lunedì 20 ottobre 2014

Mezzo Loto - Uriah - racconto

La mia ragazza sostenne di avermi salvato la vita perché il camion, durante l’incidente, aveva distrutto completamente il posto accanto al guidatore, quello che di solito occupavo io.
Quando accadde - il giorno in cui la sua macchina venne travolta – la mia fidanzata stava andando a scopare con un altro, l’assistente del corso di filosofia teoretica. Una parola che riuscivo a mala pena a pronunciare: teoretica?
In ospedale mi confessò quel tradimento senza alcun pudore, mentre osservavo le sue dita tumefatte che spuntavano dal gesso appena steso. Era serena. In un bicchiere sopra il comodino c’era l’anello che le avevo regalato due anni prima, spaccato in due metà quasi perfette. Erano stati costretti a tagliarlo, disse, per poterle salvare il dito. Mi pregò di riprenderlo e mi lasciò quel giorno stesso.
Come spesso accade, l’incidente le aveva mostrato le cose da una prospettiva differente. Né migliore né peggiore, solo differente.


Attraversato da un’inossidabile fiducia negli eventi, pensai che potessi trarne una lezione anch’io, così mi iscrissi ad una scuola di zazen. Il dojo, pulito e luminoso, non era troppo lontano da casa e potevo raggiungerlo facilmente anche dal lavoro.
Durante le prime sessioni non feci altro che starmene seduto in silenzio, con il cuore che pulsava lento nelle tempie. Il maestro mi disse che la mia mente era come una ciotola piena che avrei dovuto svuotare, prima di poterla riempire nuovamente.
Ero d’accordo, gli dissi. Anche se a me poteva bastare la parte in cui ci saremmo limitati a svuotarla.
Svuotare, dimenticare. Quanto mai potevano essere lontane, le due cose?

Feci tutto quello che dovevo anche quando – soprattutto quando – non mi veniva richiesto di fare niente. La parola zazen non significa altro che ‘meditare da seduti’.
Di tanto in tanto il maestro ci recitava dei Kōan che non avrei mai risolto. “Se un uomo cerca il Buddha, quest’uomo perde il Buddha”. O ancora: “Occhio che guarda non può vedere se stesso”.
Ogni Kōan è un paradosso, uno strumento di meditazione che non prevede una risposta.
«Come la vita», dissi. Il maestro mi colpì con una sottile canna di bambù. Non molto forte, a dire la verità.
«Il punto debole di ogni banalità è di essere quasi sempre vera», disse il maestro.
«Come la vita», ripetei.

Il dojo continuo a frequentarlo, anche se non ho raggiunto l’illuminazione e non credo di esserci mai andato neppure vicino. Spesso mi capita addirittura di addormentarmi durante la sessione di meditazione.
La verità è che mi piacciono le pareti in carta di riso, l’odore di cedro libanese, gli ideogrammi a cui non sono in grado di dare un significato e l’arioso tetto a capriate.
Durante l’ora in cui pratico zazen, concentrato sul vuoto in cui dovrei avvolgere la mia mente, immagino ciottoli gettati in uno stagno di montagna e un anello spezzato in due identiche metà.

Un territorio vasto e inesplorato in cui la coscienza, fieramente arretra.

11 commenti:

  1. Certo che ne aveva di tempismo, la pupa...
    La scrittura è chiara pulita e direi cristallina. Koan, paradossi o antinomie si trovano un po' in tutte le culture e, secondo me, hanno il grande pregio di ricordarci che nessuno e niente si può dire depositario di certezze (al massimo possibilità, ma questo lo aggiungo io).
    La penultima frase lascia intendere che il protagonista non si liberi, tutto sommato, dal suo passato, ma casomai lo renda più astratto, senza liberarsene.
    Piaciuto.

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    1. ciao Rob, di Koan ho fatto indigestione quando, anni fa, mi ero messo in testa che praticare la meditazione fosse una strada praticabile per arrivare ad una certa pulizia del pensiero. purtroppo ho scoperto a mie spese di non esserci portato, ho un'indole troppo inquieta per cose di questo genere, sic. però restano letture interessanti. ciao!

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  2. Piaciuto anche a me. Soprattutto per il linguaggio, che è chiaro, essenziale. Si parte da una situazione reale per poi entrare in una atmosfera ovattata, quasi impalpabile, fatta di massime, di meditazioni, nel tentativo di liberarsi di un passato che è troppo ingombrante. Ma, a giudicare dal finale, si ha l'impressione che il tentativo non sia andato a buon fine.

