giovedì 22 gennaio 2015

Calzini Bianchi - Racconto - di Rubrus

«Cara, hai visto i miei calzini bianchi?».

«No. E non so dove siano».
Figurarsi. Li odiava, quei calzini, quindi doveva per forza sapere dove si trovassero. Facile, anzi, che li avesse nascosti lei.
Dino iniziò a frugare nel cassetto con rabbia, scompigliando tutto quanto.
Perché li detestasse era un mistero. A quanto pareva, la moda considerava eleganti mise da straccioni, ma si ostinava ad attribuire valore indiscutibile ad un unico precetto: “tu non indosserai calzini bianchi”. Era più di una prescrizione: era un dogma, un tabù. 


Intensificò la ricerca, scaraventando, senza tanti complimenti, la biancheria sul pavimento.
Eccoli, finalmente. Erano nell'angolo in fondo sinistra del cassetto, sotto la maglia di lana, quella che non metteva mai. Sicuramente Elena li aveva infilati lì sperando che non li trovasse.
Li alzò trionfante, poi si guardò in giro riflettendo se fosse il caso di rimettere tutto a posto. Macché. Se Elena aveva avuto il tempo di nascondere i suoi calzini bianchi non le sarebbe mancato quello di rimettere in ordine.

«Purtroppo è così, Borletti. La fusione ci impone di ridurre il personale, perciò...».
Quadri allungò a lui e a Crociani un voluminoso pacco di documenti.
«Non dovrei dirvelo» proseguì il dirigente «ma questa analisi di bilancio non è una semplice analisi di bilancio....» abbassò la voce «Ci siamo capiti?» .

«Capiti un cavolo» ringhiò Crociani non appena furono a distanza di sicurezza.
Dino non rispose. Gli era bastato uno sguardo al plico per capire che, quell'anno, lui e Crociani non avrebbero lavorato assieme. Ciascuno aveva una copia integrale dei documenti e ciascuno avrebbe dovuto redigere una propria relazione.
«Pare che Hitler facesse lo stesso» proseguì Crociani «assegnava a due collaboratori, in competizione tra loro, lo stesso compito, e poi sceglieva. Questa...» sollevò lo scartafaccio «è una forma di darwinismo aziendale».
«E quel che è peggio è che siamo amici» aggiunse Dino.
Crociani non rispose. Erano usciti dal complesso dove si trovavano gli uffici dei dirigenti. Per raggiungere il loro posto di lavoro avrebbero dovuto attraversare il cortile, flagellato da una pioggia fine e gelata. «Buona fortuna, amico» disse Crociani avviandosi.

«Ma ti pare che sia la tua serva?» berciò Elena.
Dino mugugnò qualcosa. Sua moglie non aveva torto: quella mattina aveva lasciato la stanza come un porcile. «Cos'è che ti è preso, la nostalgia dei bei tempi andati quando la donna stava in casa e filava la lana? Dì un po' ti andrebbe di fare cambio? Be' comincia adesso!». Elena si precipitò in camera da letto e tornò con un fagotto di indumenti stropicciati.
Il brontolio di Dino si trasformò in qualcosa di più articolato. Sua moglie non aveva tutti i torti... ma neanche tutte le ragioni. Era stata lei a iniziare nascondendogli i calzini.
«Buon divertimento!» disse sbattendogli addosso il fagotto. I panni caddero per terra, alla rinfusa.
Dino si chinò a raccoglierli ed Elena lo superò dirigendosi verso la porta d'ingresso. La sbatté così violentemente che il frastuono coprì l'insulto che gli aveva lanciato.
Eh no, eh? Quella era decisamente una reazione esagerata. Un uomo avrà pure il diritto di mettersi i calzini che vuole no?.

«Non possiamo andare avanti così».
Sua moglie giaceva a pochi centimetri da lui, ma la distanza che li separava sembrava molto maggiore.
«Giada ha qualche problema. Rendimento incostante a scuola, brutti sogni...». Si girò verso Dino. Lui giaceva rigido, fissando nel buio il soffitto che non riusciva a vedere.
«Non dovremmo litigare» proseguì sua moglie. «Non le fa bene».
Dino fu tentato di voltarsi, ma non lo fece. Sentiva un'onda gelida che lo sommergeva, salendo dai piedi.
«Soprattutto per delle sciocchezze».
La marea diaccia lo avvolse del tutto. Sciocchezze? La moda era una sciocchezza, ma quella era sempre stata una sua idea, non di Elena.
«Puoi accompagnarla tu, a scuola, domani?» chiese sua moglie. L'uomo emise un monosillabo che avrebbe potuto essere un “sì”. C'era gente che aveva creato uno stile andando contro le mode: orologi sul polsino della camicia, cravatte portate sopra il gilet... Certo, non lui non osava paragonarsi a loro, però, però... era una questione di identità, ecco. Una questione di affermazione.
La donna allungò un piede verso il suo e subito lo ritirò. «Sei gelato» disse voltandosi dall'altra parte.
Era vero. I piedi gli sembravano quelli di qualcun altro, qualcuno che era stato sepolto nel ghiaccio dalla notte dei tempi e il cui gelo gli risaliva fino al cuore.
Se solo li avesse infilati un paio di calzini. Nei suoi calzini candidi, caldi... gli sembrava persino di avvertirne il tepore.
Concentrandosi su quella sensazione, si addormentò.

