giovedì 19 febbraio 2015

A proposito del realismo. (Rubrus)

La vita è così maledettamente caotica, le cose succedono come capita e sembra che quello che ci accade non abbia il minimo senso. Talvolta il mondo pare una gabbia di matti. La narrativa condensa la vita, le dà ordine. Le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine. E quando una storia è finita, significa qualcosa, forse non qualcosa di complesso, forse quello che aveva da dire era semplicissimo, magari ingenuo, ma un significato c’era. E questo ci dà speranza, è una medicina. Dean Koontz – “La notte del killer” – Sperling e Kupfer – 1993 – pagg. 281 / 282
Ho scelto a bella posta questo pezzo di un autore di thriller e bestsellers americano perché, a mio parere, esprime in modo cristallino e semplice il segreto della narrativa.
Di tutta la narrativa, tengo a precisare.
Con riferimento a quella fantastica (che Koontz lambisce sovente) a volte si sente dire: “Ah non leggo quella roba perché non è vera”. Rispetto i gusti – sono irrazionali e quindi è inutile discuterci sopra, come dovremmo sapere da duemila anni; anche io ho i miei di gusti, del resto – ma riconoscerò validità all'obiezione quando mi faranno vedere la carta di identità di Anna Karenina o il certificato di battesimo di Lucia Mondella in Tramaglino.
Il fatto è che tutta la narrativa è mistificazione, inganno.
Se volessi scrivere un romanzo realista dovrei parlare anche di quando Padron 'Ntoni si fa la barba (e tutti i giorni!) o Therese Raquin si taglia le unghie. E poi non basterebbe. Saltando da un medium all'altro sappiamo che i reality show sono tutto meno che realistici.
Il punto è che, se narro, scelgo.
Ammesso e non concesso che sia possibile separare i fatti dalle opinioni (anche se ci si può lavorare, non lo è, non facciamoci illusioni), quando racconto una storia espongo dei fatti e ne ometto degli altri. Alcuni di quelli narrati, poi, li espongo in un certo modo e altri in un altro. In quanto forzatamente omissiva (e secondo me la corrente del minimalismo nasce sempre da lì, dalla più inverosimile delle chimere: il realismo – o verismo, la battaglia sui nomi la lascio a voi) ogni storia è menzognera. Poi ci sono tutte le altre frottole: i peccati di azione. Uso X parole invece di Y per narrare il fatto Z, uso la parola A invece della B ecc. 
“Raccontare la realtà”, insomma, è una delle più colossali panzane delle storie dell'umanità. Non la conosciamo nemmeno, la realtà, figuriamoci raccontarla.
Fate un esperimento. Anzi, meglio ancora. Ricordate un esperimento di cui tutti siamo stati cavie. Siamo alle elementari e ci tocca il tema “racconta la gita scolastica dell'altro ieri”. Al netto delle copiature, verranno fuori temi tutti diversi l'uno dall'altro. Eppure, siamo stati tutti alla stessa gita.
E quindi?
Quindi innanzi tutto si può cercare di essere obbiettivi.
A mio parere, questo vuol dire cercare di raggiungere (se ci si tiene) quel minimo comune denominatore tale per cui il nostro racconto viene giudicato “realistico” da una quantità accettabile di fruitori.
