giovedì 11 dicembre 2014

La capote anglaise - da < Il principe dei gigli > di Hans Tuzzi (Bollati Boringhieri)


Ebbene sì, lo ammetto, questo romanzo mi ha un po’ deluso! Lo dico da semplice lettore senza pretese quale sono, però se siete interessati al genere noir o vi colpisce particolarmente la copertina, prima di rinunciare all’acquisto, informatevi meglio. Io non sono affidabile e inoltre non voglio problemi con l’editore, né tanto meno dispiacere un autore che stimo moltissimo.
Il libro in questione l’avevo acquistato a Natale dello scorso anno, sapevo che non era una lettura facile, in quanto HansTuzzi, prima di essere un giallista è uno scrittore raffinato, colto, lontano dal minimalismo di certi suoi colleghi molto più famosi, ma l’approccio si era rivelato più ostico del previsto. Solo dopo alcuni tentativi andati a vuoto, nell’arco di questi ultimi mesi, stanco di averlo intorno, mi sono deciso a finirlo... 



Il vicequestore Melis della squadra anticrimine di Milano, (ormai i commissari non esistono più)  questa volta non deve muoversi nei bassifondi della metropoli meneghina, ma tra le mura di un antico borgo del centro Italia, sede di una università molto particolare. E non dovrà vedersela con ex galeotti e farabutti incalliti, ma con docenti ed esperti internazionali di bibliologia.
Pertanto il romanzo è farcito da dialoghi accademici allucinanti, noiosi e solo a tratti conditi con un po’ di sana ironia. Se questo Principe dei Gigli, oltre tutto già pubblicato in passato, con un altro titolo e come racconto, adesso rivestito a nuovo e spacciato come un romanzo, voleva essere un pretesto per una satira sulle meschinità del mondo accademico universitario, l’autore ha perso una buona occasione, poteva affondare il bisturi nella piaga con maggior decisione.  Invece se non siete bibliofili esperti e di libri antichi ne capite poco, qui potete trovare molte notizie interessanti sull’argomento, ma se cercate un noir d’impegno e raffinato, ahimè resterete delusi. Poco mistero, niente suspense, ritmo blando e trama banale e a tratti confusa, senza contare che i personaggi che gravitano intorno ai due omicidi sono numerosi, decisamente troppi per me. Insomma, nemmeno la penna sopraffina di Hans Tuzzi riesce a salvare questo racconto con qualche pretesa, ma con tinte gialle troppo pallide.
Vi propongo due paginette che potrebbe risultare interessanti e perché no, anche divertenti. Niente di che, quattro chiacchiere brillanti da salotto tra persone erudite, divagazioni colte su un tema a caso: il preservativo, le sue origini e la funzione attraverso la storia.
 (frame dicembre 2014)

