lunedì 27 ottobre 2014

Mulini a Vento - Claudia - racconto - narrativa -

 
Il dehor del locale affaccia su una strada poco distante dal tribunale.
Gli automobilisti di passaggio non frenano mai bruscamente, scalano le marce  e girano la testa al finestrino con una discrezione che ricorda la ieratica lentezza delle parate.
Pensavo fosse il segno di una coscienza motorizzata di rango più elevato, poi ho scoperto che lo fanno per avere il tempo di spiare i colleghi seduti ai tavoli e la proposta quotidiana del sontuoso buffet dietro la vetrina.
Montagne di omelette, fontane di cruditè,  arabeschi di couscous e sfiziosi vassoi stracolmi di nachos e fajitas.
Nel retro una terrazza perimetrale ospita tre tavolini appartati, appesi fra i muri delle case che affacciano sul corso nascosto del fiume.


Quando chiedo al barista, un uomo piantato e impossibilitato a spettinarsi, se sia possibile riservarne uno, lo vedo scuotere la testa con un’energia sproporzionata al peso della domanda.
«Mi dispiace» dice «non lavoriamo su prenotazione e i tavoli bella vista sono soltanto tre».
Non insisto, ordino un drink perditempo giusto per metterlo in imbarazzo e la cosa mi riesce abbastanza bene: l’uomo in livrea, sulle prime, finge di sapere di cosa sto parlando e afferra dalla scansia alle sue spalle una bottiglia di Cachaca.
Gli spiego che il perditempo è un gin lemon doppio infilato in un tumbler da 250 ml, «così non devo ordinare due volte mentre aspetto».
I tavoli bella vista, quelli che non si possono prenotare, hanno la fattura seriale degli arredi da giardino del Mercatone Uno, o, salendo qualche gradino nella graduatoria dei suppellettili, de la Maison du Monde.
E il fiume su cui affacciano non è il Danubio o la Senna, ma il sozzo Reno.
Dall’altra parte dell’affaccio, proprio di fronte ai tavoli di ringhiera, sporge una pensilina a vista che è la propaggine condonata di una casa universitaria.
Ufficialmente la abita una coppia, ma mediamente ci transitano dalle otto alle dieci persone.
Alle volte ne ho contate quattordici.
Guardando sotto, le rapide regolate dalla chiusa, mi sono immaginata le scene più terribili: l’abbaino si scollava dal muro con un rumore sordo e crollava nel fiume trascinando con sé i malcapitati studenti.
Comincio ad essere pentita della mia scelta, avrei dovuto ripiegare su un sordido bar della cirenaica, o su una delle antiche sale da tè dell’hinterland cittadino,  giù al parco fluviale.
Ma la donna che aspetto ha dovuto vendere persino la macchina per pagare l’avvocato a suo marito.
Ho scelto questo locale poco distante dal Tribunale per evitarle chilometri di autobus, anche se da qui, prestando ascolto, posso ancora sentire il sibilo dei gas lacrimogeni e il passo cadenzato dei celerini in assetto antisommossa contro il corteo non autorizzato sotto le finestre di Visco.
Ciascuno ha le proprie croci e i propri credo, difficilmente lo si dimentica abitando qui, ma in tutti questi anni, e ormai conto quaranta primavere – per dirla in modo gentilizio e retrò- non mi è ancora capitato d’incontrare qualcuno capace di essere davvero coerente al di fuori di un sistema. La verità è inscritta nel nostro dna, io credo. La coerenza non è poi tanto dissimile da un atto di fede e scegliere di esserlo a prescindere, equivale a trasformarsi in un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento. Non vorrei, ma questo pensiero mi rimanda alle scelte operate dalla donna che aspetto.
Non l’ho mai vista, questa donna, ma la sua voce, tutte le volte che ci siamo parlate al telefono, aveva un che di ritirato, un sospiro di ritorno impossibile da ignorare.
Di lei sapevo che era la moglie del mio cliente, che era un’italiana convertita all’Islam e che possedeva quella voce tanto particolare.
Prima di parlarle mi ero fatta prendere la mano e l’avevo immaginata come una novella Rodope, schiava a tal punto del proprio amore per il marito da scegliere di cadere addirittura dalla padella alla brace.