Sappiamo che la nostra narrazione è viziata dai nostri pre-giudizi (questa volta lo dico in senso non polemico), ma cerchiamo di contenere i danni.
E, ovviamente, non è possibile obiettività senza buona fede.
Sappiamo che falliremo, che tanto qualcuno dirà che abbiamo scritto una storia “a tesi”, ma, in coscienza, possiamo dire di avere fatto tutto il possibile per evitarlo.
Una prova. Sia “I malavoglia” sia “I promessi sposi” (e pretendevano di essere storie realistiche) sono stati accusati di essere romanzi a tesi. Naturalmente le accuse sono incrociate e dipendono dai pre-giudizi (o pregiudizi, fate voi) del critico. Sono accuse vere? Credo proprio di sì, almeno in parte. Erano in malafede gli autori? (i.e. Volevano contrabbandare la propria visione del mondo?). Credo proprio di no. Parto dalla presunzione di non colpevolezza, per metodo. L'innocenza è un altro paio di maniche.
Il punto, però, è un altro, a mio parere. E, precisamente, che il realismo di una storia, questo idolo perverso cui si sacrifica spesso troppo e sempre invano, è infinitamente meno importante della congruenza della storia e della plausibilità del messaggio.
In primo luogo, io credo che una storia sia un po’ un sistema chiuso che richiede coerenza. Se si parte da certe premesse in relazione ai personaggi, alla trama, all’ambiente, a quello che vi pare, si deve arrivare a certe conclusioni. Si può anche parlare di draghi sputafuoco, ma il fuoco deve bruciare e, se non brucia, si deve spiegare perché. Incidentalmente, faccio notare che il lettore, nel leggere, ha già stretto un patto che gli impone di credere almeno alle premesse. Non sono quindi le premesse, il problema, di solito. Se al lettore non vanno bene, neppure compra il libro. Di solito il problema sono gli sviluppi di quelle premesse, l’incoerenza, la non logicità, la contraddizione, l’incongruenza. La non esistenza dell’oggetto narrato è peccato veniale e forse originale, la incoerenza è peccato mortale che uccide il racconto.
In secondo luogo, io credo che anche il più banale, anche il più commerciale dei racconti abbia una morale, un senso. Condivisibile o no è un altro paio di maniche. La morale, per assurdo, può essere “il solo indiano buono è quello morto” oppure qualcosa di molto più complesso (e di solito è la morale a contribuire in maniera determinante allo spessore di un testo narrativo). Personalmente credo che un messaggio ben argomentato e narrato (non spiegato) attraverso la trama che lo veicola sia molto più importante del realismo. Si può anche non essere d’accordo col messaggio, ma se è argomentato bene e svolto bene attraverso il racconto difficilmente chiuderemo il libro insoddisfatti.
Quanto all’ossessione per il realismo, insomma, condivido il pensiero che segue:    
"ma è vero, nonno?"
"chiunque racconti solo la verità non è degno di essere ascoltato"
Da "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve" di Jonas Jonasson.