La capote anglaise o il guanto di Venere

Melis, raggiunta la sala da pranzo si sedette a tavola, scusandosi: gli altri sembravano immersi in un contradditorio tra l’erudito e il brillante.
«E allora, come risponderesti?» stava chiedendo Cappelletti a Belange, accanto al quale si era seduta, in mancanza di Scottecchi, la Montevecchio.
«Eh, bien» sorrise in risposta a Cappelletti, con quel sorriso triste e affascinante, Belange, « potrei dirti che è comune attribuire difetti ai vicini: chi parla il francese peggio d’un vache espagnole? Ma se si sente la campana di là dei Pirenei…»
«Già» ridacchiò Goulouse, «un po’, le signore scuseranno, come per la sifilide…»
«O per il guanto di Venere» concluse con una luce arguta negli occhi Prickstone.
«Il guanto di venere?» chiese perplessa von Sebulba. Indossava un ampio abito dal vistoso disegno di portulache gialle e rosse. Melis si chiese se davvero si ricordavano che un loro allievo era stato ucciso, quella mattina. Ma forse, tutto questo non era che uno schermo difensivo.
«Sì» confermò l’inglese, e facendo ondeggiare la mano cercò di spiegare. «Contro la sifilide, il guanto di…»
«Ah, la capote anglaise» concluse per lui Belange cincischiando nel piatto con le posate.
«Voi inglesi chiamate il preservativo in modo così poetico?» s’interessò la Demarchi, ignorando il piatto di pappa al pomodoro che il cameriere le aveva posto davanti. «Pensavo si usasse condom…»
«Veramente» s’affrettò a dire pudibondo l’omone barbuto, cercando di arrotolare i tagliolini al sugo di cinghiale intorno ai rebbi della forchetta, «è Shakespeare che lo chiamava così, nel Troilus Cressida: “the glove of Venus”».
«La capote anglaise equivale pertanto al nostro guanto di Parigi» ammiccò Cappelletti.
«Monsieur Condom era guascone» precisò Prickstone. «Fu lui che a metà Settecento perfezionò… oh, ehm… the bowel of the sheep».
«Guascone ma noi lo chiamiamo Pariser, il Condom.
Prima erano di stoffa, vero?» chiese la von Sebulba ingollando una cucchiaiata di zuppa di farro.
«Sì, e noi lo chiamiamo anche French letter» confermò Prickstone, ma belange, alzando appena gli occhi dal piatto: «I più antichi» precisò, «quelli egizi, erano in lino imbottito oppure in… come dite voi?... ‘boyaux de mouton, più grezzi».
«Ma più sicuri» osservò la Demarchi, lavorando di cucchiaio e sfoggiando una competenza insospettabile quanto l’interesse all’argomento.
«Please: sicuri per chi?» chiese Prickeston senza parere.
«Allora» spiegò la demarchi, rivolgendosi a tutti e a nessuno, «non erano usati come contraccettivi, quanto come protezione dalle malattie veneree.
«Infatti» chiosò Cappelletti, impegnato con un piatto di gnocchi all’ortica, «nel De morbo gallico, che è del 1530, Fracastoro ne prescrive l’uso proprio a tal fine:
proteggersi dal mal… francese». E, con uno scintillio nello sguardo, ammiccò verso Belange.
«Ach» s’accese la von Sebulba, «Franzosenkrankheit
«Inded!» Prickstone sorrise. «Anche Bellmour nell’Old Bachelor di Congreve si augura che il matrimonio non abbia in serbo per lui un French dish, e il piatto francese, caro mio» si rivolse a Belange, «è un evidente riferimento alla sifilide».
«L’Aretino scriveva agli amici di essersi sfranciosato» insistè Goulouse Lautrec.
«Oh» stette al gioco questi, «il mal francese, tu, Tebaldo, sai come lo chiamiamo in Francia, vero? Mal Napolitain. O devo rinviarti a un saggio di Luzio e Renier, Contributo alla storia del mal francese, pubblicato, mi pare, nel 1885, sulla “Gazzetta storica della letteratura italiana”? Comunque, sì, l’oggetto serviva a proteggere dal contagio. Questo spiega la fortuna dei preservativi in stoffa, come quelli che usava le Roi Soleil: stoffa foderata in seta o in velluto e ornata da un nastro colorato». La Montevecchio, al suo fianco, un pinzimonio di verdure davanti, sembrava ancora dover decidere che atteggiamento tenere rispetto a quella conversazione.
«E badate bene che sotto Luigi XIV i profilatici vennero banditi al commercio: vizi privati e pubbliche virtù» osservò Cappelletti. «E il nastro» concluse, «sarà stato certamente assortito con quelli delle scarpe e dell’abito. L’homme aux rubans verts».
«Dubito che la stoffa possa essere un buon isolante» notò invece dubbiosa la Demarchi, deponendo il cucchiaio nel piatto.
«Surely. Infatti i Cinesi, i soliti cinesi, provvedevano a oliare la carta di seta» rivelò entusiasta Prickstone.
«Capito i cinesi?» mormorò Cappelletti all’orecchio della Sebulba. «Schütze und schmiere, preserva e lubrifica…» L’unna scoppiò in una risata fragorosa, mentre il nano mimava con agile movimento del polso qualcosa di vago ma non troppo. Alberico e Flosshilde, pensò in un lampo Melis.
«Invece» stava proseguendo Prickstone, «sono i giapponesi a rivelarsi, once again, inumani e imprevedibili».
«Perché?» chiese subito la Demarchi.
L’inglese si concesse un sorso di rosso di Montalcino, il volto illuminato da un fugace sorriso sadico:
«Li fabbricavano in cuoio, intarsiandoli con scaglie di tartaruga…»
«É nella loro cultura» abbaiò sguaiata von Sebulba, «splendide confezioni con dentro nulla…»
Prickstone rise fragorosamente seguito da Goulouse Lautrec. Anche altri sorrisero, chi più chi meno e il commissario si rese conto d’avere anch’egli increspato le labbra.


4 commenti:

  1. Avrei voluto commentarlo, ma sono di una ignoranza crassa in materia. Buona questa ah ah ah

    a proposito: magari fossi un robot

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  2. Ah ah ah buona questa:-)

    Sai,. ho scoperto che nel cinquecento, Treviso, contendeva a Fabriano il primato per la qualità della carta. Mica lo sapevo.
    Sotto questo aspetto il romanzo è pieno di aneddoti sui primi libri stampati col sistema di Gutemberg.

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  3. I dialoghi a raffica e ravvicinati adombrano il solito escamotage per riempire la pagina.
    Il resto, tutte notizie arcinote o reperibili sulla stampa dedicata.
    Siddharta

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  4. Solo un commento: Treviso ha tante di storie oscure e incredibili. Degli accenni? Un racconto del Decamerone, la loggia dei trecento (crociati), La Hypnerotomachia Poliphili attribuita a Francesco Colonna di Treviso, I due fiumi chi viaggiano paralleli dal paradiso di Dante...
    Il mio ah ah ah era una semplice constatazione fatta da una lettrice che non ama Bon, troppo raffinato...

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