«Insomma, Giada, muoviti, siamo in ritardo!».
«Non è colpa mia se non trovo le calze, papà».
«Non è colpa tua eh? Devi imparare a tenere in ordine le tue cose. Non siamo mica i tuoi ser...». Dino si interruppe, conscio di quello che stava per dire. Agguantò un paio di calzerotti sporchi e li gettò a sua figlia «Avanti, mettiti questi!».
«Ma io le avevo messe a posto!» piagnucolò la bambina accosciata in un angolo della stanza. Poco dopo si alzò, reggendo un tubolare bianco. «Le mie calze con Hello Kitty!» frignò «Ce n'è solo una!» .
«Per la miseria, Giada, ti sbrighi?»
«Ce n'è solo una!» ribadì la figlia «L'altra l'ha presa il mostro dei calzini bianchi!» .

In attesa di conferire con la maestra, Dino scorreva i titoli dei libri che componevano la biblioteca scolastica. Volumi portati dai ragazzi, che dovevano scambiarseli aggiungendo una breve recensione.
“Piccoli brividi” sillabò con una smorfia di disgusto. Capace che l'idea del mostro dei calzini bianchi venisse da lì.
«Sai come ho fatto a decidermi a lasciarlo?».
Le due donne, dall'altra parte della libreria, non parlavano a voce alta. Semplicemente, fino a quel momento, avevano bisbigliato, ma ora, infervorate nella discussione e convinte di essere sole...
Comunque non era il caso di origliare e Dino prese ad allontanarsi.
«Il dentifricio» proseguì la donna «Quella sua mania di non chiudere mai il tubetto. Lui sa quanto lo odi, ma se ne frega. Ieri è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso».

«Mi sembri raffreddato, Borletti».
Per tutta risposta, Dino si soffiò il naso. Non sembrava raffreddato, lo era. Colpa dell'altro giorno, quando lui e Crociani avevano attraversato il cortile sotto la pioggia. Aveva trascorso tutto il pomeriggio con i piedi bagnati e questo era il risultato.
Starnutì.
«Non volermene, ma ti starò lontano per un po'. Non voglio prendermelo anche io» fece Crociani indietreggiando. «Buona fortuna, collega».
Dino starnutì ancora e si chinò sulle carte. Non riusciva a concentrarsi, quello era l'effetto peggiore del raffreddore, con la relazione da depositare entro tre giorni. Non ricordava neppure che cosa gli avesse detto la maestra su Gaia, quella mattina. Qualcosa a proposito del fatto che sua figlia dormiva in aula, degli incubi infantili, del fatto che erano perfettamente normali, ma che nel caso di sua figlia forse non era così. Che cosa gli avesse suggerito, però, non lo rammentava.
Gli veniva in mente, piuttosto, quanto le due donne si erano dette circa il dentifricio e le gocce che facevano traboccare i vasi.
Elena. Aveva ragione a dire che non dovevano litigare, che a Gaia non faceva bene, ma lei non doveva rompergli l'anima con quei calzini. “Lascia che li lavi, almeno” aveva insistito quella mattina. Già. E se li avesse buttati? Bastava una scusa qualunque. Gli pareva di sentirla. “Li metti così tanto che sono lisi e si sono bucati”. O magari non avrebbe detto niente del tutto.
Starnutì ancora.
Certo, avrebbe fatto il possibile per eliminarli. Non poteva non sapere quanto lui tenesse a quei calzini. Quanto fosse una questione di orgoglio, di identità. Per questo ce l'aveva tanto con loro: perché ce l'aveva con lui. E per via delle gocce che fanno traboccare i vasi.
Altro starnuto. Crociani non sembra averlo preso il raffreddore, e sì che anche lui l'aveva fatto, il percorso sotto la pioggia.
Certo, se Dino avesse avuto i suoi calzini bianchi sarebbe stato tutto diverso.

«Hai fatto il bucato?».
«Sì ma non l'ho steso. Con questo tempo non asciugherebbe».
Ma sicuro, prendimi per fesso. Cosa credi, che me ne dimentichi? E domani che cosa mi dirai, che li ha portati via il vento? O che è stato il mostro dei calzini?.
«Be'? Allora? Che cosa ti ha detto la maestra di Gaia? Che cosa fai lì impalato?».
Dino si riscosse «Eh... uh... niente. Tutto a posto».
«Dino... stai bene?» nella luce fioca della cucina gli occhi di sua moglie sembravano così grandi da racchiudere infinite potenzialità.
Che brava attrice.
«Eh...uh... tutto bene. Solo qualche pensiero sul lavoro».

