmi di uno sguardo. Quel che doveva dire l’ha detto. Io non so che cosa fare. Guardo l’orologio e aspetto che mi venga qualche idea. Del resto, è quello che faccio per la maggior parte del tempo. Aspetto».
Sciolse le dita e drizzò le spalle, come se la preghiera fosse finita.
«Comunque, non l’hanno preso, quel polacco».
Il portiere fissò Guido finché il ragazzo non parlò. «Potresti raccontarla, questa».
L’uomo scosse la testa «Non è una gran storia. E poi comincio ad averne abbastanza di gente che racconta. Parlano, parlano, parlano... dimenticano che raccontare è solo una parte della faccenda. Bisogna vedere e ascoltare, anche. E fare». Calcò di nuovo la voce sulla parola “fare” come se volesse inchiodarla da qualche parte.
«Potresti parlare tu, ogni tanto».
Il portiere incrociò le mani dietro la testa e si allungò all’indietro sulla sedia. Era il gesto più complicato che Guido gli avesse visto fare da che era lì.
«Sai che cosa mi piacerebbe? Viaggiare, dopo tanto tempo che sto qui. Uscire, quando finalmente arriva il cambio turno, salire in auto e partire. Un viaggio come si vede in quei film – road movie mi pare si chiamino – magari con un’auto scoperta, con la radio che suona quelle canzoni che sembrano fatte apposta per quando guidi, in quei paesaggi così vasti come le zone bianche sulle mappe, e la strada davanti a te lunga, lunga... dritta e lunga, come se, là in fondo, dove tu non puoi vedere, Dio in persona la stesse ancora costruendo fino a farle raggiungere l’infinito... ».
Tacque, e il silenzio era così profondo che, quando il pensiero nacque nella testa del barman, parve quasi di sentirlo sbocciare. Un suono discreto, come un pallone di chewingum che esplode. O magari era lo scoppio di un tubo di scappamento, da qualche parte.
«Bello» sogghignò Guido «e poi dici che non ti va di raccontare storie». Il sorriso si allargò «Quella di prima, per esempio. Non può essere vera. O non puoi essere stato tu. Quand’è finita la guerra? Nel ’45? E, allora, avevi già un figlio di vent’anni? Non puoi essere così vecchio».
Il portiere non disse nulla e, davvero, sulla sua faccia, si potevano leggere tutte le storie. Tutte quelle che aveva letto. Tutte quelle che aveva ascoltato. Tutte quelle che avrebbe potuto raccontare. «No» disse alla fine «Nessuno diventa così vecchio».
Quando l’altro pensiero si formò nella testa di Guido, non si sentì nessun rumore.
Il ragazzo si guardò la camicia.
«Non è crema al whisky, vero?».
Il portiere scosse ancora la testa e anche il modo in cui lo fece era vecchio e saggio.
Guido si alzò dalla poltrona e si sedette là dove si trovava il portiere di notte un istante prima di svanire.
Non rimaneva più niente di lui, proprio niente e non si capiva di che cosa Bruno, il portiere di giorno, potesse avere paura.
C’era solo il libro.
Guido lo prese e cominciò il suo turno.


NDA: il pezzo letto dal portiere e riportato in corsivo è di Raymond Chandler - "Il lungo addio"  - 1953

14 commenti:

  1. Chi è l'Autore?
    Siddharta

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  2. Argh. Io. pensavo di avere messo il nome nella etichetta...

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  3. Il portiere di notte è una figura che ha solleticato la fantasia di molti autori. Uno scrittore americano famoso era solito fare il giro degli alberghi, prima di rincasare, per farsi raccontare le ultime novità sulla città, dalle quali traeva ispirazione per i suoi racconti e articoli. In realtà è un lavoro meno romantico di quanto si possa immaginare. Ma ogni albergo ha le sue abitudini e non esistono due portieri che se la passino allo stesso modo. Molto dipende dal proprietario e dal tipo di clientela. A ogni modo, tu sei stato molto fedele all’inciso scritto da Chandler, dove si dice che nella migliore delle ipotesi il portiere, anche se avesse voluto parlare avrebbe fornito una versione deformata della verità, come lui la ricordava. Il finale ribalta la situazione, e conoscendoti, qualcosa del genere me l’aspettavo. Piaciuto, un bel racconto davvero.

