giovedì 29 gennaio 2015

DARK SUMMER - Rubrus - Romanzo (d books.it)

Dark Summer
DARK SUMMER - Rubrus - IBS
Quando ero bambino, più della televisione e al pari dei libri di Giulio Verne, pochi a quei tempi per la verità, il cinema era la mia finestra sul mondo. L’oratorio passava due film la settimana, che venivano catalogati in modo sommario, approssimativo, ma molto efficace e immediato. Il genere cappa e spada, per esempio, era semplicemente un film di spadaccini. Un western poteva essere indifferentemente un film di pistoleri, oppure di indiani. Se il film era storico, era dei Romani, ma se c’erano i carri armati diventava un film di guerra. Un film comico era sempre da ridere, uno drammatico da piangere, se d’amore invece una grande boiata da evitare. Ma se c’erano i mostri e i vampiri, allora non avevamo dubbi, eravamo tutti d’accordo: quello era un film di “paura”.
E se mi chiedete adesso, dopo averlo letto, che tipo di romanzo è Dark Summer, io che non sono un esperto di Horror e di nessun altro genere, vi risponderò senza tema di sbagliare che è un libro di paura...


Non solo, direi che la paura è la vera protagonista del romanzo, sia essa fisiologica come il timore, l'apprensione o l'inquietudine, sino a quella patologica che parte dall'ansia, per arrivare al terrore puro. Rubrus affronta tutte queste paure, partendo da quelle ancestrali, spalmandole su personaggi fantastici, ma così reali e ben delineati che rimarranno impressi nella memoria a lungo. Non si legge tutto in un fiato, anzi, è un libro da centellinare pagina per pagina, senza mai saltare una riga, perché tutto ha un senso e niente avviene per caso in questo romanzo che consiglio anche ai non appassionati del genere. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore d books.it vi propongo la lettura di un brano, un piccolo assaggio per respirare l'atmosfera di Dark Summer.

(frame gennaio 2015)


