martedì 25 novembre 2014

L'uomo che non c'era - racconto (Rubrus)

Era una di quelle pratiche del cavolo.
Quando uno muore senza lasciare eredi, o se questi non vogliono o non possono accettare l’eredità, si nomina una specie di amministratore. Tecnicamente si chiama “curatore dell’eredità giacente”. Non è un nome molto allegro, lo so. Già il fatto che ci sia un’eredità presuppone che qualcuno abbia tirato le cuoia, se poi l’eredità si mette addirittura a giacere, beh...   
Il tizio in questione era schiattato ad agosto, che è il mese peggiore per andarsene all’altro mondo. Provate a partecipare ad un funerale sotto il solleone e, dopo un po’, persino delle esequie sotto la pioggia vi sembreranno un addio al celibato.
Il tizio della pratica del cavolo, però, non aveva avuto nessun funerale.



I vicini avevano sentito l’odore e avevano chiamato i pompieri; quelli avevano sfondato la porta e lo avevano trovato stecchito, dopodiché lo avevano portato all’obitorio. Per quanto ne sapevo, si trovava ancora là, in una cella frigo.
Nessuno si sarebbe rivolto a me se non fosse stato per via del tetto.
Quell’agosto era stato oltremodo piovoso – se l’avessero fatto, il funerale sarebbe stato davvero sotto la pioggia – e così c’erano state delle infiltrazioni. Solo che, per salire a cambiare le tegole, si doveva passare in casa di Tizio, che stava all’ultimo piano.
L’amministratore del condominio si era rivolto al Tribunale per ottenere il permesso – mica poteva  sfondare la porta dell’appartamento e tanti saluti – e il Tribunale si era rivolto a me.
Il curatore dell’eredità giacente, appunto.
Avevo autorizzato l’accesso, avevo accompagnato gli operai e li avevo fatti salire sul tetto. Poi, dato che, per scendere, avrebbero usato il ponteggio che erano venuti a montare, me ne ero tornato in studio, avevo steso una relazione e messo il fascicolo nell’archivio.
Gli americani li chiamano “fish files”, “fascicoli pesce”, perché vanno a male in fretta e più passa il tempo più puzzano,  ma non mi risulta che da noi ci sia un nome analogo.
Solo pratiche del cavolo, come dicevo.
Avevo lasciato passare tre mesi, il tempo entro il quale va presentata la dichiarazione di successione, in attesa che qualche erede si facesse vivo e mi togliesse dall’impiccio. Non che ci sperassi molto. Il foglio degli annunci legali, dove vengono pubblicate le nomine dei curatori, non è esattamente un best seller.  Penso che dovrebbero metterle su face book, magari con la foto del morto, ma nessuno mi ha mai dato retta.
Sia come sia, i tre mesi erano diventati quattro senza che me ne accorgessi, così, puzza di pesce o no, ero stato costretto a rimettere mano al fascicolo.
Mi aspettavo che il tizio fosse un barbone, ma non lo era.
Lo chiamerò Eric, perché è un nome come un altro e perché, dopotutto, sono tenuto al segreto professionale. 
Mi avevano detto che era un tipo distinto – una definizione che mi ricorda i voti alle medie – e che di lui non si sapeva praticamente niente. Qualcuno lo chiamava “l’uomo che non c’era”.
Lo sapevo già, ma non ci avevo fatto caso. Buffo come certe informazioni ti sorprendano a scoppio ritardato. È un po’ come quando fai sport dopo essere rimasto fermo per un bel pezzo. Appena smetti, ti senti un leone, ma la mattina dopo ti fanno male un sacco di parti del corpo che neppure sapevi di avere... ok, non è una gran metafora, ma spero di aver reso l’idea.
Comunque, di Eric non si sapeva niente.
Pare che da dieci anni non parlasse con nessuno – tanto che, quando lo si incontrava salutava con un cenno del capo, benché non fosse muto – e, come risultava dall’anagrafe, non aveva figli, né parenti; quanto agli amici... beh... non vi sorprenderete se vi dico che non ce n’erano.
Dalla visura emergeva che l’appartamento era stato ipotecato dall’Ufficio Imposte, anche se non era un gran debito.