Dove per padella intendo il cristianesimo e brace avete già capito.
Sei mesi prima stavo guidando in modo spregiudicato lungo una strada deserta di campagna –ero in ritardo all’appuntamento settimanale con la poltronata genitrice- e il cellulare aveva squillato con insistenza dal sedile del passeggero.
Avevo detto pronto con la stizza della lavoratrice che debba rendicontare ogni minuto di ritardo alla propria madre e avevo scoperto, con notevole imbarazzo, che la voce maschile dall’altra parte apparteneva al maresciallo della Questura.
«Come sta signorina?» mi aveva domandato, senza nascondere quel filo sotterraneo d’ironia che accompagnava le nostre rade ma significative conversazioni.
Gli avevo risposto bene e mi ero scusata per il tono d’esordio. Il maresciallo aveva glissato sulla cosa buttando là un non si preoccupi. Poi era passato alle condizioni metereologiche, ai disastri provocati da queste ultime e agli encomi per il mio acquisto annuale di tutti i calendari prodotti dalle forze dell’ordine, Vigili del Fuoco compresi.
«Mi auguro che la sua fedeltà prosegua anche quest’anno» aveva detto.
Gli avevo risposto «Naturalmente» pensando all’esborso di milleduecento euro tra arma dei Carabinieri, polizia e compagni e mi chiedevo quando sarebbe venuto al punto.
Non avevo dovuto attendere molto.
«Purtroppo questa non è una telefonata di cortesia» aveva detto, «la sto chiamando per informarLa che già da ora la società XXX che lei gestisce può venire presso i nostri deposito a ritirare il furgone YYY momentaneamente sequestrato».
La notizia mi aveva costretto a mettere la freccia e accostare. Erano quasi le nove di sera, dovevo andare da mia madre e il dissequestro immediato di un veicolo intestato ad una delle società che seguivo poteva significare soltanto una cosa: il reato commesso non era imputabile alla società intestataria, ma alla persona.
In poche parole, al conducente.
«È grave maresciallo?» avevo chiesto. Se avessi formulato la domanda in altro modo, mi sarei sentita dire dall’alto funzionario che non era autorizzato a rispondere.
«Abbastanza» aveva ammesso in via confidenziale, «ma non si preoccupi, verrà ricontattata al più presto».
Ci eravamo accordati per l’indomani. Al momento non avevo nessuno sottomano che potesse effettuare il ritiro del furgone, io compresa. Il tempo di rimettermi in carreggiata e il cellulare aveva ripreso a squillare.
Questa volta era Z – lo chiamerò così per convenzione- il conducente arrestato.
«Sono innocente» era la prima cosa che aveva detto.
Mi aveva informato che mi avrebbe fatto richiamare da sua moglie per farmi avere il numero del suo avvocato e poi, dopo una pausa erudita, aveva aggiunto:
«Potevo fare una telefonata e ho chiamato Lei» lasciando intendere un grado di stima e di fiducia che non avrei potuto trascurare.
Avevo risposto:
«Ne sono lusingata», anche se sapevo che aveva chiamato me per evitare la lettera di richiamo.
Se non si fosse fatto sentire, avrei potuto sbatterlo fuori per assenza ingiustificata e la società si sarebbe liberata velocemente del problema facendo come Pilato.
Il giorno seguente- oltre a provvedere al ritiro del furgone- avevo avuto la prima conversazione telefonica con la moglie e con l’azzeccagarbugli, da cui avevo appreso che il signor Z, alla guida del furgone di proprietà della società XXX, era stato fermato nella località Tal dei Tali e sul mezzo, più precisamente in un doppiofondo del pianale, le forze di polizia avevano rinvenuto un ingente quantitativo di eroina.
Per ingente intendevano due panetti da un chilo, e il signor Z- questa informazione me la passò un uomo del Comando e non l’avvocato-era da tempo sotto l’occhio del ciclone perché ritenevano facesse parte di un racket ben più ampio e organizzato.
Per tutta la durata delle indagini preliminari la moglie aveva fatto esattamente ciò che le veniva suggerito, pur concludendo ogni nostra telefonata con questa frase:
«Mio marito è innocente».
