lunedì 3 novembre 2014

Il Post - it di Rubrus - dell'antiretorica del due novembre

Spesso in questo frangente capita di sentir dire “ah no, io non ci vado, ai morti, al cimitero: troppa ressa, troppa gente”; addirittura ho sentito definire la ricorrenza “burocratica” - ma tutte le ricorrenze lo sono perché si fanno certe cose in certi modi e in certi tempi ed occasioni (e infatti c’è tutta una antiretorica che è retorica quanto la retorica cui vorrebbe contrapporsi finendo, necessariamente, per assomigliarvi).
Ora: è verissimo che (pensate ai grandi cimiteri delle grandi città) un raccoglimento solitario innanzi a una tomba è più intimista, probabilmente anche più autentico, per chi lo vive, del peregrinare tra una tomba e l’altra, tuttavia mi sia consentita questa riflessione.



Da un bel pezzetto sappiamo che "All'ombra dei cipressi e dentro l'urne" eccetera ecceterorum, quindi voglio provare a dire qualcosa di laterale.
E' ovvio che se pensiamo che i sepolcri siano fatti non per i morti, ma per i vivi, non possiamo che giungere alle conclusioni di Foscolo - e quindi chi ce lo fa fare di partecipare alla ressa del due novembre?
Se invece pensiamo che il due novembre sia la celebrazione di una relazione, di una comunanza (eventualmente, ma forse non necessariamente, anche in un'ottica ultraterrena) allora io credo che ci si debba chiedere se, in nome di questa relazione, si possa o si debba sacrificare un po' del nostro ego (o, esagerando, dei nostri comodi) e quindi sobbarcarci un po' di fatica.
Se insomma pensiamo che chi ci ha preceduto sia ancora, in un qualche misterioso modo, con noi, possiamo o forse dobbiamo domandarci se a lui (più e prima che a noi) faccia piacere che ci si ritrovi, malgrado qualche piccolo disagio (e forse sacrificando un certo approccio troppo sentimentale e intimistico, ma anche autoreferenziale, alla questione); esattamente come a noi farebbe piacere che, sopportando qualche fastidio, chi ci è caro venga a trovarci in determinate occasioni, o ricorrenze.

6 commenti:

  1. Questo è proprio un argomento doloroso per me. Io ci passo davanti tutti i giorni al cimitero e non mi fermo mai, anche se il mio pensiero è sempre lì.
    Tuttavia, proprio l'altro giorno ero indeciso se andare o meno al cimitero. Troppa gente, perchè proprio oggi... perchè ci vanno tutti, perchè non domani... eccetera eccetera, le solite considerazioni. Quando sono arrivato mi sono rallegrato di constatare che questa tradizione, nonostante tutto e a dispetto di tutto, fosse ancora così sentita.
    Insomma mi faceva piacere non essere solo, mi sembrava molto meno triste del solito.
    Bella considerazione Roberto, complimenti davvero.

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  2. Se io penso che la morte sia faccenda individuale e privata che riguarda il singolo vivente, arrivo necessariamente a vivere ogni manifestazione collettiva come un fastidio o una contraddizione. Il Foscolo diceva "be', dei morti, in fondo, non possiamo dire nulla; i cimiteri servono per i vivi, per dare loro un momento di raccoglimento e aiutare la memoria (in questo senso il "rito", l'ostensibile viene recuperato)" e, dato che è più facile concentrarsi da soli piuttosto che in mezzo ad una folla, allora tutte le modalità che facilitano un rapporto unidirezionale e intimistico vanno bene e non devono essere attenuate e compromesse sotto alcun profilo.

    Se invece penso che la cerimonia della morte sia un rito collettivo e comunitario allora anche cerimonie e riti collettivi (che, ovviamente non escludono una riflessione individuale ... non è che proibito andare al cimitero anche in altri giorni) non sono affatto di intralcio.

    Per inciso, evidenzio come negli ultimi secoli (e sempre più negli ultimi anni) la nostra società abbia sempre più allontanato da sè la morte, relegandola nei canti più privati della vita individuale e purgandola degli aspetti "sociali".

    Prima i morti erano parte integrante della vita dei vivi e con essi i vivi avevano maggior dimestichezza. Pensiamo al dias de lo muertos della tradizione messicana (festa pagana inglobata dal cattolicesimo) ai funerali dixie con tanto di balli e musiche allegre (altro che gracchiare di altoparlanti), al fatto che, in Sicilia erano i morti e non Gesù bambino a portare i regali.

    Tutte cerimonie collettive e non solo meste, ma anche con lati gioiosi.

    L'uomo occidentale, nel momento in cui ha iniziato a mettere se stesso e la propria ragione al centro del mondo ha allontanato il più possibile da sé la morte, riducendola a fatto appunto, intimista e privato, forse perché è uno "scandalo" con cui non riesce a confrontarsi.

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  3. Serenella Tozzi4 novembre 2014 23:28

    "Per inciso, evidenzio come negli ultimi secoli (e sempre più negli ultimi anni) la nostra società abbia sempre più allontanato da sè la morte…"

    La trovo una giusta considerazione. Una volta si moriva in casa e la gente era abituata a vivere a contatto con la morte, persino i bambini; oggi con le cure mediche si muore solitamente nelle case di cura e i soli contatti si risolvono nella cerimonia funebre. Da qui, forse, quella sorta di distacco che si fa più forte nelle grandi città, anche per le difficoltà a raggiungere i cimiteri e, a volte, a ritrovare le tombe stesse (penso all'immenso cimitero di Prima Porta a Roma, un vero e proprio labirinto).
    Nei piccoli cimiteri è più facile e anche più bello entrare, specie se vagando si incontrano persone conosciute, sia i morti che i vivi che vanno a portare fiori alle tombe, e diventa un momento conviviale, una memoria collettiva... un'unione fra anime defunte e esseri viventi.

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  4. Oggi abbiamo allontanato la morte dal nostro quotidiano eppure, e forse proprio per questo, ne abbiam più paura.

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  5. prova-prova-prova-

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  6. Dell'< Antiretorica > di Rubrus:
    Vivo sempre con fastidio le date commemorative.
    Perchè in quelle occasioni la retorica ed il buonismo si sprecano.
    Quando si arriva a ridosso di un evento storico o giù di lì, mi dico < ecco adesso mi toccherà sorbirmi il panegirico di chi sa quanti lettori-scrittori >.
    Cosa che puntualmente si verifica...
    Certo, come dice Rubrus ed altri, tali occasioni sono anche motivo di interessanti indagini sociologico-comportamentali.
    Ma io preferisco dimenticare e soprassedere: forse per il mio innato senso di ripulsa per le esaltazioni cronologiche ( nascite, genetliaci, successi, ecc. ) che sottendono sempre un che di artificioso e fasullo.
    Siddharta

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