mercoledì 19 novembre 2014

Maraini Dacia - Galleria di Poeti Contemporanei - ovvero - Poeti del XXI° secolo dall' A alla Zeta


Dacia Maraini     (Fiesole, 13 novembre 1936) è una scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice italiana che fa parte della "generazione degli anni trenta", insieme ad alcuni dei più conosciuti autori della letteratura italiana
Figlia di una pittrice, Topazia, appartenente a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta e di un etnologo conosciuto, Fosco Maraini, per metà inglese e metà fiorentino che ha scritto diversi libri sul Tibet e sul Giappone. Dacia Maraini è oggi una tra le più conosciute scrittrici italiane, e probabilmente la più tradotta nel mondo. E’ famosa anche per il suo grande talento come critico, poetessa e drammaturgo. Si dedica al teatro, che vede come il miglior luogo per informare il pubblico riguardo a specifici problemi sociali e politici.


Altre informazioni su Dacia Maraini

Poesia per le donne.

Donne Mie
Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite, sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno.
Una guerra grandiosa contro chi vi considera delle nemiche, delle rivali, degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria tutti i giorni senza neanche saperlo, contro chi vi tradisce senza volerlo, contro l’idolo donna che vi guarda seducente da una cornice di rose sfatte ogni mattina e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere, scintillanti di collane, ma prive di braccia, di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio solo un amore teso, lungo, abbacinato e doveroso (il dovere di amare vi fa odiare l’amore, lo so) un amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà di intenti, libere infine di essere noi intere, forti, sicure, donne senza paure.
Donne mie dalle dita che puzzano di aglio, donne mie dalle vene varicose, gli occhi feroci, le mani insolenti, la bocca timida, vi hanno insegnato ad essere cretine, povere, dipendenti, vi hanno insegnato a dire sempre di sì, con astuzia degradante, con candore massacrante, con vigore represso.
Vi hanno insegnato a lavorare, a ubbidire, a tacere, a figliare, con gioia e purezza senza acrimonia, per servire, aiutare, sostenere, consolare l’uomo, sempre lui, nella sua smagliante illusione razzista.
Donne di marmo, di pece, di latte cagliato, voi lavorate ogni giorno senza stipendio per i figli, il marito, i cugini, i nipoti, i fratelli, i nonni, i padroni tutti che vi vogliono belle e pure come oggetti sociali.
Se dite di no vi sembra di fare peccato, per questo dite sempre di sì, con l’animo sciolto e la testa piena di fumo amaro, dite di sì e in cambio ricevete un bacio di buonanotte dal caro figlio del cuore su una guancia rugosa che sa di lardo e di acqua sporca.
Donne mie illudenti e illuse che frequentate le università liberali, imparate latino, greco, storia, matematica, filosofia; nessuno però vi insegna ad essere orgogliose, sicure, feroci, impavide. A che vi serve la storia se vi insegna che il soggetto unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo e la donna è l’oggetto passivo di tutti i tempi? A che vi serve il latino e il greco se poi piantate tutto in asso per andare a servire quell’ unico marito adorato che ha bisogno di voi come una mamma?