Lì per lì, avevo pensato al solito evasore.
La maggior parte delle curatele di eredità giacente sono così. Gente che se ne va all’altro mondo lasciando un mare di debiti e gli eredi che si passano l’un l’altro la successione come se giocassero a palla avvelenata. Quando non rimane più nessuno, l’eredità si devolve allo Stato e, dato che, di solito, una bella parte dei debiti sono nei confronti del fisco, il cerchio si chiude, o quasi.    
Rileggendo il fascicolo, però, non mi pareva quello il caso.
Non c’era niente che me lo facesse pensare, a parte l’istinto e, col tempo, avevo imparato a non trascurarlo.
Mi appoggiai all’indietro sulla poltrona, tamburellando con la matita e richiamando alla memoria le informazioni che, al solito, non avevo trascritto – mi fido troppo della memoria e so già che, il  giorno che mi tirerà la fregatura, sarà quella definitiva.
Il lavoro di Eric, per esempio.
Era pensionato, certo, ma prima?
Ricordavo che, secondo l’amministratore del condominio e i vicini, forse faceva l’astronomo o l’astrologo – sorprendente come la gente continui a fare confusione tra le due attività. Magari era solo un astrofilo. Sia come sia, quadrava con l’appartamento all’ultimo piano.
Secondo la legge, il curatore, tra le altre incombenze, deve redigere l’inventario dell’eredità e, anche se avevo già appurato che Eric non aveva conti correnti, né cassette di sicurezza, gran parte del lavoro era ancora da sbrigare, così continuai a dare retta all’istinto e presi le chiavi di quel benedetto appartamento.
Mentre ci andavo, pensai che non avevo mai visto la casa di Eric. Probabilmente nessuno lo aveva mai fatto. Il vicino che ti dice solo “buongiorno” e “buonasera”, anzi nemmeno quello, non è il tipo di persona con cui provi a fare amicizia. E poi quella era una grande città: la gente tende a farsi gli affari propri.
Mentre cercavo un parcheggio, mi chiesi se Eric fosse ancora nella cella frigo, o se lo avessero sepolto, e quando e dove. C’è carenza di celle, negli obitori, come di posti per la sosta nelle strade.
Parcheggiai in una zona riservata ai residenti, domandandomi se avrei potuto inserire la probabile multa tra le spese di procedura, e scesi.
Il condominio era stato un palazzo alto, una volta, e forse per quello Eric era andato ad abitarci. Per vedere meglio il cielo.
Adesso però gli erano cresciuti attorno un sacco di edifici che lo sovrastavano come fratelli più giovani cresciuti troppo e troppo in fretta. Del cielo si vedeva solo una striscia, come uno strappo tra i tetti.
Quando entrai, non dovetti accendere la luce.
Non l’avevano ancora staccata – disdire il contratto, visto che non c’era nessuno che volesse volturarlo era una delle cose che avrei dovuto fare – ma ci si vedeva lo stesso.
L’appartamento era soppalcato per metà e il chiarore diffuso dalla città entrava dal lucernario come  una glassa giallastra.
Malgrado ciò, un telescopio era puntato verso il cielo, proteso sul treppiedi come se stesse per sfondare il vetro della finestra e volare via, neanche fosse una specie di shuttle.
Non ne avrei ricavato granché, vendendolo.
Era solo un oggetto amatoriale, ma tanto non c’era molto da vedere, lassù. Troppa luce e troppa gente, specie per una vita solitaria come quella di Eric.
Avanzai nell’appartamento, tra il fruscio dei giornali che gli operai avevano lasciato per terra quando erano venuti a fare i lavori. Li avevano stesi per abitudine, ma lì non c’era nessuno che potesse lamentarsi del disordine e così li avevano lasciati dov’erano.
C’erano un sacco di altre carte – mappe celesti, lo sapevo anche senza esaminarle. Forse Eric immaginava le stelle che non riusciva a vedere. Notai una sfera armillare e pensai che avrei potuto guadagnare qualcosa anche da quella.