Avrei voluto sottolineare il fatto che nessuno lo è, e non è un pensiero partorito da un utero necessariamente cattolico, ma sarei finita in un giro di sofismi che lasciano il tempo che trovano quando si ha di fronte una realtà così materiale come la galera.
Quindi mi adoperai con l’avvocato ed ottenemmo i domiciliari.
Più di così non avremmo potuto, se il signor Z non si fosse dimostrato disposto a collaborare con la giustizia: il vecchio e caro do ut des.
Avrebbe dovuto fare i nomi – almeno qualcuno- dei Kapò dell’organizzazione, o per lui le cose sarebbero rimaste tali e quali, fino a sconto totale della pena.
Sua moglie, la donna che ora sto aspettando, pretendeva che riuscissimo ad ottenere dal Tribunale il permesso di farlo lavorare.
La richiesta era stata inoltrata ed era stata rapidamente respinta.
«Questo dovrebbe dimostrarle la nostra buona volontà, ma se non ci aiuta a convincere suo marito a collaborare non arriveremo da nessuna parte» le avevo detto al telefono.
Lei non aveva risposto, lasciandomi per molto con i rumori di una casa che non avevo mai visto e che probabilmente non avrei visto mai.
In quella casa, da qualche parte fra i corridoi e le stanze, i bambini stavano giocando.
«Mio marito non può fare nomi perché non sa niente. È tutto un grave equivoco» aveva detto con quella voce penetrante, «Lei ci ha aiutato fino ad ora. Sono sicura che continuerà a farlo».
Questa volta a tacere ero stata io. Avrei voluto aiutarli, davvero, e a quel punto non si trattava più di etica professionale, ma di come sono fatta.
Ma non era soltanto questo: più andavo avanti, più mi sembrava inconcepibile che una donna italiana sana di mente potesse essere stata plagiata al punto da credere davvero all'innocenza del marito.
Volevo aiutarla e volevo sbugiardarla al tempo stesso.
Così avevo suggerito:
«Se le è possibile dovremmo incontrarci di persona».
Aveva accettato subito, ed eccomi qua, in questo posto lontano dai tafferugli di piazza ma non abbastanza da non sentirne gli echi.
Pensavo che sarei riuscita a farla ritrattare. Che la conversazione vis à vis l’avrebbe smossa da quella posizione di arrocco in cui si era rifugiata. L’avrei costretta a smascherarsi, ammettendo che sapeva che suo marito trafficava in droga e avrebbe meritato la galera, non fosse che lei e i tre figli sarebbero rimasti culo a terra.
Temevo di non riconoscerla, ma il mio timore si é rivelato infondato.
Non è il kaftah di seta che indossa sopra i jeans, né il kefiah avvolto sulla testa.
É l’insieme di lei, movimento raccolto e sguardo vigile dietro ciglia lunghissime.
Faccio per alzarmi e andarle incontro, ma lei è più svelta: allunga il passo e prima che me ne renda conto sta stringendo le sue mani nelle mie.
«I tavoli bella vista sono liberi, se volete», suggerisce il barista che non si spettina.
Mastico un grazie pieno d’imbarazzo, non tanto perché la donna si rifiuta di mollarmi le mani, quanto perché da quando me le ha prese ripete:
«Lei è una persona eccezionale».
«Dice così perché sono a costo zero».
Lei alza la testa, ha occhi profondi e innervati di sfumature marroni, come la corteccia di un olmo. E un leggero strabismo di Venere.
«Non scherzi» obietta, e non lascia la presa.
Accetta di liberarmi una delle mani solo quando attraversiamo il locale per uscire in terrazza e sederci al tavolo. Sembra confortata del fatto che siamo sole.
Per un istante rimaniamo mano nella mano a osservare di sotto, il greto del fiume.
Sono una donna espansiva solo con gli uomini.
Che io ricordi, l’ultima ragazza che ho tenuto per mano tanto a lungo era una nippo-coreana di nome Ren.
Era la ragazza di un mio amico. Eravamo ad un’immensa festa a cielo aperto, lei non conosceva nessuno e non parlava una parola d’italiano.
Scoppiarono i fuochi artificiali e scelse la mia mano per non lasciarla più, per tutta la durata della festa.
Quando le chiesi, molti anni dopo, perché quella sera avesse scelto me, Ren rispose:
«Non mi sembravi la solita occidentale».