Dacia Maraini



Vico Acitillo 124: Poesia dei giorni dispari

Va bene, mangiami pure

Va bene, mangiami pure
va bene, mangiami pure è troppo
lungo il tempo della resurrezione
intanto la gioia invecchia
siamo andati a teatro
mi sono disamorata delle parole
quante volte abbiamo sceso le scale
per raggiungere il palcoscenico-tana
le impennate delle luci il guizzo degli
occhi stanchi, come vuoi strozzami pure
è buio dentro la stanza dei baci
la polizia ha sparato candelotti infuocati.
Ci siamo messe a correre
donne dalle gonne lunghe le calze
colorate i denti allegri
non posso più sbucciare patate
la mia lingua è marcita dentro la bocca,
va bene strappami pure le viscere, è velenoso
il fungo che mi dai ogni mattina
per colazione ci vediamo al bar
usa il telefono per chiamarmi
non metter ti le calze corte
rifatti il letto tira su le coperte
mi amerai ancora domani?
le tue mani diventano più lente
più in sicure ora ci sdraiamo
hai già ingoiato il caffelatte 1
che sa di cloro, la polizia
carica le donne che affollano la piazza
hai mai provato il dolore di una testa
di figlio che ti squarcia l’utero
due mani di gomma che tirano la vita
dal tuo grembo sanguinante?
ci abbracciamo furiose sotto le stelle nude
figlie con figlie il giorno dell’impero americano
ho finito il caffelatte, ti sei addormentato?
sei il mio amante nemico da cui attingo
il succo della sessualità settembrina
sul sedile di plastica abbracciati
le maglie arrotolate contro la schiena nuda
non ho altro che questi occhi per guardare
te e il mondo fuori dal finestrino appannato
andiamo a teatro mi duole il fianco
forse stasera le parole prenderanno fuoco
l’uccello notturno che sguscia dalla giacca
di feltro marrone so già che il vino
diventerà aceto nella tua bocca gelosa,
facciamo un giro tondo di sfida mentre
la gente alla finestra ci urla improperi
stiamo pestando sotto gli zoccoli le teste
delle mamme che ci aspettano spiando
dietro le persiane stiamo pestando i cuori
dei padri che ci prendono sulle ginocchia e
ci cantano la canzone dell’amore eterno
mangiamo pane e salsiccia sotto un
cielo denso e bruno che ci promette
ottocento colpi di manganello va bene
ingoiami pure ti dico grazie addio

19 luglio 2006
                       





4 commenti:

  1. a) - < Poesia per le donne >.
    Il testo appare datato.
    Ora non più, la rivincita di genere ha castrato il maschio, mandandolo alla Caritas e a dormire sotto i ponti...

    b) - < Va bene, mangiami pure >.
    Mi sembra un vaneggiamento verbale sotto l'effetto stordente di manganellate politiche ad una manifestazione di piazza.
    E niente poesia.
    SIDDHARTA

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  2. Ci vorrebbero le donne arrabbiate per rispondere, ma io non sono una donna arrabbiata, anche se mi piace una giusta contestazione.
    Indubbiamente la poesia è nata dai ricordi delle accese contestazioni femminili del '68.
    Pare che una delle prime sostenitrici dell'emancipazione femminile sia stata una certa Olympe de Gouges, che per questo finì alla ghigliottina nella seconda metà del 1700.

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  3. Secoli, o meglio millenni di sottomissione all'egemonia maschile, non si risolvono con contestazioni , ci vuole ben altro...Vi ricordate il matriarcato? Noi non esistevamo, era il tempo quando l'uomo, ignorante del suo potere, credeva che le donne rimanessero gravide attraverso gli elementi della natura... bei tempi, vero Serenella? Io ti vedo come Amazzone, o meglio Sacerdotessa della Luna...
    Non so dare un giudizio sereno sui vari metodi attuati per emancipare la donna. Dagli anni sessanta, andate a vedere, moltissimo è stato fatto, ma è ancora l'inizio...
    E da come sta andando il mondo, non siamo messi bene!!!!
    A proposito, non ho molta simpatia per Dacia Maraini.
    Buona settimana a tutti.

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  4. Sì sono poesie datate, risentono del periodo storico in cui sono state scritte. Mi domando se oggi scriverebbe in questi termini, ma non ho trovato altro sul web di suo. Forse non ho cercato bene. Comunque di Dacia Maraini ho di recente letto una raccolta di suoi racconti, "Le ragazze di via Maqueda, ed alcuni li ho trovati stupendi. Insomma per quel poco che ne capisco io, mi sembra molto meglio in prosa, anzi come scrittrice senza dubbio è una delle più brave che abbiamo.

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