venerdì 7 novembre 2014

Il post - it di Rubrus - Le Belve (Don Winsolw)




Abbiamo reinventato noi stessi ogni giorno, rimodellato la nostra cultura, ci siamo chiusi in comunità recintate, abbiamo mangiato cibi sani, smesso di fumare, abbiamo levato in alto i nostri visi liftati ed esfoliati cercando di evitare il sole, ci siamo fatti spianare le rughe, ci siamo fatti succhiare via cuscinetti adiposi e bambini non voluti, abbiamo sfidato la vecchiaia e la morte.
Abbiamo divinizzato ricchezza e potere.
Fatto del narcisismo una religione.
Alla fine, adoravamo solo noi stessi.
Alla fine, non è stato abbastanza.
                                                        [Don Winslow - Le Belve - pagg. 431/32]

Due paroline su questo romanzo di Winslow (da cui è stato tratto un film che però non ho visto) perché penso illustri bene quello che, secondo me, deve essere il rapporto forma / contenuto.
Il romanzo è un thriller e, per essere precisi, una crime story i cui protagonisti sono piccoli gangster che finiscono per essere vittima dello stesso sistema malavitoso di cui, in definitiva e malgrado le loro stesse aspirazioni, si riducono a prigionieri - contro ogni possibilità e speranza di redenzione o anche solo compromesso col male.
Il pezzo scelto illustra in poche righe la morale (io continuo ad apprezzare questa parola antiquata, perdonatemi) del romanzo; morale che, come spesso accade, coincide con una eziologia (Winslow ha scritto anche il prequel di questo romanzo, sempre a proposito del rapporto causa effetti).
A mio parere il brano illustra come la causa di tutta la vicenda noir sia da rinvenirsi (al di là della cornice patinata che la racchiude) nell'individualismo esasperato (individualismo di cui l'edonismo, persino l'edonismo dei sentimenti e dell'etica - uno dei personaggi reinveste gli utili dell'attività criminosa in azioni benefiche - non è che la manifestazione più apparente).    L'individuo, perso ogni riferimento "altro" e al di là degli infingimenti buoni per tacitare la coscienza (e quindi esiste una ipocrisia delle e nelle buone azioni?) è al centro di tutto, ma - lo si afferma espressamente - non basta.
A questa frantumazione e sradicamento dell'io e della coscienza e dell'etica corrisponde lo stile frantumato riscontrabile nel pezzo trascritto (altrove è anche più evidente), quasi si procedesse per fotogrammi (anche per questo è facile trarne un film) disconnessi in cui è arduo, se non impossibile, trovare un filo conduttore, quindi un senso. Peraltro, tale stile disconnesso (ci sono capitoli di una parola!) non nuoce, in nome dello sperimentalismo, alla leggibilità.

8 commenti:

  1. Sìssì, ho letto qualche recensione, sulla forma e lo stile sono tutti d'accordo: molto più adatto a un film che a un romanzo. Per il resto i recensionisti sono abbastanza divisi.
    A occhio e croce è il libro perfetto per Sidd: sesso, violenza e droga. Forza Sid, vai almeno a vedere il film, Oliver Stone come regista è una garanzia.;-)
    Io invece sono incuriosito dalla forma, dallo stile. Capitoli con una parola? Interessante.

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  2. Sull'autore vorrei aggiungere che è stato anche investigatore privato (come Hammeth) consulente di compagnie di assicurazioni e guida per safari. Credo che questa esperienza sul campo (che tanti autori europei, forse più e forse troppo legati ad una concezione libresca della letteratura, non hanno) da un lato dia una maggior credibilità a quanto scrive, dall'altro consenta di perdonargli certo, appunto, antiformalismo.
    Lo stile a me interessa abbastanza poco, comunque. Non ci vuole niente, oggigiorno, a scrivere bizzarrie e qualcuno che ti dà dell'innovatore o del trasgressivo, tranquillo che lo trovi. L'unica cosa che chiedo allo stile è che sia adeguato alla storia. Il resto è roba da aule di scuola - quelle dove ti insegnano a odiare i lbir, tanto per capirci ;-)

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  3. Franco, che in questo caso si prende una licenza burlesca nei miei confronti...
    Che se avessi avuto un minimo di interesse ad approfondire, me l'ha fatto passare del tutto...
    Una letteratura troppo agli antipodi dei miei gusti.
    Sid

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  4. Ebbene sì, mi sono concesso una licenza burlesca nei confronti di Sid, però non volevo mancare di rispetto ad entrambi. Rubrus sa che io non disdegno letture di questo genere e se lui dice che vale la pena bisogna credergli, non a caso l'ho definito pubblicamente uno dei migliori esperti in circolazione di thriller, noir e horror compreso. Se ne volete la conferma andate a leggervi le recensioni che si possono raccattare sul web a proposito di questo romanzo e vi accorgerete della differenza di spessore tra il suo testo e gli altri in circolazione. Per Sidd invece, più che uno sfottò, era un invito ironico a leggere qualcosa di diverso, ben sapendo che su questo argomento non accetta consigli di sorta. Va bene non lo faccio più :-))))

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  5. Thriller, noir, horror, gialli ed altro: sono tanto ignorante da non conoscerne nemmeno la differenza.
    Ai miei tempi si parlava di genere letterario minore, d'evasione.
    Come tale deriso e fuggito come la peste, da vergognarsene fuori e dentro le mura di casa...
    Un pò come Grand Hotel ai miei tempi.
    Talmente la prevenzione, che a tutt'oggi non mi risolvo a leggere il genere.
    Che però adesso, grazie a Rubrus, tengo in osservazione a distanza...
    Sid