«Papaaaaaà!».
L'urlo di sua figlia durò alcuni secondi dopo che Dino ebbe acceso la luce.
La stanza della bambina era a soqquadro. La biancheria, in particolare, era sparsa per ogni dove. Un cassetto dell'armadio sporgeva, vuoto, come una mandibola disarticolata, mentre l'altro era in bilico come per un esercizio di equilibrismo.
Udì Elena – che aveva il sonno pesante e il risveglio più lento del suo – uscire dalla camera da letto e dirigersi verso quella di Giada.
Entrando, sua moglie si strinse il volto tra le mani in una maschera di puro, assoluto terrore.
«Co... co... cosa è successo?» balbettò.
«Credo che Gaia abbia avuto un attacco di sonnambulismo».
Sicuro. Era l'unica spiegazione logica. La bambina era andata in sonnambula, si era svegliata, aveva urlato e lui era andato a vedere che cosa fosse successo.
Solo, non ricordava di averlo fatto.

«La porto io dal medico e...» Elena gli puntò contro l'indice «stasera ne parliamo». Si rivolse alla figlia che teneva in braccio come quando era molto piccola. «Ti va di andare dai nonni stasera?».
La bambina non rispose.
Dino stava in piedi al centro del corridoio. Tra il raffreddore e gli strilli di Giada si era svegliato tardi. A pensarci bene, non si era svegliato del tutto e la consegna della relazione era prevista per quella mattina.
Elena uscì scuotendo la testa, ma senza sbattere la porta. Sua figlia non lo salutò.
Era così che facevano. Ti portavano via i figli, ma iniziavano coi calzini.
Ciabattò verso la stanza della bambina, si fermò qualche istante, poi si chinò, frugando sotto il letto.
Se c'era un posto dove il mostro dei calzini avrebbe potuto nascondersi era proprio quello. Lì, Giada non avrebbe guardato mai.
Annaspò nello spazio tra la rete e il pavimento, poi li trovò e li tirò fuori.
Erano tubolari elastici, e con qualche sforzo, si sarebbero adattati ai suoi piedi.
Se li avesse rivoltati, poi, non si sarebbe visto neppure il disegno di Hello Kitty.
Certo, non erano i suoi calzini bianchi, ma non aveva il tempo di mettersi a cercare nella biancheria.
Se li strinse al petto.

«Sono qui» .
Dal bagno, Dino sentì sua moglie chiudere la porta.
«Sei in anticipo» disse Elena.
«Dobbiamo parlare» le rispose, poi ne udì i passi percorrere la casa e dirigersi verso di lui.
Dobbiamo parlare, certo, ma non di quello che pensi tu. Non di Quadri che mi dice “lei comprende che la scelta è sin troppo facile, Sig. Borletti”, né del suo sguardo o di quello di Crociani. Ma tanto non serve. Perché avevi previsto tutto vero? Per questo li hai fatti sparire. Sapevi che, se li avessi avuti addosso, avrei conservato il posto.
«Non ci sono» disse indicando la lavatrice.
«Ma ti pare il momento...».
«Non ci sono!» ringhiò Dino Borletti.
«Dino, ma cosa.... non stai be...» non finì la frase. Dino non stava bene e non c'era bisogno di dirlo. In ogni caso, non ne avrebbe avuto il tempo.
«NON CI SONO!» ruggì l'uomo afferrando sua moglie per il collo e spingendole la testa dentro la lavatrice.
Era un modello con carica dall'alto, chiusura ermetica e sportello in metallo. «Non ci sono, non ci sono noncisonononcisono!!» urlò sbattendo il coperchio della lavatrice sul collo di Elena. Le mani della donna artigliarono l'aria, invano.
«NONCISONONONCISONO!!» Il metallo si deformò. Schizzi di sangue rigarono la superficie smaltata. Le unghie della donna trovarono la guancia del marito e l'artigliarono lasciando solchi profondi. Lui la ignorò. I movimenti di lei si fecero più frenetici, ma più sconnessi.
«NONCISONONONCISONO!!» latrò l'uomo.
Per un po' si udirono solo le urla soffocate di sua moglie e il ritmico bump bump bump dello sportello contro la nuca. Poi solo i tonfi. Poi niente del tutto.