10 commenti:

  1. Adesso che ho letto tutte queste cose spero proprio di dimenticarle in fretta, altrimenti chi scrive più?

    Del resto il mio stile preferito è sempre stato: frittatona di cipolla e rutto libero.

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  2. eugenio gambardella19 febbraio 2015 11:09

    Tutto ciò che hai scritto è pienamente condivisibile. Io leggo molto e la lettura assorbe gran parte della mia vita. Eppure ogni volta che inizio la lettura di un libro mi auguro che quella lettura mi piaccia, che sia un tipo di narrativa che possa conquistarmi. Che la storia sia vera o meno non è che mi interessi più di tanto. In fondo il lettore non vuole delle verità, vuole solo essere intrattenuto da una buona lettura.

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  3. Si, certo, monsieur de la Palisse est mort devant Pavie, ma quando si parla di linguaggio è un'altra cosa, lì il realismo conta eccome: non si può far parlare un italiano perfetto, con tutti i congiuntivi a posto, con frasi messe magari fra virgolette, ad un ignorantone coatto della periferia di una qualsivoglia città senza sentir stridere la coerenza.
    Nel racconto ultimo di Franco si intendeva proprio questo.

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  4. Mah, guarda, in relazione al linguaggio io la penso così: partiamo dalla premessa che la narrativa è finzione (se dicessi "fiction" sarebbe più "in" ma vabè).
    Se così è penso che sia inutile cercare il santo graal del realismo. Un po' di inverosimiglianza è tollerabile se inserita bene. Quindi uno scaricatore di porto (ma chissà perchè si prendono sempre loro, poi) che non dice parolacce potrebbe essere accettato senza troppe difficoltà. Quindi io credo che l'esigenza della verosimiglianza possa e debba incontrare il limite del buon gusto. Insomma, io credo che un bravo scrittore possa far ridere o far arrabbiare o rappresentare un ambiente degradato senza ricorrere in continuazione al turpiloquio o a un linguaggio incomprensibile. Certo che alcuni "parlano così" ma un linguaggio non perfettamente aderente al reale (ammesso per un istante e non concesso che sia possibile aderirvi) può restituire alla letteratura (e senza dubbio rendere palese anche al lettore) quella sua funzione di strumento di analisi, di interpretazione del mondo - perchè quello è la letteratura, non "fedele registrazione", che tanto è impossibile. Del resto, il buon gusto è un limite molto elastico. Propongo una riflessione. Franco parlava sopra del film di Monicelli. Allora l'oratorio -e forse non sol quello - esplose al sentire la parolaccia (tra l'altro depotenziata perchè detta in dialetto). Oggi chi ci farebbe caso? Il limite si è spostato. Non dico "bene" o "male", ma enuncio un dato di fatto. Propongo però una riflessione. A volte ci si lamenta della volgarità nello scrivere e nel parlare, della sciatteria ecc. Quanta parte di questo fenomeno è data dal fatto che communis opinio facit ius? Dal fatto che "siccome parlano tutti così" certe espressioni, un tempo ipocritamente bandite, oggi sono quasi anonimi intercalari (penso a una parola di cinque lettere)?
    La conseguenza è l'escalation del turpiloquio, che determina assuefazione, che determina una nuova escalation e così via.
    Mutatis mutandis è po' lo stesso fenomeno che si riscontra nella narrativa e nella filmografia dell'orrore, dove si propongono efferatezze che in tempi più ingenui sarebbero rimaste fuori dallo schermo o dalla pagina. Senza voler ritirare in ballo il codice Hayes, credo che si debba prendere atto che l'essere umano si abitua a tutto. E' inutile pensare di poter raggiungere un estremo e dire "giungemmo, è il fine". E' come il paradosso di Achille e la tartaruga. E allora non preoccupiamoci se i nostri personaggi non parlano esattamente come noi li facciamo parlare. Basta una accettabile approssimazione. Tanto, il realismo assoluto non lo raggiungeremo mai scrivendo. Vivendo, forse.

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  5. Neanche io apprezzo il turpiloquio, e condanno forzature in tal senso, così come avviene per certi film di ultima generazione, ma trovo anche che quando una frase si inserisce in maniera naturale nel contesto, come nell'esempio che ho portato per la frase di Alberto Sordi nel film "La Grande Guerra", bé trovo che sia come la ciliegina sulla torta.

    Bisogna capirsi fra aderenza alla realtà in un contesto di normale vita vissuta e la distribuzione di un linguaggio ostentato e del tutto gratuito, fatto di parolacce per creare il più retrivo effetto sensazione.
    Anche per le immagini è così, certi film tutti botte e sangue, che ormai sono la maggioranza, piano piano stanno cambiando la nostra reazione di fronte alla violenza, e non è certo un bene, soprattutto riguardo ai più giovani. Sappiano che la mente umana è facilmente influenzabile e, così come noi col codice Hays eravamo abituati a che il buono fosse sempre vincente ed il cattivo perdente, per loro accettare l'inverso è del tutto scontato. Insomma stanno perdendo il senso del moralmente accettabile.