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    1. eheheh... no, direi di no, non è andato a buon fine. dalle mie parti si direbbe che il ragazzo 'ci è rimasto sotto'.. ciao

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  3. Serenella Tozzi20 ottobre 2014 12:02

    Non mi intendo di zazen, Kȱan, o altro, ho sempre pensato che basterebbe un po' di meditazione introspettiva, però, il tuo racconto fa capire che a volte di fronte ad avvenimenti troppo coinvolgenti si senta il bisogno di affidarsi ad altri, nella speranza ne sappiano di più sul come affrontare la vita.
    Piano e scorrevole, anche a me è piaciuto.

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    1. Grazie Serenella! :)
      un abbraccio.
      e sì, a volte un aiuto è indispensabile..

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  4. Quanto mi piace quando scrivi così...e tu sai cosa intendo dire.;-)
    No dai mi piaci anche quando sfoderi più grinta, che centra, è che così pulitino pulitino non mi devo scervellare, questa la so questa no...
    Ho cercato una soluzione diversa per il finale ma, alla fine, sono d'accordo con Rubrus e Eugenio. Hai voglia a meditare, prima di smaltire la mazzata. Mi riferivo al protagonista della storia naturalmente, meglio precisare neh :-)


    Ciao ciao...

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    1. ahahahahhaah!!! non hai dovuto fare 'celo-manca'... ho capito a cosa ti riferisci.. e sì in questo caso mi sono dato una bella ripulita e il compitino l'ho fatto minimal e pulito ;)
      ciao capo.

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  5. Trovo questo racconto perfetto.
    Vorrei soltanto soffermarmi su due punti in particolare,

    Questo:
    In ospedale mi confessò quel tradimento senza alcun pudore, mentre osservavo le sue dita tumefatte che spuntavano dal gesso appena steso. Era serena. In un bicchiere sopra il comodino c’era l’anello che le avevo regalato due anni prima, spaccato in due metà quasi perfette. Erano stati costretti a tagliarlo, disse, per poterle salvare il dito. Mi pregò di riprenderlo e mi lasciò quel giorno stesso.
    Come spesso accade, l’incidente le aveva mostrato le cose da una prospettiva differente. Né migliore né peggiore, solo differente.

    E qui:

    Durante l’ora in cui pratico zazen, concentrato sul vuoto in cui dovrei avvolgere la mia mente, immagino ciottoli gettati in uno stagno di montagna e un anello spezzato in due identiche metà.

    Un territorio vasto e inesplorato in cui la coscienza, fieramente arretra.

    Segnalando non solo il valore apotropaico dell’anello, ma la connessione che il suo spezzarsi-essere spezzato crea tra lo stato interiore della ragazza che lascia e l'evoluzione interiore del ragazzo che subisce l’abbandono, producendo il “senso” della storia.
    Allora si può quasi azzardare a dire che l’incidente le aveva mostrato le cose da una diversa prospettiva, ma è la necessità di segare l’anello per salvarsi il dito che la fa decidere.
    Il valore simbolico è così potente che il lettore è in grado di “vedere” lo stagno di montagna, quel posto che custodisce un simbolo e “il cervello”. Quel posto dove la percezione del sè arretra.
    Se lei ha dovuto spezzare l'anello, per spezzare il legame, lui immagina di buttare la ciotola nel lago.
    Insieme a molte altre ciotole già buttate da altri, per altri motivi.

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  6. già, un mare di ciotole...
    l'anello è in effetti il motore del racconto ed è già di per sè molto simbolico. mi fa piacere che tu abbia notato come la ragazza abbia dovuto vivere il taglio dello stesso, per prendere coscienza di un cambiamento.
    tanta roba Claudia, grazie mille. bisi.

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  7. A partire dal titolo, il racconto si presenta oltremodo piacevole.
    Senza puntare alle meningi del lettore tentando di sfiancarle, l'Autore rapidamente traccia i fondamentali di una storia sentimentale finita male.
    Con leggerezza, al pari della crisi superata senza spargimento di sangue, come pare invece d'uso dalle cronache quotidiane.
    Certo, ci vorrà del tempo per metabolizzare la sconfitta, ma senza le solite scontate depressioni autodistruttive.
    I tempi ovviamente aiutano, fissando i rapporti di genere ormai su un salutare distacco emotivo.
    Molto bravo nella brevità a condensare la realtà del contemporaneo.
    Siddharta

    Cordialmente, Sid.

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