Decisi di appuntarmelo, ma non avevo il taccuino, e quanto a scrivermelo sul cellulare... beh, non riuscirò mai ad abituarmi a quei cosi. Come al solito, mi sarei affidato alla memoria.
E poi non ero lì per l’inventario, diciamocelo.
Ero lì perché una parte di me aveva sempre sognato di fare il detective, anche se non avevo mai deciso se del tipo con lente d’ingrandimento e mantellina in tweed o col “fedora” e il ferro da 38 infilato nel trench.
Gironzolai per l’appartamento, cercando di capire chi fosse Eric.
In tasca avevo un po’ di corrispondenza che avevo ritirato dalla cassetta della posta, ma non volevo aprirla: sarebbe stato troppo facile.
E poi potevo immaginare quello che c’era scritto. Ne avevo già aperto una, leggendola alla luce dell’ascensore mentre salivo. Era dell’INPS e comunicava che la pensione era sospesa perché il pensionato non aveva indicato il conto corrente, bancario o postale, su cui accreditarla.     
Non so perché, ma non mi sembrava importante e, da quel che vedevo, neanche a Eric doveva interessare molto.
Il televisore era un vecchio portatile, a tubo catodico. Non funzionavano più da quando c’era il digitale, ma quello aveva tutta l’aria di essersi rotto un sacco di tempo prima. 
Il frigo era sbrinato e l’anta aperta mi ricordava un pulcino col becco spalancato, ma ero certo che non fosse mai stato nutrito molto. Il telefono era di un modello che non vedevo da almeno trent’anni; quando alzai la cornetta rimase muto. Certo nessuno rompeva le scatole a Eric con proposte di abbonamenti alla Pay Tv od offerte telefoniche.
Aprii l’armadio, dove c’erano gli abiti che ci si aspetta di vedere indosso ad un signore distinto, e mi chiesi che effetto avrebbero fatto sui tizi che frequentano i centri di assistenza per i poveri.
La libreria la lasciai per ultima perché l’avevo adocchiata la volta precedente e avevo stabilito che, malgrado le apparenze, non era per niente interessante: erano soprattutto testi di astronomia, ma datati, e non valevano nulla.
«Avresti guadagnato di più con gli oroscopi» dissi alla stanza vuota.
Mi guardai intorno, come per sincerarmi che non mi fosse sfuggito niente, ma tutto l’appartamento continuava a sembrarmi più spoglio della cella di un eremita e l’intuizione che mi aspettavo non venne. Se volevo sapere qualcos’altro su Eric avrei dovuto aprire l’altra lettera, ma non mi andava.
Un paio di cose le avevo intuite, dopotutto, ma non erano su Eric: erano su di me.
La prima era che io non ero né Sherlock Holmes né Philip Marlowe.
La seconda era che, forse, quei tizi (e magari anche gli investigatori veri) indagavano sul prossimo per sentirsi un po’ meno soli.
Io non ero un detective, però, meno che mai da romanzo.
E neppure Eric lo era.
Era un astronomo lui, o un astrofilo, e, per sentirsi meno solo, aveva le stelle.
Appoggiai l’occhio al telescopio, dandomi dell’idiota. Non so cosa pensassi di vedere. Forse tripudi di costellazioni e mondi incantati che galleggiavano nel buio.
Ma non c’era nulla, a parte il cielo giallastro, e fu così per tutto il tempo che guardai, finché non mi lacrimarono gli occhi.     
Alla fine lasciai perdere e me ne andai, badando a chiudere la porta perché non volevo trovarmi a gestire l’occupazione abusiva di un bene che mi era stato affidato.
Solo quando fui in auto e dopo essermi sincerato di non aver preso nessuna multa lessi l’altra lettera.
Come mi aspettavo, non era nulla di importante. Era di un mese prima e veniva dalla Società Astronomica Nazionale.
Si complimentava con Eric per la scoperta di una cometa e gli chiedeva che nome le volesse dare. Dopo, veniva una serie di domande sul tipo di telescopio che usava, con un sacco di sigle che non mi dicevano niente.
Non arrivai in fondo perché non ci capivo nulla e perché gli occhi mi continuavano a lacrimare.
E poi anche io avevo il mio posto dove giacere.   

