domenica 22 febbraio 2015

A proposito di "Morte di un uomo felice", della punteggiatura e dei premi letterari in genere (frame)


“Morte di un uomo felice” racconta la storia di Giacomo Colnaghi, magistrato che indaga sull’attività di una nuova banda armata, responsabile dell’omicidio di un politico democristiano. La storia si sviluppa tra Milano e Saronno nel periodo più feroce della stagione terroristica in Italia. Siamo nel 1981 e la prima cosa curiosa che salta all'occhio è che la data corrisponde anche all’anno di nascita dell'autore: Giorgio Fontana. 





I capitoli si intervallano con la storia del padre Ernesto, caduto nella lotta al nazifascismo. Altra trovata ad effetto: padre partigiano e figlio magistrato di area cattolica. Insomma non c'è male, peccato che questa sia la parte più noiosa e scontata del romanzo. La vita privata di Colnaghi è costellata di zone d’ombra e da una fede cattolica intensa che si interseca e inevitabilmente interferisce con il suo lavoro di magistrato.  Durante le indagini il Colnaghi si interroga sul perchè tanti giovani abbiano intrapreso una strada così cruenta e violenta. Queste riflessioni, i dialoghi con l’amico Mario, (l'ennesimo personaggio triste e sfigato della storia) e l’uso misurato del dialetto sono le cose più riuscite del romanzo.
Tutto sommato non mi è dispiaciuto questo libro, tuttavia leggendo non ho potuto fare a meno di notare una punteggiatura davvero originale. Io non sono un’aquila in questo senso, lo riconosco, pertanto sono andato a leggermi qualche recensione in giro, e ho trovato ahimè la conferma ai miei dubbi.
Ora giudicate voi, ma a pagina trentasei, tanto per fare un esempio, in sette o otto righe è riuscito ad infilarci cinque volte i due punti. Forse così è un po’ troppo anche per un giovane autore che tra l’altro ha vinto, non senza meriti ma a sorpresa, l’ultimo Campiello. Sich... sich... :-)

[…] Oppure puoi raccontare la storia. Per lui era stato così: del resto non c’erano altri mezzi, la guerra si era portata via tutto, i dettagli per primi: ed era come se le cose, con il tempo, si fossero assottigliate: ridotte ad altro, a frammenti che sua madre metteva insieme di volta in volta, ripetendo i fatti in maniera sempre più risicata, con il solo scopo di ridurli a una morale: le interessava che il figlio dormisse la notte e nient’altro. I vecchi compagni invece, erano sempre contenti di usare altre parole. Volevano scolpire una figura diversa di fronte ai bicchieri in osteria: un uomo che non si era arreso, una vittima da onorare.



10 commenti:

  1. A me il libro spesso è parso commovente... certo, alcune parti sono un po' scontate e tirate. Sulla punteggiatura concordo: anche a me dà fastidio l'abuso dei "due" punti...

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  2. Io sapevo che usare i due punti più di una volta nello stesso periodo sintattico è un errore da evitarsi. Così dice anche l'enciclopedia Treccani.
    Il Manzoni, però, nei "Promessi sposi", così scriveva: "Un de bravi s'alzò, e gli disse: Padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon'aria per me: e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male".

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  3. E infatti mi sono limitato a definire la punteggiatura di Fontana: "originale".
    Ennesima dimostrazione che ciascuno ne fa l'uso che vuole.

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  4. Mah.
    La punteggiatura spesso la decide l'editore.
    Pensate al famoso "chiuse le virgolette punto" che ci insegnavano a scuola. C'è chi mette il punto dentro le virgolette (es: editore "Guanda", ma pechè è il lbiro che leggevo stmattina), chi fuori ecc.
    Comunque non credo che si possa definire "originale" la punteggiatura di Fontana - il precedente di Manzoni lo dimostra. Semmai una "renovatio dell'antico".
    Certo è che se l'unica perplessità che si può rinvenire del libro attiene alla punteggiatura, allora vuol dire che è un gran libro (secondo me lo è).
    Ad ogni buon conto il mio approccio allo stile è "basta che si capisca".
    Quindi ciascuno può farne un uso anche libero purchè si capisca.
    Insomma, frittatona di cipolle e rutto libero ;-).