Non era un gran pulito.
Dino sollevò i calzini, scrutandoli nella luce piena del salotto.
Bagnandosi, le scarpe avevano lasciato giù un bel po' di colore, ed era necessario rilavarli. Forse per questo Elena li aveva rimessi nella cesta dei panni sporchi.
Ma no. Voleva buttarli. Anzi. Voleva nasconderli per darli a Crociani. O magari a Quadri.
Li osservò da ogni lato. Se ne sarebbe occupato lui. E comunque, anche se avessero preso un po' di colore, non sarebbe stato un gran danno. Era il suo colore, dopotutto. E quelli erano i suoi calzini.
Passò davanti al bagno gettandovi un'occhiata distratta. Elena sembrava intenta ad un'accurata ispezione della lavatrice. Tanto accurata da richiedere l'eternità intera.
Entrò nella stanza da letto.
Il mostro dei calzini bianchi. Che sciocchezza. Nessun mostro avrebbe potuto annidarsi sotto il letto di Giada: era troppo basso. Ma il loro....
Lì sotto avrebbe potuto nascondersi qualunque cosa senza che nessuno la trovasse mai più.
Strisciò nella vacuità tenebrosa e fredda tra la rete e il pavimento, stringendo al petto i calzini bianchi perché la polvere non li sporcasse.
E lì rimase.

«Ebbene, cosa te ne pare?»
«Mah... Margherita, che cosa devo dirti... sistemarla, l'hai sistemata bene, pagarla, l'hai pagata poco, solo che...».
«Aaaah, tranquilla, risparmiati le allusioni. So tutta la storia. So anche che lui non l'hanno mai trovato».
L'altra donna sorseggiò il the come se, di colpo, fosse diventato molto amaro.
«E Giorgio? Lui....».
«No, no, per carità... tutto a suo tempo: sai com'è: fatica ad adeguarsi ai cambiamenti. Ancora sbaglia a entrare nelle stanze, non trova mai niente...» .
«Margherita» disse l'uomo dall'altra stanza» hai visto le mie ciabatte?».





6 commenti:

  1. Eh, eh, eh…la storia si ripete, perché i mostri… prima o poi… ti beccano…
    Be’ che dire, un racconto in stile horror tra i più classici che si possa immaginare. Da prendere per esempio. Ci sono tutti gli elementi caratteristici, che non sto qui ad elencare, tanto ci siamo capiti.
    Non mi meraviglierei se questo racconto facesse parte di una storia più lunga, perfino di un romanzo. All’inizio l’ho pensato, ma adesso non so, forse l’hai concepito così.
    Be’ guarda, devo farti i complimenti sinceri, perché questo è un tipo di racconto che potrebbe piacere a chiunque, anche a chi non frequenta molto il genere. Bravo.

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  2. Trovo molto ben esposto il crescendo della paranoia.
    Che angoscia sapere che queste forme esistono veramente e sono molto comuni. Per fortuna senza arrivare, per la maggior parte dei casi, a queste conclusioni.

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  3. Ci sono quattro trame che si intrecciano:
    l'ossessione di Dino per i calzini (la principale)
    i problemi di Dino sul lavoro
    i problemi di Dino in famiglia
    gli incubi di Giada.

    In realtà ho cercato di inserirvi pure una nota umorisitca, ovviamente macabra.

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  4. O i mostri sono raffigurazione delle nostre paure oppure ne sono il vero lato, occulto.
    Il racconto horror gioca su questi tavoli.
    Qui ho usato un oggetto comune, un po' bislacco, come feticcio in modo che il lettore, seguendone la storia, vada a finire dove io desidero (sempre che gli vada di seguirmi ovvio).

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  5. Formalmente tutti i lavori di Rubrus sono un piacere per la mente.
    Rigoroso rispetto delle regole sintattico-grammaticali, pulizia del testo, maniacale accuratezza di formattazione, precisione di dialogo.
    La trama attira poi l'attenzione per le novità di sviluppo della vicenda, sovente con sorpresa conclusiva, sospesa o meno.
    Non è facile costruire un racconto.
    Occorre fantasia, conoscere le tecniche narrative, curare lo stile, seguire una serrata logicità negli sviluppi alternativi, ideare l'impostazione tempi-spazi, equilibrarne la lunghezza, catturare da subito l'attenzione e curiosità del lettore.
    Tutte cose presenti e ben amalgamate nel racconto di successo.
    Le impressioni sulla storia.
    La caratteristica del nostro Autore: lasciare col fiato sospeso, appuntare la storia nella banalità della quotidiano, realizzare tempisticamente il dramma, stemperare la perplessità della conclusione in altri filoni conduttivi, ad incastro.
    Due, tre storie parallele e/o sovrapposte, che potrebbero benissimo svilupparsi autonomamente in altrettante derivate narrative ( famiglia, scuola, lavoro ), solo che si volesse decidere per una long story.
    Molto bravo.
    Siddharta

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  6. Caro Sid, odiando i salamelecchi, dico semplicemente grazie.

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