Dark Summer


Gli steli che frusciavano contro la tela dei jeans, Raimondo Fabbri aveva l’impressione di camminare indietro nel tempo.   
Gli orti erano scomparsi e al loro posto si innalzava una fila di linde villette di periferia. Erano carine, erano simmetriche, erano educate. E, tuttavia, erano false, come sagome di cartone in un set cinematografico.
Subito dietro si stendeva la campagna e, per quel che Raimondo vedeva, avrebbe potuto essere quella di trent’anni prima, o di trecento. Inalò l’aria frizzante ed umida, allungando il passo.
Non sono più tornato qui, da allora. Vero. Eppure gli sembrava di essere stato via solo pochi giorni e, quando si avvide che l’erba gli arrivava appena ai fianchi e non alle spalle ne fu stupito, come se fosse cresciuto magicamente in poche ore.
Si guardò intorno nella luce livida, i lampi come cuciture dorate nel tessuto plumbeo del cielo.
Sono pazzo ad andarmene in giro con questo tempo.
Eppure l’urgenza, l’importanza di ricordare, di capire, era insostenibile, mentre i peli alla base del collo gli si rizzavano come se presentissero l’abbattersi di un fulmine.
Devo ricordare, devo ricordare… 
Quando la robinia apparve, era là dove doveva essere, isolata tra gli steli che le ondeggiavano  intorno come una massa adorante.
L’ansia divenne insostenibile e Raimondo percorse gli ultimi metri di corsa.
Non era un stato un sogno.
Non del tutto almeno.
L’albero – ai piedi del quale ora si trovava e che frusciava nel vento come un essere senziente e irritato che lo squadrasse dall’alto – esisteva sul serio.
Questo non significava che lui lo avesse visto in un’altra occasione o che avesse visto un albero simile ed in quello strano sogno / ricordo avesse confuso tutto quanto.
Ma non ci credi neanche tu, vero?
Non ci credeva, no. Aveva voluto crederci, era stato costretto a crederci, ma ora non ci riusciva più tanto bene.
La notte che si era smarrito nei campi ed aveva (sognato l’omino di burro) e poi era tornato a casa, suo padre l’aveva riempito di botte e non aveva più potuto uscire per una settimana, tuttavia era stato solo in autunno, con la nebbia che trasformava la città in un film in bianco e nero che aveva saputo quanto aveva raccontato zio Ettore.
Zio Ettore faceva il poliziotto in un commissariato di periferia e, quella sera, mentre era di turno (uno di quei turni che sembravano una scena de “il deserto dei tartari”) un uomo era entrato dicendo di avere travolto un ragazzino circa cinquecento metri prima. Asseriva che il ragazzo era sbucato all’improvviso dall’erba alta e che lui non aveva potuto evitarlo.
Zio Ettore aveva dimenticato il regolamento – nessuno gli avrebbe fatto rapporto: il collega gli aveva chiesto di coprirlo mentre andava a farsi un giro al bar “tanto per vedere che si diceva” -  e si era precipitato nel punto in cui si supponeva fosse avvenuto l’incidente.
E non aveva trovato nessuno.
Aveva perlustrato la zona mentre il tizio non sapeva se disperarsi o tirare un sospiro di sollievo: nessuna traccia d’impatto.
A quel punto zio Ettore aveva minacciato di denunciare l’uomo per procurato allarme o simulazione di reato o falsa denuncia o chissà cos’altro (non gli interessava quale fosse il reato giusto, gli interessava che facesse effetto) e l’uomo aveva insistito che il bambino era smilzo, biondo e con una maglietta stampata col poster di  “Mazinga contro Goldrake”.
Zio Ettore lo aveva ammonito che, la prossima volta che lo avesse beccato sbronzo, gli avrebbe fatto passare un brutto quarto d’ora – anche se l’uomo non era affatto ubriaco – poi si era precipitato in caserma, da dove aveva chiamato casa per chiedere se, per caso, Raimondo era in casa e se, per caso, quel giorno aveva addosso la maglietta col poster di quel film idiota che avevano visto una settimana prima.
Mentre suo padre stava vivendo i cinque minuti più angoscianti della sua vita, lui aveva suonato alla porta.
Ray aveva saputo della storia quando ormai era quasi Natale e gli avevano detto che, per la prima volta, lo zio non avrebbe festeggiato con loro.
“A tuo padre è quasi venuto un infarto quando tuo zio gli ha raccontato che ‘probabilmente’ ti avevano investito” gli aveva riferito sua madre “ma la cosa che ha fatto andare in bestia papà è stato che, anche dopo, Ettore sembrava convinto di avere ragione. Proprio così. Anche dopo che tu sei entrato dalla porta, Ettore faceva fatica ad ammettere di essersi sbagliato”.
Ray era rimasto zitto. Ci era voluto qualche secondo per capire che cosa significava “che Zio Ettore aveva ragione”. Qualche secondo di troppo, a dirla tutta. Ma no... lui non era mica morto su una strada di periferia.          
Più di trent’anni dopo Raimondo si trovava nello stesso punto e, quando un’auto, strombazzando, lo riportò alla realtà, gli ci volle un po’ per rendersi conto che era il 2013 e non il 1979.
Avrebbe potuto sognare di avere dormito sotto l’albero e, che l’albero esistesse sul serio, non dimostrava nulla.
Il camionista avrebbe potuto essere davvero ubriaco e quindi quel che aveva dichiarato non dimostrava nulla.
E zio Ettore si era sbagliato. 
L’omino di burro, l’omino di burro è la chiave di tutto. Solo che non era l’omino di burro, sei tu che lo hai battezzato così perché… (tu vuoi che io torni?)
La pioggia iniziò a cadere tutta in una volta, come se il cielo fosse un immenso catino che qualcuno aveva  rovesciato.
Un fulmine si abbatté lì accanto e, quando il tuono gli colpì i timpani come il manrovescio di un gigante, Raimondo ricordò.


2 commenti:

  1. Serenella Tozzi31 gennaio 2015 19:34

    Acc. si presenta molto suggestivo.
    Il bambino era stato investito o no?
    Mi sono sempre chiesta chissà quanti morti viventi ci gireranno intorno… in fondo il mondo è così grande che potrebbero trasferirsi in paesi lontani e sconosciuti e rivivere una nuova vita, salvo ritrovarsi in frangenti simili a quelli vissuti nella vita precedente e infognarsi così nei triboli della memoria riaffiorante.

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  2. Ecco... leggi il libro e lo saprai eh eh eh.
    Battute e conflitto di interessi a parte, credo che la scelta, da parte di Franco, del brano, sia indicativa dell'obbiettivo cui miravo scrivendo (incuriosire il lettore), sia del modo di scrivere. E' anche importante come snodo di trama, ma questo, leggendo un solo brano, non si può capire, quindi temo che chi fosse interessato dovrebbe leggersi il libro.

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