«Mi chiamo Daria» dice la moglie del signor Z, «Non gliel’ho mai detto».
«É un bel nome».
Lei fa spallucce, «Vuol dire terra fra due fiumi».
Quando le dico che il mio vuol dire zoppa la sento ridere per la prima volta: una risata di fonte, che sale dal petto e arriva fino alla mano con cui ancora mi tiene stretta.
Le propongo di sederci. È quasi ora di pranzo e nell’abbaino di fronte c’è il movimento dei ragazzi che si adoperano in cucina. Uno di loro apre la finestra e sceglie una manciata di foglie di basilico, le butterà nel sugo.
Ci scambiamo uno sguardo, poi la finestra si richiude e tutto torna immobile.
Daria usa la mano libera per togliersi il kefiah. Scioglie la crocchia in un gesto veloce e i capelli, lunghi e dorati, le ricadono giù per le spalle fino al culo.
Biondi a quel modo credo di averli visti solo sulla Barbie Principessa che mi regalò mia zia quando avevo otto anni, ma quelli della Barbie non erano naturali.
Sorride:
«Dica la verità, immaginava di trovarsi davanti la solita cicciona che pur di prendere marito accetta d’indossare il burkha».
«Cicciona no, magari infagottata sì. Ma avevo già escluso alcune cose».
«Ad esempio?».
Cerco di sottrarre la mano prima di rispondere, ma lei non me lo permette.
«Ad esempio ho sentito parlare i suoi figli. In tre lingue diverse».
«Quattro» mi corregge, «deve aggiungere l’inglese».
«Dal telefono, in sottofondo».
«Sta precisando perché non vuole che io pensi male di lei?».
«Non voglio che lei pensi ch’io mi sia occupata di Voi più del dovuto».
Il cameriere che viene a prenderci le ordinazioni fa di tutto per non guardare le nostre mani intrecciate sopra il tavolo.
Daria sembra non curarsene. Ordina il suo latte di mandorla e quando l’uomo se ne va indica un punto oltre il piano che ci separa, «Mi dia anche l’altra».
Allungo la mano che nascondevo fra le cosce, non so perché.
«Non è religiosa, dico bene?».
«Direi di no».
«Ma non è atea».
Faccio di no con la testa, dico scettica.
«È più forte di me, riesco a credere solo nei fatti».
«Come il fatto che i miei figli parlino inglese?» dice, «questo fatto la tranquillizza rispetto all’idea che poteva essersi fatta di noi?».
Non so cosa dovrei risponderle, «Non è questo il punto» dico.
«I fatti, i suoi incrollabili fatti» Daria scuote la testa e poi la inclina quel tanto che basta a farsi scivolare i capelli sul petto, «Un fatto è mio marito che viene beccato mentre carica i panetti di eroina, ma non l’hanno visto caricare quei panetti».
Sospira:
«Un fatto è che fossero nel doppiofondo del pianale, ma che ce li avesse messi lui non è un fatto».
«Fino a prova contraria» obietto.
Sorride, «Lo stesso si può dire per Dio, stando a quello che dice lei. Perciò» si sporge verso di me, «le sto chiedendo un atto di fede, la sua fede».
Mentre lo dice, penso che anche Don Chisciotte aveva la propria.
Sarà per questo che adesso mi sembra di sentire le pale dei miei mulini a vento: appena un fruscio di sottofondo fra gli sfollagente che frantumano
persone e cose.