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  6. Aaaahh non ti fissare troppo sulle differenze, che sono roba che lascia un po' il tempo che trova e soprattutto per appassionati.
    Volendo semplificare molto si possono fare queste distinzioni - ammesso che uno sia interessato e che valga la pena farle.
    Premessa generale: il "genere", a mio parere, è l'argomento esclusivo o prevalente di cui parla un testo di narrativa, trattato in modo da raggiungere un certo effetto, ancora una volta in via esclusiva o prevalente.
    Il romanzo dell'orrore (o del terrore, anche qui si può fare una distinzione, ma non sto a farla) racconta storie che mirano a produrre nel lettore ansia e inquietudine ricorrendo soprattutto ad elementi soprannaturali.
    Gialli, noir, thriller ecc, idem, ma senza ricorrere ad elementi soprannaturali.
    Nel "giallo" è centrale l'elemento "indagine" (specie in quello classico). La cosa più importante è capire chi sia l'assassino.
    Nel "noir" è importante soprattutto il contesto - e ne viene fuori una concezione, appunto "nera", pessimista del contesto stesso e della natura umana.
    Nel "thriller" è importante soprattutto l'azione, il brivido ("to thrill") dato dalla consapevolezza di qualcosa che accade o sta per accadere - esempio i romanzi sui serial killer in cui sai già chi è l'assassino e ci si diffonde sulle sue "gesta" oppure quelli in cui il protagonista è il criminale stesso.
    Non di rado sono presenti, in tutti i generi, elementi di indagine e di critica psicologica e sociale.
    Ma non ti fissare su 'ste cose, anche perchè troverai tanti pareri diversi. Io ti ho detto il mio. L'unica cosa su cui tutto sono d'accordo è la distinzione tra horror ed altri generi. Le aree grigie, tuttavia, sono moltissime.
    L'unica differenza che conta però è quella tra buoni libri e libri meno buoni.
    In altre parole, secondo me, non esistono, o quasi, argomenti universalmente oggettivamente e indiscutibilmente più o meno interessanti, ma libri scritti più o meno bene... ma io credo poco anche alla distinzione tra letteratura di evasione ed impegnata... al massimo ci sono libri più o meno difficili.
    A mio personalissimo parere, però, il romanzo ideale è fatto "a cipolla", cioè ci deve un livello esterno più o meno fruibile da tutti ed un altro, o più, più interno/i, dove si affrontano argomenti più o meno complessi in modo più o meno intelligente. Parere mio ripeto. C'è chi fa dell'oscurità e dell'ermetismo una virtù. Io no.

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  7. Una riflessione che prende spunto da questa, sull'utilizzo della lingua e sulla 'classificazione' in generi letterari. La suddivisione per generi non è mai frutto dell'opera in sè, ma risultato tassonomico della critica e della fruizione. Questo, da un punto di vista puramente estetico, è il confine che individua la letteratura e la sua storia. In poche parole, eccezioni a parte - e mi riferisco ad autoproclami come il Manifesto futurista, ad esempio, in cui un gruppo di autori procede, attraverso un pamphlet o similia a dichiarare intenti poetici e scopi del proprio fare letteratura, indicizzandosi così a una classificazione a priori- un autore che scrive, lo fa con l'intento di raccontare qualcosa che gli interessa e cerca di esprimerlo (all'etimo ex- primere= tirare fuori da sè) nei modi che meglio crede (e con modi intento forma del contenuto e stile). Il fatto che questi 'modi' vengano utilizzati per una classificazione del testo risponde al bisogno, molto occidentale, di ordinare le cose, tutte le cose, secondo criteri che mirano all'ordine, alla razionalizzazione e alla riappropriazione di questo significato o quel senso. Questo meccanismo, che dalla critica va all'opera e non viceversa, ha prodotto risultati che sono ben visibili nella propedeutica scolastica: studiamo gli autori suddivisi per 'correnti' (neoclassicismo, romanticismo, verismo ecc), come se essi avessero scritto con la consapevolezza o la volontà di rientrare in questa o quella categoria, quando invece il contenitore è imposto. Lo stesso può dirsi per i generi. quanto alla lingua, che serve la forma intesa come stile ma anche come sistema organizzato entro cui sviluppare un senso e un significato, essa è in continua evoluzione. E per questo motivo asseverare un codice che riconosca o disconosca il valore letterario di un romanzo attraverso l'esclusione di questo o quel sistema linguistico equivale, a mio parere, a dimenticare quello che Bachtin evidenziò abbastanza bene: e cioè che il primo elemento di riconoscibilità del romanzo, sta nella sua intrinseca necessità -a prescindere dal genere- di collegarsi con l'hic et nunc, a differenza dell'ephos per esempio. Il romanzo in poche parole si nutre del proprio tempo e della lingua del proprio tempo. Se questa lingua non è più quella del romanzo novecentesco e non è ancora quella di un mondo completamente nuovo, allora la novità dei romanzi del nostro tempo starà anche in questa lingua spuria, che pesca da tutto e cerca di rispondere a tutto, riflettendo una molteplicità di inferenze (dal cinema, alla televisione a internet ecc) che è parte integrante del nostro quotidiano vivere.

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  8. Miseriaccia ladra, Claudia!
    Dove sei andata ad attingere tutto questo scibile?
    Sei anche su facebook e con quale nick?
    Una saluto ammirato, Siddharta.

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