martedì 17 febbraio 2015

Come nuova - racconto (frame)

«Lui era ancora un bell’uomo, ma avresti dovuto vederlo qualche anno fa. Neanche tanti, ma prima di perdere i capelli, di mettere su pancia, e prima di quel piccolo incidente a scuola. C’è mancato poco finisse dentro. Per fortuna hanno messo tutto a tacere. Forse non era vero niente, ma da quella volta niente più classi miste: solo maschietti. 




Pensa che mia cugina Lina, prima di sposare quel mammalucco di Paullo, il tipo che poi l’ha mollata per una brasiliana ed è finito con le pezze al culo - chissà cosa ci trovano gli uomini in quelle lì - ah be’, in ogni caso lei ci aveva fatto un pensierino, ma poi i genitori di lei… la mamma di lui… le malelingue… e così non se n’è fatto più nulla.
Però, quando il maestro usciva di casa sembrava un altro: elegante nel suo bel cappottino… tutto tirato a lucido ma... dove andasse di notte, nessuno lo sa. Si dice che avesse un’amante; anche se io, con una donna, quello lì, non l’ho mai visto. Certo è che spendeva, perché soldi non ne aveva mai abbastanza.
Anche con l’affitto era sempre indietro. Una volta gli hanno tagliato persino la corrente. Si era detto per errore: lui la bolletta l’aveva pagata, in ritardo, ma giurava di sì, anche se poi, la ricevuta, non è mai saltata fuori. Eppure in casa entravano due belle pensioni. Le pratiche per ottenere l’indennità di accompagnamento per la madre invalida, gliele aveva fatte mio marito. Praticamente gratis e loro? Neanche grazie, non so se mi spiego.
La mamma, invece, povera donna… negli ultimi tempi sempre sulla sedia; però, la badante, non se la potevano permettere. In casa pensava a tutto lui. Lavava, stirava, faceva i mestieri e cucinava meglio di una donna.
Noi si domandava sempre se avessero bisogno di qualcosa. Per carità. Quando si può dare una mano… sempre volentieri, ma loro, niente! Era gente chiusa, schiva, che non parlava mai con nessuno. Anche con noi, che siamo vicini di casa… buongiorno e buonasera e niente di più.
Parenti? Sì, una sorella a Torino, un cugino a Treviglio, ma chi li vedeva mai.
Adesso un po’ mi dispiace che non ci sono più. In fondo, non davano fastidio a nessuno e sempre meglio loro che una famiglia di indiani, peggio ancora di cinesi. Non ti pare?
Mah, chissà perché l’hanno fatto. Forse un colpo di testa, forse la stanchezza… chi può sapere cosa passa per la testa in certi momenti. Insomma è andata così: una bella mattina lui ha caricato la mamma in macchina e l’ha portata prima a fare un giro: qualcuno dice al cimitero. La signora che vende i fiori al chiosco, però, mi ha confermato che non è vero niente. Lei, quella mattina, non li ha visti. Altri dicono che a mezzogiorno stavano a Crema, davanti al Duomo. Fatto sta che li hanno trovati il giorno dopo sul greto del fiume: belle che morti e mano nella mano. Lo scarico del gas collegato a un tubo e… »
«E la macchina?»
«La macchina? Io non la volevo, figurati, ma mio marito ha detto che era un affare… Sai, abbiamo disinfettato tutto, cambiato i tappetini e le foderine. L’abbiamo anche portata dal carrozziere… una passata di cera e adesso, è come nuova».

18 commenti:

  1. Secondo certi maniaci della letteratura, la narrativa potrebbe avere uno sviluppo orizzontale ovvero verticale, in sintonia con le figure della paratassi o dell'ipotassi.
    Le due forme di scrittura ci avrebbero la loro porca importanza, in quanto l'una a distesa piana e l'altra a piramide, a seconda dell'attitudine e scelta scrittoria.
    Personalmente preferisco il racconto che si dipana allargandosi, senza arrampicate che costringono a salti mozzafiato.
    Il mio temperamento pacato e cogitabondo esce disturbato da un continuo entrare ed uscire dalla trama.
    Allora, come collocare questo racconto?
    Se vuole, ce lo dirà l'Autore...
    Intanto direi che si tratta di una narrativa di consumo, veloce, al passo coi tempi sempre più risicati.
    Una lettura breve per ingannare l'attesa dal dentista, da praticarsi in bus o metro, seduti a sorseggiare una cioccolata calda...
    Senza impegni gravosi di trama, ritorni di lettura, ripensamenti a cucitura.
    Ok., licenziata a pieni voti.
    Siddharta