Un richiamo incoercibile, anche per una miscredente come me.

14 commenti:

  1. Serenella Tozzi27 ottobre 2014 18:47

    Vuoi provocare, vero, con tutti quei termini stranieri? :-))
    Un racconto interessante, ma come va a finire? Ho visto che ti piace scegliere fra le parole girando intorno al frasario in modo originale. Beh, devo dire che lo sai fare bene.

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    1. eh, come va a finire.. Quale versione vuoi?
      C'e' una versione dove il tizio continua ad essere ai domiciliari, sostiene la propria innocenza ed e' supportato in questo dall'io narrante (oltre che dalla moglie eccetera), ma lo stallo e' certo e duraturo. C'e' una versione in cui 'canta', il tribunale gli concede il permesso di lavorare pur con tutte le restrizioni del caso. C'e' una versione all'indietro: prima. Prima del matrimonio, prima di quel lavoro ecc... tutte plausibili direi :)

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    2. Serenella Tozzi29 ottobre 2014 02:14

      E chi delle due si converte non lo prendi in considerazione? Questo è il punto secondo me, una delle due dovrebbe convincere l'altra, per lo meno approfondire con maggiore convinzione questo aspetto.
      Il riferimento alla conclusione voleva essere una battuta... perché anche qui nel blog mi sono sempre sperticata sulla questione: mi piacciono i finali lasciati in sospeso. :-)
      Comunque ti ribadisco che mi è piaciuto quello che hai scritto.

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    3. Non volevo questo. Non era un confronto a conversione, ma un dialogo improntato sui dialoghi a dimostrazione.
      Quelli peripatetici. Della serie: sostieni di essere una fedelissima fatti, perchè i fatti sono dimostrabili.
      La contraddizione sta qui: nessuno ha visto l'uomo caricare la droga, e dunque, l'unico fatto ammissibile a seguito di questo è un'ipotesi ambivalente.
      L'ha caricata lui o non l'ha caricata lui?
      Ne deriva che colei che voleva sbugiardare è stata sbugiardata.
      Ma non è riuscita la logica dei passaggi, purtroppo.
      Scrittura deficit, ach

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  2. Oddio, qui il discorso si fa molto complesso. Il tema delle conversioni all'Islam è molto caldo, ma io credo che si volesse parlare della fede in generale. Sì perché siamo di fronte a una persona che dice di credere solo nei fatti, che però non si dichiara atea, ma scettica e subisce il fascino di una donna che le chiede di avere fede. Come si inserisca Don Chisciotte in questo contesto non saprei, che cosa simboleggiano le pale che girano forse è più intuibile. Sono le inquietudini dell’avvocato messe in moto dalla fascinosa bionda che si è convertita all’Islam. Gli sfollagente invece che centrano?
    La vicenda giudiziaria sta sullo sfondo, diciamo che è il pretesto letterario, lo spunto, e poco mi importa di sapere chi davvero a messo i panetti nella macchina, non credo sia quello il tema del racconto.
    Nel web siamo abituati a leggere racconti autoconclusivi, ma un finale di questo genere ti ronza nella testa per giorni, ti obbliga a riflettere, per contro alimenta la curiosità in modo spasmodico e i casi sono due, o ci racconti subito come va a finire, oppure scriverai il seguito di questo racconto e io avrò il piacere di pubblicarlo presto. 

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    1. ho risposto sopra sulla conclusione ;) del resto tu sei stato il primo, con l'idea fica dell'esercizio di scrittura creativa, a sottolineare il fatto che per ogni storia ci possono essere molte vie e molte pieghe, pur partendo dagli stessi,identici elementi...