20 commenti:

  1. Be’, se uno ci vede al buio e non dorme ma giace, ci sono buone probabilità che sia proprio l’uomo che non c’era. Magari ho capito una mazza ma fa niente. Mentre leggevo non potevo fare a meno di sorridere per lo stile classico noir anni cinquanta in bianco e nero. Hai presente quelle voci fuori campo con il tono cinico, sprezzante che dialoga con il pubblico, in questo caso il lettore? Anche nei film con il detective Marlowe il tono era quello. E mi sono meravigliato quando ho scoperto di non essere nel Bronx, ma in una metropoli dove circolano lettere con l’intestazione INPS. Non dico che ci hai fatto il verso, ma di quella roba ne hai letta parecchia e si sente. Nei finali invece mi ricordi molto Fredric Brown per quel pizzico di fantascientifico che non manca mai. Piaciuto il genere e anche come l’hai scritto. Non fa una grinza.

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  2. Ah, ma c'è ben poco da capire. Tizio (Eric) conduce una vita ritirata, muore e, dopo che è morto, il protagonista scopre che Tizio aveva scoperto un astro (una possibile domanda è "come l'ha scoperto?", ma qui ognuno si dia la spiegazione che vuole).
    Stilisticamente, l'effetto che volevo produrre è quello, voce fuori campo compresa.

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    1. Speravo che i commenti di Serenella e Siddharta mi illuminassero, invece si sono limitati a complimenti generici, pertanto sono ansioso di conoscere la tua versione. L'ultima frase in particolare merita un chiarimento... conoscendo il tuo stile gatta ci cova. Non è una storia tanto semplice come appare, qualcosa mi dice che c'è l'inghippo :-)))))

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    2. Ma nooo.... Tizio è vivo e vegeto - anche se pure lui, come tutti, e come già Eric, un giorno giacerà stecchito da qualche parte.
      Il senso del racconto è semplicemente la scoperta, da parte del protagonista, di una comunanza (nella solitudine) con Eric e nella comprensione che anche nella più apparentemente insignificante ed umbratile delle esistenze (come quella di Eric) si nasconde un quid impalpabile, imponderabile, eterno (il dare il nome a un astro), di unicità (l'avere scoperto una cometa) di immensità (lo spazio) e di mistero (come ha fatto a scoprirla?).


      PS: a leggere i tuoi commenti mi sembra la storia della lettera rubata di Poe, quella che nessuno vedeva perché stava sotto il naso di tutti quanti.
      ;-)

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    3. Ahahah! Franco l'incontentabile :-)))

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    4. E va bene, mi rassegno. E' che mi sembrava strano non ci fosse sotto qualche fantasma, ero pronto a esperienze del terzo tipo e mi sono complicato la vita da solo :-)))

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  3. Bello, si presenta come un giallo coi fiocchi poi, piano piano diventa un trattato sulla solitudine disconosciuta.
    Ingrata vita, non gli ha concesso neanche la consolazione (che sarebbe stata grande e lo avrebbe ripagato di tanto isolamento) di poter dare il nome alla cometa scoperta (pagando probabilmente con gli occhi, vista la reazione avuta dal curatore, il tempo a lei dedicato).
    Si, mi è piaciuto.

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    1. oppure quegli occhi che continuano a lacrimare sono semplicemente "sai, mi è finito un bruscolino in occhio" che ci si aspetta dica un tipo un po' ruvido come la voce narrante per non manifestare altre cose. (sì questo è forse l'unico inghippo della storia).

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    2. Beh, non mi aspettavo che fosse così tenero. :-)
      Sarà perché ormai viviamo in un mondo smaliziato e poco incline alla commozione.

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  4. Su < L’uomo che non c’era “ di Rubrus:
    Mi ha fatto sempre meditare il fatto che una storia, per quanto chiarissimamente esposta, venga quasi sempre interpretata in modi diversi a seconda del lettore.
    Questa la dice lunga sull’incapacità a capirsi del genere umano...
    Il racconto primo mi è piaciuto perché scorre veloce senza l’intercalare di noiosissimi incisi discorsivi a domanda e risposta ( che Rubrus m’abbia ascoltato come promesso? ).
    Naturalmente ciò in quanto connaturato alla mia indole di saggista.
    Secondo perché ben inquadrato nella cornice leguleia del nostro diritto, il quale com’è noto ha caratteristiche procedurali vincolanti tutte sue.
    Non manca infine l’effetto sorpresa, per niente scontato.
    Di questi tempi soprattutto, il pregio poi di un’accurata stesura linguistica sotto i vari profili ( ortografico, grammaticale, sintattico, ecc. ): vengo ora dall’aver sentito in tv un avvocato inciampare miserevolmente su un passato remoto…
    Il ritmo narrativo è incalzante, senza inutili divagazioni perditempo, anzi con ficcanti battute relazionali.
    Anche il rapporto lunghezza-attenzione di lettura è rispettato nei limiti canonici, a vantaggio della scansione per intero di tutti i passaggi.
    Superato mi pare l’appunto, altrove letto nei commenti che precedono, di un classicismo letterario dal forte odore di dipendenza narrativa: d’altronde l’influenza della formazione letteraria è scontata in chi poi scrive, denotandone la cifra ( ma queste sono valutazioni di supercompetenti in materia ).
    In conclusione, Rubrus mi sta riavvicinando al racconto breve, come quando da giovane m’intrigava la novellistica siciliana.
    Una pedanteria personale? Avrei preferito la frase < …gli erano cresciuti attorno tanti edifici che… >, per via del verbo e del complemento oggetto.
    Ma ormai certi modi di dire sono passati nel corrente esprimersi…
    Molto bene, Siddharta.