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  5. Io vado alla vecchia e mentalmente impugno sempre la matita rossoblù.
    Ma so che è una partita persa in partenza.
    In questi casi chiudo il libro e non leggo più.
    Per evitare che la moneta cattiva scacci a poco a poco quella buona che ancora m'è rimasta in capo...
    Siddharta

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  6. Mah, sai, communis opinio facit ius. Credo che non si debba mai scordare che il linguaggio non è nato perché gli accademici della crusca si prendano uno stipendio, bensì come strumento di comunicazione. Oltretutto, gli accademici della Crusca sono sorprendentemente modernisti, a volte.
    Ho citato sopra l'esempio del punto a chiusura di frase dentro o fuori le virgolette non a caso.
    A me il punto fermo dentro le virgolette da piuttosto fastidio (a proposito: "da" e non apriamo la diatriba su come se e quando vadano accentati i monosillabi) , perché ho ancora nelle orecchie l'insegnamento delle elementari, ma è una ragione sentimentale, non ortografica.
    Per il punto dentro o fuori le virgolette, la Crusca dice: "Per le virgolette e il trattino la posizione degli altri segni interpuntivi è meno rigida e può dipendere ancora una volta da singole scelte editoriali".
    Con riferimento, invece, ai due punti, la Crusca afferma, con Serianni, che gli stessi hanno quattro funzioni: "riprendere: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l'effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco". Svolgendo funzioni differenti, non vedo perché non possano ricorrere più volte in una frase. Non solo. Non vedo perché, anche quando la stessa funzione ricorre più volte nella stessa frase, non debbano essere ripetuti. L'importante è non fare confusione. Farsi capire. La regola secondo la quale non possono essere ripetuti nella stessa frase, che la nostra stessa massima autorità linguistica non accredita come norma e cui va attribuito, a mio parere, valore di indicazione enunciata allo scopo, di evitare uno scritto confuso per sovrabbondanza di segni grafici.
    Chi chiudesse il libro perché si trova doppi due punti in una stessa frase (non sto parlando di nessuno in particolare, è solo per fare un esempio) in quanto scandalizzato da sacrilegio a regole ortografiche, presterebbe ossequio a una norma che esiste solo nella sua mente. E ovviamente verrebbe bacchettato dall'Accademia della Crusca. Magari con matita rossa e blu (il righello no, non ne vale la pena, dai) ;-)

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  7. eugenio gambardella23 febbraio 2015 16:14

    La punteggiatura dovrebbe conferire ordine ed organicità a ciò che si scrive e, secondo me, il ricorso eccessivo ai due punti ( con tutto il rispetto per Manzoni, s'intende ) non assolve a tale compito. Nei testi proposti una semplice virgola avrebbe reso il tutto più scorrevole. Ma è una mia impressione e non intendo dare giudizi.

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  8. Lo penso anche io, ma è peccato veniale, suvvia.
    E' quando leggo "giovane ragazza" che mi vien la pelle d'oca.
    Perché, è possibile che esista una "vecchia ragazza"?

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  9. Lo sapevo che avrei sollevato un polverone toccando l’argomento punteggiatura. Fortunatamente succede ancora da queste parti di trovare persone che si appassionano ad un argomento che ai più sembra banale e superfluo.
    Personalmente non ho un’idea precisa in merito. Lo confesso, sono combattuto tra una interpretazione ortodossa dell’uso della punteggiatura, e una più moderna e sbarazzina. Insomma protendo per la frittatona di cipolle a rutto libero, ma più per opportunismo che per vera convinzione.
    Per quanto riguarda la punteggiatura nei dialoghi, che varia a seconda dell’uso di virgolette, lineette e caporali, la colpa di tanto caos è della mancanza di regole precise nell’editoria. Ogni casa editrice fa come gli pare, pertanto pretendere uniformità tra gli scrittori, mi sembra pura utopia.

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  10. Se mi accorgo che ci sono dei segni di interpunzione che mi danno fastidio, sono sincera: il racconto non mi ha preso.
    Ovvio che per fare un commento in questo caso, bisognerebbe aver letto il libro.
    E a proposito di "da" non ci sono diatribe che tengano, se è verbo l'accento ci va.

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