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  2. E’ un frammento di dialogo, un brandello di storia metropolitana, senza nessuna velleità letteraria. Di solito i vicini di casa parlano così dalle mie parti. Tra le virgolette è consentito un linguaggio corrente, del resto io, anche volendo, non saprei fare molto meglio.
    Poi uno ci legge quello che vuole, anche se l’intenzione era quella di sottolineare il cinismo che si nasconde dietro le persiane del vicino, sul pianerottolo di casa, al di là della strada. Il fatto che abbia dovuto spiegarlo denota una cosa soltanto: non era chiaro abbastanza. I racconti sono brevi?, sul web è quasi un dovere, anche se si ha molto da dire. Grazie 

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  3. Secondo il mio modesto parere, è scritto bene. Ovviamente non può essere in un italiano perfetto perché la protagonista parla come è abituata! E qui sta il difficile per chi scrive: immergersi in un linguaggio popolare non sempre ci si riesce.
    Divertente.
    Bravo!

    ps. Ultimamente è diventato di moda scrivere così.

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  4. Mi sono sempre piaciute le storie come questa, che pescano a piene mani da quelle che Uriah Heep ama chiamare 'miserie da tinello' (e io con lui). In esse, io credo si possa ravvisare un'intima e universale verita' che riguarda l'essere umano.
    O meglio e' l'uomo che si guarda e alle volte neanche lo sa.
    Fico

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  5. Verissimo Elisa, il pericolo è quello di fare il verso, una brutta imitazione della parlata comune. Non è facile per niente, però ultimamente mi divertono queste cosette. Ciao e in bocca al lupo, tu sai per cosa :-)

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  6. X Claudia
    Miserie da tinello?
    Una definizione perfetta!
    L’ispirazione mi è venuta leggendo un tuo concittadino. Un certo Marcello Fois di origine sarda. Hai letto il suo “Nulla”?
    Nulla sta per Nuoro e sono una serie di racconti ambientati in quella città. Certo lui è un’altra cosa. Anzi se mi gira, uno di questi racconti lo copio e poi lo metto sul blog.

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  7. Sarà che sono un genio, ma a me il racconto è apparso subito in tutta la sua chiara e cinica sfumatura significativa.
    Quante volte dalle parole di commiserazione trapelano invece le vere intenzioni di rapace interesse o di puro menefreghismo. Così è, purtroppo, nella vita reale; a chi non è mai capitato di avvertirne il fastidioso suono.
    Il racconto è breve ma riesce a dire molto e con efficace realismo espressivo.

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  8. Bellissima l'espressione "miserie da tinello".

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  9. mmm... non è una questione di ipotassi o paratassi. Non solo almeno. E' una questione di carattere più generale e che attiene alla domanda "i personaggi devono parlare come verosimilmente parlerebbero oppure deve esserci la mediazione dell'autore?". Ecco, in realtà l'intera questione attiene secondo alla opportunità o necessità del filtro dell'autore. Diciamo che, col passare del tempo, questo filtro è pressoché scomparso. Se Manzoni diceva "di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia..." e con ciò ci informava che egli stesso stava mettendosi in mezzo tra autore e personaggio, oggi un simile approccio è assai più raro. La ragione, secondo me, e paradossalmente, sta proprio nella volontà di dare "realismo" o "verismo" o "naturalezza" allo scritto. Una esigenza - e qui sta un po' il paradosso - di cui proprio le scuole narrative ottocentesche erano portatrici. Precisato, per onestà intellettuale, che, a mio parere, il realismo (in tutte le sue forme) è la più grossa panzana della storia della letteratura, più chimerico e fantasioso delle avventure del barone di Munchausen, è evidente che la questione è assai complessa. A mio parere l'unico limite che deve avere la verosimiglianza (non parliamo di realismo che mi viene l'orticaria) è il buon gusto. In soldoni e brevemente (anche perchè il problema questo scritto non lo pone). Se i personaggi, per esempio, inanellano una parolaccia dopo l'altra non è detto che l'autore debba farlo. Deve metterci una sordina, secondo me. "Ma non è realistico" si dirà. "Ma il realismo è una finzione" ribatto io.
    Detto ciò, e passando al racconto, una cosa è lo stile, altro la trama e l'intreccio. Si possono costruire intrecci assai complicati pure usando un linguaggio molto semplice, molto terra terra e molto colloquiale.
    Tralasciando il problema del rapporto tra realismo e minimalismo (a mio parere presa di coscienza che il realismo come lo si intendeva non esiste e quindi ci si concentra su fenomeni e rappresentazioni circoscritte nell'illusione di trovare in essere una maggiore verosimiglianza rispetto a quella che si ritrova allorchè si discorre di grandi temi) direi che il racconto non è cinico. Formalmente, rappresenta il saltare un po' di palo in frasca che si verifica quando di parla, contenutisticamente non vedo alcun cinismo. Nella maggior parte dei casi nessuno si rifiuta di comprare o vendere un'auto (o qualunque altro bene, come una casa, se è per questo) perché c'è stato di mezzo un delitto. "Costa di meno perchè è infestata" nella realtà è qualcosa che non succede. Solo nei racconti ;-)

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  10. "i personaggi devono parlare come verosimilmente parlerebbero oppure deve esserci la mediazione dell'autore?"
    Bravo come sempre Rubrus, questo è davvero il nocciolo della questione.