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  3. In che cosa credeva Don Chisciotte fino a perdere il senno? Che cosa gli faceva vedere i mulini a vento? Quella stessa cosa che fa dire a Cervantes che il Don ebbe la fortuna di vivere pazzo e morire savio.

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    1. rispondo qui anche per quello che hai scritto sotto. Direi che mi ritrovo in pieno in quello che ho cercato di dire in questa versione della storia. perche' ce n'era un'altra, morta, dove cercavo di piegare su altri significati. Poi, se la relazione tra il concetto di 'fede' e l'accostamento con Don Chisciotte non e' chiaro, mi rendo conto. Cioe' me ne rendevo conto anche prima. probabilmente avrei dovuto allungare. Pero' sono contenta che almeno alcune cose siano passate e tu le abbia 'viste'.

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  4. Ma va… adesso sì che è tutto chiaro. 
    Vabbe’, combattere contro i mulini a vento è un modo di dire entrato nell’uso comune e non credo che abbia bisogno di tante spiegazioni.
    Ho cercato un paio di volte di leggere il romanzo, ma non sono mai andato oltre le prime pagine, tuttavia ho sempre pensato che quella di Don Chisciotte fosse la parabola di un pazzo sognatore che combatte contro le ingiustizie e la sua sconfitta significa che la lotta contro l’ignoranza, la malafede, l’ipocrisia eccetera rappresentata da Sancho Panza, è una utopia. Una battaglia persa per in partenza. Una lotta contro i mulini a vento, appunto, di più ninzò.
    L’aggancio con la storia di Claudia si può anche intuire, ma non mi sembra lapalissiano, tuttavia a me basta anche così, non mi dispiacciono i misteri, i finali enigmatici m i intrigano da sempre e non sono ansioso di conoscere tutti i particolari, mi bastano quei pochi indizi per farmi riflettere, che resta sempre il più bel regalo che si possa ricavare da una lettura. Che tra l’altro è scritta benissimo e non è un particolare di poco conto.

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    1. grazie Franco. Ho chiuso cosi' perche' quello che m'interessava mettere in luce erano i meccanismi, non gli sviluppi che ne sono un portato o conseguenza. Allora diventa tutto opinabile anche in narrativa, tranne cio' che contraddice con ogni evidenza le premesse del gia' narrato.. Il famoso principio di verosimiglianza. Che poi, anche qui si apre una parentesi gigantesca. Una cosa e' certa: volevo dire delle cose, non ci riuscivo, ne ho poi dette altre, non ci sono riuscita del tutto.. Pero' quello che conta e' provarci. E se si ama scrivere, scrivere. Lo so, sembrano gli spot della donna qualunquista, pero' perche' complicare un motivo semplice? Chiedero' alla perugina- dopo questo mio intervento- se mi assume a scrivere i bigliettini. Francamente i mots di Pascal hanno reso. E anche Catullo e Saffo. :))