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  5. Certo che sì. Mi spiego.
    Un dilettante (almeno in narrativa) si riconosce perchè riecheggia nello scrivere lo stile del o dei libri che ha letto (spesso dell'ultimo).
    Detto in maniera meno gentile, è un po' un copione.
    Personalmente, credo di sapere imitare abbastanza lo stile hard- boiled (quello di questo racconto), quello di Poe (almeno alla lontana) di Doyle e quello di King.
    Imitare, ma forse dovrei dire, con meno superbia, scimmiottare.
    Gente, comunque, che sapeva/sa scrivere.
    In realtà non essendo un poeta, cerco di piegare la forma al contenuto e, non avendo una forma mia, la rubo un po' qua e là, assemblando.
    Nel caso specifico, come hai detto, e senza cercare virtuosismi stilistici (che comunque non mi interesserebbero) dopo aver pubblicato un paio di racconti con molto dialogo ed inizio in medias res ho voluto cambiare struttura, per non annoiare il lettore.

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  6. Un paio di osservazioni. Uno: sull'imitazione-mimesi. Dalla cultura greca, citando Lucrezio, passando per Platone e poi Aristotele, il concetto di 'imitazione' come rappresentazione poetica dell'essere e del circostante attraverso la rielaborazione del fare (=poiesi) è stato sdoganato verso altre vie dal Romanticismo, dalla poetica di Rousseau, dall'empirismo inglese (Burke), dai tedeschi (tipo Hoffmann) e poi è passato dall'immane e supersistematico Kant e poi da lì, sparato come un proiettile-recipiente è arrivato a Auerbach, poi Goodman, poi eccetera eccetera. A tutt'oggi la questione 'mimesi' rimane oggetto di discussione e di argomentazione filosofica, linguistica, e via dicendo, ma non si è giunti ad una conclusione universale, una formula che esprima in assoluto l'univocità del procedimento.
    Questo perchè al meccanismo soggiacciono 2 azioni iniziali: osservazione e percezione. Se il meccanismo di funzionamento di occhi e cervello è in via teorica analogo in tutti gli individui, non lo è invece la 'percezione' che questi stessi individui hanno dell'elemento osservato. Sparandola grossa si potrebbe quasi affermare che il cervello di un soggetto che fa mimesi (in questo caso arte) si comporta come quello di un fruitore (osserva/legge, assorbe/imita, interpreta/ricrea).
    E dunque, chiunque scriva imita, e non solo altri scrittori. Imita tout court e la separazione tra dilettantismo e professionismo per me non sta tanto nella capacità di non assomigliare a nessuno (datemi una partita di testi e un tempo congruo per documentarmi e vi troverò riferimenti linguistici e dipendenze anche per il più originale degli scrittori) quanto piuttosto nella capacità espressiva (= ri-creazione) dell'esistente.
    Perchè certe storie le leggiamo fino in fondo come ne fossimo risucchiati e invece altre sono noiose come la sala d'attesa di uno studio medico? Solo per la storia raccontata? No. Io posso scrivere di una catena di omicidi efferati (=storia accattivante) e rompere le palle lo stesso al lettore. Solo perchè è scritta in modo originale? No. Posso essere l'imperatore della lingua, il re del neologismo, ma se c'è solo quello la mia storia romperà le palle. Una storia che funziona è un'alchimia bell'e buona. Una mistura di trama, intreccio, lingua e sè. E come per i dolci, bastano dieci grammi di zucchero in più o in meno che il dolce va in vacca. Quindi tu non sei un dilettante e la faccenda che non hai un tuo stile è una cavolata (per dirla con una parola che indica quanta personalità ci sia in quello che scrivi. Tu non diresti mai cazzata, per intenderci).
    Seconda osservazione: sul testo.
    Hanno già detto molte cose quelli prima di me. La comunanza di due solitudine porta, attraverso la struttura narrativa stessa (parallelismo tra il narratore e il morto) ad una riflessione profonda sull'isolamento. La differenza fra questi due individui 'soli' e altri, sta nell'isolamento, perchè si può essere soli anche in compagnia, ma questi due soggetti qua, ciascuno a proprio modo, sono 'isolati'. E questo, sempre a livello di struttura, ti consente di agganciare il secondo tema della storia, quello della scoperta della stella da parte del morto e quello della scoperta della scoperta da parte del narratore, rendendo quell'elemento fortemente iconico, musicale (un sottofondo della storia stessa) e, perchè no, mistico.
    Questo è l'indice di originalità del racconto ( a prescindere da King e compagni): il tratto mistico-misterico di un elemento di per sè abbastanza irrilevante (la scoperta di una stellina qualunque) ma che riempie il lettore di domande grazie alle condizioni (interiori ed esteriori) in cui questa scoperta viene fatta.
    Se Franco mi pubblica questo papiro la mia pulce combattente vincerà la corsa di domenica :)