    Gli errori grammaticali per esempio, non parlo di sintassi, ma di ortografia, vanno riportati oppure è meglio evitarli? Se il personaggio xe un veneto, per esempio, le doppie non le dice nemmeno se scende paletta. Se è un milanese mette sempre l'articolo davanti al nome proprio. Ecco questo è il punto. Ci vuole misura e sensibilità secondo me, non si deve scadere nel grottesco per essere realistici a tutti i costi.
    Tanto tempo fa mi arrivò un racconto da postare sul blog, Leggendo mi accorsi che un congiuntivo era stato omesso e pertanto senza pensarci troppo lo corressi, Non l'avessi mai fatto, l'autore si offese e mi fece notare, giustamente, che la frase in questione era tra virgolette e chi parlava in quel momento era un ignorante che non poteva conoscere i congiuntivi. Da quella volta sono diventato più prudente. però il problema rimane.:-)


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  11. Io una mia teoria ce l'avrei, in proposito. Non è "la" risposta, ovvio, ma penso che come tesi sia sostenibile, solo che è un po' lunga da postare come commento.

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  12. Paratassi o ipotassi: la mia era solo una provocazione, puntualmente raccolta...
    Storia verticale o orizzontale , seguire Wright o Gropius, a me in verità non interessa.
    E' certo invece che gli scrittori molto compresi ci fanno su un romanzo sullo stile, tecnica, forma, regole, ecc.
    Per fortuna il lettore di solito è di bocca buona e per lo più non ci stende sopra un trattato...
    Siddharta

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  13. No no, non è una provocazione. E' un'osservazione più che pertinente.
    Mi spiego. La ipotassi richiede uno sforzo mentale logico / organizzativo che si esprime soprattutto attraverso l'uso delle congiunzioni e dei nessi sintattici. Ci sono "perchè,", "benchè" ecc ecc. Questo sforzo richiede una scepsi sia da parte dell'autore che da parte del lettore. La paratassi invece mette tutte le proposizioni sullo stesso piano. Magari l'autore fa lo sforzo logico / organizzativo - anzi, secondo me senza "magari" - ma non lo propone al lettore al quale non è suggerito un certo ordine tra le varie proposizioni, ma che può, se vuole, creare lui quell'ordine. Però può anche non farlo, dato che la struttura del discorso, più semplice, non lo esige. Insomma, spesso nella paratassi il trucco c'è, ma non si vede.
    C'è poi un discorso di avvicinamento dello scritto al parlato che è conseguenza anche della crescente alfabetizzazione - e dei mass media.
    In una società con alte percentuali di analfabeti era ovvio che le distanze fra scritto e parlato fossero più rilevanti, quasi delle barriere. Oggi - e benchè si parli di analfabetismo di ritorno - tutti sanno leggere e scrivere. Questo, più che far avvicinare il parlato allo scritto, ha fatto avvicinare lo scritto al parlato. Ma è naturale che sia così. Il linguaggio è fenomeno d massa, quindi è logico che il modo di parlare e scrivere della maggioranza prevalga su quello delle minoranze.

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  14. Grazie Franco, sono compiaciuta del tuo riconoscimento. :-)

    In quanto al realismo non posso fare a meno di ricordare la prima parolaccia sentita in un film italiano: era nella "Grande guerra", quando Alberto Sordi risponde alla sentinella.
    Ve la ricordate la battuta?
    "Semo l'anima de li mortacci tua... Che fai? prima spari e poi chiedi chi va là?"

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  15. Se è per questo
    ne La Grande Guerra, la battuta più famosa fu quella di Gassman in milanese:

    "Mi te disi propri un bel nient, te capì facia de m...."

    Il cinema dell'oratorio ricordo che esplose a questa battuta, e chi l'aveva mai sentita al cinema quella parola!?

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  16. eugenio gambardella21 febbraio 2015 14:28

    Si, è un racconto molto realistico, che ti arriva subito, come se chi parla si trovasse di fronte e te, e quindi ben scritto. Non mi sembra ci sia molto altro da aggiungere oltre al complimentarsi con l'autore, che ovviamente saluto.

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  17. Grazie Eugenio, un saluto cordiale :-)

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