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  6. Sono assolutamente d'accordo con l’assioma: “tutta la narrativa è mistificazione e inganno”. Non credo che qualità della scrittura e presa sul lettore possano prescindere da questo. Anzi, credo che il grado di coinvolgimento della fruizione sia direttamente proporzionale alla abilità di mistificazione e inganno di chi scrive. Come si dice? Piu' vero del vero. E il trucco è tutto lì: se chi scrive, è così bravo da non fare capolino fra le parole, allora il testo è come se si fosse scritto da solo o quasi.
    E questo a prescindere dall'argomento o dal genere trattato. É un meccanismo che gli attori, per esempio, conoscono alla perfezione, perchè il loro lavoro (parlo degli attori di teatro) non è intermediato.
    Quindi arrivo alla mia puntualizzazione. É vero che ci sono stati personaggi che hanno frainteso un certo tipo di letteratura a tal punto da farla coincidere necessariamente con un'esasperata pretesa di realismo. É anche vero che spesso nessuno si è preso la briga di obiettare, ma i cosiddetti 'minimalisti' non hanno mai dichiarato di inseguire una poetica letteraria che fosse fedele alla realtà, e tantomeno di limitarsi al quotidiano per questo motivo. Per la verità, non c'è mai stata una corrente minimalista che si sia autoproclamata tale, ma solo un orientamento in cui si sono riconosciute alcune generazioni di scrittori, e in modo assai diverso l'uno dall'altro. Io credo che lo scopo di molti dei loro sforzi (erroneamente interpretato dalla critica) fosse esclusivamente rivolto alla ricerca di una struttura linguistica che togliesse di mezzo il piu' possibile “loro come autori”. In poche parole che buttasse fuori a calci “lo scrittore che si nasconde dietro al testo”, in modo da far sì che la fruizione (= lettore) raggiungesse l'apice di quella mistificazione e di quell'inganno di cui parli. Piu' vero del vero, appunto. E qui c'è stato il malinteso, perchè per fare una cosa del genere, togliere di mezzo lo scrittore, ci si crea per forza alcune limitazioni. Faccio un esempio: racconta della claustrofobia. Se per raccontare di questa paura, metto in scena due o più soggetti che rimangono chiusi in ascensore, gli elementi contestuali di partenza (un edificio, una città e l'ascensore stesso) danno a me scrittore il vantaggio del 'sostrato comune'. In poche parole tutti quelli che leggono, o quasi, hanno esperienza diretta dei tre elementi ed io non mi devo preoccupare di creare le condizioni per un loro 'esperire', perche' hanno già 'esperito', e quindi posso baipassare tutta una serie di cose non baipassabili se metto in scena un racconto sulla claustrofobia che non parta da elementi contestuali condivisi.
    Anche un certo tipo di horror sfrutta questo processo, trasforma il quotidiano in soprannaturale sfruttando ( e mistificando) proprio questo passaggio. Ed ecco che una bambola può diventare terrificante e una porta mostruosa. Il limite del minimalismo (odio chiamarlo così perchè per quelli come me non esiste) è un limite dato dallo stesso linguaggio, per così dire. Franny e Zoe, ad esempio, è un romanzo la cui azione è molto circoscritta e contemporaneamente dilatata, ma il grado di dilatazione è fortemente condizionato dall'esigenza (non potendo comparire lo scrittore) di perfezionare il gesto e la parola in modo da 'assolutizzare' i rapporti, cioè trasferire sulla singola relazione enormi quantità di senso, in parte esternato e in parte suggerito dalla relazione stessa. Non si può fare in un circuito di grande respiro, come può essere l'invenzione di una cosmogonia, pena un testo di lunghezza indicibile, oppure incomprensibile al lettore. Per concludere, d’accordo su tutta la linea ma con questa precisazione.

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  7. Sulla precisazione: ecco è lo "eliminare lo scrittore" che secondo me è un presupposto teorico erroneo. A meno che lo ammazzi, lo scrittore non lo elimini - e i libri non si scrivono da soli.
    E' come la faccenda del bicchiere. Io posso descrivere un bicchiere e dire "è mezzo vuoto" oppure "è mezzo pieno". Scelgo, do comunque la mia visione del bicchiere ed è su quella visione che il lettore forma la propria. Dato che quindi non posso arrivare all'oggettività assoluta, provarci è sciocco e preoccuparsene eccessivamente una perdita di tempo. Devo accontentarmi di un accettabile grado di obbiettività - che secondo me è comunque molto meno importante della coerenza interna. Il concentrarsi sul "particulare" è tendenza che riaffiora sempre nella letteratura, sempre presente, ma che si manifesta in modo diverso. In fondo anche Gozzano parlava delle "piccole cose di pessimo gusto", Catullo delle nugae, Pascoli delle Myricae. Credo che tratto comune di tutta questa poetica fosse e sia la ricerca più esatta possibile della precisione, del significato dell'oggetto narrato, lasciando che fosse l'oggetto in sè a parlare al lettore. Ma gli oggetti non parlano.Personalmente ho l'impressione che l'attenzione al "minimo" possa essere direttamente proporzionale alla consapevolezza di non poter esprimere il "massimo".