    Di aneddoti ne avrei molti da raccontare, ma chissà perché la mia mente quando scrivo va altrove. Pensa che negli anni di piombo, un cliente tedesco un po’ rinco, si era messo in testa che i suoi vicini di stanza, una giovane coppia veneta, fossero proprio delle BR. Lui giurava persino di aver visto la fotografia della sposina sul giornale e incuriosito, anzi terrorizzato, aveva incominciato a spiarli come un vero investigatore. Per farla breve, li aveva sorpresi di notte infilare un grosso sacco nero nel baule della macchina. In piena notte e molto vicino alla spiaggia, secondo lui non potevano essere che armi, il quale, a caso risolto, pretendeva l’intervento della Digos. Si sentiva già un eroe, quando scoprimmo che i giovani avevano trafugato dalla spiaggia niente di meno che un sacchetto di sabbia da mettere nei vasi dei fiori. A scoprire il tutto e a evitare il peggio, fu proprio il portiere di notte, un giovanotto di belle speranze che non aveva modo di addormentarsi la notte, con tutte quelle ragazze che lo aiutavano volentieri a stare sveglio.

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    1. ehehe.. sembra un racconto di Hitch... comunque anche la faccenda del soldato polacco che sapeva dire solo "mamma mia" è vera. Solo, adattata al racconto.

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  4. Serenella Tozzi16 ottobre 2014 12:20

    Mi sfugge il finale. Perché il portiere di notte svanisce?

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  5. Perchè è uno spettro. Questo intende quando dice "nessuno diventa così vecchio". Per questo dice "comunque non l'hanno catturato il polacco" e per questo Bruno, il portiere di giorno, si rifiuta di fare il portiere di notte.
    E' un fantasma anche il giovane, benchè se ne accorga solo alla fine: la crema al whisky non è infatti crema, come il ragazzo comprende, ma sangue secco (il barman è morto nella rissa).
    "Cambio turno" perchè, ora che c'è un nuovo fantasma, quello vecchio può fare fagotto. Per dove, non si sa.
    Sono stato ellittico, lo so, ma penso che la storia di fantasmi, a differenza di altre storie horror, debba essere allusiva, ellittica, sottintendere...

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    1. Se è così, non l'avevo capita del tutto nemmeno io :-)

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  6. Si, il portiere di notte, chissà perchè, ha sempre ispirato tanti autori, come fa giustamente notare Franco. A me viene subito in mente quel film meraviglioso del 1974 con Dirk Bogarde e Charlotte Rampling; e poi, come si fa a non citare la stupenda canzone di Enrico Ruggieri, che io considero il suo capolavoro. Piaciuto anche il tuo racconto. Alla prossima.

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    1. Vero. Tanto che per trovare l'immagine si è faticato un po' visto che se ne cercava una che non rimandasse al film.

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  7. Il racconto, come altri di Rubrus, si avvale a piene mani del virgolettato di protagonisti e comprimari.
    Indispensabile per la costruzione della storia.
    La vicenda è molto ben condotta, anche se impegnativa nei vari passaggi per i tanti inserti a sorpresa a mò d'incastro.
    Penso che l'Autore sia particolarmente versato nella costruzione di trame complicate, allenato com'è sul noir, che tengono col fiato sospeso fino a conclusione dell'intreccio.
    Come al solito, una scrittura finissima.
    Siddharta

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    1. Vero, mi piacciono le trame un po' complesse e cerco di far sì che siano, anche se partono da premesse assurde, logicamente coerenti.
      Il prossimo cercherò di metterlo senza dialogo, in modo da cambiare un po' registro, così da non annoiare il lettore.
      Ti ringrazio.

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    2. Per carità, nessuna noia, solo un'attenzione più impegnata.
      Poi la questione riguarda anche le abitudini del lettore.
      Dedito come sono ai saggi letterari, i dialoghi ravvicinati mi fuorviano nel ricucire la trama: sarà anche questione dell' età, che purtroppo ci ha le sue ragioni...
      Sid

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    3. Come suol dirsi, io metterei la firma per avere la tua lucidità - ma adesso non ti abituare ai complimenti eh?

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  8. Serenella Tozzi16 ottobre 2014 21:06

    Ora capisco, evanescente anche il finale. :-)

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