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  5. mmm... beh.. io lessi la versione per ragazzi quando ero ragazzo (a proposito, ma ci saranno ancora le versioni per ragazzi dei grandi romanzi, le riduzioni? io ricordo con affetto quelle di Moby Dick, di Robinson Crusoe ecc che, per me, hanno rappresentato introduzione alla lettura... chissà forse ora è una usanza dimenticata) e poi quella "integrale". Io non lo ricordo così. Il Don divenne pazzo per aver letto troppi libri di cavalleria (semplificando Cervantes) e io credo che questo simboleggi il "desengagno" che, dopo Lepanto, colse l'autore nel vedere come si erano ridotti gli ideali per i quali aveva combattuto (e perso un braccio). L'autore conclude dicendo che appunto il Don ebbe la gran fortuna di viver pazzo e morire savio e con questo intende (a mio parere) che l'illusione è meglio della realtà - insomma una morale escapista. Il povero Sancho, invece, è tutt'altro che un personaggio negativo o comunque che rappresenta ignoranza (o addirittura malafede, quello proprio no) è al contrario l'uomo comune, dotato di buon senso, di senso della realtà che non si fa trascinare dalle fumisterie intellettuali, ma ne è tuttavia affascinato , anzi sedotto (infatti segue il don fedelmente) anche se è ben consapevole della sua follia. Se si da per vero questo presupposto, salvo verifica o smentita, se ne deduce che il racconto sta parlando della (a mio parere) necessità di una fede, quale che sia. A me pare cioè che il racconto dica che quanto consideriamo valido e oggettivamente incontrovertibile ("i fatti") - magari additando gli altri come creduloni un po' fanatici (vedi "idea di Islam") è in realtà tutt'altro che solido ed incontrovertibile e gli crediamo e ci affidiamo - senza rendercene conto (ed il racconto parla di questa scoperta, a mio parere) - per fede. Forse una fede non troppo diversa, quanto a modo di approcciarsi alla realtà, e relative conseguenze (esempio stiracchiato: perchè siamo certi che la democrazia sia meglio della teocrazia?)di quella degli altri. A questo relativismo esasperato (tutto ciò che crediamo di sapere lo sappiamo, gratta gratta per fede, anche se non vogliamo ammetterlo e tutte le fedi sono uguali) si contrappone, a dare connessione, e quindi senso e oggettività, il rapporto tra le persone al di là, alle volte contro, le fedi.
    Questo, secondo me, il senso del racconto.
    Ah dimenticavo... se mettete un significato sociale nel racconto, facile che non lo colga, a meno che non sia bello grosso. Di me potrei dire quello che di Marlowe diceva Chandler (si licet parva componere magnis) "ha la coscienza sociale di un cavallo. Potrebbe avere una coscienza morale, ma è una cosa diversa".

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    1. Essì, qualcosa del genere :-)

      Più che bisogno, necessità di fede, da parte dell'avvocato, parlerei di un subbuglio interiore, tipico di coloro che dichiarando il proprio scetticismo, in fondo ammettono una mancanza di certezze assolute. Al catechismo la chiamavano "vocina dell'anima" quella che viene da dentro... insomma semplificando e di parecchio, qualcosa del genere.

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  6. Per il racconto Mulini a vento di Claudia:
    << Il racconto parte alla grande con battute fulminanti e azzeccate e con vivacità d’esposizione.
    Poi verso la fine si accuccia per riposare…
    Il periodare pseudo-saffico è troppo insistito e finisce per essere poco convincente.
    Una strizzatina d’occhio alla diversità culturale islamica, con prudente silenzio sul tema religioso, in timore di scatenare il lancio di una fatwa…
    Secondo me: < rétro >, < Arma dei Carabinieri >, < Maresciallo > che però non mi risulta un < alto funzionario >, < tal dei tali >, < kapò >, < vis-à-vis >, Allah invece di < Dio > ( così direbbe una musulmana )…

    Siddharta >>

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  7. il finale è tranchant, avrei dovuto dilungarmi e te ne do atto.
    Se tra le righe si legge un rapporto saffico, è un bersaglio mancato della scrittura: la fascinazione doveva stare nella querelle. Nel sofismo, cioè, che permette a Daria di dare scacco all'io narrante.
    La diversità religiosa è solo un pretesto per la diversità tout court. Il tema è la validità in assoluto della fede. Ecco perchè non è riuscito: non si capisce il sofismo.
    In poche parole: se l'io narrante crede soltanto ai fatti, e se i fatti sono:
    -il tizio è stato beccato con la roba nel furgone
    -nessuno ha visto il tizio caricarcela
    allora NON è un fatto che ce l'abbia messa lui. E' invece un fatto
    -la possibilità ( per quanto improbabile) che sia stato qualcun altro a mettercela.
    In questo senso Daria dice: le chiedo un atto di fede. Cioè prendere l'ultimo fatto (la possibilità che non ce l'abbia messa lui) e anzichè gestirlo come variabile, pensarlo come fatto e punto.
    Non ho capito da secondo me in poi.
    In ogni caso ti do ragione sulle mancanze del racconto. Il buco della ciambella non è tondo, miseria :)

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