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    1. Per fortuna erano soltanto un paio di osservazioni,
      altrimenti mi finivi il toner della stampante...
      sì perchè se fossi Rubrus
      questo commento lo stamperei
      e lo metterei in cornice.
      Domani la tua pulce vincerà la corsa. :-)

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    2. Un commento così articolato merita una risposta un po' meditata.
      Secondo me un testo di narrativa può essere considerato sotto due punti di vista differenti.
      Punto di vista 1. Un testo di narrativa è come un'auto. La morale è la benzina (varianti dell parola morale: senso, significato, ecc), la trama e l'intreccio sono il motore, lo stile ruote, telaio e carrozzeria.
      Punto di vista 2 (per gli smemorati: sempre secondo me). Possiamo descrivere un'opera di narrativa con due assi cartesiani. Su un'asse la forma (lo stile, la struttura, i fatti che accadono), sull'altra il contenuto (la morale, le nozioni illustrate, la psicologia dei personaggi). Il testo di narrativa ideale si trova in punto di intersezione equidistante tra i due assi.

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    3. Lo chiameremo il teorema di Rubrus, :-)

      Si potrebbe mettere sul mercato e vedere di farci un po' di grana. Pensaci :-)

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  7. miiiiiiiiiitico!
    sfango denaro come posso. sto cercando di accaparrarmi un murmasky evaso da un lager cinese. Lo chiamerò kleen e mi farò i codini, poi andrò a quei ritrovi dei personaggi Manga, tipo quello che c'è stato in Toscana che non mi ricordo come si chiama ma ha fama Internazionale. E lì, tra un dragon ball z e Death Note (il ragazzo col QI più alto del pianeta) la mia Candy stagionata, dopo aver lasciato nell'ordine: Antony, Terence, la sua migliore amica e la professione d'infermiera, allestirà, con l'aiuto dei suoi prodi aiutanti (il procione salvato dal diventare una pelliccia, un cane bastardo new entry che ha la mirabile capacità di rimanere in equilibrio sui cordoli delle statali molto trafficate e un furetto stronzo di nome Adobe - in omaggio al malloppone di Bolano che mi son letta ultimamente-) un banchetto alla 'Lucy'.
    Per la modica cifra di due soli euri Candy e la sua ghenga faranno quello che promette l'insegna: orientamento, ovvero assolutamente niente.
    Potrei diventarci ricca, con questa faccenda. Nel qual caso, è stato un piacere, Frank.
    Baci grandi da Candy, il prox redivivo e tutta la congrega

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    1. No dai, mettiamoci in società e vendiamo il teorema di Rubrus, lo spacciamo come la ricetta sicura per avere successo in campo editoriale. Bisogna brevettarlo prima che ce lo fregano :-))))

      Siete due belle sagome :-)

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  8. Data la mia età, e il calo dei neuroni, mi sta diventando troppo difficile la lettura, siete veramente bravi.

    Tre sagome!

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  9. Teorema? tsk tsk, ma non lo ricordate "L'Attimo fuggente" con il prof cattivo, quello che sostituiva Keating, che applicava quel metodo alla poesia?
    A parte le battute, penso che alla poesia non si possa applicare, ma io la poesia non la capisco, quindi la mia opinione non fa testo.
    Quanto alla prosa penso invece che un tentativo si possa fare. Il punto è l'unità di misura, senza la quale costruire gli assi non ha senso.
    Con enorme approssimazione, tanto da rendere il tutto sommamente incerto e opinabile, la misura potrebbe essere data dal numero di parole usate per esprimere essenzialmente un concetto oppure usate a scopi essenzialmente formali.

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