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  8. <>

    Su questa ultima tua affermazione sono completamente d'accordo. Il fatto è che le scorciatoie letterarie non sempre nascondono le carenze dell'autore. Talvolta dimostrano la sua grandezza. A questa conclusione erano arrivati i grandi pittori impressionisti, con due pennellate riuscivano a suscitare grandi emozioni, loro non perdevano tempo con i particolari, il loro discorso era più ampio. Poi sulle bancarelle sono apparse le imitazioni... la stessa cosa avviene anche in letteratura, ma questo è un altro discorso.
    Chissà se mi sono spiegato :-)
    In ogni caso devo fare i complimenti a tutti coloro hanno partecipato alla discussione. Sono soddisfazioni.

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  9. La realtà viene presa a prestito per raccontarla attraverso i nostri pre-giudizi.
    Nemmeno la Storia per antonomasia può esser scritta obiettivamente.
    Anche se si è stati direttamente protagonisti: si narra ciò che si crede o si vuole aver visto.
    Ad un tribunale una volta resi testimonianza di ciò che pensavo di aver partecipato, facendolo in buona fede passar per vero.
    Di un arcobaleno condiviso mia moglie ed io diamo sempre contezza diversa, e così via.
    In conclusione, senza doverci masturbare oltre la ragione, penso che l'irrealtà della realtà sia il bello che ci soddisfi e ci suggestioni con forza.
    Siddharta

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  10. E' evidente che non ho espresso correttamente quanto intendevo.
    La base di molta ricerca non sta nell'eliminare lo scrittore, ma nel far risultare il più possibile che sia così. Quindi non c'è una volontà oggettivizzante, ma una volontà ad altissima mistificazione. E forse è in quello il limite (oltre al limite formale della lingua), che il livello di finzione cui hanno puntato certi autori è pressocchè irragiungibile se non in alcuni passaggi, oppure, come sembrano indicare i testi di Amy Hempel, ad esempio, o di Mary Robison, più auspicabilmente raggiungibili nella forma narrativa del racconto. In poche parole, la tesi che andavo sostenendo, contro il trend riguardo al minimalismo, è che gli autori che in vario modo aderirono a quel processo di ricerca si sono serviti dei finti dati oggettivi fingendo di non esserci come scrittori in modo che questo approccio, unitamente ad un uso specifico del sistema linguistico, ponesse il lettore in una condizione di coinvolgimento "dall'interno" e non "dall'esterno", cioè per immedesimazione completa e non per adesione progressiva.
    Di qui il fraintendimento di certa critica.
    Per questo ho scritto "come se si fosse scritto da solo". Lo sa il lettore e lo sa anche lo scrittore che non è vero, ma l'obiettivo di molti di loro era che il lettore se ne ricordasse soltanto "a mente fredda", cioè una volta uscito dal testo. Quindi era una conferma che proprio loro dimostrano che la letteratura è necessariamente finzione e inganno. E credo che in tutto questo i più bravi tra loro abbiano usato il quotidiano per fare esattamente quello che altri scrittori hanno fatto usando l'inconsueto: parlare delle tematiche che interessano all'uomo in quanto uomo. Con esiti più o meno felici a seconda della penna. Ma credo di non essermi spiegata nemmeno stavolta. Dovrei prendere due testi e fare l'analisi formale. Mostrare i veicolanti, e allora forse riuscirei a esprimere il concetto. (perchè userei i testi altrui :=)

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